Diciotto anni prima…
Michael, le spalle appoggiate contro il muro di cemento e le gambe rannicchiate contro al petto, non riusciva più a tenere gli occhi aperti: erano giorni che non beveva, non dormiva e non metteva qualcosa nello stomaco.
Tre?
Quattro?
Una vita intera?
Aveva perso il conto.
In quel fetido buco dove il Boia lo teneva rinchiuso non c’era neppure una piccola finestrella o una misera fenditura e il buio dominava, sovrano, su ogni cosa.
Talmente assoluto e opprimente da sembrare vivo.
E pronto a mangiarselo.
Esattamente come aspettavano di fare i topi che infestavano quel posto.
Erano parecchi. Li sentiva mentre gli zampettavano accanto, squittendo per comunicare tra loro, come se stessero decidendo la strategia migliore da adottare una volta avuto campo libero.
No, non doveva addormentarsi.
Non poteva abbassare la guardia.
I più arditi avevano già avuto un assaggio delle sue tenere carni, nei pochi minuti in cui la stanchezza aveva avuto la meglio, e gambe e braccia gli bruciavano, quasi stessero andando a fuoco, nonostante il gelo che permeava il posto e che gli intirizziva le membra.
Quanto ancora sarebbe stato in grado di resistere?
Un giorno?
Un’ora?
Un minuto?
Pochissimo, di ciò era certo: senza cibo né acqua le forze lo stavano rapidamente abbandonando e lui era così stanco di lottare….
Gli occhi sfarfallarono e la testa gli ciondolò di lato.
Fu un colpo violento a svegliarlo.
Il ragazzino spalancò gli occhi, ma sulle prime non riuscì a capire da dove fosse arrivato, la confusione gli ottenebrava il cervello. Si portò una mano alla guancia: era bollente. Il secondo schiaffo fu più forte del primo e gli scaraventò la testa all’indietro, facendolo sbattere contro il muro.
Chiunque si stesse accanendo su di lui, era in grado di vedere al buio.
Era forse un… mostro?
Michael gemette di dolore e gli occhi gli si riempirono di lacrime, mentre la paura gli serrava il cuore in una morsa. Quasi subito la luce di una singola candela rischiarò l’ambiente. I topi, emettendo striduli versi spaventati, corsero a nascondersi nelle loro tane. Anche Michael trasalì, quando si ritrovò faccia a faccia con il Boia: eccolo là il suo mostro!
«La nostra Bella Addormentata si è svegliata?» lo derise la voce sgradevole dell’uomo. Lo afferrò per un braccio e lo strattonò con violenza, quasi fosse una bambola di pezza, affondandogli le unghie ricurve, simili ad artigli e altrettanto affilate, nella pelle.
Michael ricadde di faccia in avanti, mancando di un soffio il lurido pavimento di cemento. Alla luce impietosa della candela, quel posto sembrava ancora più orribile di come se lo era immaginato.
Tossì pesantemente - doveva essersi buscato un raffreddore, o peggio! -, e gli costò una fatica immane mettersi in ginocchio. Sollevò lo sguardo stanco e sconfitto sul suo carceriere.
«P-per… per fa-favore… a-acqua!» mormorò con voce gracchiante.
Negli occhi neri e senza fondo del Boia sfrecciò un lampo maligno. «Hai sete, Michael? Magari desideri anche qualcosa da mangiare? Un letto comodo?»
Il piccolo annuì, speranzoso, mentre lunghi brividi gelati gli scuotevano il corpicino, facendogli battere i denti. «Vo-voglio to-tornare a casa… dal no-nonno. Pro-prometto che fa-farò i-il bra-bravo a-adesso e gli o-obbedirò… no-non p-piangerò più… non no-nominerò p-più la ma-mamma…»
«Adesso è questa la tua casa, ragazzino, non l’hai ancora capito?» lo interruppe il Boia, un ghigno crudele dipinto sulla faccia. «E se vorrai bere, se vorrai mangiare e se vorrai dormire, dovrai guadagnartene il diritto, come fanno tutti gli altri qua dentro… ma sappi che non sarà affatto facile e non ti riserverò alcun trattamento di favore. Tuo nonno si è raccomandato particolarmente su questo. E sai che a Carmine Cannizzaro nessuno può dire di no» concluse scoppiando a ridere.
