L’urto le strappò l’aria dai polmoni e la lasciò senza fiato. D’istinto rotolò di lato, raggomitolandosi su se stessa.
Quando cadi, ammortizza e cerca di esporre meno parti vulnerabili possibili.
Il brandello di nozioni ripetute fino alla nausea le esplose nella mente insieme a una fitta di dolore, quando urtò il fianco contro qualcosa di duro. Per qualche istante rimase bocconi, stordita, lottando per rimanere cosciente.
Infine il velo che le era caduto davanti agli occhi cominciò a dissiparsi e il dolore allentò la morsa.
Si sollevò su un ginocchio, tossendo e sbattendo le palpebre. Sotto i palmi la consistenza ruvida della tela, e sotto di essa qualcosa di solido ma al tempo stesso malleabile.
Sacchi, realizzò. Sacchi di terra, o sabbia, o...
Farina.
Una spruzzata bianca era fuoriuscita dal punto in cui era caduta e la polvere le aveva sporcato le mani e i jeans, oltre che stringerle la gola.
La cosa dura contro cui aveva urtato invece era una grossa sbarra di ferro. Una delle tante che la circondavano.
Si trovava in una gabbia.
Un mugolio la fece balzare in piedi insieme a un fiotto di adrenalina. Nella penombra rischiarata da un bagliore rossastro, una sagoma si agitava vicino a lei.
John si sollevò goffamente, anche lui sporco di farina dalla testa ai piedi. Doveva aver cercato di trattenerla nella caduta, con l’unico risultato di precipitare insieme a lei.
Ma dove?
Amelia si guardò intorno. Erano in un vasto ambiente sotterraneo che a prima vista sembrava una cantina o una specie di magazzino, dato che era pieno di sacchi da ogni parte. Il soffitto era alto e in esso, troppo lontano anche solo per pensare di raggiungerlo, si apriva un piccolo rettangolo di luce: la botola che si era aperta, ingoiandoli, nascosta sotto gli spessi tappeti del salone.
Chi accidenti tiene una botola in casa per scendere in cantina?
Il chiarore rossastro invece proveniva da un grosso forno in pietra che occupava un intero angolo del vasto ambiente. La sua apertura pareva una grande bocca infuocata. Accanto a esso erano appoggiate pale e altri strumenti da cucina, mentre su un tavolo di legno massiccio vassoi di torte e biscotti erano adagiati a raffreddare. Una fragranza calda e deliziosa aleggiava nell’aria.
«Stai bene?» John le si avvicinò barcollando, tenendosi una mano sulla tempia.
«Non dovrei avere nulla di rotto» rispose, più duramente di quanto intendesse. «Dove siamo finiti?»
«Nel laboratorio di pasticceria di Greta.»
Amelia indicò le sbarre. «E ci tenete un’enorme gabbia da uccelli?»
«Mia sorella...».
«Tua sorella è una psicopatica!» proruppe lei, la voce che si faceva stridula, nonostante cercasse di tenere sotto controllo il panico che stava montando.
John non si affannò a negare e si prese la testa tra le mani. «Non credevo che sarebbe arrivata a tanto, anche se avrei dovuto immaginarlo.»
Sembrava così affranto che dovette ricacciare indietro l’impulso di avvicinarsi a lui per consolarlo. Gli voltò le spalle per esaminare le sbarre alla ricerca di una via di fuga. «Ti ha chiamato Hansel.»
«È il diminutivo di Johannes… cioè John.»
«Già, come nella fiaba di Hansel e Gret...». Si bloccò mentre pronunciava queste parole.
Hansel e Gretel.
O Greta?
Tornò a girarsi lentamente.
John sostenne il suo sguardo con aria colpevole.
«Fammi capire: i vostri genitori vi hanno davvero chiamato come i protagonisti della famosa fiaba dei fratelli Grimm?»
«Non proprio.» John spostò il peso da un piede all’altro, poi parve prendere una dolorosa decisione. «I nostri genitori ci hanno abbandonati in un bosco in un periodo di carestia, perché non avevano abbastanza soldi per sfamarci tutti quanti. La prima volta sono riuscito a ingannarli usando dei sassolini per ritrovare la strada. La seconda volta ho dovuto usare delle briciole di pane e gli uccelli le hanno mangiate, così io e Greta ci siamo persi, fin quando non abbiamo trovato...».
