INCATENATA A ME - Capitolo 19 di 24

OLIVIA BENNET


Michael chinò la testa per passare sotto la saracinesca sfondata del magazzino. Nella penombra tagliata dal chiarore delle torce dei suoi uomini, aleggiava un’aria densa e pesante. Odore di sudore, di fumo, di qualcosa di stantio. Però c’era silenzio, un silenzio di tomba. Stringeva ancora spasmodicamente la pistola, anche se, ormai ne era quasi certo, non avrebbe avuto bisogno di usarla.

Portò una mano a massaggiarsi la tempia che martellava. Erano state tre settimane intense - tre settimane di merda, per usare un eufemismo -. Pochi giorni dopo il suo matrimonio, il suo fottuto matrimonio del cazzo!, a Englewood era scoppiata la guerra. Letteralmente.

Nonostante le sue chiare minacce, quell’idiota di Jeremy Locke e la sua banda avevano attaccato apertamente i Red Scorpions, cominciando nel quartiere una lotta senza esclusione di colpi che aveva già provocato quasi trenta morti, per le strade, e attirato l’attenzione di tutti gli sbirri di Chicago. Il quartiere era sempre stata una zona bollente, ma adesso era un vero e proprio calderone di caos e violenza, e la cosa non faceva che peggiorare di giorno in giorno. Come risultato, Michael aveva già perso due partite di droga, non era riuscito a riscuotere il dovuto pizzo dai commercianti terrorizzati, che si erano dovuti barricare in casa, e gli altri membri della Famiglia cominciavano a preoccuparsi sul serio, perché si rischiava che da un momento all’altro il nome dei Cannizzaro spuntasse fuori, come un fiore in mezzo al letame, e la polizia venisse a crear noie anche a loro.

Ci mancava giusto quello.

Tutto quel casino aveva un unico lato positivo, ragionò cupo Michael: almeno non aveva mai tempo di pensare davvero a Lizzie.

Dalla notte del matrimonio, si comportavano come due perfetti estranei. Pur condividendo lo stesso tetto e la stessa camera, si erano rivolti la parola sì e no dieci volte, lui sempre in preda alla rabbia, lei con quell’espressione vuota da automa che gli faceva saltare il sistema nervoso.

Così accondiscendente, così sottomessa... così frustante!

Non era quello che volevi?, gli sussurrò una vocina nella testa.

Michael digrignò i denti.

Cazzo, certo che no!

Voleva che Lizzie la smettesse di creare problemi, ne aveva già a sufficienza con Englewood, e che finalmente si comportasse come una buona moglie per lui.

Che pretendi? È stata allevata da Rose, che non è mai stata una buona madre... Al diavolo, non ho bisogno di una madre adesso. Ma di una buona moglie, cazzo!

E una buona moglie gli avrebbe dato soddisfazione a letto!

Cioè, non che la sorellastra in quei giorni si fosse negata, anzi, non aveva opposto la minima resistenza: aveva aperto docilmente le gambe quando lui lo aveva chiesto, si era messa persino a gattoni senza discutere al suo comando, forse avrebbe addirittura belato a un suo comando, una cosa che la vera Lizzie non avrebbe mai fatto.

Ecco il vero punto della situazione: quella non era la Lizzie di cui si era invaghito. E non aveva alcun senso prenderla in quel modo, sarebbe stato come trombarsi una bambolina gonfiabile come uno sfigato qualunque. Così si era rifiutato di toccarla, come le aveva promesso, trattandola alla stregua di un insetto repellente, e si era gettato invece anima e corpo nel tentativo di risolvere il casino Englewood prima che la cosa esplodesse in faccia alla Famiglia.

Per il momento, non aveva ottenuto i risultati sperati.

L’ultimo incontro con Jeremy Locke per parlamentare si era rivelato un fiasco, e anzi aveva sollevato ulteriori preoccupazioni. Il ragazzotto, un punk idiota circondato da teppisti di strada della sua stessa risma, si era fermamente convinto che suo fratello Jeff fosse stato ammazzato a tradimento dai Red Scorpions. Cioè, di sicuro era stato ammazzato, ma Michael sapeva che erano cose che succedevano parecchio spesso, a Englewood, soprattutto per un capobanda come Jeff, che doveva essere finito in chissà quale assurda scaramuccia. E si sa che le pallottole volanti non hanno rispetto per nessuno.

