⏱ ~11 min
Flavia era spaventata. Eccitata.
Lui aveva preso un altro appuntamento. Il quinto in dieci giorni.
Era in ritardo. Lo avrebbe punito per quello, anche se sapeva che lui aveva una riunione importante, importantissima. Con i sindacati. Avrebbero deciso del futuro suo e dei suoi colleghi, quelli “sfigati”, quelli poveri e “a termine”, quelli che non avevano una laurea in tasca, pur pagata con i soldi di papà che conosceva Tizio, che doveva un favore a Caio, che proprio non poteva dire di no all’assunzione tra i quadri direttivi di Sempronio. E non importava nulla che Flavia, i Sempronii, li avesse studiati e tradotti dal latino al greco e dal greco in latino, andata e ritorno, perché quel pazzo del professore del ginnasio era vecchio stampo; lei faceva il fattorino, in quella grossa, blasonata ditta. E di fattorini, in tempi tanto brutti, ne bastava uno: il figlio del fratello del cognato del megadirettore galattico del sesto piano.
Ecco! Aveva suonato alla porta, il megadirettore galattico.
Era un bell’uomo, elegante, di quelli che una ragazza di periferia che consegna i giornali e la posta del mattino, vestita con gli stracci del mercato e le scarpe dei cinesi guarda con timore e reverenza, senza osare alzare lo sguardo, cercando di rendersi invisibile.
Lui la vedeva ogni mattina, ma non l’aveva mai guardata. Di questo Flavia era sicura.
Anzi, adesso che lui le stava leccando per bene la punta degli stivali di vernice nera, ne era assolutamente certa. Lo aveva fatto spogliare nudo lasciandogli solo la cravatta, come a ogni altro incontro; gli aveva detto che quello era il suo guinzaglio, il simbolo della sua sottomissione, ma lui non sapeva che nel cassetto del comodino di Flavia c’era un collare con guinzaglio, un vero collare da cane bulldog, acquistato appositamente per il nuovo cliente che si era presentato in chat come “Fervente schiavo, disposto a tutto per i favori della Domina”.
Sì, perché Flavia da un po’ di tempo si faceva chiamare Domina. Non era facile sbarcare il lunario con quello stipendio da fame che avrebbe preso ancora per un mese o due. All’università ormai aveva rinunciato da un po’, e ci soffriva, lei, la migliore, la migliore di tutti.
Prostituirsi, ultima res: che schifo scopare con degli sconosciuti che ti sbavano addosso! No, non faceva per lei.
Aveva cominciato con le telefonate per poi passare alle chat erotiche, le videoconferenze come le chiamava lei, ma non aveva mai incontrato nessun cliente di persona, anche se tutti – proprio tutti – glielo avevano chiesto, bella com’era!
Poi, dopo aver visto una trasmissione in tv, l’idea luminosa: diventare Mistress. Era stato facilissimo. Divertente. Divertentissimo, perché non era nemmeno obbligata a fare del sesso con i clienti.
Be’, qualche volta sì, quando era così eccitata da non poterne proprio più. Certe volte Flavia si lasciava andare e usava gli uomini per darsi piacere. Le piaceva immobilizzarli, tormentarli, negar loro l’appagamento e prendersi il piacere dai loro corpi inermi.
E com’era brava! Che successo! Aveva la fila!
Era proprio quello che loro desideravano, diventare un oggetto nelle mani di una donna. Non aveva bisogno di utilizzare il proprio corpo per soddisfare i loro bisogni, le bastavano i giochi perversi ideati dalla sua mente brillante e qualche tocco sapiente. Altre volte concedeva a qualcuno di loro momenti di autentico delirio erotico per ringraziarli, in cuor suo, dei servigi che svolgevano per lei: pulizie, cucina, passaggi in auto… Un impresario costruttore le aveva persino ristrutturato l’appartamento, acquistato dai suoi con gli sforzi di due vite ormai terminate. Se ne erano andati lasciandole in cambio l’eredità pesante di un mutuo trentennale. Con il costruttore non era stato un cambio di favori alla pari, giacché lei gli aveva concesso qualcosa di più solo all’ultima seduta.
Nell’esatto istante in cui diventava Domina, tutto in Flavia si trasformava, il suo corpo, la postura, anche l’altezza. Il fascino perverso, tutto il sex-appeal nascosto sotto gli abiti dimessi esplodeva come un fuoco d’artificio quando costringeva le sue membra negli abiti di lattice.
Abiti?
Meglio chiamarli scampoli di plastica che, strizzando di qua e svelando di là, mettevano in mostra un corpo da urlo.
E tutti sbavavano, così come stava sbavando sulle sue scarpe il megadirettore galattico, strattonato con la cravatta e il sedere all’aria esposto ai colpi di paddle.
Ma Flavia non se l’era sentita di fargli mettere il collare da cane, proprio no. Non a lui. Non voleva perdere il rispetto per quell’uomo così potente.
E non lo aveva perso. Anzi, sperava ardentemente di riuscire a far bene il proprio lavoro, affinché lui fosse soddisfatto dei suoi servigi, perché in lei c’era quel timore reverenziale che il proletario, l’operaio, ha nei confronti del padrone e non riesce a sradicare l’inadeguatezza della sua condizione d’inferiorità nemmeno dopo secoli di lotte di classe.
