«Lisa, sei in casa? Apri la dannata porta o la sfondo a spallate.»
La voce di Andrea Ruffini echeggiò sul pianerottolo.
«Vattene» rispose stancamente lei, sollevando appena la testa dal divano che accoglieva da giorni il suo corpo privo di flussi vitali.
«Lisa, se non mi fai entrare ti assicuro che accorreranno i vigili del fuoco a sirene spiegate tra meno di dieci minuti.»
Sì, Andrea Ruffini era portatore sano di quella lucida, inarrestabile follia che induce chi ne soffre a compiere gesti in grado di scatenare scalpore ai danni altrui. Chiaro che se ne fregava di far finire lei su tutti i giornali.
«Lisa, so che sei in casa e sto perdendo la pazienza.»
«Cosa vuoi, accidenti a te» gli sibilò in faccia dopo essersi trascinata alla porta e aver socchiuso il battente, determinata a mandarlo all’inferno alla svelta. Trasse un sospiro frustrato notando l’anziana vicina di pianerottolo sulla soglia dell’appartamento di fronte. Fissava Andrea come se fosse un maniaco sessuale in piena crisi di astinenza, e pronto a entrare in azione con ogni donna tanto incauta da sottovalutarlo. La signora Assunta era più arzilla di una ultratrentenne in carriera, appunto, e per eccesso di prudenza aveva il vizio di chiamare il 113 alla minima bazzecola.
«Va tutto bene, Lisa?» Inquisì la vecchia, passando in rassegna Andrea con gli occhi indagatori di un detective super allenato a riconoscere ogni delinquente e mascalzone in circolazione.
«Sì, Assunta, è tutto okay» ripose Lisa a precipizio. «Lui è…»
«Il fidanzato di Lisa» la prevenne Andrea tempestivo, sfoderando dal fornito repertorio di conquistatore seriale il più ammaliatore dei sorrisi. Ci riuscì, ovviamente, fulminando la povera Assunta sulla via di Damasco come qualsiasi femmina che avesse a che fare con lui.
E prima che Lisa avesse l’agio di smentirlo, venne sospinta dentro casa senza tanti complimenti. «Che diavolo vuoi?» lo assalì, respingendo dagli occhi la massa arruffata dei capelli. Era altresì conscia delle miserevoli condizioni in cui versava. Non si toglieva quel vestito da giorni, cioè da quando aveva avuto il burrascoso faccia a faccia con quel megastronzo di Damiano, che potesse schiattare. Si dolse di non avergli detto che come amante valeva meno di una schiappa. Più che un amplesso, era stata una toccata e fuga. Lisa aveva attribuito la poco esaltante perfomance sessuale all’abbacchiato stato d’animo di lui, convinta che la prossima volta se la sarebbe cavata un tantino più decorosamente, ma forse il meglio delle sue prestazioni era la deludente ejaculatio praecox sperimentato da lei.
«Cosa voglio? Non lo immagini?» lo sguardo furioso di lui sembrava trafiggerla. «Ti sei imposta la volontaria clausura, per caso?»
«Rammentavo di averla fatta finita con te, Andrea» lei arretrò sino a un angolo in penombra del salotto. Era a dir poco umiliante apparire in modo così sciatto agli occhi scrutatori di Andrea.
«Tu l’hai fatta finita, non io.»
«Non ricominciare a cavillare! Che cosa vuoi?»
«Sono rientrato da un breve viaggio in Cina e sono venuto in agenzia per vedere se ti eri rabbonita nei miei confronti.
«Non lavoro più alla D&M.»
«Sì, mi è stato comunicato da una scopa travestita da donna che si è pomposamente presentata come la futura moglie del titolare. E tu? Non eri in società con Ferrero?»
«Liquidata con un calcio nel mio rotondo didietro.»
«Caspita, i tuo lui ti ha dato il benservito, eh?»
«Ovviamente mi rivolgerò a un avvocato fornito di agguerriti zebedei affinché possa dirimere legalmente la questione economica.»
Lui incrociò le braccia. «Bah, invece di rallegrartene e festeggiarne la lieta dipartita ti sei barricata qui a piangerti addosso, scordando che c’è un uomo meraviglioso che vale cento volte quel figlio di puttana che ti ha spremuto fino al midollo.»
«E saresti tu l’uomo meraviglioso?»