«Abbiamo ritrovato il suo giubbotto nel loro territorio!» aveva sputato Jeremy con rabbia, le pupille dilatate di chi ha parecchi grammi di coca in corpo. «In bella mostra, ancora sporco di sangue secco, e con quel sangue era tracciato uno scorpione rosso sulla pelle della giacca. Mi hai sentito? Hanno tracciato il loro fottuto simbolo di merda sul giubbotto di mio fratello.»

«Potrebbe averlo fatto chiunque.» Michael si era sforzato di farlo ragionare. «Ho incontrato anche il capo dei Red Scorpions. Mi ha assicurato che non sanno niente di questa giacca né di quello che è successo esattamente al suo proprietario, e non ha alcun motivo di mentire.»

«Certo che ce l’ha, perché è un bastardo senza onore e un fottuto assassino. Ma io non lascerò che la morte di un membro della mia famiglia resti impunita.» Jeremy gli aveva puntato l’indice contro. «Noi abbiamo un patto con i Cannizzaro. Abbiamo lavorato per voi, abbiamo rispettato le tariffe e le regole. Ma voi in cambio ci avete promesso protezione e supporto contro i nostri nemici.»

Michael aveva scosso la testa. «Non sterminerò la vostra banda rivale sulla base di supposizioni.»

Gli occhi di Jeremy si erano ridotti a due fessure. «Dunque, siete dalla parte dei Red Scorpions?»

«Non siamo dalla parte di nessuno, vi chiediamo solo di restare tutti calmi fin quando non chiariremo la situazione.»

«La morte di mio fratello esige vendetta adesso!» aveva sancito Jeremy, alzandosi, senza neppure tendergli la mano in gesto di saluto, a significare che per quello che lo riguardava l’incontro era finito. «Se voi non volete aiutarmi, allora mi rivolgerò ad altri. A chi già mi ha garantito il suo appoggio.»

Michael non era rimasto in realtà così sorpreso, quando aveva scoperto di chi si trattava.

Sembra che i russi abbiano finalmente rinunciato a South Shore, ragionò tra sé, ma abbiano spiacevoli mire su Englewood...

E così eccolo là, deciso a far pentire quei bastardi di tutti i problemi che continuavano a procurargli. Solo che, per l’ennesima volta, si era trovato a stringere un pugno di mosche.

Brian gli fece cenno di avvicinarsi e Michael avanzò nel magazzino in costruzione, il bagliore della torcia che si riverberava nei muri ancora non intonacati. E non lo sarebbero mai stati, con ogni probabilità, perché la ditta che doveva ultimare quell’edificio doveva esser chiusa da un pezzo, o gestita dai russi.

«Nessuno?» domandò Michael.

«Nessuno» confermò Brian, altrettanto cupo. «Anche se nelle altre stanze ci sono stufette termiche, materassi e altri segni che il posto fosse utilizzato. E nel bagno c’è un tanfo tale che scommetto qualcuno ci ha cacato di brutto in giornata.»

«Peccato che quel qualcuno si sia tolto dai coglioni, adesso» ribatté Michael, sentendo montare la frustrazione. Secondo i loro informatori - e avevano perso due uomini, per avere quelle informazioni -, quello era uno degli avamposti dei russi nel quartiere e avrebbe dovuto essere teatro di un incontro tra quei bastardi e i Black Skulls.

Invece era dannatamente vuoto.

Si inginocchiò a esaminare il pavimento. Briciole di pane, forse un biscotto. I topi non avevano avuto il tempo di farle sparire.

«Se ne sono andati da poco» confermò Brian.

Michael spazzò via le briciole con un rabbioso calcio. «Come tre giorni fa. E come la settimana scorsa.»

«Già.» Brian, come sempre, sembrava seguire i suoi pensieri. «Sembra che, ogni volta, sappiano che stiamo arrivando.»

Il che li rendeva molto furbi, o molto fortunati. Ma Michael aveva pianificato quell’incursione con tutte le dovute attenzioni, solo i capi e i membri più fidati della Famiglia ne erano a conoscenza. E quanto alla fortuna... non ci credeva più di quanto credesse a Babbo Natale.

Il che lo portava a una sola, terribile conclusione.

Fissò Brian, leggendo nel suo sguardo la stessa consapevolezza. «Tra noi ci deve essere una talpa» sentenziò, grave.

