INCATENATA A ME - Capitolo 22 di 24

OLIVIA BENNET


 

Michael era furioso. Poche volte i suoi uomini l’avevano visto così fuori di sé, e persino Brian sembrava incerto su come comportarsi, tenendosi a debita distanza, tutti i muscoli tesi, e fissandolo come si fissa un lupo ferito e pronto a mordere chiunque gli capiti tra le fauci.

«Provateci ancora una volta!» tuonò il boss dei Cannizzaro. «Provate a spiegarmi come cazzo avete fatto a perdere mia moglie. Di nuovo!»

Erano nell’elegante studio della villa, dove Michael aveva convocato i suoi uomini non appena erano rientrati dal pranzo all’Hard Rock Cafè, e non appena aveva saputo la notizia. C’era anche Megan con loro: Brian ce l’aveva trascinata a forza, incurante di ogni protesta.

«Se n’è andata alla chetichella» spiegò al suo capo. «Senza alcun preavviso. Deve essere passata dalla porta sul retro del locale.»

Già, la sua sorellastra sembrava un asso nello sgusciare via dal retro, ogni fottuta volta. «E voi cosa facevate nel frattempo? Vi grattavate i coglioni?»

«Stavamo parlando» rispose Brian, secco, e indicò Megan. «Con lei e con il suo complice.»

Michael rivolse la propria attenzione alla migliore amica di sua moglie. Quell’altra intrigante ragazzina che sembrava determinata a mettersi sempre di mezzo e rompergli le palle in ogni modo.

«Avrei dovuto farti uccidere senza ascoltar ragioni» le sibilò, avvicinandosi con fare minaccioso. «Da quando sei arrivata, non hai fatto altro che crearmi problemi.»

«Senti chi parla!» ribatté lei, per niente intimidita, puntando i pugni contro i fianchi. «Sei tu che hai creato soltanto problemi, fin dal momento in cui Lizzie ti ha conosciuto.»

Michael dovette impiegare tutta la sua forza di volontà per non afferrarla per il collo e strozzarla con le sue stesse mani. Con la coda dell’occhio, vide Brian che si irrigidiva e faceva un passo avanti, come intuendo i suoi pensieri e pronto a intervenire in soccorso della sua donna. Al diavolo anche lui! «L’hai aiutata a scappare, non negarlo!»

«Certo che non lo nego» ammise Megan. «Ma ti sei chiesto perché cazzo è scappata?»

«Perché è una ragazzina capricciosa e stupida» rispose in fretta lui. Troppo in fretta. Perché no, non voleva assolutamente interrogarsi sul perché Lizzie l’avesse lasciato. Temeva che la risposta fosse una soltanto: perché non mi ama e non lo farà mai. Come mia madre.

«Sei tu lo stupido, razza di bruto senza cervello!» La voce di Megan si alzò di un’ottava e la ragazza gli puntò contro l’indice. «Solo uno stupido poteva correre così tra le braccia della sua ex-amante.»

Michael trasecolò e, per una volta, non seppe cosa ribattere. «Io non...» provò a protestare.

«Tu cosa? Guarda che lo so, e anche Lizzie lo sa. Stanotte sei andato a scopare quella puttana di Charity, o come cazzo si chiama. Non azzardarti a negarlo.»

«Non abbiamo scopato» insistette Michael. Era quella l’idea iniziale, ma poi si era tirato indietro, non aveva avuto il fegato di tradire davvero sua moglie. In ogni caso come accidenti faceva quella ragazzina a saperlo? «E comunque non sono affari tuoi.»

«Charity ci ha raccontato un’altra versione dei fatti. E ha mostrato un video a Lizzie, di voi due insieme a letto.»

La testa di Michael ronzava. Un video! Quella puttana di Charity sapeva che sarebbe arrivato, aveva nascosto il cellulare da qualche parte e gli aveva girato un fottuto video! Poi di certo non le era stato difficile modificarlo e tagliare solo le parti che le interessavano, per mostrarle a Lizzie.

La domanda era: perché cazzo avrebbe dovuto farlo?

Perché rischiare?