Quella risata sguaiata si propagò nel misero tugurio all’infinito, rimbombando e rimbalzando su ogni parete.
Il bambino si coprì le orecchie con le mani, per non sentirla, poi aprì la bocca e urlò a sua volta…
Michael si svegliò di soprassalto, spalancando gli occhi. Il cuore gli sbatteva con violenza contro lo sterno e il sudore ricopriva il suo corpo nudo come un velo ghiacciato. Il copriletto e le lenzuola giacevano aggrovigliate ai piedi del letto in un ammasso informe: doveva essersene liberato durante il sonno.
Un sonno che era stato parecchio agitato.
Gli capitava spesso di avere degli incubi, soprattutto quando era sotto pressione, come in quel momento. E tutti riguardavano i nove, lunghissimi anni che aveva vissuto al campo del Boia.
Chiuse gli occhi per un momento, per cancellare quelle orrende immagini e quei ricordi che avevano ancora il potere di destabilizzarlo, e prese un grosso respiro, imponendosi la calma. Quando li riaprì, era ritornato padrone di se stesso e per prima cosa recuperò il telefono dal comodino.
Il display segnava le nove del mattino.
Merda, non aveva nemmeno sentito la sveglia, fissata per le sette, come ogni giorno!
Ma non c’era da stupirsi: era stanco morto e nell’ultima settimana aveva dormito sì e no qualche ora, visti tutti gli affari che aveva in sospeso, a Miami, e che avevano richiesto la sua personale attenzione. In più, ciliegina sulla torta, era dovuto tornare in fretta e furia quando Billy, nel corso dei suoi rapporti giornalieri, gli aveva riferito che la sua promessa sposa si stava dando da fare con un dannato giocatore di football a cui evidentemente puzzava di campare.
All’improvviso se la rivide davanti agli occhi… bellissima nel suo abito da ballo. Il vestito, di pura seta, le fasciava il corpo come una seconda pelle, lasciandole il collo e le spalle scoperte, l’audace scollatura lasciava intravedere i seni sodi e perfetti... Peccato, però, che quel vestito non lo avesse indossato per lui!
Le narici gli fremettero al pensiero della scena alla quale aveva assistito la sera prima, e le mani si serrano in due pugni stretti.
Si era fatto condurre al liceo che Lizzie frequentava subito dopo che il suo aereo era atterrato, intimando a Brian di pigiare sull’acceleratore, se teneva a conservare al loro posto braccia e gambe. Il suo braccio destro aveva obbedito senza fiatare: lo conosceva meglio di chiunque altro e sapeva benissimo che era pericoloso contraddirlo quando era di quell’umore.
Ma Michael era stato più che incazzato: aveva sete di sangue e di distruzione.
Quando aveva visto quel coglione sollevare il vestito di Elizabeth per cercare di infilarsi nelle sue mutandine, per appropriarsi di ciò che era suo!, non ci aveva visto più. Lo aveva sollevato di peso, nonostante il tipo fosse ben piazzato e muscoloso, e lo aveva sbattuto contro il muro della palestra, con la ferma intenzione di ucciderlo. Se non fosse stato per lei, che lo aveva supplicato di lasciarlo andare, si sarebbe macchiato le mani del suo sangue.
Nessuno tocca ciò che è mio!, rifletté, nuovamente furioso. E Lizzie mi appartiene fino all’ultimo capello che porta in testa. Solo che il concetto, evidentemente, non le è ancora entrato in quella bella testolina. Dovrò pensarci io a schiarirle le idee. La presenterò alla Famiglia oggi stesso e ci sposeremo entro una settimana. E quando le avrò infilato la fede al dito e mi avrà giurato obbedienza e fedeltà, capirà che non potrà più sfuggirmi, perché la terrò incatenata al nostro letto e la scoperò fino a quando non sarà incinta di mio figlio. E poi ricomincerò ancora e ancora, all’infinito. E godrò immensamente nel farlo!
