Michael aveva sempre desiderato un cagnolino. Come tutti i bambini, adorava i cuccioli e aveva implorato più volte sua madre di prendere in casa un animaletto da compagnia. Si sarebbe accontentato di tutto, persino di un criceto, pur di avere un batuffolo di pelo da coccolare. Ma suo padre non aveva mai voluto, e Rose non aveva mai insistito in proposito. Non insisteva mai, con lui, come se già sapesse di essere sconfitta in partenza.
«Perché condannare alla prigionia un’altra povera creatura?» aveva detto un pomeriggio al figlioletto, in risposta alle sue ripetute suppliche.
Allora Michael non aveva ben capito cosa la madre intendesse e aveva messo il broncio.
Lo aveva capito solo durante la sua permanenza dal Boia.
Quando aveva imparato a stare ben attento a ciò che desiderava. Quando aveva imparato che niente distrugge un uomo quanto corrompere e pervertire i suoi sogni.
Il cucciolo aveva pochi mesi quando il Boia gliel’aveva affidato. Era un buffo incrocio tra un pastore tedesco e qualche razza di cane da pastore, e già pesava parecchi chili. Sarebbe diventato davvero grosso.
Il piccolo Michael non riusciva a credere che fosse davvero suo. Non aveva neppure il coraggio di avvicinarsi troppo, per paura che il Boia schioccasse le dita e il cucciolo si volatilizzasse davanti ai suoi occhi.
«Avanti, di che hai paura?» lo aveva apostrofato duramente l’uomo, con la sua solita aria di scherno misto a disprezzo, che lo faceva sentire sempre insicuro e inadeguato, come il più disgustoso degli insetti. «È troppo piccolo per morderti!»
Infine Michael si era fatto avanti, aveva allungato la mano e accarezzato il cucciolo dietro alle orecchie. In risposta, l’animale gli aveva leccato la mano. Una leccata calda e umida. Quello che di più vicino c’era a un bacio, e il gesto più dolce che avesse mai ricevuto, da quando sua madre se n’era andata.
«Co-come si chiama?» aveva osato chiedere.
Il Boia aveva scrollato le spalle. «Cane.»
E così Cane era stato. Con lui Michael aveva condiviso i magri pasti, quando il Boia era abbastanza soddisfatto di lui da concederglieli, il freddo giaciglio, i suoi pensieri e le sue paure più recondite. Cane ascoltava sempre, fissandolo con i suoi occhioni, e gli leccava la faccia per asciugargli le lacrime quando il Boia non vedeva, perché le lacrime erano per i deboli e l’avrebbe punito ancor di più, se l’avesse scoperto a piangere.
Era stato suo compagno per quasi quattro mesi. L’unico suo amico tra quelle mura.
Poi il Boia se l’era ripreso.
Senza preavviso. Senza spiegazione. Di ritorno dalla cucina, in tasca qualche tozzo di pane e persino una polpetta rinsecchita da portare a Cane, Michael non l’aveva trovato nella sua stanzetta. Lo aveva cercato a lungo, gridando il suo nome, ma l’unico a venire al suo richiamo era stato il Boia.
«Che hai da starnazzare tanto?»
Michael aveva deglutito, si era sforzato di fingere indifferenza. «Non trovo Cane da nessuna parte.»
«Certo che non lo trovi, razza di stupido. L’ho portato via io.»
Michael era rimasto a fissarlo nel più completo sconcerto. «Perché?» aveva esalato infine.
«Primo, perché mi appartiene, come tutto in questa casa. E poi, perché lo stavi rammollendo.» Aveva emesso uno sbuffo gracchiante. «Non è così che va tirato su quel tipo di cane. Vedrai!»
Nonostante questa promessa, però, Michael non aveva rivisto Cane per parecchi mesi. Alla fine si era rassegnato all’idea di averlo perduto per sempre.
Poi, un giorno, il Boia l’aveva convocato.
«Vieni con me!» gli aveva ordinato, interrompendo i suoi allenamenti con gli altri ragazzi e afferrandolo per la collottola. Michael lo aveva seguito in silenzio. Ormai aveva imparato bene a obbedire a quell’uomo implacabile, che non esitava a punirlo per ogni minima parvenza di disubbidienza.