«Non abbiamo scopato» ripeté, caparbio. «Sono stato da lei, ma non abbiamo scopato.»

«Oh, ma bravo, vuoi un applauso?» Megan batté le mani, sarcastica, lo sguardo carico di rabbia e disprezzo. «Ora chiediti: in che altro modo avrebbe potuto reagire Lizzie, scoprendo che il suo uomo passa la notte tra le gambe di un’altra, invece di stare con lei e con suo figlio?»

Se in quel momento una bomba fosse esplosa nello studio, Michael non sarebbe stato più scioccato. Indietreggiò di un passo, disorientato, urtò contro la scrivania con il fianco e fece cadere il calice mezzo vuoto - si era scolato un po’ di whisky di annata, non appena Brian lo aveva informato della scomparsa di Lizzie -. Il vetro si infranse sul pavimento con un tonfo acuto, spargendo schegge ovunque, ma nessuno dei presenti diede cenno di volerle raccogliere.

«Un… un figlio?» domandò, la voce roca. «Vuoi dire che Lizzie è...»

«È incinta, sì» confermò Megan. Sembrava quasi pentita di aver vuotato il sacco, ma lo sdegno prevalse e si scagliò di nuovo contro di lui. «Cazzo, che ti aspettavi? Avete trombato come conigli per una settimana, e da quello che mi ha raccontato lei senza uno straccio di protezione.»

Michael scosse la testa. Le orecchie gli ronzavano e pulsavano, come fossero anche loro piene di frammenti di vetro. «Perché non me l’ha detto?»

«Ci ha provato, razza di caprone. È stata tutta la notte sveglia ad aspettarti, ma tu avevi altro da fare con la tua amante.»

Michael emise una sorta di gemito e sferrò un pugno contro la scrivania. Il legno scricchiolò per il tremendo colpo. Il dolore ebbe il potere di riscuoterlo e di spingerlo a passare all’azione.

«Charity deve darmi parecchie spiegazioni...» masticò tra i denti. Tirò fuori il cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni e digitò il suo numero.

Subito rispose la segreteria telefonica. «Salve, sono la vostra Charity. Lasciate un messaggio.»

«L’ha spento, la puttana!» ringhiò Michael, interrompendo la chiamata. Non pensò neppure per un momento che la donna fosse in un posto dove non c’era campo. L’aveva spento per non farsi trovare da lui.

Il che era ancora più preoccupante.

Tornò a rivolgersi a Megan. «Raccontami tutto. Cosa diavolo vi ha detto esattamente?»

«L’abbiamo incontrata all’Hard Rock Cafè quest’oggi» rispose la ragazza. «Ha voluto parlare da sola con Lizzie, le ha mostrato il video e le ha proposto di aiutarla a sparire. A scappare da te.»

Gli occhi di Michael si ridussero a due fessure. «In che modo?»

«Non lo so. Non ero con loro. Lizzie poi mi ha raccontato che Charity le ha assicurato di conoscere un posto sicuro dalla Famiglia, sia per lei che per i suoi genitori.» Megan si mordicchiò le labbra. Anche lei sembrava spaventata, adesso, e molto preoccupata. «Le ho detto che non mi piaceva, tutta questa storia, né mi piaceva quella zoccola, ma Lizzie era così sconvolta dal video, e aveva paura che tu la costringessi in qualche modo a rinunciare al bambino, perché non te ne importava né di lei né di lui.»

Michael chiuse gli occhi. Li riaprì. Calmo, doveva rimanere calmo e ragionare con lucidità.

«Qual è il suo numero di casa?» domandò.

Megan lo fissò, confusa.

«Il numero di casa di Lizzie» ripeté Michael, impaziente. Appena glielo disse, lo digitò sul cellulare.

Se Charity aveva detto la verità, allora anche sua madre e il suo attuale marito erano ormai uccel di bosco...

Rose rispose al terzo squillo. «Casa Parker, buon pomeriggio!»

Il cuore di Michael accelerò i battiti. «Sono io» affermò, senza tanti giri di parole.

Sentì la madre trattenere il fiato dall’altro lato della cornetta. «Michael?»