Il sapore di Lizzie gli era rimasto sulla lingua e non vedeva l’ora di assaggiarla di nuovo. Di mordere quei capezzoli dorati e succhiare il tenero bocciolo nascosto tra le pieghe del suo sesso, come aveva fatto poche ore prima, quando era esplosa nella sua bocca. Perché la sorellastra poteva fingere di odiarlo, negare l’attrazione che provava nei suoi confronti, ma i fatti parlavano chiaro: bastava che lui la sfiorasse, perché lei andasse a fuoco.
E la cosa era reciproca.
Come testimoniava la mastodontica erezione che gli poggiava sullo stomaco. E che richiedeva la sua immediata attenzione.
Si afferrò l’uccello, impugnandolo con decisione, e cominciò a muoverlo su e giù, immaginando che fosse Lizzie a farlo.
Chiuse gli occhi e la sua fantasia volò a briglia sciolta.
Vide la sorellastra chinarsi su di lui e sfiorargli la cappella con la punta della lingua. Dapprima timidamente, poi, man mano che prendeva confidenza, le sue mosse si fecero più audaci. Lo leccò per tutta la lunghezza, emettendo dei suoni che assomigliavano a dei mugolii, o a delle fusa, quindi gli succhiò le palle, una per volta, senza alcuna fretta, rifacendo poi il percorso inverso, fino a soffermarsi di nuovo sulla punta grossa e violacea del membro. Leccò la piccola goccia di liquido pre-seminale, simile a una perla trasparente, lambendola con la lingua, quindi se lo infilò in bocca fino a dove poté prenderlo senza soffocare, cominciando a lavorarselo sul serio.
Michael, ormai perso nel suo sogno erotico, gemette.
Un suono rauco, di gola. Di riflesso sollevò i fianchi, mentre la sua Lizzie immaginaria aumentava il ritmo, di pari passi con la sua mano, succhiandolo talmente bene che si ritrovò sull’orlo del precipizio nel giro di pochi istanti. Quando schizzi bollenti gli si riversarono sulla pelle dello stomaco, nemmeno li sentì: nella sua testa stava riversando il suo sperma caldo e cremoso nella bocca della ragazza. E lei lo prese tutto senza sprecarne nemmeno una goccia, gli occhi violetti fissi nei suoi mentre gli regalava l’orgasmo più feroce di tutta la sua vita.
Il cuore di Michael impiegò diversi istanti per smettere di pompare e, quando tornò alla realtà, si ritrovò lo stomaco e il petto impiastricciati del suo seme.
«Cazzo, se è stato intenso!» bofonchiò a mezza voce, passandosi la mano sinistra tra i capelli e usando la destra per afferrare il lenzuolo dai piedi del letto e pulirsi. Si era masturbato altre volte, certo, dopotutto era un uomo con un sanissimo appetito sessuale, ma mai gli era capitato di provare delle sensazioni simili.
E pensare che era tutto avvenuto soltanto nella sua mente!
Cosa succederà quando l’avrò davvero sotto di me, a gambe spalancate?
Cristo, quella femmina gli stava fottendo il cervello! Da quando l’aveva incontrata, tutte le altre erano scomparse. Ciò gli fece venire in mente che non si sbatteva una donna da tre settimane. Decisamente troppe.
È perché non te la sei ancora fatta, è questo il motivo!, insinuò la sua vocina interiore. Quando te la sarai portata a letto, questa smania assurda scomparirà e tutto ritornerà normale, come dev’essere.
Era la stessa cosa che si era detto anche lui, ma prima di poter reclamare il corpo di Lizzie, doveva aspettare che fosse sua moglie davanti a Dio e soprattutto davanti alla Famiglia.
