Anni prima…
Mezzanotte. L’ora dei fantasmi.
E l’ora della vendetta.
Il corridoio era buio e silenzioso. Michael si diede un’ultima occhiata intorno, poi si decise a procedere. Era evaso dalla sua camera, scassinando la serratura con la graffetta che era riuscito a rubare dallo studio del Boia qualche giorno prima, mentre Brian faceva da palo alla porta. Avevano osato grosso, il loro piano rischiava di fallire invece di cominciare.
E invece era fuori.
Libero.
Armato.
La pistola che aveva recuperato dall’armeria, vicino alla stanza degli allenamenti, era fredda contro il suo palmo sudato.
Una sola possibilità.
Non ne avrebbe avuta un’altra.
Doveva farsela bastare.
Aveva studiato con attenzione la planimetria della villa. Più di nove anni aveva trascorso là dentro. Oltre metà della sua vita. Non sapeva né se né quando ne sarebbe uscito.
«Non ti lascerò andar via, fin quando non mi darai prova di essere diventato il degno erede di Carmine Cannizzaro» gli aveva ripetuto più volte il Boia.
Il suo maestro, e il suo persecutore.
Michael lo odiava con tutte le sue forze.
Il pavimento del piano superiore era di legno lucido e non forniva possibilità di errore. Era sufficiente il minimo scricchiolio e sarebbe stato beccato. Dubitava che gli sarebbe bastata una settimana di digiuno o di visitare la sala delle torture del Boia per cavarsela, in tal caso.
Davanti alla porta, si trovò a esitare. Una volta varcata, non c’era modo di tornare indietro. Eppure, poteva farcela. Si era preparato a quello per anni, pregustando quel momento ogni sera, prima di addormentarsi.
Adesso quel momento era arrivato, e lui aveva paura.
«Allora significa che non sei pronto» avrebbe detto il Boia, per poi sogghignare con quell’espressione di freddo disprezzo con cui si rivolgeva ai suoi allievi.
Michael serrò la mascella e sfiorò la porta: era socchiusa. Il battente si mosse, stridendo appena sui cardini, al suo ingresso. Nella camera invasa dalla penombra scorse la sagoma del letto, e del suo occupante. A quell’ora, avrebbe dovuto essere nella fase più profonda del sonno. Aveva controllato, tutte le sere nei mesi precedenti, osservando a che ora la luce si spegnesse in quella stanza.
Eppure, avvertì un pizzicorino dietro alla nuca. Un segnale di pericolo.
Era troppo facile.
Scosse la testa e si mosse silenzioso verso il letto e la sagoma addormentata, estraendo la pistola dalla cintola dei pantaloni, all’altezza della schiena. Desiderò aver portato anche una torcia, perché le tende erano tirate e in quella notte senza luna il buio sembrava regnare sovrano.
Ancora, nessun movimento.
Quando fu a due passi dal letto, comprese.
Davanti a lui, soltanto un cumulo di coperte arrangiate in modo che, nella penombra, simulassero una figura umana.
Lo sapevo!, pensò Michael.
Il lieve click di una sicura che veniva tolta gli fece ghiacciare tutto il sudore lungo la schiena.
«Getta la pistola» ordinò la voce familiare alle sue spalle. «E voltati lentamente.»
Michael non poté far altro che obbedire. Lasciò cadere l’arma e il rumore secco del metallo sul pavimento di legno risuonò nella camera. Quando si voltò, le mani sollevate, si trovò davanti il Boia, completamente nudo a parte un paio di boxer. Nonostante l’età, il suo corpo era ancora snello, quasi smagrito, e le costole sporgevano come pustole nel torace glabro. Gli occhietti porcini rilucevano di soddisfazione.
«E bravo ragazzo!» esclamò, tenendogli la canna della sua Glock puntata dritta in fronte. Sembrava davvero soddisfatto di lui. «Ma non abbastanza. Hai ancora molto da imparare. Credevi davvero di riuscire a fottermi con un giochetto così semplice?»
Michael sostenne il suo sguardo. Nel buio, sorrise. «Invece ti ho fottuto» rispose.
Un’espressione di sconcerto affiorò per un attimo sul volto segaligno del Boia. Un attimo, poi lo sparo lacerò l’aria.
L’uomo crollò a terra, con una chiazza di sangue che si allargava in mezzo alla sua schiena. Alle sue spalle, sulla soglia della camera, stava Brian, la pistola ancora fumante tra le mani.
Esattamente come prevedeva il piano.
«Ha funzionato» commentò l’amico.
«Già.» Michael raccolse la pistola dal pavimento e la tenne puntata contro il suo carceriere. Non si fidava di lui, era viscido come una serpe e aveva sette vite come i gatti, altrimenti non sarebbe sopravvissuto fino a quell’età, con tutti i pericoli che aveva corso. Primo fra tutti addestrare degli spietati assassini tra le mura della sua casa.
