Montreal, tre giorni dopo…
Come ogni giovedì pomeriggio, il traffico in Rue Sherbrooke e nel centro di Montreal era intasato, perché nello stadio accanto al Montreal Neurological Institute si era svolta la partita degli Alouette, la squadra di football della città.
David era riuscito a procurarsi due biglietti e Lizzie si era goduta il match dalle tribune della curva ovest, alzandosi insieme a tutti gli altri tifosi locali quando gli Alouette segnavano punto e imprecando a gran voce quando invece lo facevano gli avversari. In realtà non le importava molto di chi vincesse o perdesse, ma era divertente star lì a urlare in mezzo alla folla, come quando giocava la sua squadra di football del liceo.
La partita si era conclusa con la vittoria dei padroni di casa, cosa che aveva suscitato ancora più caos per via dei festeggiamenti. All’uscita dallo stadio, lei e David rinunciarono a prendere l’autobus, visto il tremendo ingorgo, e si avviarono a piedi verso casa.
«Ti piace il football?» domandò il cugino.
«Sì, seguivo ogni partita della squadra del mio liceo» rispose Lizzie. Come tutte le altre ragazze della scuola, perché così potevano mangiarsi con gli occhi i bei giocatori, e soprattutto Larry.
Larry… chissà se stava bene!
Avrebbe dovuto chiederlo a Megan, invece di perder tempo a blaterare scuse e sciocchezze. Ma ormai era andata e non osava richiamare l’amica, né tantomeno mandarle un messaggio che avrebbe dovuto contenere altri mille spiegazioni che al momento non poteva darle.
«Ci giocava il tuo ragazzo?» insistette David, vedendola intristirsi.
«Non ho un ragazzo. Ma... sono andata al ballo di fine anno con il quarterback» ammise. Sembrava passata un’eternità.
Il cugino levò le braccia al cielo con fare teatrale. «Povero Sam, allora non ha proprio possibilità con te.»
«È simpatico, invece!» protestò Lizzie, sulla difensiva.
«Gli spezzerai il cuore.»
«Non fare il melodrammatico, mi conosce da poco meno di due mesi e non so neppure per quanto rimarrò a Montreal.»
«È a causa di quel tipo se sei scappata qua?»
Lizzie gli lanciò un’occhiata cauta. Era la prima volta che David affrontava l’argomento.
Il ragazzo abbozzò un sorriso quasi di scusa. «Ho sentito mamma e papà che ne discutevano, a casa. Dicevano che avevi bisogno di un posto lontano da Chicago per sfuggire a un tipaccio... ma non sei obbligata a parlarne, se non ti va di farlo. Solo, che sia Sam o chiunque altro, non precluderti la possibilità di stare bene con un uomo, soltanto perché la storia precedente non è andata bene.»
Lei scosse la testa. Non è andata bene era proprio un eufemismo per descrivere la sua turbolenta situazione con il fratellastro. «In realtà non c’è stata proprio nessuna storia tra noi.»
«Come vuoi.» David si strinse nelle spalle, accettando di buon grado la sua reticenza. «Comunque, per quello che può valere, secondo me staresti benissimo a Montreal. Ti manca giusto di imparare qualche parola di francese e sei a posto.»
Chiacchierando, erano quasi arrivati a casa. Zio Aaron e zia Carol abitavano al primo piano di una casetta a schiera nella zona di Westmount, un edificio in mattoncini con annessa lavanderia nel seminterrato. Sul davanti c’era uno spiazzo che si collegava con la strada principale, Rue Sainte-Catherine, mentre sul retro la viuzza, in cui potevano parcheggiare le auto se si era sprovvisti di garage, costeggiava il Westmount Park, una piccola isola verde nel quartiere inglese di Montreal. Lizzie passava molti pomeriggi seduta su qualche panchina a leggere un libro, per ingannare il tempo, oppure andava a visitare la biblioteca dall’altro lato del parco, che dava su Rue Sherbrooke Ovest. Negli ultimi tempi, però, aveva diradato la sua frequentazione della biblioteca: c’era troppo silenzio, e il silenzio la induceva a pensare.
Michael aveva la brutta abitudine di infiltrarsi tra le pieghe della sua mente, a tradimento, e nonostante fosse a centinaia di miglia di distanza, Lizzie percepiva ovunque la sua presenza, il suo fiato sul collo, e aveva la sensazione di poterselo trovare davanti da un momento all’altro...
E infatti era là.
In piedi sul marciapiede, appena sceso dalla portiera spalancata di un’auto e impeccabile nel suo completo elegante. Fissava corrucciato l’edificio in cui abitavano zio Aaron e zia Carol, mentre al posto di guida, con il finestrino abbassato, c’era il suo fedele Brian.
Lizzie si bloccò, le gambe rigide come pezzi di legno e allo stesso tempo tremanti come gelatina, con l’impressione di essere appena finita in un sogno, nel suo incubo, e la certezza di non poter raggiungere la salvezza di un provvidenziale risveglio.
«È lui!» boccheggiò.
David si fermò a sua volta, sorpreso, senza capire di cosa stesse parlando. «Chi?»