Ma una cosa era certa: doveva fare qualcosa per togliersi di dosso quella fregola che rischiava di minare la sua lucidità mentale. Aveva bisogno di scopare. E scopare forte! E farlo con la sua sorellastra era fuori discussione, almeno per il momento.
Be’, le alternative non gli mancavano di certo.
Afferrò il telefono posato sul comodino accanto al letto e sfogliò la rubrica. Trovò quasi subito il numero che cercava e fece partire la chiamata. Charity, la sua ultima amante, nonché sua cugina acquisita di secondo grado, rispose al primo squillo. Era rimasta vedova da qualche anno e non era un mistero per nessuno, all’interno della Famiglia, che ambisse a diventare qualcosa di più per lui, ma era stato chiaro: voleva solo del buon sesso da lei. Niente di più. E a Charity pareva star bene. Lei faceva parte del loro mondo dalla nascita, dopotutto. Sapeva bene qual era il suo posto e rispettava le regole… a differenza di Lizzie. Ma anche la sua promessa sposa avrebbe imparato presto come ci comportava, se ne sarebbe assicurato personalmente.
Un’altra delle motivazioni per cui non aveva mai preso Charity in considerazione, inoltre, era che non gli era mai piaciuta la roba di seconda mano, e la femmina si era data parecchio da fare sia prima che dopo la sua vedovanza. Con discrezione, ovviamente, e soprattutto con lui, ma ciò non contava: aveva la fica troppo calda perché potesse fidarsi di lei. In più pretendeva l’esclusiva da sua moglie.
«Michael…» esclamò Charity con la sua vocetta sexy e ammaliante. «Mi chiedevo quando ti saresti rifatto vivo.»
«Ho avuto da fare…» replicò lui, sbrigativo, «ma adesso mi sono liberato.»
«Ti sono mancata?»
Eluse la domanda. «Quanto tempo ti ci vuole per raggiungermi?» chiese invece.
Charity ridacchiò, maliziosa. «Sei affamato?»
«Abbastanza!»
«Anch’io» affermò la donna, la sua voce si era abbassata di un’ottava. «Il tempo di arrivare e sono da te.»
Michael chiuse la chiamata senza aggiungere altro e si alzò dal letto per farsi una doccia. Uscì dal bagno dieci minuti più tardi, sbarbato di fresco e con un asciugamano avvolto intorno ai fianchi, i capelli scuri ancora umidi che gli si arricciavano sul collo.
Si diresse di nuovo verso il letto e si lasciò ricadere sul materasso, quindi prese il telefono per fare un’altra chiamata.
A Lizzie, stavolta.
Aspettò qualche secondo in linea, poi la voce metallica della segreteria telefonica gli chiese di lasciare un messaggio, perché l’utente non era raggiungibile.
Chiuse e ci riprovò ancora: con lo stesso risultato.
Alla quinta volta imprecò, stizzito. «Se lo sta facendo apposta per evitarmi, stavolta non gliela faccio passare liscia… deve imparare chi comanda.»
Chiuse la chiamata e telefonò a Billy.
«Sì, capo?» fu l’immediata risposta del suo uomo.
«Sei ancora appostato davanti all’abitazione della ragazza?» domandò.
«Come da ordini!» ebbe conferma.
«Ci sono novità?»
«Tutto tranquillo per ora… suo padre è uscito stamattina presto, come al solito, per andare a lavoro. Le due donne invece sono in casa e non ho visto nessuna delle due. Magari la ragazza sta ancora dormendo.»
«Può darsi!» convenne lui. Dopotutto stanotte ha fatto le ore piccole!, pensò, sarcastico. «Va bene…» replicò, «continua a sorvegliare la casa e se ci fossero novità chiamami immediatamente, intesi?»
«D’accordo, capo!»
Michael aveva appena interrotto la comunicazione quando, alzando lo sguardo, i suoi occhi colsero un lampo dorato. Charity - capelli biondi, occhi azzurri e un viso che pareva fatto di porcellana -, con indosso un soprabito chiaro stretto alla vita da una grossa cintura dorata, era ferma sotto l’arco della porta, una spalla poggiata allo stipite, e lo stava fissando con un sorriso seducente, mangiandoselo con gli occhi.
