INSEGNAMI A SOGNARE - Capitolo 3 di 9

MARIANGELA CAMOCARDI


«Buon pomeriggio, signora Zara» esordì Clelia non appena la domestica la condusse nel salotto della sciantosa che tanto ammirava. «Immagino non vi rammentiate di me, ma sono la ragazza che un paio di settimane fa bloccò il ladro che vi rubò i soldi, e non viceversa. Sarei venuta prima a dirvelo, ma ho avuto la febbre per più di una settimana e mi sono rimessa in piedi solo da un paio di giorni.»

«Santo cielo, sei davvero tu?» Zara esaminò la giovane sottile e pallida che le stava davanti, fingendo di non vedere i rattoppi sulla sottana.

«Certo! Sono qui appositamente per dirvi che il farabutto che vi rubò il denaro mi ha accusata ingiustamente, per poi tagliare la corda indisturbato.»

«Questo ti fa onore, mia cara. Come ti chiami?»

«Clelia, e me la sono data a gambe perché le prove erano tutte contro di me. Temevo che mi arrestassero, ma il mariuolo vero se l’è squagliata prima.»

«Lo so» annuì l’altra. «Alcune testimoni hanno visto come si sono svolte le cose e si sono affrettate a riferirmelo. Grazie di essere intervenuta e, se me lo permetti, voglio darti la ricompensa che ti sei guadagnata.»

«Oh, no, non ce n’è affatto bisogno» si schermi Clelia scuotendo il capo in un deciso rifiuto. «Per me vale di più essere creduta da voi.»

Zara fu pervasa da un’ondata di tenerezza per quella fanciulla tanto bella da far passare in secondo piano la sua evidente miseria. Possedeva una dignità che molti ricchi aristocratici avrebbero dovuto prendere a esempio, invece di lamentarsi per le inezie. «Ti prego, accomodati, Clelia.»

«Mi fermo soltanto pochi minuti, signora, ma tenevo a dirvi che anche una persona povera in canna come me può avere un’onestà adamantina.»

«In pochi minuti si possono fare tante cose… ti andrebbe una cioccolata calda e qualche pasticcino?» le propose Zara, sperando che accettasse. 

Gli occhi grigioverdi di Clelia brillarono, tentati. «Be’, se per voi non è un disturbo, volentieri» acconsentì subito, sedendo sulla punta di una poltrona.             

«Vado a ordinarla alla domestica.» Zara indossava un modello di velluto viola cupo con inserti di pizzo avorio che conferiva cremosità alla carnagione mediterranea. Si assentò brevemente e quando rientrò allungò alla giovane una busta. «Per favore, cara, accettali e mi renderai felice.»

«Vi ringrazio, ma non posso» declinò di nuovo lei. «Ho compiuto il mio dovere e inoltre sono una cui piace fare qualcosa per gli altri.»

«Mi fai restare male.» Zara sospirò. «Sei sicura? A tua madre potrebbero far comodo dei soldi in più per riempire la dispensa. Non è elemosina» precisò in tono gentile. «Te li sei meritati.»

«Sicurissima. È stato un onore esservi utile. Vi apprezzò tantissimo, sapete? Senza voler far torto alle vostre colleghe, altrettanto brave, siete la mia sciantosa preferita. Nelle occasioni in cui posso intrufolarmi dentro il Venus per assistere allo spettacolo, siete voi quella che applaudo di più.»

«Allora provvederò affinché tu possa entrarci ogni volta che vuoi.»

«Ne sarei lieta!» esclamò Clelia, tacendo poi intimidita al sopraggiungere della cameriera.

La donna portava la divisa nera con il grembiule bianco e doveva essere sulla quarantina. L’inamidata, candida crestina sui capelli scuri la faceva apparire più alta e ossuta. Aveva lo sguardo dolce che mitigava il naso lungo. Spinse con garbo il carrello su cui campeggiavano la cuccuma della cioccolata e diversi vassoi di dolciumi. Sorridendo, servì lei e Zara con gesti esperti e misurati, prima di allontanarsi discretamente dal salotto.

«I tuoi genitori ti daranno il permesso di venire al Venus?»

Clelia si strinse nelle spalle. «Mio padre è morto e dubito che a mia madre interessi quel che faccio o non faccio. Non la vedo da molto tempo.»