«Mi ha trovata!»
In quel momento, come se l’avesse percepita, il fratellastro si voltò. Oltre la strada che li divideva, i loro occhi si incontrarono e lei avvertì il fuoco bruciante di determinazione annidato dentro il suo sguardo. Un abisso che, suo malgrado, la attraeva come una stella attrae ogni altro corpo celeste nello spazio. D’impulso, gli girò le spalle e si diede alla fuga. Ignorò le esclamazioni di sconcerto di David e il rombo del motore dell’auto di Michael che si metteva in moto.
Seminali! Seminali!, urlava la sua mente.
Sulla strada, a piedi, non aveva alcuna possibilità, quindi zigzagò sul marciapiede e tagliò attraverso il parco. Lo stridio dei freni sull’asfalto le rivelò che non si erano lasciati ingannare dal suo tentativo.
Non si azzardò a voltarsi indietro per controllare se e in quanti la inseguissero. Con il sangue che le pompava nelle orecchie e nei muscoli, corse alla massima velocità consentita dalle sue gambe, quasi travolgendo una coppietta che portava a spasso il suo labrador sul sentiero. Udì alle spalle le loro proteste, in inglese misto a francese, e poi nuove proteste e il ringhio secco di Brian che intimava loro di tacere.
Rinunciò al sentiero, dov’era troppo visibile, e tagliò in una linea retta attraverso alberi e cespugli, sferzandosi il viso con i rami più bassi e disturbando uno scoiattolo di passaggio. In un attimo fu dall’altro lato del parco. Senza fermarsi a riflettere, deviò a destra, tornando verso il centro della città. Se c’era un posto dove poteva nascondersi, era proprio lì.
Corri!
Il respiro le bruciava in gola, ma il pensiero di cosa le avrebbe fatto Michael, nel caso in cui fosse riuscito a metterle le mani addosso, le dava le energie per proseguire, come se fosse inseguita da un branco di procioni con la rabbia. Nei suoi occhi aveva visto... cosa? Ira, minaccia, possesso, desiderio… qualunque cosa fosse, la faceva tremare fin nell’intimo della sua anima.
Aveva percorso quasi un chilometro ed era arrivata all’incrocio con Avenue Atwater, quando scorse di nuovo la loro auto, che risaliva a tutta velocità lungo la strada.
Lizzie imprecò dentro di sé per la propria stupidità. Michael e Brian non erano soli, e sicuramente mentre qualcuno la inseguiva a piedi, gli altri erano rimasti in contatto e avevano fatto il giro degli isolati con la macchina, per tagliarle la via di fuga.
Non mi avrete!
Deviò bruscamente sull’incrocio, gettandosi a rotta di collo lungo la discesa. Con la coda dell’occhio, vide l’auto di Michael inchiodare e compiere una violenta inversione a U, tagliando la strada a tutte le altre macchine che procedevano nel largo viale. Un coro di clacson infuriati fece da colonna sonora alla manovra azzardata e il guidatore dovette rallentare per evitare di essere speronato nella fiancata.
Secondi preziosi che Lizzie sfruttò per precipitarsi lungo il marciapiede, facendosi largo tra le gente che andava o tornava dopo la spesa al centro commerciale Alexis. Forse, se fosse riuscita a infilarsi là dentro, avrebbe trovato una postazione di polizia a cui chiedere aiuto...
Si accorse che non ci sarebbe mai arrivata, prima che Michael la raggiungesse. Adesso l’auto era nella corsia giusta e non c’erano semafori a fermarla. Le sue gambe parevano scoppiare e non potevano competere con quegli implacabili cavalli motore.
I suoi inseguitori erano a meno di cinquanta metri e Lizzie tentò il tutto per tutto: si gettò giù per la scalinata che portava alla fermata della metro.
A quell’ora i tunnel sotterranei, tappezzati di negozi, bar e locali di ogni tipo - dato che d’inverno gran parte della vita del centro avveniva sottoterra, da una metro all’altra - erano pieni di gente. Tenendosi più bassa che poteva, la ragazza si fece largo verso le scale mobili che portavano ai binari.
Se riesco a prendere un treno, uno qualsiasi…
La schermata luminosa in alto, sopra la banchina, indicava che il treno per Angrignon sarebbe arrivato entro un minuto. Abbastanza tempo per farsi beccare sulla banchina dei binari come una stupida?
Cercò di mimetizzarsi ancor di più tra la folla, le spalle curve infilate nel giubbotto di jeans, la testa bassa, mentre con la coda dell’occhio controllava ora le scale, ora il tunnel da cui doveva sbucare il treno.
Un minuto.
Un’eternità.
Sulle scale si affacciarono Brian e un altro sgherro che lo accompagnava.
«Eccola là!» Il braccio destro di Michael puntò l’indice contro di lei.
«Merda!» Imprecando contro l’improvvisa scarsa puntualità di quella metro, che di solito spaccava il secondo, Lizzie si mise a correre lungo la banchina. «Permesso, permesso, scusate...»
Brian e l’altro uomo si gettarono al suo inseguimento, facendosi largo a spallate.