Oppure era innamorata. Probabile. Deleterio! Distruttivo. Oh no, no. No!
Come poteva fare quello che doveva fare se, in cuor suo, pregava che lui si ribellasse? E pregava che fosse proprio lui a costringerla ai suoi piedi, a leccargli gli alluci. Tuttavia se era questo, l’asservirsi a una femmina, ciò che lui voleva, lo avrebbe aiutato, lo avrebbe alleviato del greve peso di decine, forse centinaia di famiglie che avrebbero perso il sostentamento se lui non avesse fatto bene il proprio lavoro. Di sé non le importava, non le importava perdere quello schifo di posto se non per via dei contributi e dell’accesso al mutuo, perché lei aveva altre entrate. Ma le importava per Massimo, che aveva cinquantadue anni e tre figli piccoli. Le importava per Carlotta, a cui quello stronzo del marito non passava gli alimenti per il figlio. Le importava molto.
E importava anche a lui: sì, Flavia lo sapeva che importava anche a lui, al megadirettore galattico che, con la guancia a terra e il sedere all’aria, stava aspettando i colpi del suo attrezzo di cuoio. Lo aveva capito da alcune frasi captate nel suo ufficio. E dal suo umor nero. Dal suo bisogno di lei.
«Alzati!» ordinò gridando, dopo avergli spinto la punta rossa del suo tacco a spillo contro l’ano, facendolo sussultare per il dolore. Chiunque, chiunque avrebbe urlato, pensò Flavia. Lui no.
«Grazie, Domina» disse solo, mestamente, a capo chino. «Ancora, se ti piace.»
«Mi piace, mi piace, ma no. Basta così. Ti lascerei il segno, sai che non mi va. Tirati su.»
Lui obbedì, si sollevò sulle ginocchia e lei lo sferzò davanti, colpendo l’erezione, non troppo forte, non troppo piano. Questa volta lui gemette, di dolore misto a piacere, trattenendo a stento le mani lungo i fianchi.
«Grazie, Padrona.» Flavia mosse un altro colpo. «Come tu vuoi, Domina. Grazie» gli sfuggì un singulto.
«Ora toccati, masturbati! Farà male, ma tu lo farai lo stesso. Per me» impose Flavia, decisa.
Non avevano fatto sesso, in nessuno dei loro incontri, però Flavia gli aveva concesso di raggiungere l’orgasmo ogni volta, con giochi sempre più perversi, senza mai permettergli di toccarla.
Ora sapeva il perché, l’aveva capito proprio in quell’ora di attesa tra la telefonata e il suo arrivo: se lui l’avesse toccata, lei si sarebbe sciolta, gli avrebbe concesso ogni cosa, si sarebbe sottomessa. E non era quello per cui era pagata.
Avrebbe dovuto rendersene conto già la prima volta, quando se l’era visto comparire davanti, “schiavo fervente”, sull’uscio del suo ingresso e il suo cuore aveva fatto un salto, minacciando di uscirle dal petto. Quella volta era stata brava, si era dominata e aveva fatto il suo lavoro nel migliore dei modi, agganciandolo con tutta la sua fantasia. Sì, la fantasia era la sua carta vincente, la fantasia che nasce dalla cultura che, anche se la vuoi sopprimere e nascondere dentro vestiti dozzinali o tutine di latex, esce e irradia come un raggio di sole fra le persiane chiuse in un mattino d’estate. Si erano incontrati una volta ogni quindici giorni, per due mesi, poi lui aveva voluto incontri sempre più frequenti, per gestire lo stress, aveva pensato Flavia.
Adesso era lì, in ginocchio sul suo tappeto, e lei lo avrebbe aiutato, lo avrebbe distratto, lo avrebbe appagato, soddisfacendo i suoi bisogni, senza appagare i propri. In fondo era per quello che veniva pagata. Profumatamente.
Incantata, lo stava osservando mentre con crescente lascivia faceva scivolare la mano sul suo membro, con un fare tutto maschile, completamente diverso dallo stesso gesto compiuto dalle dita di una donna. Il dolore era sparito dai suoi occhi, lasciando il posto al languore che rendeva acquoso il suo sguardo.
Stava lentamente scivolando nel piacere, era evidente, il piacere di essere riuscito a incatenare lo sguardo della sua Domina, pensò lui.
Probabilmente lei lo avrebbe punito, ma che importava? Era lì proprio per quello.
Forse lei gli avrebbe negato il raggiungimento dell’appagamento e forse, per ottenere il suo scopo, avrebbe usato il paddle che teneva fra le mani, oppure un altro attrezzo. Forse avrebbe usato quel grosso elastico nero per bloccargli la circolazione e costringerlo a un’esplosione dolorosa e prolungata. Forse la sua Domina avrebbe adoperato di nuovo quel piccolo stimolatore anale che gli aveva concesso l’orgasmo più potente che avesse mai sperimentato, procurandogli delle contrazioni così appaganti in parti del suo corpo che mai avrebbe pensato di usare. Aveva finto, quella volta. Aveva dissimulato il piacere che aveva provato sotto una maschera di dolore e ribrezzo che gli era costata cara, ma non aveva voluto mostrarle il suo entusiasmo per quella pratica. E poi, se lei avesse creduto che per lui era un’onta tanto grave, forse avrebbe usato altre volte quella “punizione”.