Non gli aveva mentito: sembrava affamata.
E lui era più che pronto a lasciarsi divorare.
L’uccello gli si rizzò immediatamente e tese la spugna dell’asciugamano. Un dettaglio che non sfuggì affatto alla donna, che abbassò gli occhi e assunse un’aria compiaciuta. Gli si avvicinò con movenze sinuose, facendo ondeggiare i fianchi, e quando fu a un passo da lui, si aprì la cintura del soprabito e lasciò ricadere l’indumento sul pavimento di parquet, con noncuranza.
Era nuda sotto, fatta eccezione per un paio di calze autoreggenti infilate in un paio di scarpe dalla suola rossa con vertiginosi tacchi a spillo: sicuramente delle Loubotin, o delle Jimmy Choo. La cugina aveva gusti molto costosi.
Michael fece scorrere lo sguardo sul suo corpo: era perfetto. Seni pieni, fianchi snelli, vita sottile, gambe lunghe e seriche e la fica completamente depilata. Qualunque uomo si sarebbe lasciato incantare dalle sue grazie, ma in quel momento, a tradimento, il volto della sorellastra si affacciò alla sua mente, trasfigurato dall’orgasmo. Un orgasmo che era stato lui a infliggerle.
«Prima non mi hai risposto» esordì Charity, un leggero broncio a incresparle la bocca. Allungò una mano e gliela posò sul petto, prendendo a giocherellare con un capezzolo. «Comunque io la tua mancanza l’ho sentita.»
«Ti sono mancato io o ti è mancato il mio cazzo?» replicò lui, ironico, lasciandola fare.
La donna ridacchiò. «Tutti e due, direi…»
«Bene, allora dimostramelo!» ordinò fermando quelle dita vogliose e liberandosi dell’asciugamano che gli avvolgeva i fianchi con un secco movimento del braccio.
Charity non ebbe bisogno di ulteriori inviti. Si inginocchiò ai suoi piedi e, dopo aver impugnato saldamente l’asta, l’avvolse intorno alle sue labbra calde e ingorde, cominciando a succhiare.
Michael, fermo di fronte allo specchio dalla spessa cornice brunita che sovrastava il comò, si stava abbottonando gli ultimi bottoni della camicia di seta nera. Era di un noto stilista italiano e gli scendeva addosso alla perfezione, così come la giacca e i pantaloni abbinati. Era da poco trascorso mezzogiorno, ma la sua giornata stava appena per cominciare. Lanciò un’occhiata verso il letto, attraverso lo specchio: Charity si era addormentata da poco, sfinita, e giaceva a pancia in giù, le spalle nude e il culo sodo all’aria.
Sorrise, soddisfatto e completamente rilassato, perché un po’ di sesso sfrenato era proprio quello che gli ci voleva per rimettere le cose nella giusta prospettiva. Si era scopato Charity cinque volte nel giro di due ore e mezza: due volte in bocca, una nella fica e le altre due nel culo. A un certo punto era entrato anche Brian in camera, ma quando aveva visto che era occupato a farsi fare un pompino, aveva alzato gli occhi al cielo e se n’era andato dicendo che sarebbe ripassato più tardi.
E quel più tardi era adesso.
«È tutto pronto per stasera» lo informò il suo braccio destro, con voce atona, sprofondato in una poltroncina di velluto, una gamba accavallata sull’altra. «La Famiglia è stata avvisata e ho detto alla cuoca di contattare il solito catering per il buffet del tuo fidanzamento.»
«Molto bene» annuì lui. «C’è altro?»
«Per il momento no, ma se non muovi il culo immediatamente Nick Mancuso ti manderà al diavolo. È un’ora che aspetta di sotto, in compagnia di una delle migliori bottiglie di scotch della tua riserva, ma quando me ne sono andato per venire a chiamarti aveva smesso di bere da un pezzo, scocciato, e non c’è bisogno che ti ricordi quanto sia fondamentale in questo momento il suo appoggio, con i russi sul piede di guerra.»