In quel momento, fari gialli ammiccarono nel buio del tunnel e il rombo del treno in avvicinamento riempì i soffitti alti della metro e fece tremare il pavimento sotto i piedi.
Lento, così lento…
Lizzie si trattenne a malapena dall’urlare al macchinista di far presto. Gli inseguitori erano a pochi passi da lei.
Il treno si arrestò e le portiere si spalancarono con uno sfiato, con la vocina femminile e metallica del mezzo che pronunciava, a beneficio dei passeggeri: «Atwater!»
Si catapultò dentro senza neppure dar tempo alla gente di scendere. Con suo grande disappunto, Brian e l’altro la imitarono senza esitare. Non l’avrebbero lasciata scappare su quel treno facilmente.
Se la mettete così...!, ragionò Lizzie.
Continuò a correre da un vagone all’altro, con i due alle calcagna. Presto, però, il treno sarebbe terminato...
Il segnale acustico delle porte che stavano per chiudersi le regalò una scarica di adrenalina. Esattamente quello che le serviva per balzare di lato, sulla banchina, un attimo prima che le porte automatiche si serrassero alle sue spalle.
Brian e Billy batterono contro il vetro, impotenti, e sulle loro labbra Lizzie lesse una fila di feroci improperi e minacce nei suoi confronti.
Poi il treno ripartì, sparendo nell’altro tunnel e portandoseli via con sé.
La ragazza si allontanò dalla linea gialla dei binari e si lasciò cadere su una panchina. Le gambe le tremavano per lo sforzo e la tremenda tensione.
Ce l’ho fatta!
Si concesse di assaporare la soddisfazione della vittoria, e di riprendere fiato, ma sapeva che non poteva indugiare a lungo. Brian sarebbe tornato a cercarla, a qualunque costo, e comunque adesso quei criminali sapevano dov’era e anche dove abitava. Come avevano trovato l’indirizzo dei suoi zii? Se lei non fosse tornata a casa, se la sarebbero presa con loro e con David? La gravità della situazione le piombò addosso come il peso di un macigno. Qualunque scelta avesse compiuto, sarebbe stata pericolosa per lei e per i suoi parenti.
Devo informare la polizia canadese!, decise infine. Loro avrebbero trovato un modo per difendere lei e gli zii dal fratellastro e dai suoi sgherri.
Una volta giunta a quella conclusione, si alzò, ancora traballante, e fece per risalire le scale.
E si sentì afferrare per un braccio da una morsa micidiale.
«Dove vorresti andare adesso?»
La voce le fece serpeggiare il terrore lungo la spinale dorsale e, non appena incrociò gli occhi fiammeggianti di Michael, capì che era stato tutto inutile: il viaggio fino a lì, la nostalgia di casa, l’amara solitudine...
Tutto inutile.
Lui l’aveva trovata.
«Credevi davvero che sarebbe stato così facile sfuggirmi?» le sibilò il fratellastro all’orecchio, l’alito caldo che le solleticava il lobo, facendola rabbrividire. «E non pensare neppure per un attimo di metterti a urlare come un’isterica. Non vogliamo attirare ulteriormente l’attenzione, vero? Perché lo immagini da sola: un altro passo falso e dovrò inserire una clausola penale nel nostro contratto.»
Lizzie ricacciò in gola l’urlo che già era pronto a uscire per chiamare aiuto. «Cioè?»
«La prossima volta che proverai a scappare, o a sfidarmi, ucciderò una delle persone a cui tieni. Se sarò di buon umore, ti lascerò l’onore di scegliere quale. Hai capito bene?»
La ragazza sentì il sangue defluirle dal volto. «Sì.»
«Mi auguro per te che sia così.» Michael la lasciò andare e le diede un colpetto di incitamento sulla spalla, come a un cane tornato docile dopo una disobbedienza momentanea, accennando con il mento verso l’uscita della metro. «E adesso andiamo. Senza fare storie. Un aereo per Chicago ci sta già aspettando sulla pista di decollo.»
Lei considerò se chiedere almeno la possibilità di salutare gli zii e David, poi rinunciò. Per loro sarebbe stato meglio che fosse partita subito, prima di invischiarli ulteriormente in quella storia. Non se lo meritavano.
«Nel mentre che siamo in volo, stilerai una lista delle cose che ti servono» continuò Michael, imperturbabile di fronte alla sua evidente disperazione.
Lei sollevò la testa. «Che mi servono per cosa? A casa ho tutto ciò che...»
Il fratellastro la interruppe con una risata sarcastica. «Dopo questa tua bravata, credi davvero che ti lascerò tornare a casa dai tuoi genitori, da dove potresti tentare di scappare di nuovo?» Scosse il capo, facendo schioccare la lingua. «No, no, non ci penso neppure. Non mi prenderai in giro una seconda volta. Tu vieni con me.»
La ragazza lo fissò con il più completo smarrimento nello sguardo. «Con te, dove?» osò infine chiedere, pur temendo la risposta.
«Nella mia casa. Nella casa della Famiglia!» rispose Michael, incombendo su di lei, terribile. «E, come promesso, là avrai la punizione che ti meriti.»