Solo il ricordo di quell’esperienza lo stava conducendo al limite. No, doveva abbassare lo sguardo immediatamente perché se fosse rimasto legato a quegli occhi enormi ancora per un istante sarebbe venuto, così, senza il permesso. E avrebbe diretto il suo getto contro di lei, sporcandola. Le avrebbe sporcato quegli short neri aderenti che lo stavano facendo impazzire. Non sarebbe riuscito a resistere e avrebbe lanciato il suo seme mirando al piccolo ombelico infossato, posizionato al centro di quel ventre così sensuale.
“Fermo, fermo, fermo! Ferma i tuoi pensieri” s’impose e chinò il capo. Chiese il permesso, umilmente: «Chiedo il permesso di venire, Signora» mormorò, trattenendo un ansito.
«No! Non ancora e non smettere» ordinò irata. Aveva alzato la voce per dissimulare il suo turbamento: era eccitatissima, come mai prima di allora. Avrebbe voluto inginocchiarsi davanti a lui, sdraiarsi ai suoi piedi, prenderlo in bocca, succhiarlo fino a farlo urlarle, ma non di dolore, di piacere! Non ricordava quasi più come si facesse. Aveva quasi dimenticato quanto fosse bello stare tra le braccia di un uomo che è tuo magari solo per qualche ora. Un bacio vero, una carezza… Ma non poteva cedere a certe debolezze: era un lavoro come un altro. «Continua! Ti fa male?»
«Sì» mentì lui. «Fa male, Domina, molto male.»
«Bugiardo» strillò e gli afferrò i capelli sul capo per fargli sollevare il volto. Alzò la mano con il frustino di cuoio per assestargli un colpo sulle labbra. «Godi! Ora! Subito!»
Lui obbedì, le labbra doloranti, poteva sentirle gonfiare e pulsare, così come le vene che si stavano tendendo sul suo uccello, tirandolo e aiutandolo a spruzzare. Flavia guardò il getto caldo spargersi sugli short e, più su, sul suo ventre nudo, vide colare le gocce sul suo pube.
«Leccalo!» sbraitò, fingendosi furiosa. «Leccalo tutto, fino all’ultima goccia!»
Lui inevitabilmente obbedì. Tirò fuori la lingua, si accostò, sollevato sulle ginocchia. Piegò il capo di lato, leccò prima la pancia scoperta, ripulì per bene l’ombelico da ogni stilla residua, vincendo la repulsione e il disgusto che il suo stesso sapore gli stava procurando, quasi si fosse trattato del seme di un altro, ma era eccitato, come non mai, come mai prima; stava tremando e ansava, faticando a regolare il respiro accelerato dall’orgasmo. Non stava calando, l’onda non stava calando! Non gli era mai capitato. In quel momento avrebbe voluto continuare ancora, avrebbe voluto scopare, scopare per davvero, altro che periodo refrattario!
«Grazie, Domina, grazie» bisbigliò grato, sentendo la mano di femmina toccargli la cappella gonfia, rossa e dolorante.
Flavia raccolse fra le dita le ultime stille imprigionate sulla punta. Gli insinuò l’indice fra le labbra, poi il medio. «Lecca! Pulisci tutto! Tutto quanto!»
«Sì, Domina. Grazie, Domina» e prese a leccarle le dita, anche se stava facendo fatica a respirare, gli mancava l’aria. Stava facendo anche l’improbo sforzo di trattenere i tremori del suo corpo. Se si fosse lasciato andare…
Eh sì, l’avrebbe distesa sul tappeto, le avrebbe strappato via il corsetto con la forza della disperazione e le avrebbe tirato giù quei pantaloncini neri così sexy per farle assaggiare il suo, di arnese di tortura.
“Che cosa sta facendo?” si domandò sconvolto, osservando le stesse dita che aveva appena ripulito con tanta cura, sbottonare l’automatico dei calzoncini e tirar giù la zip. Un istante dopo la sua lingua stava carezzando la fessura bagnata della sua Padrona con tutta la voracità di un assetato giunto a una fonte nel deserto.
«Puoi toccarti ancora, se lo vuoi» concesse magnanima, strattonando solo un po’ la cravatta per dirigergli la bocca nel punto giusto. Flavia cercò con tutte le forze di mascherare il desiderio che stava vibrando nella sua voce.
«Grazie, Padrona, uhm…» biascicò lui, eccitato, e rituffò le labbra fra le gambe appena divaricate di quella femmina che stava godendo di lui.
“Finalmente!” pensò. “Per quanto tempo l’ho desiderato. Ho desiderato procurarle un orgasmo dal primo istante che l’ho vista. Eccolo, eccolo qui! Sento gli spasimi. Che buon sapore… che profumo… che meraviglia… godo… sto godendo un’altra volta… finalmente!”
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.