«Mancuso non andrà da nessuna parte, tranquillo!» minimizzò Michael. «Sa bene da che gli parte gli conviene stare. Inoltre non potevo mica lasciare insoddisfatta una signora…» concluse indicandosi dietro le spalle con il pollice.
Brian scosse la testa e sbuffò, dedicando un’occhiata indifferente alla figura femminile sdraiata sul letto. D’altronde il suo nomignolo, Iceberg, non glielo avevano affibbiato per puro caso: il sangue che gli scorreva nelle vene non era caldo come quello degli altri uomini, e nulla riusciva mai a scalfire la sua imperturbabilità.
E questo lo rendeva il killer perfetto.
Quanti uomini aveva ucciso?
Un centinaio?
Mille?
Diecimila?
Ormai aveva perso il conto. Era stato un bravo soldato: il capoclan ordinava e lui eseguiva con precisione. E ora era diventato il braccio destro di Michael Cannizzaro, con tutti gli oneri e gli onori che ciò comportava.
«Non riesci proprio a tenerti l’uccello nei pantaloni, vero?» lo punzecchiò.
«Perché, tu sì? Se non ricordo male, meno di due giorni fa te ne stavi sbattendo tre in un colpo solo.»
«Be’… ma io non sto per sposarmi!» rispose prontamente Brian. «Hai presente? L’altare addobbato a festa, il prete, la formula di rito… Prometto di esserti fedele sempre e tutte quelle altre stronzate.»
«Non ce l’ho ancora la fede al dito, mi pare» mugugnò Michael, girandosi verso l’amico e indirizzandogli un’occhiata storta. «E poi avevo bisogno di sfogarmi.»
«E mentre ti sfogavi le hai detto che stai per impalmare la tua sorellastra?»
«E perché avrei dovuto? Non sono affari suoi!» affermò girandosi, finalmente, e facendogli cenno di andare.
«Se lo dici tu…» Brian si strinse nelle spalle e si alzò dalla poltrona con le movenze fluide di un serpente, quindi lo precedette fuori della stanza.
L’appuntamento con Nick Mancuso si era protratto più a lungo del previsto, ma come Michael aveva predetto, lui e il vecchio boss erano giunti a un’intesa che aveva soddisfatto entrambi. Si erano stretti la mano e dopo erano usciti insieme dalla villa - che un tempo era stata di proprietà di Carmine Cannizzaro e ora era passata a lui - per sbrigare i loro altri affari, prendendo direzioni opposte.
Preso da mille incombenze, era passato un intero pomeriggio prima che potesse prendere di nuovo il cellulare in mano per telefonare a Lizzie: mancavano solo poche ore al suo ingresso ufficiale nella Famiglia e lei ancora non ne sapeva nulla. Di sicuro avrebbe dato di matto, quando le avrebbe comunicato le sue decisioni, ma non gliene fregava niente: gli avrebbe obbedito e questo era quanto!
Fece partire la chiamata, aspettò in linea diversi secondi e poi partì la segreteria. Esattamente com’era avvenuto quella mattina. Riprovò diverse volte, ma il risultato fu il medesimo.
«Porca troia!» sibilò tra i denti. Lo stava evitando di proposito, non c’era dubbio.
«Fai inversione!» ordinò a Brian, seduto al posto di guida, nella limousine.
«Dove andiamo?»
«Da lei!»
«Mmm… la tua dolce fidanzata sta facendo di nuovo i capricci?»
«Già, ma questa sarà l’ultima volta che mi sfida!» decretò lui, le narici frementi dall’ira e gli occhi scintillanti.
Brian gli rivolse uno sguardo canzonatorio attraverso lo specchietto retrovisore. La cosa lo infastidì ancora di più e si chiuse in un ostinato mutismo fino a quando non giunsero a destinazione.
«Aspettami qui!» diede istruzioni al suo secondo in comando quando imboccò il viale alberato e arrestò la vettura accanto al marciapiedi di casa di Lizzie.