«Lizzie è lì da voi?»

«No, non la vedo da ieri mattina.» Sembrava sincera. Maledettamente sincera! «Perché, è successo qualcosa?»

Era successo tutto, dannazione! Il boss dei Cannizzaro imprecò tra i denti. «Se la vedi, dille che la sto cercando. Che so di... e che devo parlarle, cazzo. Fammi chiamare subito!»

«Michael...» Il modo in cui Rose pronunciava il suo nome lo faceva sempre rabbrividire, suscitandogli un concentrato di rabbia e malinconia. «Lizzie è in pericolo?»

«Ancora non lo so» ammise lui a malincuore. «Ma farò il possibile per evitare che le succeda qualcosa di male.»

Interruppe la comunicazione. Adesso tutti lo stavano fissando e Megan si portò le mani alla bocca. Aveva capito anche lei che la storia di Charity era tutta una farsa.

Allora dove cazzo aveva portato Lizzie?

Billy si schiarì la voce. «Capo?»

«Che c’è ancora?» esplose Michael, esasperato.

Billy sembrava camminare su carboni ardenti. «Anch’io sono stato da Charity ieri sera» ammise, senza guardarlo negli occhi.

Michael tacque, e il suo silenzio cupo invitava a proseguire, o a tacere per sempre.

«Abbiamo... be’, hai capito, poi mi ha chiesto di Elizabeth, era curiosa su di lei. Quando usciva, con chi... Io...» Si umettò le labbra. «Potrei avergli detto che oggi sarebbe stata all’Hard Rock Café.»

Michael annuì piano. Charity aveva dei gusti chiari in fatto di uomini: si portava a letto solo i più ricchi e potenti. Non era un caso che avesse adescato il povero Billy. Quindi era tutto premeditato. Ma ancora gli sfuggiva il fine. Cosa sperava di guadagnare facendo sparire Lizzie? Era ovvio che sarebbe stata smascherata. Allora perché rischiare la tremenda rappresaglia del boss dei Cannizzaro?

Michael la conosceva: Charity era una brava giocatrice di scacchi e, se aveva scelto quella mossa, voleva dire che già aveva un’idea di come arrivare allo scacco matto.

Stava provando a richiamarla, quando Anna bussò delicatamente alla porta dello studio.

«Avanti!» tuonò, sorpreso. Era difficile che la donna osasse disturbare le sue riunioni, tanto più che doveva aver sentito le sue grida furiose.

«Mi scusi.» Anna sembrava turbata. «Ma è appena arrivato uno dei capi, ha detto che ha urgenza di parlarvi.»

Michael snocciolò una serie di imprecazioni. Ci mancava qualche altro casino con Englewood! Il suo pensiero principale era Lizzie, recuperarla prima che Charity le facesse qualcosa di male - non dubitava che ne sarebbe stata capace -, però non poteva rifiutare udienza a un altro capo, anche se in quel momento se ne fregava di loro e dei loro cazzo di problemi.

«Fallo entrare» decretò.

Anna annuì e sparì oltre la soglia. Un minuto dopo il Moro fece il suo ingresso nello studio.

«Porto cattive notizie» annunciò subito, senza neanche togliersi il cappello.

Michael emise un grugnito. «Accomodati, allora sei in buona compagnia.»

Gli fece cenno verso la poltroncina di pelle, ma l’uomo rimase in piedi. «Hanno preso tua moglie» esclamò senza troppi preamboli.

Michael sentì il sangue gelarsi nelle vene. «Di chi cazzo stai parlando?»

«I russi» snocciolò l’uomo in fretta. «L’ho saputo proprio adesso da un mio informatore. Lo sai che, vista la situazione, cerco di controllare i movimenti dei nostri nemici. Ha visto Lizzie che veniva scaricata giù da un’auto da un gruppo di quei bastardi, vicino a South Shore.»

«Merda!» imprecò Michael, processando quella nuova informazione. Così adesso c’erano entrati i russi di mezzo. La cosa stava assumendo un vago senso, trasformandosi in un rapimento in piena regola. Quanto avevano pagato Charity per consegnargli Lizzie? E lui gli aveva fornito l’occasione giusta su un piatto d’argento.

