Londra, Regno Unito, oggi
«Ma dove accidenti ho la testa?»
Amelia Baxter se lo ripeté per l’ennesima volta mentre consultava freneticamente il cellulare. L’app sosteneva che subito dietro l’angolo ci fosse una pasticceria ancora aperta.
Accelerò il passo, la borsetta che le sbatteva contro il fianco, i tacchi che tamburellavano il marciapiede pieno di pozzanghere. Ad aggiungere maggior difficoltà alla sua sfida contro il tempo, aveva preso a cadere una pioggerellina sottile e uggiosa. E, ovviamente, dato che quando era uscita di casa al mattino non c’era neanche una nuvola in cielo, non aveva pensato di portare con sé l’ombrello.
«Stupida smemorata!»
Chi non ha cervello abbia gambe, affermava il detto. Così Amelia, all’uscita dal lavoro, quando si era ricordata finalmente che accidenti di giorno fosse, si era gettata nel via vai londinese per cercare il dolce che aveva promesso alla sua migliore amica.
Peccato che a quell’ora tutte le pasticcerie che aveva visitato fossero chiuse.
Quella dietro l’angolo non fece eccezione.
«Oh, no!» ansimò.
Fissò la vetrina buia, il pomolo dorato della porticina di legno scuro su cui penzolava il cartello che recitava inesorabile: Closed.
«E adesso chi la sente Carol?»
Il pensiero della delusione negli occhi dell’amica la riscosse. Infilò nella borsetta il telefono, con la stizza di chi si sente tradito dal fido compagno delle sue giornate, sollevò il giacchetto impermeabile sopra la testa per proteggersi dalla pioggerella e riprese a camminare lungo la via ormai alla cieca.
Ogni attimo che passava le sue speranze di reperire un bel dolce evaporavano come la caligine che aleggiava sulle acque del Tamigi. Certo, avrebbe potuto ripiegare su qualche ciambella o muffin da McDonald, quello era sicuramente aperto, ma Carol diceva sempre: Se tanto devo farmi male con gli zuccheri, che almeno ne valga la pena.
Le aveva promesso una torta per festeggiare il suo trentesimo compleanno, ma tra il lavoro e i vari impegni, se ne era dimenticata.
Si sentiva un verme.
Curvò le spalle, mortificata e affranta. Ormai era fatta, si stava facendo tardi: tanto valeva ammettere la sconfitta e andare a confessarle le proprie colpe.
Si guardò intorno, strizzando gli occhi sotto la pioggerellina insistente che si stagliava nei fari gialli delle auto lungo la strada. Una sottile foschia imbozzolava i lampioni che lottavano per rischiarare il marciapiede sempre più spopolato, mentre le luci dei negozi intorno si spegnevano una a una. Con quella serataccia, la gente si rintanava nei locali notturni o nelle proprie case, all’asciutto. Una piccola libreria e un negozietto di tisane avevano già chiuso i battenti, mentre un odore penetrante filtrava dalla porta di un kebab bar, accompagnato da musica araba di sottofondo. Doveva essersi allontanata un bel po’ da Covent Garden: nella frenesia di trovare una pasticceria non aveva badato molto a dove stesse andando.
Si accostò al ciglio della strada, la mano alzata per fermare un taxi e farsi riportare indietro, quando dall’altra parte della via la scorse.
L’insegna illuminata all’angolo di un piccolo edificio di mattoni rossi. La vetrina lucida che sporgeva sotto una tenda rosata, mettendo ancora in bella mostra i suoi prodotti.
Una pasticceria.
Lasciò ricadere il braccio lungo il fianco e, senza star troppo a rifletterci, si gettò di corsa in strada, zigzagando tra le auto imbottigliate nel traffico, con il terrore di vedersi chiudere il negozio davanti.
«Scusate, scusate, è un’emergenza!»
Trafelata, inseguita dai clacson inferociti, riuscì a raggiungere il marciapiede opposto. Afferrò il pomolo della porticina e spinse.
Ti prego, fa che si apra.
Si schiuse con il tintinnio acuto di un campanello.
All’interno la accolsero un piacevole tepore e un’ancor più gradevole fragranza. Dietro i vetri erano esposti cheesecake e torte di ogni genere con cioccolato, panna e frutta assortita, strudel, bomboloni ripieni, nonché vassoi ricolmi di biscotti di varie forme e glassature - a stella, a semiluna, a fiocco di neve, a pupazzo -, di mandorle e nocciole di marzapane, al miele, allo zenzero e alla cannella. Aveva tutto un aspetto più che invitante.