Lo rigirò supino, con la punta del piede. Il bastardo era ancora vivo, ansimava rantolando. Un filo di sangue gli colava dalla bocca.
«Ti abbiamo fottuto!» ripeté Michael, fissandolo dall’alto con rabbia. Quello era l’uomo che gli aveva avvelenato l’infanzia e l’adolescenza. Che gli aveva rovinato la vita. «Adesso pagherai per quello che ci hai fatto.»
«Quello che vi ho fatto...» Il Boia emise una risata roca. «Ho fatto solo quello che dovevo. Vi ho reso più forti. Vi ho reso più astuti. Adesso lo siete. E a conti fatti...» Di nuovo quel suo sogghigno sulle labbra bagnate di sangue. «Vi ho reso come me.»
Michael si abbassò in ginocchio per guardarlo meglio negli occhi. Brian era una presenza fidata e silenziosa alle sue spalle. Insieme sarebbero andati fino in fondo.
«Io non sono come te!» sibilò il futuro boss dei Cannizzaro.
Il Boia rise di nuovo. Rideva ancora, quando la pallottola di Michael gli sfondò la tempia, spappolandogli il cervello.
Michael si sistemò gli occhiali a infrarossi sul volto, la fascetta elastica che gli premeva contro le tempie. Lo facevano sentire una mosca, ma illuminavano a giorno il vicolo di quella zona malfamata e l’edificio davanti a loro: tre piani di mattoncini e cemento scheggiato, mangiati dal vento e dall’incuria, circondati da scale antiincendio arrugginite come da sbarre di una gabbia. Al portone d’ingresso si arrivava dopo tre gradini ricoperti di sporcizia e lattine di birra vuote. Un’insegna al neon, fulminata da quelli che parevano decenni, ricordava a tutti il nome dell’hotel. Non che fosse molto utile per attirare clienti: le finestre, parecchie con i vetri rotti, erano buie. Il che non significava che non fosse pieno di russi armati fino ai denti.
«Il posto è questo» confermò il Moro, appostato alla sua sinistra. Brian stava invece alla sua destra. Michael non era del tutto convinto che portarsi dietro quel vecchio pervertito fosse una buona idea. Nonostante la sua buona fama all’interno della Famiglia non gli era mai piaciuto davvero, ma era l’unico ad avere le informazioni necessarie a ritrovare Lizzie. Una volta che la sparatoria fosse cominciata, doveva recuperarla alla svelta e portarla via di lì.
Sempre che sia ancora viva...
Certo che è viva!, si rimproverò. Non poteva neppure pensare all’alternativa, perché significava che tutta quella rischiosa spedizione di salvataggio organizzata in fretta e furia era del tutto inutile… e che lui aveva perso l’unica donna che avesse mai desiderato davvero nella sua vita. E con lei, aveva perso anche suo figlio.
Perché non me l’hai detto, Lizzie, perché...?
Perché era uno stronzo. Perché era diventato esattamente quello che voleva suo nonno, e quello che lui aveva giurato di non diventare mai: un emerito stronzo senza alcun rispetto delle vite degli altri.
Alla fine, comunque, il Boia aveva vinto.
Michael scosse la testa. Avrebbe avuto tempo per piangersi addosso in un altro momento, adesso doveva pensare a tirar fuori Lizzie dai guai prima che fosse troppo tardi.
«C’è un’entrata sul retro» spiegò il Moro, a bassa voce. Aveva una piccola Sig Sauer nascosta nel taschino e anche lui, come tutti loro, indossava un corpetto antiproiettile in kevlar.
«Complimenti al tuo informatore per tutti questi dettagli» commentò asciutto Brian.
«È un ragazzo in gamba.»
«Non ne dubito» tagliò corto lui, poi si rivolse anche agli altri. «A questo punto, cellulari spenti. Nessuna comunicazione fin quando non saremo fuori di lì. Conoscete il piano: la squadra A ingaggerà battaglia, mentre noi andremo a prendere mia moglie. Non appena sentirete il nostro segnale, vuol dire che l’abbiamo trovata e stiamo uscendo, quindi ripiegate alla svelta. Il nostro scopo non è mandare tutti quei bastardi all’inferno, oggi, per quello avremo tempo più avanti, ma recuperare l’ostaggio. Tutto chiaro?»
I suoi uomini annuirono. Erano tutti professionisti, i migliori della Famiglia. Michael non poteva escludere che il rapimento di Lizzie non nascondesse una trappola per farlo uscire allo scoperto, ma in ogni caso sapeva che sarebbe entrato in quell’hotel da quattro soldi. E guai a chi si fosse messo sulla sua strada.
Si misero in movimento. Aggirarono l’isolato, stando ben attenti a eventuali cecchini appostati sui tetti. Per il momento, le strade erano silenziose. La quiete prima della tempesta.