«Potrebbero ucciderla da un momento all’altro» intervenne Brian, cupo. «Per rappresaglia. Sai che ti odiano.»

Lo sapeva, cazzo, se lo sapeva!

«Dobbiamo andare a salvarla!» reiterò Megan.

Michael si era quasi dimenticato della sua presenza. «Dobbiamo?» la fulminò con lo sguardo. «Direi che è anche colpa tua, se Lizzie è stata presa.»

«Un motivo in più per cercare di aiutarla, giusto?» insistette Megan. Possibile che non capisse mai quando era il momento di tenere la bocca chiusa?

«Hai già combinato abbastanza casini» la apostrofò. «Adesso fila in camera e rimanici fin quando non saremo tornati.»

«Queste sono cose da uomini» lo appoggiò subito Brian. Se fosse per obbedire al suo boss, o piuttosto per proteggere la sua donna, Michael non lo sapeva e non gli interessava. «Fa’ come ti ha detto il capo. Noi adesso abbiamo da fare.»

La ragazza gonfiò la faccia come un palloncino in procinto di scoppiare e si preparò a protestare ancora. Michael non aveva tempo da perdere.

«Non ho la minima intenzione di portarmi dietro una ragazzina combina-guai» le ringhiò contro. «Perciò adesso sparisci dalla mia vista, o giuro ti ammazzo.»

Prima che potesse mettere in atto la sua minaccia, Brian afferrò il polso di Megan e la spinse fuori dallo studio senza tante cerimonie.

«Vai!» le sibilò, poi le sbatté la porta in faccia.

«Molto bene.» Michael tornò a concentrarsi sul Moro, che aveva seguito tutto lo scambio con un sorrisetto saccente sulla labbra, chiaramente pensando che si fosse rammollito, a farsi mettere in scacco così da delle donne. Beh, una volta recuperata Lizzie, Michael si sarebbe occupato anche di spaccargli la faccia.

«Adesso dimmi tutto quello che sai!» sancì, fissandolo cupamente.

 

 

La porta in faccia.

Quei caproni le avevano sbattuto la porta in faccia!

Megan trasudava sdegno da tutti i pori, misto a una crescente preoccupazione. Non aveva ben capito cosa fosse successo, ma era chiaro che Lizzie era caduta in una specie di trappola e adesso era in mano a quella che sembrava una banda rivale dei Cannizzaro.

«Gliel’avevo detto di non fidarsi di quella zoccola matricolata!» borbottò tra sé. Ma non era stata abbastanza insistente, Lizzie aveva fatto di testa sua - come al solito!- e lei, sempre come al solito, era stata così imbecille da assecondarla e farla cacciare nei guai.

Michael aveva ragione: era anche colpa sua se erano arrivati a quel punto.

E Megan era fermamente intenzionata a giocare la sua parte, anche se il boss e quella faccia di pietra del suo braccio destro volevano metterla da parte. Se credevano che bastasse alzare la voce, per farla rintanare in camera con la coda tra le gambe, si sbagliavano di grosso.

Controllò che non ci fosse nessun altro nel corridoio - Anna doveva essere tornata in cucina -, poi accostò l’orecchio alla porta dello studio.

«Sai dove hanno portato mia moglie?» stava domandando Michael.

Il Moro rispose prontamente. «Il mio uomo li ha seguiti, dietro mio ordine. Dice che al momento sono entrati in un vecchio hotel nei pressi del porto.»

«Il nome?»

L’altro glielo disse.

«Una catapecchia a una stella» intervenne Brian, che forse stava controllando su internet, oppure lo conosceva di fama. «Dalle orribili recensioni su Trip Advisor, così pare. Dubito che qualcuno sarebbe così pazzo da prenotarci una camera.»

«Dunque una buona copertura per i russi. Potrebbe essere uno dei loro covi» commentò il boss, la voce meditabonda. «Moro, lascia il tuo uomo sul posto. Che badi a non farsi scoprire, ma cerchi di raccogliere ogni informazione su quel luogo: come entrare, quanti bastardi si sono radunati tra quelle mura, e soprattutto dove tengono Lizzie.»