«Buonasera, signorina.»
La voce aveva un lieve accento tedesco e proveniva da dietro il bancone.
«Buonase...» cominciò a rispondere meccanicamente, sollevando gli occhi da quella distesa di dolci, per poi bloccarsi e rimanere senza fiato.
Davanti a lei si stagliava il più bell’uomo che avesse mai visto. Era alto e biondo come un vichingo, la carnagione chiara su cui spiccavano due iridi azzurre come il cielo più terso, e il fisico atletico e slanciato che il grembiule bianco non riusciva a nascondere.
Bellissimo, sì, non c’era altro modo per definirlo.
L’uomo le rivolse un sorriso gentile. «Posso fare qualcosa per lei?»
Solo allora Amelia si accorse di essere rimasta imbambolata, la bocca mezza aperta, per almeno dieci secondi buoni, e allo stesso tempo tornò consapevole del fatto di essere bagnata da capo a piedi, con i ricci umidi appiccicati sulla fronte e l’acqua che le grondava lungo l’impermeabile e i collant, raccogliendosi in piccole pozze sotto di lei.
Di certo in quel momento non era un bello spettacolo.
Tossicchiò, imbarazzata, desiderando che il pavimento potesse spalancarsi e ingoiarla.
«Io... sì, ecco, vorrei una torta, per favore» riuscì a farfugliare infine, sentendosi subito dopo un’idiota.
Una torta! Certo, che altro potrei cercare in una pasticceria? Devo averlo colpito con la mia sagacia.
L’uomo non si scompose e accennò con un ampio gesto del braccio al bancone. «Sono tutte fresche di oggi. Ha già qualche idea sul tipo?»
«Non saprei, sembrano tutte squisite. È per il compleanno di un’amica» proferì lottando per concentrarsi sui dolci e non sulle spalle ampie e possenti del commesso o sulle sue labbra che parevano l’opera di uno scultore del calibro di Michelangelo. «Qualcosa che le tiri su il morale… ha lasciato il fidanzato da poco.»
Si morse le labbra.
Ma perché stava raccontando a quel tipo gli affari suoi e di Carol? Perché la lingua sembrava aver deciso di muoversi per conto proprio?
L’uomo annuì con aria comprensiva. «Capisco. Sono momenti difficili. Lei è fidanzata?»
«No.»
«Ah» fu l’unico commento, poi l’uomo si chinò a indicarle due delle torte più belle esposte. «Se alla sua amica piace il cioccolato consiglierei una Sacher, se volete andare sul sicuro. Oppure questa Foresta Nera, a patto che mangi le ciliegie.»
«Le adora.»
«Oh, beh, allora sono entrambe due valide opzioni. Quale preferisce?»
Le torte! Concentrati sulle torte.
«Quella, per favore» disse indicando la Foresta Nera.
«Ottima scelta. La incarto subito.»
Aveva delle mani grandi, ben curate. Affascinata, Amelia le osservò mentre prelevavano la torta dal bancone, la ripotevano nell’apposito cartone e digitavano il costo sul registratore di cassa. Mentre le passava il pacchetto, le loro dita si sfiorarono per un istante.
Erano piacevolmente calde e le lasciarono sulla pelle una sottile scossa elettrica.
«Ecco qua, signorina… posso sapere il suo nome?»
«Amelia» rispose subito lei, il cuore in gola. «Ma gli amici mi chiamano Amy.»
«Amelia...» ripeté lui, e per un attimo la donna pensò che volesse chiarire il fatto che non fossero amici. Certo, che film si stava creando? Aveva chiesto il suo nome soltanto per educazione, per scambiare due parole con una cliente. «È un nome che non merita diminuitivi. Ma guardi, ha smesso di piovere.»
Lei si voltò e strizzò gli occhi per sbirciare all’esterno. «Già, finalmente un po’ di fortuna.» Gli lanciò un’occhiata di sottecchi. «Ma la vera fortuna è stato trovarvi ancora aperti.»
L’uomo sorrise. «Spero che la sua amica gradisca la torta.»
«Grazie.»
Quando si richiuse la porta alle spalle, salutata dal trillare del campanello sopra di essa, anche il suo cuore vibrò all’impazzata.