Il Moro aveva detto la verità: c’era una porticina sul retro dell’edificio, seminascosta da due cassonetti che strabordavano di immondizia. Michael esaminò la porta con sguardo critico: non sembrava così solida.
«Posso?» domandò Brian.
Il boss annuì. «Procedi.»
Con tutta calma, il suo braccio destro estrasse dalla giacca una bomba a mano, tirò la sicura con i denti e la scagliò tra i cassonetti davanti alla porta.
Pochi attimi dopo, l’esplosione fece tremare tutti i vetri dell’edificio, e saltare in aria i cardini dell’uscio, così come i due russi nascosti appostati a sua difesa, esattamente come Michael si era aspettato.
Il Moro emise un fischio. Lui, evidentemente, non si aspettava quell’entrata a effetto.
«Andiamo!» ordinò Michael. Non avevano molto tempo, prima che il casino attirasse la polizia. Come un sol uomo, i suoi ragazzi si slanciarono in avanti, le armi in pugno. Superarono la porta scardinata e furono all’interno dell’edificio. Una sventagliata, e gli altri russi che erano accorsi in aiuto dei compagni furono abbattuti. I Cannizzaro avanzarono, coprendo il passaggio di Michael, di Brian e del Moro.
«Dove?» domandò il boss, tra il fragore degli spari.
«Secondo piano, stanza 25» rispose in fretta il Moro.
«Bene. Voi due, con me» ordinò Michael, poi si slanciò su per le scale.
Non appena aprì la portiera del taxi e mise i piedi sul marciapiede invaso di sporcizia, Megan intuì di essere nel posto giusto. O in quello sbagliato, a seconda del punto di vista.
Il rumore dell’esplosione le rimbombò nello stomaco, come una palla di ferro, e d’istinto si portò le mani alla testa per proteggersi le orecchie. Subito dopo, lo strillo acuto di vetri infranti e una serie di colpi, che non sembravano proprio fuochi d’artificio.
«Merda!» imprecò l’autista e, senza aspettare neppure i soldi della corsa, diede gas. Un attimo dopo il taxi era sparito oltre l’angolo, lasciando Megan con la mano ancora affondata nel portafoglio.
«Oh, beh, venti dollari risparmiati» mormorò la ragazza, scoprendo che le tremava la voce.
Il taxi l’aveva lasciata di fronte all’hotel. Il frastuono proveniva dal retro e, se aveva fortuna, avrebbe attirato abbastanza attenzione per far accorrere la polizia. Se non aveva fortuna...
«Non sono arrivata fin qui per starmene a guardare su un marciapiede lurido, in attesa che qualcun altro tolga le famose castagne dal fuoco» si disse, per farsi forza. In cuor suo, cominciava a pensare che Brian avesse avuto ragione, quello non era un posto per lei. Cazzo, non aveva neppure un’arma con sé, e comunque non avrebbe avuto idea di come usarla!
Non poteva gettarsi in mezzo alla sparatoria, si sarebbe soltanto fatta ammazzare. Ma forse poteva scoprire dove tenevano Lizzie, e aiutarla a scappare nella confusione.
Pensa, Megan, pensa!, si impose. Dove potevano tenere l’amica? Quello era un albergo, ai piani superiori aveva camere in abbondanza da adibire a prigione. Il problema era arrivarci, perché sembrava che al pian terreno si fosse scatenato un inferno di fuoco.
Lo sguardo le si appuntò sulla scala antiincendio che saliva lungo il lato dell’edificio. Le finestre erano tutte buie e si augurava che eventuali cecchini appostati avessero il loro da fare con gli uomini di Michael. Altrimenti...
Ci aveva visto giusto, perché riuscì ad arrivare alla base della scalinata senza buscarsi una pallottola in fronte. La esaminò con sguardo critico: il metallo era vaiolato di ruggine, con la ringhiera rotta in più punti, ma i gradini sembravano in buone condizioni.
Non che avesse altre possibilità: o tornare indietro, o tentare la scalata.
«Meno male che non ho messo scarpe con tacco dodici...» sussurrò, prendendo un gran respiro. Poi cominciò a salire.
Il Moro non poteva che essere sorpreso e ammirato dall’abilità di Michael e dei suoi uomini. In pochi minuti avevano ribaltato la situazione a loro vantaggio e, da trappola ben congegnata - un banale agguato che avrebbe dovuto spazzare via gli impreparati Cannizzaro, almeno nei piani suoi e del suoi compici-, quella dei russi si era trasformata in una resistenza disperata per non venire sopraffatti. Non c’era che dire, Michael era un capo della stessa levatura del nonno, se non migliore.
Peccato che dovesse morire.