Anche una parola di troppo poteva scatenare la sua ira.
Il Boia lo condusse in un’ala della magione che non aveva mai visitato. Lo fece scendere lungo anguste scale, illuminate soltanto dal chiarore smorto e intermittente di neon mezzi fulminati, i gradini erosi dall’umidità e dall’incuria, la balaustra di metallo vaiolata di ruggine. Mano a mano che si inoltravano nelle profondità della villa, l’aria diventava più pesante, opprimente, e Michael la sentiva piombare nei polmoni come piombo fuso.
Infine, giunsero davanti a una porta di metallo, la parte superiore formata da sbarre come quella di una prigione. Michael non era abbastanza alto per vedere cosa ci fosse oltre, se non alzandosi in punta di piedi, e scorgeva soltanto una parte di soffitto dall’intonaco rovinato dall’umidità e una luce pallida e sbiadita.
«Entra!» ordinò il Boia.
Il ragazzino gli lanciò un’occhiata impaurita. Gli pareva di essere sceso fino all’inferno, e che soltanto demoni potessero abitare quel luogo cupo. «Cosa c’è là dentro?»
Gli occhi del Boia si ridussero a due fessure. «Entra!» ripeté, e Michael sapeva che non l’avrebbe detto un’altra volta. «Non vuoi rivedere un vecchio amico?»
L’uomo spalancò la porta e il ragazzo non poté far altro che avanzare, con l’impressione di essere una mucca diretta al macello.
Fu accolto da un abbaiare frenetico.
Mentre gli occhi si abituavano alla penombra, si accorse di trovarsi in un vasto ambiente sotterraneo, dal soffitto basso: un uomo alto avrebbe rischiato di sbatterci la testa. Contro la parete opposta erano ammassate una serie di gabbie.
Un canile.
E in una di quelle gabbia c’era...
«Cane!» gridò Michael.
L’avrebbe riconosciuto tra mille. Era cresciuto, il suo bel cucciolo, diventando un’enorme palla di ispido pelo grigiastro. Ormai arrivava con la schiena alla pancia di un uomo adulto e assomigliava a un orso più che a un cane.
E gli stava abbaiando contro come un forsennato.
In preda a emozioni contrastanti - gioia, sollievo, preoccupazione perché l’animale era rinchiuso in quella gabbietta angusta e sporca dei suoi stessi escrementi, chissà da quanto tempo, ed era così magro che si potevano contare tutte le costole! - Michael fece qualche passo verso di lui. «Cane, sono io! Non mi riconosci?»
Per tutta risposta, l’animale emise un feroce latrato.
«Riconosce il bastone e chi lo impugna» affermò il Boia, che era rimasto fermo sulla soglia. «Gli animali, come le persone, devono obbedire a chi è più forte, senza invischiarsi in inutili sentimentalismi.»
Solo allora Michael notò che Cane zoppicava da una zampa, l’orecchio tagliato, le croste addosso come segni delle percosse ricevute. Sentì l’impulso di voltarsi, caricare il Boia e picchiarlo con un bastone, come aveva fatto lui con quel povero animale.
«Ha fame» disse invece.
Il volto dell’uomo si aprì in un sogghigno. «Oh, sì. Non sai quanta. Sono giorni che non mangia.»
Sollevò il braccio a indicare dei cavi che pendevano dal soffitto basso e raggiungevano ciascuno una gabbia. «Vedi quelli?»
Michael annuì.
«Tra poco saranno azionati, e così la gabbia di quella bestia verrà aperta.»
«Non è una bestia» protestò il ragazzino. «Cane è un mio amico.»
Il Boia si strinse nelle spalle. «L’amicizia non conta nulla, contano solo la fedeltà e l’obbedienza, instillati con la forza.» Estrasse qualcosa di tasca e si chinò, poggiando a terra l’oggetto. «Ti dirò io quello che succederà. Non appena quel cane sarà libero, cercherà cibo, perché vuole sopravvivere. Tutti vogliono sopravvivere. E guarda caso, ecco nella stanza insieme a lui una facile preda... anzi, dipende da te quanto sarà facile.»