«Perché, avresti qualche perplessità in proposito?»
«Ti ho visto con quella bionda sexy che ti portavi a spasso!»
«Bionda sexy?» lui sembrò genuinamente stupito.
«Bomba sexy la definisce meglio» sottolineò Lisa aspra, fissandolo con animosità. «Le sorridevi con stucchevole melensaggine sciorinando il fare complice che lega due amanti, l’ho verificato io stessa.»
«Mi stai facendo una scenata di gelosia, mia Keezheekoni?» Andrea era visibilmente lusingato.
«Ma figurati! Mi ha solo indispettito constatare che a parole eri pazzo di me, ma che i fatti dimostravano il contrario.
«Quella bionda è soltanto una a cui ho dato un passaggio.»
«Non si sarebbe detto vedendovi insieme.»
«Lisa, ti giuro che era una qualsiasi.»
«Che accidenti significa Keezheekoni?»
«Significa fuoco che brucia in lingua Cheyenne, e tu sei davvero fuoco che arde, Lisa. Dietro quegli ingannevoli, liquidi occhi verdi che offri al mondo si cela una guizzante, calda fiamma interiore che solo io ho saputo vedere, e che magari in questo preciso momento vorresti magari usare per incenerirmi, ammettilo.»
«Sei molto perspicace. Sei stato davvero con gli Cheyenne?»
«Oh, sì, e mi chiamavano Ho’ Nene, mayun.»
«Ossia?»
«Il lupo, Lisa. Ho ricevuto da loro più di quanto io abbia dato in cambio a quella gente, sai. Ho appreso da uno straordinario uomo di medicina che il quieto splendore della vita è la capacità di vivere consapevolmente il presente. L’oggi è un dono che dobbiamo preservare anche quando la vita ci colpisce con crudeltà.»
«È tutto molto interessante ma non sono dell’umore adatto per dissertare sui dialetti dei pellerossa, Andrea. «Ti spiace andartene?»
«Keezheekoni, sono innamorato di te, come potrei provare interesse per un’altra donna, fosse anche miss universo?»
«Senti Andrea, io vorrei che…»
«Avanti, fatti una doccia, truccati e smetti di sprecare pensieri e te stessa per il fottutissimo mega stronzo che non ti merita.»
«E io non merito te, Andrea, perché…» lei non poté finire la frase: tutto le si oscurò davanti agli occhi e vide la moquette venirle incontro.
***
La prima cosa che Lisa mise a fuoco quando riprese i sensi fu l’ansioso volto di Andrea chino su di lei. «Ti senti meglio?»
Lei annuì e sfuggì il suo sguardo.
«Sei incinta, Keezheekoni? Pur nella scarsa esperienza di cui dispongo, di solito le donne svengono in circostanze analoghe.»
«Credo di esserlo.»
«Il bambino è mio?»
Lisa si tirò a sedere sul letto dove Andrea l’aveva adagiata e rabbrividì convulsamente benché fuori splendesse il sole. «Non lo so.»
«Come sarebbe a dire?» la fissò accigliato.
In tono basso e mortificato, lo mise al corrente di come erano avvenute le cose, senza avere la forza di incontrare i suoi occhi, che avvertiva fermi su di sé.»
«Lisa, guardami…»
Lei lo fece e deglutì, disarmata dall’intensità del suo sguardo.
«Nulla esclude che potrebbe essere mio figlio, giusto?»
«No, in effetti.»
«E comunque un bambino ha bisogno di un papà, sei d’accordo? Lo so che rappresento un palliativo, ma anche a te starà a cuore la serenità del pargoletto in arrivo, suppongo.»
«Mi stai chiedendo di sposarti?» la voce le uscì in un soffio.
«Possiamo anche convivere se il matrimonio ti sembra impegnativo. Per quanto riguarda l’agenzia, come avresti potuto occupartene nei prossimi mesi? Dunque all’inferno il miserabile paparazzo e lo squallido manico di scopa con cui se la fa. Sono degni uno dell’altro, non ti pare?»
«Sì, Andrea» bisbigliò lei, deglutendo il nodo che le si era formato nella gola dopo aver ricevuto da lui l’ennesima proposta di matrimonio.
«Sì? Lisa, significa che… mi sposi?»
Lei poté solo annuire, incurante che le lacrime le rigassero il viso. Come poteva non piangere quando il destino le sorrideva così benevolo?