Il Moro non aveva niente di personale contro di lui. Semplicemente, voleva il suo posto e, perché no?, anche la sua bella mogliettina. E quando voleva qualcosa, era disposto a tutto pur di ottenerlo.
Charity era stato il mezzo perfetto per raggiungere i suoi scopi: ambiziosa e astuta, era bastato poco per metterla dalla sua parte. Le aveva anche promesso di sposarla, una volta tolto di mezzo Michael e diventato boss dei Cannizzaro. Forse l’avrebbe fatto, considerò il Moro. Dopo aver dato una ripassata a quella piccola Elizabeth Parker, giusto per togliersi lo sfizio. Poi, purtroppo, sarebbe stato meglio liberarsi anche di lei. E della sua attuale insulsa e inutile mogliettina.
Ma una cosa per volta. L’agguato sul retro dell’hotel era fallito, d’accordo, ma il Moro ne era quasi contento. Perché lasciare che fossero quegli sciocchi dei russi a fare tutto il lavoro?
Se vuoi che una cosa sia fatta bene, devi farla da solo!, era il suo motto.
Così condusse Michael e il suo braccio destro al secondo piano, alla ricerca della fantomatica stanza 25, che ovviamente era vuota. Nessuno provò a fermarli una volta raggiunto il piano, non c’era nessuno di guardia. Il Moro lo sapeva bene: si era messo d’accordo con loro, perché non voleva rischiare che per sbaglio sparassero anche a lui.
«Laggiù!» Indicò la stanza in fondo al corridoio. Il numero 25 campeggiava sulla targhetta di un color oro sbiadito. C’era un neon che lampeggiava a intermittenza sul soffitto, proprio sopra la porta, e tutti e tre si sfilarono i visori notturni per non rimanere abbagliati.
«Meglio se rimani a guardia delle scale…» commentò il Moro, rivolto a Brian. «Nel caso qualcuno cercasse di attaccarci alle spalle.»
L’uomo gettò un’occhiata incerta a Michael, in cerca di conferma. Il boss annuì, concentrato sulla stanza 25. «Buona idea.»
Pur riluttante, Brian obbedì e si appostò in cima alle scale, la pistola spianata. Il Moro esultò tra sé. E così si era tolto di torno anche quella spina nel fianco, per restare da solo con Michael.
Di lui mi occuperò dopo. Adesso siamo solo io e te, poppante! Hai i minuti contati!
Strisciarono lungo il corridoio, le pistole in pugno. La moquette intrisa di polvere e sporco attutiva i loro passi e si udiva solo il frastuono delle scontro sottostante. Raggiunsero la stanza 25. Oltre di essa, solo silenzio e buio.
«Al mio tre» sussurrò Michael. «Uno, due...»
Scattò, sferrando una violenta spallata alla porta, che cedette. Il battente si spalancò verso l’interno, verso una massa di buio assoluto. Il Moro si era assicurato che tutte le finestre fossero chiuse e le tende tirate.
Michael puntò la pistola avanti a sé. «Lizzie?» chiamò.
Era totalmente concentrato sulla sua ricerca e non notò che il Moro aveva ruotato le braccia, puntando la pistola contro la sua nuca.
Il giubbotto antiproiettile non ti salverà, ragazzo mio!, pensò euforico Vincent, come ogni volta che stava per uccidere qualcuno, prima di premere il grilletto. Addio!
«Michael, attento!»
L’urlo femminile trapassò l’aria stantia del corridoio. Michael sussultò e d’istinto balzò di lato, senza però riuscire a evitare del tutto il proiettile. Il Moro lo sentì emettere un gemito strozzato e crollare in avanti sul pavimento, poi si voltò di scatto.
Oltre la finestra dai vetri rotti dell’edificio, la bocca ancora aperta nel grido, si stagliava la ragazza che aveva visto poco prima alla villa.
Merda, merda, merda, merda…
Megan si era affacciata alla finestra da cui trapelava uno spiraglio di luce, guidata dall’idea che lì forse avrebbe trovato qualcuno. Non era sicura che questa fosse una buona cosa, ma doveva pur cominciare a cercare da qualche parte.
Quando si era sporta appena per dare un’occhiata all’interno, aveva scorto Michael e il vecchio bavoso che aveva fatto irruzione all’interno della villa con notizie del rapimento di Lizzie. Di spalle, le pistole in pugno, erano davanti alla porta di una camera. Come in uno dei film polizieschi che guardava sempre suo padre, vide Michael abbattere la porta con una spallata e chiamare il nome della moglie dalla soglia. E vide il vecchio che, approfittando della sua distrazione, gli puntava la pistola alla nuca.
Megan non aveva idea di cosa stesse succedendo, ma una cosa era certa: quel tipo voleva ucciderlo.
«Michael, attento!» gridò con quanto fiato aveva in gola.