Diede un calcio all’oggetto sul pavimento, mandandolo a rotolare tra i piedi di Michael, poi si tirò indietro, un passo fuori dalla stanza.
«Quella ti sarà utile» sentenziò, poi fece scorrere la porta. Il ragazzino sentì lo sferragliare del catenaccio che veniva tirato e rimase a fissare il ghigno impassibile del Boia, che lo osservava oltre le sbarre.
Quindi, lentamente, abbassò lo sguardo.
Tra i suoi piedi, un baluginio di metallo.
Una pistola.
Sapeva come usarla. Il Boia gliel’aveva mostrato. Togli e metti la sicura, togli e metti la sicura. Ovviamente, con un’arma caricata a salve.
Di sicuro quella non lo era.
«Ricorda…» La voce del suo aguzzino lo costrinse ad alzare la testa di scatto. «Solo uno di voi uscirà da questa stanza. Quella bestia appena libera cercherà di ucciderti. Di dilaniarti. Di cibarsi delle tue carni. Ti farà a pezzi mentre ancora gridi invocando aiuto. Questo, ovviamente...» una pausa divertita, «se non la ammazzi prima tu.»
Michael esaminò la porta. Non c’erano maniglie su quel lato. Poteva essere aperta solo dall’esterno.
«Non lo farò!» sentenziò.
Il Boia scrollò le spalle. «Allora tuo nonno dovrà trovarsi un altro erede, con le palle per fare quello che è necessario quando è necessario» sentenziò. Il ragazzino vide sparire il viso dalle sbarre e udì i suoi passi pesanti che si allontanavano nel corridoio.
Lo stridio superò i latrati di Cane e lo fece voltare di scatto.
Le corde che pendevano dal soffitto si erano tese. Dopo un lungo attimo sospeso, cigolando, la porta della gabbia cominciò a sollevarsi. Cane cominciò a lanciarsi contro le sbarre, mordendole e sbavando ferocemente.
Michael rimase a osservarlo come affascinato. Aveva fantasticato così a lungo sul momento in cui l’avrebbe ritrovato, in cui avrebbero potuto stare di nuovo insieme, loro due soli contro il mondo.
«Adesso siamo solo io e te in questa stanza» disse. «E tu non mi farai del male.»
Cane snudò i denti, aguzzi e giallastri. Gli occhi brillavano febbrili, il suo corpo fremeva tutto in preda agli spasimi, mentre la grata della gabbia continuava a salire. Quegli occhi che Michael ricordava così dolci e innocenti, e adesso sprizzavano sofferenza, fame e odio.
Che cosa gli aveva fatto il Boia?
Che cosa sta facendo a me?, si chiese Michael.
Infine, la gabbia si aprì completamente. Cane esitò un istante, come se non credesse di poter essere libero. Poi fece qualche passo sul pavimento polveroso.
Gli occhi sempre fissi su di lui.
«Andrò a cercarti qualcosa da mangiare» disse Michael. «Non sarà molto, perché adesso sei diventato proprio grosso, ma ci basterà, come sempre.»
In effetti, adesso che si faceva più vicino, Cane era grosso. Enorme.
Come le sue fauci, che grondavano fiumi di saliva. Michael avvertì un morso di paura nel petto.
Allungò la mano verso di lui, per fargli una carezza, ma l’animale emise un ringhio basso, di gola, balzò in avanti e fece schioccare le mascelle. Michael si tirò indietro giusto in tempo per evitare che gli staccasse la mano di netto, ma comunque le zanne riuscirono a lacerargli la maglia e a graffiargli la pelle. Incespicò indietro, con un urlo, e cadde, ruzzolando sul pavimento lurido. Le sue dita incontrarono il freddo del metallo dietro alla schiena.
La pistola.
«Non lo farò!» ripeté Michael in un grido, fissando Cane con disperazione. «Ti prego, non farmelo fare, non farmelo fare, non farmelo fare...»
L’animale si raccolse su se stesso, tendendo i posteriori, pronto a balzargli di nuovo addosso, e stavolta non avrebbe avuto scampo.
