Ivy si presentò in palestra quella sera con il cuore che le batteva come un tamburo impazzito. C’era qualcosa di nuovo nell’aria, una scintilla che la rendeva elettrizzata all’idea di riprovare, ma dentro di sé, una piccola voce le sussurrava di non farsi troppe illusioni.
Cosa sarebbe successo se anche questa volta non fosse riuscita a superare il suo blocco?
Tuttavia una nuova consapevolezza la attraversò, come un'onda improvvisa che la coglieva impreparata. Non voleva deludere Rhett.
In fondo, non si trattava solo di lei, della sua paura o delle sue insicurezze. C’era qualcosa in lui che la intrigava, qualcosa di inaspettato, che andava oltre il semplice aspetto fisico. Era sempre stato un bel ragazzo, ma ora era un uomo che strappava il respiro, ciò nonostante aveva anche una profondità negli occhi, una determinazione silenziosa che la sfidava senza mai forzarla.
Ogni parola che le aveva detto la sera precedente, ogni gesto, sembravano costruire attorno a lei una rete, invisibile ma solida, una sicurezza palpabile.
Non voleva fuggire né da lui né da quella dannata afefobia.
Rhett le trasmetteva solidità senza nemmeno sfiorarla e quando il silenzio denso della palestra la fagocitò, Ivy sentì il cuore batterle forte in gola mentre contemplava la figura ingombrante e muscolosa di lui nel centro della palestra, che la guardava con un’espressione che oscillava tra la pazienza e la fiducia. Muovendosi verso di lui si sentì più forte di quanto non fosse mai stata.
Non voglio deluderlo pensò tra sé intanto che il tremore che aveva provato qualche istante prima in macchina cominciava a svanire, sostituito da una sensazione nuova, più decisa e calorosa.
Il pavimento della palestra brillò sotto la luce calda e soffusa dei neon a soffitto, e il profumo familiare di pelle e cuoio dei sacchi da boxe appesi le riempì le narici.
Un fremito le attraversò la schiena, e un piccolo fuoco di speranza la spinse verso di lui.
«Sei pronta, Piccola Ape?» le chiese Rhett mentre un sorriso storto gli piegava le labbra. «Avanti, mostrami il tuo pungiglione.»
E lei lo fece.
Ivy si avvicinò con passi esitanti, il cuore che le martellava nel petto come se stesse correndo una maratona, pur restando immobile. Ogni movimento sembrò più lento del precedente, ma la forza di volontà la spinse un po' più vicino a lui. Si agganciò a quegli occhi blu tempesta, non riuscendo a distogliere lo sguardo da lui, che, nel frattempo, si era già messo in posizione, le gambe piegate, pronto a iniziare.
La guardò intensamente, come se volesse fissare ogni sfumatura dei suoi pensieri, leggendole nella mente. Poi, con calma, le disse qualcosa che la colpì più di quanto avrebbe voluto ammettere.
«Questa sera non lavoreremo su nessuna mossa, Ivy. Solo sul contatto delle nostre mani.»
Quelle parole dolci ma decise le sfiorarono l’anima. Una brezza leggera che la lambì appena un attimo prima che iniziasse a sentire una stretta allo stomaco.
Il contatto delle mani. Non doveva essere così difficile, vero? Eppure, ogni fibra del suo corpo sembrò gridare il contrario.
La sua pelle si ritrasse involontariamente, come se volesse scappare in un angolo sicuro dove nulla potesse toccarla. Un’improvvisa ondata di nervosismo la colpì, ma cercò di mascherarla, come sempre, con un respiro profondo.
«Solo le mani, Piccola Ape» ripeté lui. «Ricordati, dopo ieri sera non siamo più estranei.»
Il battito del suo cuore aumentò ancora di più, quasi a volerle saltare fuori dal petto, ma provò a tranquillizzarsi.
Mi fido di lui. Gridò la parte più segreta e recondita di lei, quella che nonostante tutto desiderava sfiorargli la mano e sentire al tatto la consistenza soda e calda che doveva avere la pelle di Rhett.
Questo sarebbe stato un piccolo passo. Un primo passo. Avrebbe dovuto riuscirci, o almeno provarci.
Si fermò a pochi passi da lui, il respiro che ormai si faceva pesante e il suo sguardo incontrò quello di quel pugile dannato e bellissimo, che un tempo era amico di suo fratello Billy.
Lui era così calmo, così sicuro, come se non fosse mai stato sfiorato dalla stessa paura che invece paralizzava lei.
«Ok» sussurrò Ivy, senza più guardarsi indietro.
Avrebbe provato. Si sarebbe lasciata guidare, e magari, per la prima volta, avrebbe lasciato che qualcosa o qualcuno, lui in particolare, la portasse fuori dalla sua gabbia invisibile.
Ivy appoggiò il palmo a quello di Rhett, e quel semplice gesto sembrò congelare il tempo. Un brivido sottile percorse il suo corpo, come se ogni fibra del suo essere si fosse risvegliata, vibrando sotto il tocco di lui. Il respiro le si fece più lento mentre il cuore batteva più forte. Una cascata impetuosa che dirompente rompeva gli argini.
La pelle parve scottarsi dal calore di lui, eppure Ivy non riuscì a distogliere lo sguardo, era come se quel contatto fosse l’unica cosa che contasse in quel momento.
Un senso di vertigine la assalì, ma non di paura.
«La tua mano è…»
«Cosa?» sussurrò lui restando immobile.
Le dita di Ivy tremarono leggermente sotto il peso di quella connessione. Foglie che si lasciavano trasportare dal vento, mentre il resto del corpo sembrava voler resistere, trattenendo ogni frammento di quel momento.
«Calda» sussurrò lei.
Rhett le sorrise e muovendo appena i polpastrelli parve volerla sfiorare.
Era solo un tocco, eppure a Ivy sembrò di essere caduta in un abisso, senza sapere se stesse per affogare o volare.