Il colpo esplose. La ragazza vide il boss crollare sul pavimento, mentre il vecchio si voltava. La sorpresa lasciò il posto alla rabbia e fu rapido a puntare la pistola, stavolta contro di lei. Premette di nuovo il grilletto. Megan ebbe appena il tempo di pensare: Merda, devo spostarmi, ma quello è un professionista, e io sono morta...
Ma la pallottola indirizzata a lei si conficcò invece nella spalla di Brian, che era accorso come un fulmine e si era messo in mezzo.
Il braccio destro di Michael indietreggiò per il contraccolpo, un ansito strozzato sulle labbra, e urtò la schiena contro la finestra rotta, schizzando vetri ovunque. Megan si riparò il volto con le braccia, sentendo i minuscoli frammenti tagliarle la giacca. Quando riaprì gli occhi, il Moro aveva di nuovo la pistola puntata. E questa volta non avrebbe sbagliato il colpo.
Il tuono della pistola…
Megan trasalì, quando vide il vecchio crollare a terra, artigliandosi la coscia con un grido. Sui pantaloni, vicino all’inguine, affiorava già una grossa macchia di sangue.
«Fottuto traditore!» ringhiò Michael, risollevandosi. Aveva il sangue che gli colava su un lato del viso, da dove il proiettile lo aveva colpito di striscio sulla tempia, e la bocca distorta in una smorfia feroce. Si raddrizzò e calpestò con violenza la mano con cui il Moro stringeva la pistola. Megan udì il rumore delle ossa che si spezzavano e il vecchio lasciò la presa, rattrappendosi in preda al dolore.
«Fallo parlare» biascicò Brian. Era accasciato contro la parete, una mano premuta sulla spalla ferita per rallentare l’emorragia. Megan scivolò all’interno attraverso la finestra in frantumi e gli si affiancò. «Quel bastardo deve spiegarci parecchie cose.»
«Non c’è tempo!» sbottò Michael, puntando la pistola in faccia al Moro. «Dov’è mia moglie?»
«Non lo so» singhiozzò l’uomo. «Che cazzo me ne frega? L’ho fatta catturare, con l’aiuto di quella sgualdrina di Charity, e questo è quanto. Era l’esca per farti arrivare fin qui.»
«E poi spararmi alle spalle! Con cosa ti hanno comprato i russi? Quanto ti pagavano la mia pellaccia?»
«Al diavolo i soldi!» sputò il Moro, indirizzandogli uno sguardo di sfida. «Tua madre è scappata dalla Famiglia. Tu ti sei preso per moglie un’estranea. Sei solo uno sbarbatello che cerca di fare il boss e c’era bisogno di qualcuno più forte alla guida del nostro clan.»
«Non certo un vigliacco come te» ribatté Michael. «Per l’ultima volta, dov’è mia moglie?»
«Ti dico che non lo so...»
«Sta mentendo» intervenne Megan. Aveva avuto modo di osservare quel vecchio, durante la cerimonia di nozze nella villa: per tutto il tempo non aveva mai smesso di fissare Lizzie con sguardo lascivo. Era chiaro che le avrebbe messo volentieri le mani addosso, se avesse potuto. «Secondo me sa dove la tengono. Perché voleva farsela, prima di far sparire anche lei in questo tragico agguato.» Notando l’espressione dubbiosa di Michael e Brian: «Oh, avanti, non ve ne siete accorti anche voi? O voi uomini avete gli occhi foderati di prosciutto?»
Per tutta risposta, il boss dei Cannizzaro affondò il pollice nel buco dei pantaloni provocato dalla pallottola e nella ferita sottostante. Il vecchio emise un grido.
«Fa male, già!» Michael si chinò su di lui. «E farà ancora più male. Il Boia mi ha insegnato decine di modi per far parlare la gente. Sceglierò il più doloroso per te.»
Il Moro resistette ancora per un po’, poi si afflosciò, sconfitto. «Stanza 32» esalò.
«Grazie» disse Michael. Poi gli fece saltare le cervella.
Megan distolse gli occhi. Il rumore, grazie al silenziatore della pistola, fu come un colpo di tosse soffocato. Ma la vista...
Michael si raddrizzò e sollevò lo sguardo. «Brian, ce la fai a camminare?»
Il suo secondo rispose con una smorfia: «Credo di sì.»
«Bene. Andiamo a riprenderci Lizzie.»
Lizzie era immersa nel buio. I polsi le bruciavano, dove le corde che la legavano allo schienale della sedia le mordevano la carne, scorticandola ogni volta che tentava di liberarsi. L’odore di polvere del bavaglio le prendeva la gola e le suscitava nuove ondate di nausea.