Michael sentì salire le lacrime agli occhi. I tagli sulla mano gli bruciavano, il cuore gli pompava feroce nel petto, la pistola era fredda e pesante tra le dita, mentre non poteva far altro che fissare il suo cucciolo, il suo bel cucciolo affettuoso, il suo unico amico, il suo più grande sogno, che stava per sbranarlo.
Non voleva ucciderlo.
Ma non voleva neppure morire.
«Ti prego...» sussurrò di nuovo, la vista appannata dalle lacrime.
Eppure, in qualche modo, vide Cane spiccare il balzo.
E il suo dito premette il grilletto.
Lizzie si era rivestita in fretta e furia, con i primi jeans e la prima t-shirt che aveva trovato nell’armadio, ma si sentiva ancora nuda di fronte allo sguardo accigliato di Megan.
«Fammi capire bene...» sbottò l’amica, incrociando le braccia. «Sei andata in Canada senza dir niente a nessuno per scappare dal tuo fratellastro, che è un boss mafioso, oltre che un fottuto pervertito. Il bastardo è riuscito comunque a trovarti, intercettando la nostra telefonata, e ha intenzione di tenerti tra queste quattro mura fino al momento delle vostre fantomatiche nozze. E tu sei la povera vittima prigioniera...» terminò indicando con un inquisitorio cenno del mento il letto disfatto e i cuscini che erano volati per tutta la stanza.
Lizzie arrossì fino alla punta dei capelli. «Non è proprio come pensi...»
«Allora spiegami. Perché le alternative qui sono due: o un branco di bufali inferociti è passato sopra questo letto, o qualcuno ci ha trascorso una lunga notte di baldoria. Allora, quale delle due?»
Lizzie si schiarì la voce. «La seconda.»
«Ovvio, lo so, era una stupida domanda retorica!» Megan emise uno sbuffo. «Dunque, per l’amor del cielo, vuoi dirmi che cazzo ti passa per la testa? Quel tipo ti vuole rovinare la vita e tu gliela dai così?»
«Non gliel’ho data!» protestò lei, infervorandosi. «Abbiamo solo...»
Megan la fermò con un cenno perentorio della mano. «Per carità, risparmiami i particolari. Resta il fatto che sei andata a letto con il tuo carceriere. Ti ha costretto lui, vero? Ti ha legato alla sponda del letto?»
Lizzie avrebbe desiderato con tutta se stessa di poter annuire, di potersi scaricare di dosso quella responsabilità e quella vergogna. Invece sospirò. «No.»
«Ti ha fatto ubriacare e ti ha spogliato a tradimento?»
«No.»
«Ti ha... oh, insomma, che cazzo!» Megan allargò le braccia di scatto e prese a misurare la stanza a lunghi passi nervosi. «Da quando soffri di sindrome di Stoccolma? Quella che ti innamori del tuo carceriere?»
«Non sono innamorata di lui» affermò Lizzie, con tutta la convinzione che riuscì a racimolare. «Solo...» La voce le sfinò in un sussurro. «Oh, Megan, non lo so. Non lo so che mi succede. Quando Michael è vicino, non riesco a ragionare come si deve. Basta che lui mi sfiori e ogni buon senso mi finisce nel cesso. Lo odio proprio per questo: per come mi fa sentire. Ma non riesco proprio a farne a meno. Anche quando ero a Montreal dai miei zii, lontano da lui, e cercavo assolutamente di non pensarci, non facevo altro che sognarlo, desiderarlo e…» Si prese la testa tra le mani, perché anche in quel momento immaginare la pelle del fratellastro premuta contro la sua, il calore della sua lingua dentro di lei, le faceva pulsare il ventre. «Sì, hai ragione, questa cosa è una malattia. E vorrei tanto esistesse una cura.»
Megan considerò le sue parole. «Un buon inizio sarebbe scappare di qua e avvisare la polizia.»
«E rischiare che faccia del male ai miei genitori?» Lizzie scosse la testa. «Michael sarebbe capace di questo e altro, pur di avermi per sé.»
«Ma non può!» replicò Megan. «Questo è un sequestro di persona bello e buono. È contro la legge! D’accordo, non puoi farlo tu? Allora ci penserò io! Andrò al distretto di polizia e spiffererò tutto quanto, ai poliziotti e poi alla stampa. E anche al Presidente, se necessario.»