 

 

Il giorno dopo…

 

Come ogni mattina, nell’ultima settimana, Lizzie si risvegliò da sola nel grande letto a baldacchino.

Sbatté le palpebre, mentre il sole filtrava dalla grande finestra che dava sul giardino e faceva danzare granelli di polvere nei triangoli di luce. Quasi d’istinto, la sua mano si mosse verso l’altro lato del letto, trovandolo freddo e vuoto.

Che altro ti aspettavi?, si domandò amaramente.

Anche quella sera Michael era rientrato tardissimo, quando ormai lei si era già coricata. L’aveva fissato mentre, di spalle, si sbottonava la camicia e si sfilava i vestiti di dosso. Se lui aveva notato di averla svegliata, non l’aveva dato a vedere. Non si era scusato - no, certo, i bruti come lui non avevano mica bisogno di scusarsi!-, né tantomeno le aveva detto dov’era stato. Né Lizzie gliel’aveva chiesto. Si era imposta di non rivolgergli mai più la parola, se non quando interrogata e quando non poteva proprio farne a meno.

In cuor suo, aveva paura di quello che avrebbe potuto scoprire.

Una lacrima disobbediente le sfuggì dalle ciglia. Se l’asciugò con il bordo del lenzuolo, perché quel bastardo non si meritava i suoi pianti.

Alzarsi dal letto fu uno sforzo. Si sentiva da schifo, le girava un po’ la testa e le sembrava di aver masticato una cimice durante la notte.

«Colpa dello stufato di Anna...» biascicò, barcollando in bagno per sciacquarsi la bocca e lavarsi i denti. «Era pieno di cipolle, e poi quel suo dolce italiano strapieno di ricotta.»

Dopo essersi passata l’acqua fredda sul viso, si sentì un po’ meglio. Bene no, dubitava che sarebbe mai più stata bene in vita sua, costretta a condividerla con il fratellastro. Anche i suoi vestiti erano spariti dalla sedia dove li aveva appoggiati durante la notte. Se n’era andato di nuovo, senza una parola, senza una spiegazione...

«Che se ne vada all’inferno!» inveì, davanti al suo riflesso. Degli occhi infossati, su un volto mortalmente pallido, le restituirono lo sguardo. No, non aveva proprio una bella cera, e se fosse stato per lei si sarebbe rimessa a letto, per dormire almeno fino a mezzogiorno, ma quella mattina aveva avuto il permesso di andare a trovare Rose e Carl.

Il permesso! L’idea la fece infuriare: doveva chiedere il permesso, per vedere i suoi genitori!

Dopo le nozze, per lo meno, Michael le aveva concesso un po’ più di libertà. Poteva lasciare la villa, se lo desiderava, a patto che lui sapesse sempre dov’era e che la accompagnasse una fedele scorta. Le aveva persino restituito il cellulare. Tanto, ormai, dove poteva scappare? Chi poteva chiamare? Era indissolubilmente legata a lui e alla Famiglia.

In altre parole, pur avendo a disposizione una gabbia più grande, era comunque un canarino prigioniero.

Cercò di non pensarci, mentre si vestiva e si passava una buona dose di trucco sulla faccia. Fard e correttore fecero il loro dovere, perché quando si contemplò di nuovo al grande specchio a figura intera dell’armadio, aveva recuperato un briciolo di colore e non sembrava più un panda. Continuava ad avvertire un vago malessere e una punta di nausea, ma contava che le sarebbero passati presto.

«Ci manca di essermi buscata una gastroenterite» borbottò, aprendo la porta per uscire di camera. «Se è così, spero tanto di attaccarla anche a quello stronzo di Michael.»

 

 

Megan la aspettava impaziente all’ingresso della villa. Ovviamente non da sola. Billy era ormai diventato la loro ombra: una volta oltre quei cancelli, non potevano fare un passo senza di lui. Le aveva accompagnate a spasso lungo i parchi sulle rive del lago, in ogni loro gita in città, a fare compere nei negozi del centro, persino in quelli di intimo, e ci mancava le seguisse anche al cesso! Di solito lo affiancava qualche altro scagnozzo, dato che Michael non voleva rischiare in alcun modo di perderla. Oppure Brian, ogni volta che poteva.

C’era anche lui quella mattina.