«Consideralo fatto. Ho già allertato un paio dei miei ragazzi, verremo anche noi a darti manforte.»

«Bene, ogni aiuto è prezioso. Brian, Billy, radunate gli altri. Vi voglio tutti armati e pronti a partire il prima possibile.»

Megan si staccò dalla porta e si allontanò guardinga in punta di piedi. Aveva già sentito ciò di cui aveva bisogno. Si rifugiò nella camera che divideva con Brian, mentre tutta la villa pareva prender vita intorno a lei: voci, passi, ordini concitati. Da parte sua, sedette sul bordo del letto e tirò fuori il cellulare.

Google Maps impiegò pochi istanti per trovare il famoso hotel. Megan memorizzò l’indirizzo, poi attese che la confusione cessasse. Cercare di uscire adesso era impensabile, con tutta la casa in fermento.

«La pazienza è la virtù dei forti...» mormorò tra sé.

Rimase sorpresa, quando la porta della camera si aprì e Brian si affacciò sulla soglia. Indossava un completo nero e un paio di occhiali scuri gli pendevano dal collo; il calcio di due grosse pistole Glock 37 gli spuntava dalle fondine sotto le ascelle. Aveva un aspetto imponente e pericoloso, come quello di un militare o di un poliziotto in uno di quei film d’azione che spopolavano al cinema e in Tv.

Lui non è né l’uno nell’altro!, si ricordò Megan. È un delinquente del cazzo, non è certo dalla parte dei buoni.

Eppure stava andando a salvare la sua migliore amica. Questo forse, temporaneamente, poteva collocarlo fra i buoni. Si alzò dal letto, infilandosi il cellulare in tasca. «Sei venuto a controllare che mi fossi messa a cuccia come avete ordinato?» domandò, stizzita.

Brian continuò a fissarla per un lungo istante, così intensamente che Megan ebbe la sensazione che la pelle cominciasse a pizzicarle, come sotto il sole nel giorno più caldo dell’estate. Gli occhi dell’uomo contenevano un magnetismo incontestabile, doveva ammetterlo, ed era difficile sostenerne lo sguardo senza traballare.

«No» rispose infine. «Sono venuto a salutarti.»

A questo, la ragazza non seppe bene come ribattere. Sarebbe stato quasi un pensiero carino... solo che Brian non era un tipo carino, era un pezzo di iceberg alla deriva nell’oceano nel tentativo di far affondare un Titanic, e altrettanto pericoloso. Infine, decise di nascondere la sorpresa dietro una facciata di cinico sarcasmo.

«Oh, l’eroe che viene a salutare la sua bella prima di partire per la sua pericolosa missione di salvataggio…»

«Non sono un eroe» replicò l’uomo. «Ma tu sei bella, te lo concedo. E quanto alla missione, sarà pericolosa. Parecchio. Potrei non tornare vivo.»

Lo disse con fredda semplicità, come se fosse la cosa più normale del mondo. Megan avvertì la morsa della paura in fondo allo stomaco.

«Siete tanti e siete armati pesantemente» accennò alle pistole.

«I russi lo saranno altrettanto. Possiamo solo sperare di coglierli di sorpresa, ma sarà comunque una carneficina.»

«E allora perché cazzo vai?» non poté fare a meno di sbottare.

«Perché non posso mandare da solo Michael. Io e lui ci proteggiamo a vicenda, sempre. E perché, come sono fedele a lui, sono fedele anche alla sua famiglia. E la tua amica Lizzie, che vi piaccia o no, ormai fa parte della Famiglia. Se con la mia vita o la mia morte riuscirò a riportarla indietro, lo farò» sancì con tutta tranquillità, poi le rivolse un sorriso malizioso. «Di’ un po’, sei preoccupata per me?»

«Io? Preoccupata per te?» Megan fece un gesto stizzito. «Ma crepa!»

Brian annuì. «Potresti essere accontentata.»