«Una casa di marzapane?» sbuffò Amelia.
Voleva essere una battuta, ma John annuì serio.
Mortalmente serio.
«Esatto. Vi abitava una strega, che attirava là i bambini con i suoi dolci per divorarli. Ricordo che mi teneva in questa gabbia.» Rabbrividì. «Greta è riuscita a spingerla dentro al forno, salvando entrambi.»
Amelia lo fissava. «Stai dicendo sul serio?» domandò. «Vuoi farmi credere di essere il protagonista di una fiaba vecchia di oltre duecento anni?»
«Ne ho duecentoventiquattro, per la precisione.»
«Stai scherzando!?»
Chiaramente stava scherzando per sdrammatizzare quella situazione assurda. Oppure era pazzo, lui e la sorella, ed era finita nelle grinfie di due psicopatici serial killer. Amelia non sapeva più cosa pensare.
«La casa nel bosco della strega era imbevuta di un’antica magia. Uccidendola, io e Greta ne siamo diventati in qualche modo i proprietari, ereditando con essa il suo enorme tesoro di oro e gioielli, che ci ha permesso di vivere nell’agio fino a ora, quanto la sua prodigiosa longevità.» A quelle parole un capogiro la colse, stordendola. «Per questo siamo costretti a spostarci spesso da un luogo all’altro, non appena la gente comincia ad accorgersi che il tempo per noi non passa. Abbiamo vissuto in quasi tutte le città della Germania e siamo fuggiti in Inghilterra negli anni Quaranta del secolo scorso, quando abbiamo visto di nuovo le persone bruciare nei forni. Ci siamo stabiliti a Eynsford una quindicina di anni fa, ma abbiamo dovuto chiudere anche qui la pasticceria e spostarci a Londra. In una grande città è più facile mimetizzarsi, la gente ha troppa fretta per badare a te e ti guarda a malapena.»
Tacque, curvando le spalle, attendendo una sua reazione.
Amelia avvertiva la mente ovattata, come se stesse vivendo in un sogno.
«Questa gabbia è quella della strega nel bosco?»
«Sì, io e Greta abbiamo portato via dalla sua casa tutto ciò che abbiamo potuto. La magia è preziosa e ne è rimasta poca di questi tempi.»
«E tu e tua sorella siete davvero quegli Hansel e Gretel della fiaba divenuti immortali.»
«Esatto.»
Amelia scosse la testa. «Tutto questo è… è pazzesco.»
«Lo so» annuì John con una risata amara. «Lo pensavo anch’io. Puoi immaginarti come mi sono sentito, quando mi sono reso conto di non invecchiare, mentre tutto ciò che amavo era destinato a morire. La mia prima moglie, Hannah…». Deglutì. «Mi ero ripromesso di non caderci più, di non innamorarmi mai più di nessuno, ma come dice mia sorella, sono uno stupido sentimentale. Lei mi aveva avvertito di starti lontano, ma non ne ho voluto sapere. Mi piacevi, davvero, e per un po’ mi sono permesso di pensare che forse, io e te...». Scosse la testa. «Mi dispiace. Ho combinato un casino per il mio egoismo.»
Un casino. Era un eufemismo per descrivere quella situazione. Eppure, tutta quella storia era effettivamente troppo assurda per essere inventata.
Amelia si lasciò cadere seduta tra i sacchi di farina, completamente sconvolta.
«Perché non me l’hai detto prima?»
Lui la fissò. «Mi avresti mai creduto?»
Amelia distolse lo sguardo. Non gli credeva del tutto neanche in quel momento, rinchiusa in una gabbia stregata in una casa piena di roba vecchia di secoli, di magia e di gente fatta di marzapane a cui si staccano gli arti come nulla fosse.
Portò le ginocchia al petto e vi appoggiò il mento.
«E adesso cosa facciamo?»
John aprì la bocca, ma fu la voce di Greta a rispondere al suo posto.
«Adesso inforniamo!»