Lizzie non ne era sorpresa, il braccio destro del boss non mancava quasi mai quando si trattava di Megan. La fissava con il suo sguardo rapace ed era una presenza silenziosa al suo fianco. Per lo meno, non le aveva ancora messo le mani addosso, o così le aveva assicurato l’amica. Lizzie si chiedeva cosa stesse aspettando. Forse, semplicemente, non aveva alcuna fretta di prendersi ciò che considerava già suo.

«Sei in ritardo!» l’apostrofò Megan non appena la vide comparire sulla soglia. «Tra poco non si tratterà di colazione, bensì di un pranzo, se non ti sbrighi.»

«Lo so, mi dispiace di averti fatto aspettare» si scusò. Si rivolse deliberatamente a Megan, ignorando i due uomini di scorta. Per quanto la riguardava, loro potevano aspettare anche tutto il giorno, visto che avrebbe fatto volentieri a meno della loro presenza.

«Di’ un po’, eri impegnata con Michael?»

«No.» Lizzie si morse la lingua. Non le disse che si era alzato e se n’era andato senza neppure salutarla, né di quanto questo la ferisse. «Non è in casa.»

Lanciò un’occhiata a Brian, come per ottenere conferma. L’uomo si limitò a scrollare le spalle. «Ha degli affari importanti da sbrigare» affermò.

Affari più importanti di me!, considerò Lizzie. Come sempre.

«Più tardi dovrò raggiungerlo anch’io, quindi vediamo di sbrigarci» continuò Brian, gelido. «Dobbiamo essere di ritorno entro l’una.»

«Ricordati di darmi il cambio dopo cena, ho la serata libera» gli rammentò Billy.

Brian sogghignò. «Appuntamento al Divinae, eh?»

L’altro non negò né diede conferma. «Ogni tanto potrò scopare un po’ anch’io, no?» si limitò a replicare sulla difensiva.

La macchina li aspettava sul vialetto, per condurli in città. Billy si mise alla guida, con il compagno al fianco, mentre le due ragazze si sistemarono sui sedili posteriori.

«Insopportabile...» bisbigliò Lizzie, con un cenno del mento in direzione di Brian.

Megan roteò gli occhi. «Non dirlo a me. Stanotte è tornato tardissimo, e lo sai che odio essere svegliata nel cuore della notte, poi non riesco a riaddormentarmi. Gli ho lanciato contro i cuscini e tutte le offese che mi sono venute in mente, e lo sai lui cosa mi ha detto?»

Lizzie non lo sapeva, ma aveva idea che lo avrebbe scoperto a breve.

«Ha detto: “Sta’ zitta, per favore, che ho già abbastanza gatte da pelare.” E poi si è buttato sul letto vestito e si è addormentato di colpo. Hai capito? Mi ha dato della gatta da pelare, dopo che è stato lui a obbligarmi a dormire nella sua stramaledetta camera, in quella casa di mafiosi del cazzo. E stamani, dopo che si è fatto la doccia, ha pensato bene di uscire nudo dal bagno. Completamente nudo, come Dio l’ha fatto! Come se non gli importasse nulla della mia presenza, nemmeno fossi invisibile. Ti sembro forse invisibile?»

«Fossi almeno muta...» commentò Brian dalla parte anteriore dell’auto, segno che aveva udito almeno in parte la loro conversazione.

«E tu fossi vagamente gentile!» lo rimbeccò pronta Megan, con una sorta di ringhio.

«Piantala di frignare, ho dormito poco.»

«E tu piantala di rompere le palle e di origliare i nostri discorsi come un maniaco.»

Con un sospiro, Brian allungò la mano e accese la radio. La musica pop inondò l’abitacolo e, per tutto il tragitto fino a casa Parker, nessuno riaprì bocca.

Billy parcheggiò lungo il marciapiedi, di fronte all’abitazione. Brian scese per primo e aprì la portiera alle ragazze, con un gesto che sarebbe stato galante, se non avesse avuto il suo solito sorrisetto cinico cucito sulle labbra. «Prego.»

«Ce le abbiamo le mani…» replicò Megan, affrettandosi a scendere a sua volta.

Brian si strinse nelle spalle e si rivolse a Lizzie. «Mi raccomando: un’ora di tempo. Non costringetemi a entrare per riprendervi.» Detto ciò, ficcò le mani in tasca e si avviò come se volesse fare un giro intorno alla casa. La ragazza non dubitò neppure per un attimo che stesse andando ad appostarsi vicino alla porta sul retro. Brian non sembrava il tipo da commettere due volte gli stessi errori.