Le voltò le spalle e fece per andarsene. Prima di rendersene conto, Megan fece qualche passo verso di lui e lo richiamò indietro. «Brian?»

L’uomo si girò, il sopracciglio inarcato con aria interrogativa. Lei gli si fermò di fronte, la testa sollevata per guardarlo negli occhi.

«Fai attenzione, d’accordo?» disse, per poi aggiungere, imbarazzata: «Lo dico perché, senza di te, sono convinta che Michael mi farebbe tirare il collo.»

Brian si concesse un sorrisetto. «Probabile» ammise, poi si chinò per appoggiarle un bacio leggero in fronte.

Prima che lei potesse riaversi dalla sorpresa, insultarlo per aver osato toccarla, se n’era già andato. I suoi passi si spensero lungo il corridoio che diventava man a mano più silenzioso. La ragazza non poté far altro che sollevare la mano a sfiorarsi la fronte, là dove le labbra di Brian si erano posate, là dove sembrava le avesse lasciato un marchio stampato a fuoco. Si accorse di avere il cuore in gola.

«Oh, che cazzo!» sbottò, rivolta a nessuno in particolare.

Tornò nella stanza e attese, fin quando dalla finestra non vide decine di auto lasciare la villa, in fila indiana, in una sorta di grottesca processione. Fin quando non udì il silenzio calare tra quelle mura.

Era ragionevolmente sicura che Michael avesse portato con sé tutti gli uomini che aveva a disposizione. Ogni pistola in più poteva essere preziosa. Il che significava che non c’erano più carcerieri che potessero fermarla.

Quando fu sicura che tutti fossero partiti, Megan telefonò alla stazione radio taxi della zona per prenotare una corsa, poi infilò il cellulare nella borsetta, afferrò la giacca e scese rapidamente le scale fino al piano inferiore. Era diretta verso la porta quando incontrò Anna.

La donna stava portando un grosso vassoio tra le mani. Si bloccò, quando la vide, le sue sopracciglia grigie si sollevarono di mezza spanna.

«Sto per servirti la cena» la informò, e tra le righe il suo tono conteneva l’ordine di girare sui tacchi e tornare indietro.

«Tienila in caldo per dopo» replicò. «Per quando sarò tornata, insieme a Michael, Brian, Lizzie.»

Le sue intenzioni dovevano essere più che chiare, perché la donna scosse la testa. «Sul serio, signorina, torna in camera. Riuscirai soltanto a farti ammazzare.»

«Ascoltami bene…» ringhiò Megan. «In questo momento, la mia migliore amica è in pericolo. Forse è già morta. Suo marito e il mio stupido quasi-fidanzato sono andati a salvarla e non ho intenzione di rinchiudermi in camera ad aspettare che qualcuno venga ad annunciarmi della loro stupida morte. Quindi adesso vado là anch’io, e se provi a fermarmi quel vassoio te lo rompo in testa. Intesi?»

Anna la guardò a bocca spalancata, come se non riuscisse a credere a ciò che aveva sentito. Poi si strinse nelle spalle. «Se il signor Michael lo chiede, io ho cercato di fermarti» decretò, poi fece dietro front e tornò verso la cucina.

Megan si disinteressò di lei un attimo dopo. Se anche quella donna avesse chiamato Michael o Brian per avvertirli, ormai era tardi, non avrebbero ritardato l’incursione per quel contrattempo. Ormai erano tutti in ballo.

Anch’io!

Il taxi la attendeva già fuori dal cancello, i fari accesi. Megan entrò in fretta, si accomodò sul sedile posteriore e snocciolò l’indirizzo dell’hotel.

«Faccia in fretta, per favore» aggiunse.

L’autista, un tipo smilzo dalla pelle color caffelatte - un indiano o un pakistano, a prima vista -, le lanciò un’occhiata dallo specchietto retrovisore. «Sì, lo so, è sempre questione di vita o di morte...» commentò annoiato.

Non sai quanto hai ragione!, pensò Megan. Poi, mentre il taxi partiva rombando, si lasciò andare contro lo schienale del sedile con un sospiro, chiedendosi se avesse fatto la cosa giusta.