Chicago, oggi
«Tu sei completamente fuori di testa!» esclamò Justin scuotendo il capo e facendo schioccare la lingua per dimostrare tutta la sua disapprovazione.
Elizabeth Parker, Lizzie per gli amici, sbuffò sonoramente. Era seduta a uno dei tavoli della mensa scolastica e Justin e Megan, i suoi inseparabili compagni di classe, le sedevano accanto, uno per lato, come due angeli custodi. Il primo con la pelle color cioccolato, una zazzera di capelli neri e ricciuti, occhi scuri e profondi e un’altezza che sfiorava il metro e ottanta; l’altra bionda, con gli occhi azzurri e un corpo flessuoso. Raggiungeva a malapena i centosessanta centimetri, ma compensava la piccola statura con una lingua affilata e tagliente.
«Non sono affatto impazzita!» replicò, decisa. «Sono settimane che ci penso, ormai, e sono giunta alla conclusione che questa è la mia occasione per fare qualcosa di buono per la mia matrigna. Glielo devo.»
«Ma non è stata proprio lei a raccomandarsi di non immischiarti in questa storia?» osservò Megan, agitando il cucchiaio verso di lei. «Se suo figlio si rifiuta di vederla, in fondo saranno pure fatti loro, o no?»
«Condivido in pieno!» la appoggiò Justin.
Elizabeth corrugò la fronte in un fiero cipiglio, incrociando le braccia davanti al petto in una posa battagliera. «Non c’è notte che non la senta piangere per quel coglione senza cuore, e la cosa mi fa incazzare di brutto, perché Rose è una donna buona e gentile. Mi ha cresciuta come se fossi sangue del suo sangue e io non potrei volerle più bene nemmeno se fosse la mia madre naturale. Voglio solo dirgliene quattro a quel bastardo del mio fratellastro, giuro! Poi potrà pure andarsene al diavolo, per quel che mi riguarda.»
«Sei più fastidiosa di una spina nel culo. Lo sai questo, vero?» affermò Megan indirizzandole un’occhiata di fuoco, ma una sfumatura di rassegnazione si percepiva già nel tono della sua voce. «Ma sei sicura che questa volta sia davvero lui? Se non ricordo male, l’ultima volta ci hai trascinato a casa di un tizio che aveva quasi settant’anni.»
«Non è colpa mia se si chiamava nello stesso modo e aveva messo come foto di profilo quella di un trentenne. Ci ha pure provato, quel bastardo…» protestò Lizzie, incupendosi al ricordo dell’aria lasciva del tizio. Se solo la sua matrigna non fosse così testarda e le avesse detto dove trovare il fratellastro, invece di tenersi tutto per sé… così aveva soltanto un nome e qualche vecchia foto di quando lui era bambino a cui aggrapparsi. «Ma stavolta sono sicura che è il posto giusto, me lo sento.»
«Perché hai cercato su Linkedin invece che su Facebook?» la prese in giro Justin. «Oh, andiamo, perché il tuo fratellastro dovrebbe lavorare proprio in quel locale? Per quello che ne sappiamo, potrebbe aver addirittura lasciato Chicago ed essersi trasferito da qualsiasi altra parte. Magari a Timbuctù.»
«No, lui è in città…» replicò Lizzie, ostentando più sicurezza di quella che provava. «E io andrò a cercarlo al Divinae Club con o senza di voi, sia chiaro!» attestò, perentoria.
Justin sospirò e si ficcò in bocca l’ultimo cucchiaio di budino al cioccolato. «D’accordo, veniamo con te, razza di testaccia dura!» capitolò. «Del resto qualcuno deve pur tenerti d’occhio, vista la tua tendenza a cacciarti nei guai.»
«Sapevo di poter contare su di voi» gioì Elizabeth battendo le mani, tutta contenta.
«Ma avremo bisogno dei biglietti per entrare… hai già pensato a come procurarteli?» domandò Megan, andando subito al sodo. «Da quello che so, è un posto molto esclusivo, e mooolto costoso.»
«Domani ci sarà un sacco di gente, perché hanno organizzato una serata a tema. Personaggi famosi, o qualcosa del genere!» spiattellò Lizzie.
Megan inarcò il sopracciglio. «Allora dovremo procurarci anche dei costumi carini, non voglio mica sfigurare.»
«Oddio, lascia stare le tue velleità da prima donna!» Justin alzò gli occhi al cielo e tornò a rivolgersi a Lizzie. «Di sicuro non sarà facile trovare i biglietti… per entrare in quel locale bisogna prenotare con mesi di anticipo. E costeranno pure un occhio della testa» osservò.
Il volto di Elizabeth si accese in un lampo malizioso, quindi la ragazza si calò una mano nella tasca della gonna della divisa scolastica e tirò fuori tre cartoncini rettangolari con sopra stampato il logo del Divinae Club.
Justin e Megan strabuzzarono gli occhi.
«Come cazzo hai fatto? Quando?» la interrogò il ragazzo prendendoli in mano per esaminarli.
«Beh… una volta presa la decisione mi sono data da fare, sapete come sono fatta.»
«Oh, lo sappiamo fin troppo bene…» esclamarono all’unisono i due amici, poi Megan, ticchettando le unghie sul tavolo: «Mi sa che dovremo venderci un rene per pagarci quel biglietto, dico bene?»
Lizzie scosse il capo. «I vostri reni sono perfettamente al sicuro, tranquilli. Non ho sborsato nemmeno un centesimo per quelli…» proseguì indicando con il mento i biglietti ancora in mano a Justin.