I russi l’avevano sbattuta là subito dopo averla fatta scendere dall’auto. In realtà non sapeva dove fosse, questo là, perché soltanto una volta legata come un salame su quella sedia, si erano degnati di toglierle il sacco dalla faccia. Guardandosi intorno, aveva visto una stanzetta, che sembrava una camera d’albergo di infima categoria, il pavimento di moquette sudicia, la finestra dai vetri rotti sprangata con assi di legno, che non riuscivano a tenere del tutto fuori il vento freddo. E i volti di due uomini che incombevano su di lei. Uno dei rapitori e un altro tipo che, a giudicare dalla deferenza mostratagli dal compare, doveva essere il capo o qualcosa del genere. Discutevano tra loro in una lingua aspra che non conosceva, che poteva essere russo o qualsiasi altro dialetto slavo, per quello che ne sapeva.
«Lasciatemi andare!» aveva provato a strillare. In realtà la voce le era uscita fioca e spaventata. «Lasciatemi andare subito!»
«Sta’ zitta, gallina!» aveva replicato uno dei tipi, quasi con noncuranza. «O ti tiro il collo.»
«Michael verrà a cercarmi e...»
«E cadrà nel nostro agguato» aveva terminato per lei l’uomo. «Perché credi di essere qui, gallinella? Uno dei vostri ha tradito, e condurrà quel bastardo di Michael Cannizzaro dritto dritto nella nostra trappola. E adesso piantala di starnazzare, non abbiamo tempo da perdere con te. Ringrazia che la nostra talpa ti vuole, come parte dell’accordo, altrimenti ti avrei già tagliato la lingua e la gola.»
Ignorando le sue proteste, le aveva tappato la bocca con un bavaglio e poi l’avevano lasciata lì a macerare nell’attesa, mentre la luce della sera diventava sempre più fioca, fino a sparire del tutto. Poteva essere notta fonda, per quello che ne sapeva. Non riusciva a muovere le braccia per controllare l’orologio e le avevano tolto il cellulare. Non le avevano dato né da bere né da mangiare per cena e lo stomaco vuoto brontolava, peggiorando il suo senso di nausea. Si era imposta di non piangere, per trattenere i liquidi.
Tanto, a che vale? Una volta attirato Michael in trappola, uccideranno anche me. E se così non fosse... vorrei comunque essere morta.
Charity l’aveva ingannata e lei c’era cascata come una stupida. Era la donna la spia di cui parlava il russo? O lavorava per qualcun altro all’interno della Famiglia? Michael avrebbe sospettato qualcosa?
A questo punto non aveva più importanza che il video che le aveva mostrato Charity fosse vero o meno. La cosa importante era che, per colpa della sua stupidità, rischiava di aver condannato a morte sia suo marito che suo figlio.
Michael è in gamba, non si lascerà fregare facilmente!, si disse per farsi forza, ma preoccupazione e l’ansia la rodevano come un tarlo. Capirà che è una trappola e non verrà. Oh, per favore, non venire, non venire...
Ma lui era venuto, come in cuor suo lei egoisticamente sperava. A un certo punto erano cominciate le esplosioni e le grida, ad annunciare l’arrivo dei Cannizzaro. Lizzie tese le orecchie, cercando di distinguere cosa stesse accadendo oltre la porta chiusa della camera. Ignorò il dolore ai polsi e raddoppiò gli sforzi per liberarsi, dimenandosi per trascinare la sedia. Ma era riuscita a spostarsi di qualche millimetro, e comunque dove poteva scappare, legata come un salame in quel modo?
«Michael!» provò a gridare, come se potesse avvertirlo del pericolo, ma la voce le uscì soffocata, poco più di un mugolio contro il bavaglio. «Michael!»
La voce le sfinò in un singhiozzo. Si sentiva del tutto imponente, mentre ascoltava il rumore dello scontro che avveniva intorno a lei, per lei, e si chiedeva se il marito fosse ancora vivo.
Poi udì dei passi rapidi lungo il corridoio. Raddrizzò la testa, il cuore che le martellava in gola. I russi erano venuti a prenderla? Lo scontro era già finito e adesso avrebbero ucciso anche lei, o peggio?
La porta si spalancò di colpo e il chiarore pallido del neon nel corridoio le ferì gli occhi, accecandola per qualche istante. Poi riuscì a scorgere la sagoma stagliata sulla soglia.
«Michael...» mugolò. Pregò.
Ed era davvero lui! Non era un’allucinazione dettata dalla stanchezza. Mentre la vista si schiariva, distinse le sue spalle possenti, la sua mascella squadrata, ogni meraviglioso lineamento del suo volto.
In un attimo lui le fu accanto. Le strappò il bavaglio e la liberò dalle corde. Lizzie si afflosciò contro il suo petto, senza più trattenere i singhiozzi.
«Michael...» ansimò, la voce rauca. «Ho avuto così paura… che tu non venissi... che venissi e ti uccidessero...»
«Sst… stai tranquilla!» sussurrò lui, il tono teso e stanco, ma che conservava la sua solida determinazione. «Adesso ti porto fuori di qui.»