Rose e Carl furono felicissimi di vederla. Era sabato, quindi erano entrambi a casa, e le avevano preparato una colazione con i fiocchi: pancake al cioccolato, cereali, omelette al formaggio, toast imburrati e persino la marmellata fatta in casa che le piaceva tanto. Si sentì salire le lacrime agli occhi per la commozione, ma dall’altra parte il suo stomaco si contorse in un singulto di nausea.

«Ciao, tesoro, finalmente… oh, Megan, ci sei anche tu?» Rose si fece loro incontro e le strinse entrambe in un caloroso abbraccio. «Su, su, accomodatevi, altrimenti si fredda.»

«Scusa per il ritardo.»

«Ma di che? Sono così contenta che siate venute.» Il suo sguardo indugiò oltre la porta a vetri, come per controllare che non ci fosse nessun altro… o per cercare Michael, immaginò Lizzie. In fin dei conti, nonostante ciò che aveva fatto alla loro famiglia, Rose teneva ancora a lui.

Sedettero tutti intorno alla tavola imbandita. Megan si gettò subito sul cibo, con un appetito invidiabile, mentre Carl versava latte e caffè nelle tazze. Si vedeva che era teso, da come continuava a tormentarsi la barba sul mento.

«Tesoro, come stai?» le chiese infine. «Com’è stato il matrimonio?»

«Molto bello» mentì Lizzie. Cosa poteva dirgli? Che era stato un incubo, e che ogni giorno chiusa in quella casa con Michael era sempre peggio? «Come quello dei film. C’era gente elegante dappertutto, fuochi d’artificio, abbiamo mangiato roba squisita…»

«La mousse di gamberi era spettacolare» le diede manforte Megan, notando come la sua voce fosse sul punto di spezzarsi. Lizzie le rivolse un’occhiata grata, mentre il suo stomaco si rivoltava di nuovo a parlare di cibo.

«Avrei voluto vederti con l’abito da sposa indosso» sospirò Rose.

Carl indurì la mascella. «E io avrei voluto accompagnarti all’altare. Avrei dovuto accompagnarti all’altare.»

«Anch’io avrei voluto che foste lì con me» lo interruppe Lizzie, prima che la conversazione prendesse una piega dolorosa e inutile. Ormai era passato. «Ma in compenso, Megan ha fatto un sacco di fotografie e ve le manderò tutte su WA, un po’ per volta.»

Rose dovette intuire che l’argomento matrimonio per il momento era troppo spiacevole da affrontare e cambiò abilmente discorso. «Quanto a Justin, gliel’hai detto?»

«No» ammise Lizzie. «Ma ho intenzione di farlo presto. Di persona, perché mi sembra brutto per telefono. Torna stasera a Chicago per prendere le ultime cose per l’università e gli ho promesso che domani andremo tutti quanti insieme all’Hard Rock Cafè, come ai vecchi tempi.»

«Chissà che faccia farà, quando saprà che adesso sei una signora...» scherzò Megan, addentando un pancake. «Sul serio, se tu non l’avessi richiamato, sono convinta che ti avrebbe tolto la parola a vita. Per fortuna ci ho pensato io ad ammansirlo un po’ nel frattempo, ma non pensare domani di sfuggire ai suoi rimproveri, eh? Scommetto che ti aspetta una ramanzina con i fiocchi.»

Lizzie non ribatté e prese un piccolo sorso di latte. Sperava che qualcosa di caldo le rimettesse in sesto lo stomaco, invece sortì l’effetto del tutto contrario. Il senso di nausea si fece più intenso e le risalì su per la gola in un’ondata. La ragazza si alzò dalla sedia, sorreggendosi al tavolo e deglutendo disperatamente per ricacciarla in basso. Niente da fare.

«Scu-scusate... un at-timo…» balbettò ricacciando un conato e, sotto gli occhi confusi dei genitori, arrancò verso il bagno. Riuscì a crollare davanti alla tazza del cesso un attimo prima che lo stomaco le desse un’ultima, feroce strizzata, svuotando tutto il suo contenuto all’esterno.

Rimase per qualche istante accasciata sul pavimento, la testa che le girava troppo anche per solo pensare di rialzarsi. Infine sentì una mano posarsi sulla spalla.