Lizzie si morse le labbra. L’amica era così determinata e sicura di quello che voleva… lei, invece, non riusciva più a capire cosa desiderasse veramente. Come era possibile odiare così tanto una persona, eppure esserne così attratta? Certo, non voleva diventare il giocattolo di Michael né un membro della sua maledetta famiglia di assassini. Ma d’altra parte, il pensiero di non poter più godere di una notte come quella...
Fu il rumore di passi oltre la porta a riscuoterla. Pesanti, decisi, implacabili. Si irrigidì, il cuore in gola.
«Lui è qui!» ansimò.
Come evocata dalla sue parole, udì la voce profonda di Michael nel corridoio.
«Dov’è?»
«Sei tornato presto!» rispose la voce di Brian. Doveva essere rimasto tutto il tempo di guardia alla porta, magari origliando la loro conversazione...
«Appena ho potuto, una volta visto il tuo messaggio» continuò Michael.
«Sono entrambe dentro.»
Lizzie cominciò a fare gesti frenetici a Megan, spingendola verso la grande finestra che dava sul giardino intorno alla villa.
«Devi andartene di qui!» le sussurrò.
«Guarda che non ho intenzione di buttarmi da quassù e rompermi qualcosa.»
Stavano ancora battibeccando, con Lizzie che armeggiava per aprire la finestra, quando la porta si spalancò e Michael fece il suo ingresso.
«Guarda, guarda!» emise un fischio l’uomo. «Abbiamo ospiti.»
«Come ti avevo detto» confermò Brian, appoggiato con la spalla allo stipite della soglia, un sorrisetto soddisfatto sulle labbra. «Credevi che scherzassi?»
«Un po’ lo speravo» rispose Michael, esaminando Megan da capo a piedi. «Non mi piace avere in casa ospiti non invitati, e soprattutto non graditi.»
Sotto il suo sguardo infuocato, Megan raddrizzò le spalle e, con il suo ragguardevole metro e sessanta, parve alta come una montagna. «Tranquillo, maschio alfa della zona, me ne stavo giusto andando.»
Fece per aggirarlo e dirigersi verso la porta, ma Michael le bloccò la via e nello stesso attimo Brian, con un movimento fluido, si spostò, occupando la soglia.
«Quanta fretta…» commentò il boss dei Cannizzaro. «È quasi ora di pranzo e Anna prepara sempre cibo in abbondanza, una bocca in più non farà differenza.»
«Grazie per l’invito, ma ho altri impegni per pranzo» fece notare Megan, scocciata.
«Non era un invito» replicò il fratellastro. «Era un ordine.»
Lizzie provò a farsi avanti. «Michael, senti...»
Lui la zittì con un brusco cenno del braccio, continuando a guardare Megan. «Credevi davvero di entrare nella mia casa e di poterne uscire a piacimento? Che ti avrei lasciato andare in giro a provocarmi seccature con la polizia?» Fece schioccare la lingua. «Se è così, sei ancora più stupida della tua amica.»
Lizzie vide Megan gonfiare le gote, gli occhi che dardeggiavano di rabbia. «Non ho intenzione di rimanere in questa casa di malviventi come voi.»
Michael non parve per nulla colpito dalla sua espressione omicida. «Dovevi pensarci prima di venire a bussare al mio cancello!» stabilì. «Adesso, rimarrai a far compagnia alla mia futura moglie. Brian!»
Il suo secondo lo affiancò, in attesa di ordini.
«Falla telefonare a casa, che inventi la scusa che vuole per spiegare la sua assenza per i prossimi giorni. Se prova a far la furba e a spifferare qualcosa, tappale la bocca. In modo definitivo. Poi confisca anche a lei il cazzo di cellulare, e per Dio oggi non voglio altre rotture di coglioni da lei o da chiunque altro.»
Megan adesso schiumava letteralmente di rabbia e pareva sul punto di balzare al collo del boss come un gatto inferocito. «Io non...» cominciò.
Michael gli voltò le spalle. «Niente di quello che ho detto era una domanda!» sancì, prima di lasciarle tutte e due in compagnia del fedele Brian.