«È una trappola. Charity ha tradito. E forse c’è anche qualcun altro.»
«Anche il Moro, ma è già stato sistemato.»
La testa che le girava, solo allora Lizzie notò il sangue che gli appiccicava i capelli e gli macchiava la fronte. «Santo cielo, sei ferito?»
«Solo un graffio.»
«Oddio, mi dispiace... mi dispiace così tanto...»
«Ne parliamo dopo» tagliò corto lui. La prese tra le braccia, sollevandola come fosse un fuscello. Lizzie si abbandonò con la testa contro il suo petto, troppo esausta per protestare ancora, persino per parlare. Si lasciò trasportare fuori dalla camera, nei corridoi e per le scale invase dalla penombra e dal rumore di sottofondo degli spari, sentendosi galleggiare poco al di sopra del velo dell’incoscienza. Le parve di scorgere anche Megan, con loro, che sorreggeva un Brian mortalmente pallido ma con la pistola in pugno, e questo non aveva senso, perché l’amica non poteva essere lì, forse stava sognando… ma il calore di Michael era così reale, così intenso, così familiare...
Solo quando si sentì adagiare gentilmente sul sedile di un’auto e udì il boss dei Cannizzaro dare l’ordine secco di partire, la spossatezza ebbe la meglio e Lizzie si concesse di perdere del tutto i sensi.
«Ecco, ho finito.»
Il medico posò ago e filo sul telo sterile, accomodato sul tavolinetto a lato del letto, e sistemò l’ultima fasciatura intorno alla spalla di Brian, che si tese e si lasciò sfuggire un mugolio stretto tra le labbra.
«Suvvia, figliolo, direi che ti è andata bene. Un centimetro più in basso e quella pallottola ti avrebbe forato il polmone. E allora altro che qualche medicazione a casa da parte del sottoscritto, saresti finito dritto in ospedale, in una sala operatoria» affermò il vecchio dottore. Era oltre la settantina, valutò Megan, ed era proprio come sarebbe dovuto apparire in ogni film un medico: giacca e cravatta, gli occhiali calati sul naso, uno stetoscopio penzolante al collo e una borsa di pelle scura in cui, tra i vari strumenti chirurgici, conservava anche una Bibbia tascabile. Michael e Brian l’avevano chiamato dottor Roger e anche Anna sembrava conoscerlo bene: le aveva confidato che era il vecchio medico di famiglia dei Cannizzaro e, nonostante fosse in pensione già da un po’, era sempre disponibile a ricucire quelle che lui chiamava “le ferite di guerra”, per i membri della Famiglia. Megan non gli chiese se anche lui ne facesse parte o meno. Era concentrata sulla spalla di Brian, completamente bendata, il braccio bloccato sul petto con una fasciatura.
«Quindi guarirà?» non poté fare a meno di domandare, con una punta di senso di colpa.
Il dottor Roger chiuse la valigetta. «Tra qualche settimana sarà come nuovo, glielo posso garantire, signorina.» Le lanciò un’occhiata curiosa - ovvio, non l’aveva mai vista alla villa, prima -, ma non osò fare domande in proposito. Quello poteva essere uno dei motivi, considerò Megan, per cui era vissuto così a lungo.
«Grazie, doc!» salutò Brian, raddrizzandosi e sistemandosi meglio a sedere contro i cuscini e la spalliera del letto.
«Dovere, ragazzo mio» ricambiò il vecchio medico. «Se vuoi un consiglio, prenditi qualche giorno di riposo. Mangia parecchia carne rossa, rimani a letto, e magari rilassati con qualche bella...» Si interruppe con un tossicchiare imbarazzato.
«Ci lavorerò su» promise Brian, serio. «Mandaci pure il conto per il tuo lavoro.»
Il dottor Roger liquidò la proposta con un cenno della mano. Non appena uscito, Megan accostò la sedia a lato del letto. «Sicuro di stare bene?»
«Hai sentito il medico… non è niente di grave.» Brian fece per scrollare le spalle, il suo gesto abituale, ma il dolore lo fece desistere e si limitò a scrollare la testa. «Ho subìto ferite ben peggiori.»
Su questo Megan non aveva dubbi. Per visitarlo, il dottor Roger aveva fatto spogliare Brian, lasciandolo - misericordiosamente, almeno quello! - solo in boxer. Dunque per tutto il tempo della medicazione la ragazza aveva potuto ammirare da vicino il suo torace scolpito, così come la miriade di cicatrici che lo costellavano. Vecchi segni di proiettili, di coltelli... si chiese come sarebbe stato lasciar scorrere le dita sopra di essi, e sentire sotto i polpastrelli quei muscoli di acciaio...