«Ehi, tutto bene?» Megan era in piedi dietro di lei. Le porse un pezzo di carta igienica e Lizzie lo accettò con gratitudine, per pulirsi la bocca. Anche Rose si era affacciata sulla soglia, la preoccupazione dipinta in viso.

«Sì, sto bene» si costrinse ad annuire la ragazza. «Solo, deve essermi rimasta sullo stomaco la cena di ieri sera.»

«Ho mangiato insieme a te, e io mi sento benissimo» replicò Megan, poco convinta.

«Magari ho preso un virus» insistette Lizzie. Quale altra spiegazione c’era?

«O non sarai...?»

Megan si portò una mano alla bocca prima di portare a termine la frase. Rose impallidì, tormentandosi le mani, e lo fece lei al suo posto.

«Sei incinta?» alitò in un soffio la matrigna.

«No!» protestò Lizzie, ma la voce le uscì flebile e incerta e dovette lottare per ricacciare un altro conato. «Certo che no.»

Rose sembrava sul punto di crollare sul pavimento a sua volta. «Quindi tu e Michael...»

Megan ignorò entrambe. «Cazzo, quando ti sono venute le tue cose l’ultima volta?»

«E che ne so? Nel caso in cui non l’avessi notato, ho avuto altri casini a cui pensare.» Lizzie si sforzò di fare un rapido calcolo, ma il ciclo era una di quelle questioni che era passata totalmente in secondo piano nell’ultimo periodo. «Ero ancora in Canada, mi sembra...»

«Okay, e quando ti devono tornare?»

Lizzie ripeté il conto. «Non posso esserne del tutto sicura, magari ho sbagliato qualche giorno...» La voce le si spezzò di fronte allo sguardo implacabile di Megan. «…più di una settimana fa, direi.»

L’amica emise un verso a metà tra il disgustato e l’esasperato. «Oh, merda, sei davvero incinta di quello stronzo! Ma non avete usato il preservativo? O la pillola? Dimmi che almeno hai preso la pillola...» All’occhiata smarrita di Lizzie, si appoggiò al lavandino, scuotendo la testa. «Oh, Cristo Santo!»

«Tesoro, ascoltami...» intervenne Rose, inginocchiandosi davanti alla figliastra. «Se tu e Michael avete avuto rapporti senza protezioni, hai dei giorni di ritardo e la nausea...» Strinse le labbra, prese un sospiro. «Ecco, ci sono davvero buoni motivi per credere che tu sia incinta.»

«Potrei avere un virus» insistette lei debolmente.

Megan snocciolò tra i denti un’imprecazione degna di uno scaricatore di porto. «Sì, e io sono Cappuccetto Rosso.»

«Non c’è niente di male se aspetti un bambino» continuò Rose, con il suo tono rassicurante. «Sei sposata, sono cose che accadono.»

«Ma è sposata con uno stronzo!» fece notare Megan. «Senza offesa, Rose… ma è quello che è.»

«Ehi, tutto bene là dentro?» si fece sentire la voce preoccupata di Carl dall’esterno. Se anche lui fosse entrato a controllare...

«Sì, papà!» si affrettò a gridare di rimando Lizzie, mentre Megan borbottava tra sé: «Sì, proprio una meraviglia.»

Lei le assestò una gomitata, poi strinse le mani di Rose e proseguì, in un sussurro: «Se... se fosse vero... ti prego, non dirlo a papà. Non ancora.»

Rose annuì, seria. «D’accordo. Ma a Michael dovrai dirlo.»

Era esattamente l’ultima persona con cui voleva parlare, e a cui avrebbe voluto annunciare una cosa del genere. Come l’avrebbe presa? Si sarebbe arrabbiato? Lui si arrabbiava sempre. E se le avesse chiesto di rinunciare a quel bambino? Se glielo avesse imposto? Lizzie non l’aveva desiderato, anzi, non aveva mai neppure considerato l’idea di fare figli, non certo a quell’età… ma adesso che era successo, non aveva alcuna intenzione di rinunciare a quella creaturina che già le stava crescendo in grembo.

«Non fare la stupida!» intervenne Megan, come intuendo i suoi pensieri. «Stronzo o meno, Michael è il padre e ha il diritto di saperlo.»

«Non puoi tenerglielo nascosto» reiterò Rose.

Da quando quelle due si erano alleate contro di lei?

Lizzie si leccò le labbra, costretta a capitolare.

«Okay» si arrese. «Prima farò il test e, se è positivo, allora glielo dirò questa sera.»