Billy era parcheggiato di fronte e, non appena li vide, smontò. Michael non aspettò che il suo uomo li raggiungesse. Scese dall’auto e si diresse verso la minuscola villetta, con giardino annesso, che gli stava di fronte e sembrava schernirlo, con la sua allegra facciata rossa di mattoni, il tetto spiovente e il pergolato avvolto dall’edera che si arrampicava fino alle finestre del primo piano.
Il suo volto era una maschera rigida e composta, ma dentro si sentiva ribollire: non solo per la rabbia verso la sorellastra, ma perché stava per incontrare sua… madre dopo diciassette anni.
No, lei non è mia madre, non è proprio nessuno per me!, si disse, ripetendosi nella testa quel mantra fino a che riuscì a reprimere ogni tipo di emozione. Solo allora salì i tre gradini che lo separavano dalla porta d’ingresso e suonò il campanello.
Due volte.
Ritrovandosi di fronte, qualche istante dopo, la donna che lo aveva abbandonato.
Non era cambiata molto da come la ricordava. Era scura di capelli, come lui, di altezza media e con una corporatura esile. Il tempo era stato magnanimo e il suo volto era segnato da pochissime rughe. Solo tra i capelli, raccolti in uno stretto chignon, si intravedeva qualche filo argentato.
Quanti anni poteva avere adesso? Cinquanta?
Lo ignorava, perché non stato presente ai suoi compleanni. Così come lei non c’era stata per i suoi… no, per lui c’era stato solo il campo del Boia.
E doveva ringraziare quella donna per questo!
La sua mascella ebbe un guizzo e il disprezzo che provava doveva trasparire da ogni poro della sua pelle, perché lei impallidì e si portò una mano sul petto, come se le dolesse.
«Michael…» mormorò in un soffio.
«Sono qui per vedere Lizzie!» esclamò, glaciale.
Rose chiuse gli occhi per un momento, quindi annuì. «Immaginavo che saresti venuto!» disse. «Ma lei non è più qui. Se n’è andata.»
Quelle poche parole ebbero il potere di mandare a puttane il suo autocontrollo faticosamente guadagnato. «Che cazzo significa che se n’è andata? Quando? Dove?» sbraitò afferrando la madre per un braccio e scuotendola per obbligarla a farsi dire tutto.
«Entra, ti prego… parliamone in casa!» lo invitò lei.
Michael esitò solo un momento, poi la lasciò andare e la seguì fino in soggiorno.
Durante il tragitto, non poté fare a meno di notare quanto quella casa fosse calda e accogliente, seppur modesta, con mobili semplici ma di buona fattura, le pareti dipinte di un caldo color pesco, tende di pizzo alle finestre e quadri appesi ai muri. La stanza nella quale Rose lo condusse non era molto grande, ma funzionale: conteneva un divano posizionato di fronte alla tivù, un angolo bar, una parete sulla quale erano ordinatamente stipati libri e soprammobili vari e su un tavolinetto c’erano tante fotografie che ritraevano Lizzie, Rose e un uomo che doveva essere il suo patrigno: un uomo sulla cinquantina dal sorriso aperto e gioviale.
«Per favore, accomodati» disse sua madre indicando il divano. «Posso offrirti qualcosa da bere?» gli propose poi, da perfetta padrona di casa.
Michael ignorò l’invito e rimase in piedi, trafiggendola con le sue iridi ambrate. «Non sono qui per fare salotto o conversazione…» sostenne, «perciò smettila con questa dannata farsa e dimmi dove si trova Lizzie prima che perda la pazienza e metta a soqquadro la tua bella casa. Sono sicuro che lei è qui, e che tu la stai nascondendo. Billy non ha visto nessuno uscire, ed è qui da stamattina presto. E durante la notte c’era un altro soldato che vi sorvegliava.»