Brian dovette cogliere i suoi pensieri, perché un sorrisetto gli incurvò le labbra. «E poi, qualcuno è stato molto bravo, durante il tragitto di ritorno, ad aiutarmi a tamponare l’emorragia» commentò, concentrando su di lei la sua attenzione.
Megan si dimenò, a disagio. «Che altro avrei dovuto fare? Lasciarti morire dissanguato?»
«No, non ne avevi alcuna intenzione.»
«Be’, magari un po’ te lo saresti meritato» ci tenne a puntualizzare la ragazza. «Mi hai fatto prendere una paura, quando sei diventato bianco come un lenzuolo, e quando il dottore ti ha estratto la pallottola...»
«Eppure sei rimasta» fece notare Brian, come se anche lui fosse rimasto stupito della cosa. «Sei rimasta per tutto il tempo al mio capezzale.»
Megan emise uno sbuffo. «Dove altro potevo andare? Ho pensato che fosse una buona idea rintanarmi qui, per stare lontana da Michael, visto che lui mi aveva ordinato espressamente di rimanere alla villa e come al solito me ne sono bellamente infischiata. Questa è la volta buona che mi ammazza sul serio.»
«Dubito che vorrà ammazzarti…» commentò Brian, «visto che con il tuo intervento provvidenziale gli hai salvato la vita.»
Tacque, spostando lo sguardo fuori dalla finestra. Era mattino inoltrato e gli uccelli cinguettavano sui rami di un grosso ontano nel giardino.
«Cosa c’è?» domandò Megan. I silenzi pensosi di Brian avevano il potere di metterla in imbarazzo.
«Non siamo così diversi, io e te» rispose infine l’uomo. «Entrambi siamo leali ai nostri amici e siamo pronti a rischiare tutto per loro. Avresti potuto farti ammazzare davvero, là all’hotel, eppure sei venuta per salvare Lizzie. E io sono andato per guardare le spalle di Michael, come sempre. Eppure, avrei mancato al mio dovere e il Moro lo avrebbe assassinato a tradimento, se non fosse stato per te.»
«Mi sono soltanto trovata per caso nel posto giusto al momento giusto» si schermì Megan. Brian le aveva fatto un complimento. Uno vero, non qualche battuta su quanto fosse carina e preziosa come una bambolina.
«Beh, di questo devo ringraziarti…» e sembrava un po’ a disagio anche lui mentre lo diceva.
Megan scosse la testa. «Sono io che devo ringraziarti.» Accennò alla spalla bendata. «Sappiamo entrambi che quella pallottola era per me. Perché accidenti ti sei messo in mezzo?»
Brian si voltò a fissarla, inchiodandola con quel suo sguardo di ghiaccio rovente. «Non l’hai ancora capito?»
Solo con uno sforzo, Megan riuscì a non distogliere gli occhi. «Cosa?» sbottò, stizzita, per poi ammettere: «Non ci capisco mai un cavolo, con te! Sei sempre così...» Si morse le labbra, frustrata.
«Così come?» la sfidò Brian, ma stava ridacchiando sotto i baffi.
«Insopportabile» affermò la ragazza. «Sai cosa? Dà ascolto al dottore. Fatti una dormita, intanto vado a vedere se Anna ha preparato qualcosa da mangiare.»
Fece per alzarsi, ma Brian le afferrò il polso. Con una forza incredibile, considerando che poteva usare un solo braccio, la tirò a sé. Megan si trovò sul letto, a cavalcioni sopra di lui, prima che potesse protestare, il volto a pochi millimetri da quello di lui.
«Al diavolo il cibo, vorrei seguire l’altro consiglio…» replicò Brian, tenendola ancorata a sé con lo sguardo. «E comunque, il motivo per cui mi sono messo in mezzo è perché sei una donna. Perché sei la mia donna. E perché mi sono innamorato di te fin dal primo momento in cui ti ho vista, mia piccola fata dei boschi.»
Aveva parlato tutto d’un fiato, uno dei discorsi più lunghi che le avesse mai rivolto. Megan rimase attonita a fissarlo, mentre quelle parole pian piano facevano breccia nel suo cervello, già parecchio indaffarato a gestire la sensazione di trovarsi così vicina a lui, le mani premute sul suo petto d’avorio, l’inguine sul suo cavallo, e contro la pancia il premere della sua violenta erezione.
«Non dici niente?» domandò Brian, la voce arrochita.
Megan deglutì. «Non so che dire...»
La risata di Brian si alzò limpida e cristallina nella stanza. «È una buona cosa. Per la prima volta, sono riuscito a tapparti la bocca. E adesso, con il tuo permesso, farò quello che avrei voluto fare da settimane.»
E senza darle il tempo di rispondere, le catturò le labbra in un bacio mozzafiato. E Megan gli diede il permesso di baciarla, premendosi a lui.
Di baciarla, e di fare tutto quello che voleva.
Che volevano entrambi.