Chicago, diciotto anni prima…
Era mezzanotte, tutto era avvolto nel buio, e il bambino era terrorizzato.
Disteso in un enorme letto a baldacchino che lo faceva sentire ancora più solo, teneva la piccola testolina affondata nel cuscino e le coperte tirate fino al mento, lasciando spuntar fuori solo gli occhioni spalancati: due iridi del colore dell’ambra più pura, sgranate, puntate sulla finestra che si spalancava nella parete come un’enorme voragine sull’abisso.
All’improvviso una saetta squarciò il cielo nero come la pece, attraversandolo da parte a parte. Seguì un boato spaventoso, poi i nembi scuri riversarono il loro pesante carico sulla terra, flagellandola senza pietà, mentre il vento, ululando di rabbia, si scagliava contro la barriera di vetro che lo teneva fuori dalla stanza, come se fosse sul punto di infrangerla da un momento all’altro.
Il piccolo urlò quando le ante si spalancarono e le violente raffiche di vento gelido, miste a pioggia, invasero vittoriose la camera. Scoppiò in lacrime e si rifugiò sotto le coperte, prima abbracciandosi il corpicino tremante, poi mettendosi le mani sulle orecchie per far smettere quei rumori che lo spaventavano a morte.
In seguito non avrebbe saputo dire per quanto tempo fosse rimasto là sotto, ma a un certo punto la sua misera protezione venne spazzata via e lui si ritrovò in balìa di una tempesta ben più pericolosa della furia della natura.
E udì la voce.
Quella voce che aveva imparato a temere.
Sferzante.
Dura.
Autoritaria.
«Che hai da frignare come una dannata femminuccia?» sibilò suo nonno, Carmine Cannizzaro, agguantandolo malamente per un braccio. Lo scosse con vigore. «Sono solo due gocce di pioggia.»
Il bambino spalancò gli occhi e sollevò lo sguardo verso l’uomo alto e imponente che lo sovrastava, facendolo sentire ancora più insignificante. Ingoiò a vuoto un paio di volte, si massaggiò il braccio dolorante e aprì la bocca per parlare.
«I-io… nonno, h-ho pa-paura… i-il tempora-le… vo-voglio la mi-mia ma-mamma…» mormorò in un sussurro.
Lo sguardo dell’uomo si incupì, divenendo ancora più minaccioso. «Tua madre non ti vuole più, quante volte te lo devo ripetere?» sibilò al nipote. «Gli eri d’intralcio. Ti ha abbandonato per sposarsi con un altro uomo, ad appena sei mesi dalla morte di mio figlio. È solo una puttana e tu non devi più pensare a lei. Te lo proibisco, capito?»
«No… no-non è vero! Mi-mia madre mi vuole bene!» dichiarò il bambino, un lampo di sfida negli occhi così simili a quelli dell’uomo che gli stava di fronte. Un tratto che sia lui che suo padre avevano ereditato da Carmine Cannizzaro.
«Oh, ma davvero?» replicò il nonno, sprezzante. «Allora dov’è? Non si è fatta viva nemmeno per farti gli auguri per il tuo compleanno. A quella stronza non importa nulla di te, non ti è ancora entrato in quella zucca vuota?» Picchiò sulla testa del piccolo con due dita, come se volesse inculcargli a forza dentro il concetto. «Non ha saputo nemmeno crescerti come si deve. Ma guardati…» Sputò quelle parole con disprezzo, riservandogli la stessa occhiata che avrebbe rivolto a un verme schifoso. «Te la stai facendo sotto per un cazzo di temporale. Mio nipote, sangue del mio sangue e futuro capo del clan dei Cannizzaro. E tu dovresti prendere il mio posto? Guidare la Famiglia? I nostri nemici tremano, al solo udire il nostro nome; invece mi ritrovo tra le mani un codardo che vuole ancora la mamma per attaccarsi alle sue sottane. Ma ora basta… ci penserò io a farti diventare un uomo, fosse l’ultima cosa che faccio nella vita. E se dovrò spezzarti, per riuscirci, lo farò.»