«Davvero!?» trasecolò il ragazzo di colore.
«Ah-ah!» annuì lei. «Hai presente la fidanzata di mio cugino, Mary? Aveva comprato i biglietti qualche settimana fa, ma lo stronzo per cui lavora domani la vuole in ufficio fino a tardi, per una riunione di reparto… doveva andare con mio cugino e con un suo amico, e ormai era tardi per darli indietro, così li ha passati a me. In cambio di una mano per il trasloco nella nuova casa che ha affittato.»
«Certo che mi ricordo di Mary!» ridacchiò Justin. «Era quello schianto di ragazza che sedeva a capotavola alla cena del tuo ultimo compleanno, giusto? Dovresti presentarmela, un giorno o l’altro.»
«Non credo che ti convenga» dichiarò Lizzie. «Mio cugino ti supera di dieci centimetri buoni, è grosso come un armadio e fa il buttafuori, perciò se ci tieni a tutti i tuoi arti ti consiglio di lasciar perdere.»
«Puah, i tizi muscolosi si accaparrano sempre le ragazze migliori. Ma a proposito di muscoli e fidanzati gelosi… guarda là chi sta arrivando!» mormorò Justin a mezza bocca.
Lizzie alzò gli occhi e incrociò lo sguardo di Larry Cooper.
Alto, prestante e muscoloso, Larry era il quarterback della squadra di football del liceo e con le sue iridi verdi come l’erba appena tagliata, i capelli corvini che gli arrivavano fin quasi alle spalle, i bicipiti possenti e l’aria da figo, era super corteggiato non solo dagli osservatori delle più prestigiose università degli Stati Uniti, ma anche da uno stuolo di ragazze che gli stavano sempre tra i piedi e sbavavano per uno solo dei suoi sorrisi.
Peccato per loro che lui sembrasse avere occhi solo per lei, ultimamente!
E infatti stava puntando dritto nella sua direzione.
Le guance rosse d’imbarazzo, fece appena in tempo a mormorare: «Non è il mio ragazzo…» quando Larry li raggiunse e, dopo un cenno di saluto a Justin e Megan, le chiese se potevano parlare in privato per qualche minuto.
«Certo!» annuì lei, alzandosi per seguirlo.
Larry la prese per mano e la condusse nell’angolo più lontano della grande sala adibita a mensa, dietro una delle colonne, in modo che fossero al riparo da occhi e orecchie indiscrete. «Il ballo per festeggiare il diploma è alle porte…» esordì, accarezzandole il dorso della mano con il pollice, il tono suadente. «Non mi hai ancora dato una risposta, però.»
«Perché sinceramente non capisco!» replicò Lizzie, liberandosi dolcemente dalla sua presa. «Non fraintendermi, tu mi piaci, e parecchio anche…» aggiunse, ed era la pura verità, «ma non riesco a capire perché, con tutte le ragazze che ti muoiono dietro, tu abbia scelto di invitare proprio me. Cos’ho di speciale?»
Larry le rivolse un sorriso sghembo. Il sorriso che era famoso in tutta la scuola e che faceva bagnare le mutandine di ogni studentessa. E anche di qualche studente, a dirla tutta. Lizzie aveva sentito con le proprie orecchie discorsi del genere uscire dalla bocca di ragazzine in piena crisi ormonale, quando si radunavano in gruppo nei bagni. E a quanto pareva Larry se ne era ripassate parecchie, soprattutto tra le cheerleader.
«A casa tua ce l’hai uno specchio?» le domandò.
«Certo che sì, ma che c’entra adesso il mio specchio?» ribatté lei aggrottando la fronte.
«C’entra…» insistette Larry. «Perché se ti ci specchiassi ogni mattina, vedresti quello che vedo io, e non ti porresti delle domande tanto sciocche.»
La mano del quarterback salì a sfiorarle una guancia, poi le dita scivolarono sulle sue labbra, indugiandovi. «Sei la ragazza più bella dell’intera scuola, Elizabeth Parker, e io sono cotto di te. Totalmente. Voglio che diventi la mia fidanzata, perciò, se non vuoi spezzare questo povero cuore dimmi di sì, ti prego!»
Quella dichiarazione avrebbe mandato in brodo di giuggiole qualunque altra ragazza, ma Lizzie non era tipo da lasciarsi incantare solo da una bella faccia e da qualche parolina romantica. Inclinò la testa da un lato, studiando il giovanotto che aveva di fronte. «Non ci tengo a diventare un’altra tacca sulla tua cintura, Larry Cooper, perciò se il tuo scopo è quello di entrare nelle mie mutande risparmiati la fatica e trovati qualcun’altra da menare per il naso. Sono sicura che non farai nessuna fatica.»
«Io non voglio nessun’altra. Voglio te!» insistette il giovane, appassionato. «Ascolta, non devi darmi ora una risposta su questo. Conosciamoci un po’, andiamo insieme a quel ballo e intanto pensa alla mia proposta, okay? Ti chiedo solo una possibilità!» insistette.
Elizabeth si prese qualche istante per pensarci, infine annuì. «D’accordo.»
«Fantastico!» esultò Larry. «Ti prometto che non te ne pentirai. Sarà una serata favolosa.»
Lizzie stava per aggiungere qualcosa, ma in quel momento in tutto l’edificio risuonò la campanella che richiamava gli studenti a lezione.
Il prestante quarterback ne approfittò per sfiorarle le labbra con un fugace bacio, poi le strizzò l’occhio e si dileguò verso l’uscita, diretto al campo da football per gli allenamenti.