«Lei non c’è, pulcino» ribadì ancora una volta la donna, dolcemente, come se stesse parlando al lui bambino. «È uscita dalla porta sul retro, per questo il tuo uomo non l’ha vista. Le ci sono voluti solo pochi secondi per sgattaiolare via. È lontana adesso, e non ritornerà mai più. Mi dispiace, ma io… io non potevo lasciare che tu le rovinassi la vita» affermò Rose con aria affranta.
«Non chiamarmi così…» ringhiò Michael. Quello era stato il nomignolo con cui lo chiamava da piccolo, perché se ne stava spesso e volentieri attaccato alle sue gonne. Perché allora lui la amava incondizionatamente, e si fidava di lei. Invece lei lo aveva tradito. «Hai perso quel diritto diciassette anni fa, quando te ne sei andata. Per te sono solo l’uomo che ha potere di vita e di morte su di te e su tutta la tua famiglia.»
Rose gli si avvicinò e gli prese le mani tra le sue, il volto esangue e gli occhi pieni di lacrime. «Lo so che mi odi…» singhiozzò, «e non posso fartene una colpa, ma se proprio vuoi farla pagare a qualcuno, prenditela con me. Mia figlia è innocente e non ha nessuna colpa.»
Michael non ci vide più. La scostò malamente da sé, allontanandola con una manata, e le puntò contro un dito. «Non ero innocente anch’io, forse? Non ero anch’io tuo figlio? Perché non hai lottato per me, allora, come stai facendo adesso per lei? Invece mi hai abbandonato al mio destino. Perché non mi hai mai amato. E come avresti potuto? Odiavi mio padre, odiavi essere stata costretta a sposarlo, e io ero il frutto di quell’unione indesiderata, perciò odiavi anche me, vero?»
«No, come puoi solo pensare una cosa del genere? Io ti volevo bene, te ne ho sempre voluto e te ne voglio ancora…»
Michael ne aveva abbastanza di tutte quelle stronzate e adesso che la diga era stata aperta, vomitò tutto quello che si era tenuto dentro. A ogni sferzata Rose si fece sempre più piccola di fronte a lui, schiacciata dal peso della colpa e del rimorso. «Hai idea di ciò che ho passato? Degli abusi che sono stato costretto a subire? Del dolore che ho provato? No, tu non ne hai la minima idea, cazzo! E io non ti perdonerò mai per questo» terminò, col fiato corto.
Sul volto di Rose le lacrime scorrevano copiose ora. Il suo corpo minuto era scosso dai singhiozzi e lunghi brividi la scuotevano, mentre si torceva le mani. Ciò nonostante incrociò i suoi occhi ambrati, ridotti a due strette fessure. Ognuno dei nemici di Michael sarebbe fuggito a gambe levate di fronte a quello sguardo omicida, invece lei lo fronteggiò con un coraggio che suo malgrado fu costretto ad ammirare.
«Lo so che non ho alcun diritto di chiedere il tuo perdono per ciò che ti ho fatto…» alitò Rose in un soffio, «ma ti supplico, tieni Lizzie fuori da questa storia e lascia che viva la sua vita lontano da te e dalla Famiglia. È così giovane, così buona…»
Michael si avvicinò a sua madre, torreggiando su di lei e guardandola dall’alto in basso.
«Io non sono buono, io sono il lupo cattivo delle favole!» dichiarò, beffardo. «C’è un solo modo per sfuggire alla mafia, dovresti saperlo, ed è in una bara. Tu sei stata l’eccezione, barattando questa vita con la mia. Chapeau, ti faccio i miei complimenti!»
«No, ti sbagli, non è come pen…»
Michael alzò imperiosamente una mano e Rose si zittì. «Io non sarò magnanimo come mio nonno, cara mamma! Troverò la tua preziosa bambina, anche se dovessero volerci degli anni, di questo non dubitarne. E quando accadrà, la scelta sarà soltanto una, per lei e per voi: sposarmi o morire.»
Detto questo, le voltò le spalle, ribollente di rabbia, e prima di compiere qualcosa di imperdonabile uscì da quell’odiosa casa perfetta, sbattendosi la porta alle spalle.