L’uomo tornò a serrargli il polso in una morsa e lo trascinò via dal letto, incurante dei suoi piedi nudi e del freddo gelido che il leggero pigiamino non riusciva a tenere a bada. Lo costrinse a percorrere il lungo corridoio e a scendere le scale, poi si diresse verso la porta d’ingresso, spalancandola e sospingendolo fuori.
Furono zuppi entrambi in un attimo, ma Carmine non pareva far caso alla pioggia scrosciante che gli scorreva sulla faccia granitica e gli infradiciava i vestiti. Quando raggiunsero la dependance che ospitava i suoi uomini più fidati, che vivevano con loro alla villa per proteggerli da qualunque minaccia, sbatté il pugno sulla porta.
Due volte.
Pochi secondi e l’uscio si spalancò, quindi un uomo vestito di tutto punto, la pistola in pugno, venne ad aprire. Era Sean, il braccio destro del boss.
«Che succede, capo?» disse subito, lasciando scivolare lo sguardo sul bambino tremante. Nessun sentimento di pietà o di compassione sfiorò i suoi occhi scuri.
«Devi portare il moccioso dal Boia, lui saprà cosa farci!» ordinò Cannizzaro.
Sean sollevò un sopracciglio. «Adesso?»
«Adesso! Sempre che non sia già troppo tardi, per lui!» annuì Carmine.
«Per quanto?»
«Per quanto sarà necessario!»
«Ho capito» replicò Sean con un rapido cenno d’assenso. «Sarà fatto.»
Il capoclan lasciò il nipote con il suo tirapiedi e si diresse di nuovo verso la grande villa padronale, senza rivolgergli un’altra parola, senza voltarsi indietro. Il rumore della porta che si chiudeva alle sue spalle fu sovrastato dal fragore del tuono.
Qualche minuto dopo il bambino era già in macchina con Sean, diretto chissà dove. Aveva il cuore colmo d’angoscia e non riusciva a smettere di tremare. Se più per il terrore di ciò che l’aspettava o a causa delle membra gelide, era impossibile stabilirlo.
Ci vollero venti minuti per arrivare a destinazione, poi, dopo essersi annunciati al citofono, varcarono un cancello in ferro battuto che immetteva in un viale sterrato. Sean guidò in religioso silenzio fino a un edificio di mattoni dal colore indefinibile e dall’aria cupa che si stagliava contro il cielo squassato dal temporale, come se fosse stata vomitato dalla terra stessa.
Quando aveva sentito nominare il Boia, il bambino si era immaginato una figura terrificante, un omone armato di una grossa ascia, tipo uno di quei cattivi dipinti nei libri di favole che sua madre gli leggeva prima di andare a letto, la sera.
L’uomo che lo aspettava oltre la soglia della magione non aveva alcun’arma con sé, ma non era meno spaventoso: basso, calvo e curvo, come se portasse addosso il peso del mondo; gli occhi neri, freddi e spietati, sembravano pozzi senza fondo e il volto era deturpato da una cicatrice che partiva dall’occhio sinistro e terminava sul labbro superiore.
«Ma guarda chi abbiamo qui… Michael Cannizzaro! Tuo nonno mi ha raccontato di te.»
Quando parlò, quella voce gli mise i brividi. Era rauca e stridente, come se non fosse abituato a lasciarla venir fuori dalla gola. Ma ciò che lo spaventò di più fu il ghigno che gli distorse i lineamenti, che voleva assomigliare a una risata e che mise ancor più in risalto la tremenda cicatrice. «Quanti anni hai, Michael?»
«O-otto!» rispose.
«Otto, eh?» commentò il Boia, con aria meditabonda. «A nove io ho ucciso per la prima volta, guadagnandomi l’ingresso nella Famiglia.»
Michael spalancò gli occhi ambrati e fece istintivamente un passo indietro.
Il Boia lo afferrò per la giacca del pigiamino con la rapidità di un serpente e lo strattonò in avanti, fino a quando non se lo ritrovò a un millimetro dal naso. Ogni traccia di ilarità sparita dalla sua faccia. «Tranquillo…» sibilò. «Mi assicurerò che anche tu faccia il tuo dovere, quando arriverà il tuo turno. È una promessa.»
Una promessa che mantenne.