Zara assimilò la notizia senza battere ciglio, sorseggiando la bevanda bollente. «Mi giudichi un’impicciona se ti domando la ragione?»

«A pochi mesi dalla scomparsa di papà, mamma si è risposata con un uomo più giovane di lei. Ho sofferto per questa dimostrazione di egoismo, ma anche per la mancanza di rispetto per il primo marito. Ha perso completamente la testa per Giovanni, il quale, consapevole che la moglie gli è succube, ne ha approfittato per spadroneggiare in quella che era pure casa mia.» Clelia si strinse con fatalità nelle spalle. «È un lazzarone che si fa mantenere da lei e l’ho ripetuto a mia madre. Dopo un po’ lui ha iniziato a guardarmi in un modo che mi piaceva poco, e a molestarmi non appena mamma stornava l’attenzione. Ero spaventata e l’ho tenuto a bada finché ho potuto, minacciando di dirlo a mia madre.»

«Razza di bastardo» sibilò Zara, che conosceva perfettamente quel genere di ripugnanti mascalzoni. «Su, mia cara, prendi un altro pasticcino.»

«No, grazie, sono sazia ma…» Clelia esitò e aggiunse: «Magari, se me lo consentite, ne porterei qualcuno a casa per la colazione di domani». 

«Te li faccio incartare dalla domestica. Ma continua, ti prego…»

«Una sera che mamma era andata al rosario, Giovanni abusò di me più volte. Ero vergine ma non se ne curò...»

«Dio mio!»

«Nei giorni successivi, oltre a sentirmi terribilmente in colpa perché dubitavo di averlo chissà come provocato, mi tormentai sull’opportunità di rivelare a mia madre quanto era successo… avevo paura che lui lo facesse di nuovo e non volevo mi mettesse ancora le mani addosso. Alla fine racimolai il coraggio e le spifferai tutto.»

«E lei come reagì?»

Clelia batté le ciglia e si sfregò nervosamente i palmi, a disagio sulla poltrona. Rievocare la profonda angoscia di quel periodo e il disgustoso episodio che cercava invano di occultare nella memoria era come rivivere lo stupro. «Mamma, anziché credermi, mi picchiò quasi a sangue, folle di rabbia, accusandomi di stare circuendo suo marito per portarglielo via, e naturalmente mi scacciò quel giorno stesso con ciò che avevo addosso e nient’altro.»

«Quella scema è gelosa marcia di te, cara» commentò Zara sprezzante, piegando le labbra in una smorfia esplicita. «Aveva paura che le rubassi lo sposo, è evidente, ma chi ci ha guadagnato sei tu. Dove abiti?»        

«In un paio di stanze senza pretese che ho trovato…» disse lei vaga. «E mi mantengo sbrigando dei servizi per alcune brave signore.»

«Senti un po’, ti piacerebbe lavorare al Venus? Una delle ballerine di fila è incinta e Isidori sta cercando una sostituta. Potrei presentarti io.»

«Al Venus?» Gli occhi grigioverdi di Clelia si fecero sognanti. «Oh, accetterei volentieri, ma sono una schiappa se si tratta di danzare. Fin da piccola ero di una goffaggine grottesca quando si ballava nelle feste di campagna.»

 «E a tenere l’ago in mano sei capace? Alla costumista serve un’aiutante, per cui si tratta di saper usare ago e filo invece di sgambettare in scena.»

«Questo sì, grazie, signora Zara.»

«Grazie di che? Potresti portarti a casa i capi da aggiustare, riportandoli una volta eseguite le varie modifiche. Sovente ci sono gli orli da ricucire… con i tacchi capita spesso di lacerarli e vanno riaggiustati» rise la sciantosa. «Sempre se aiutare Giuditta non ti crea difficoltà con le altre incombenze che svolgi.»

«Farò in modo di arrangiarmi» dichiarò Clelia, posando la tazza vuota, alzandosi. «Signora Zara, ditemi voi quando potrei venire al Venus per accordarmi con la costumista e cominciare… o sono troppo precipitosa?»

Zara rise di nuovo. «Domani sei libera? Sì? Allora ti aspetto nel pomeriggio. Giuditta mi ringrazierà per averle scovato un’aiutante come te!» 

«Ci sarò» promise Clelia nel congedarsi con un largo sorriso che rivelò le deliziose fossette. Le sembrava di esser amica da sempre di quella donna affabile e disponibile quale era la sciantosa, soprannominata dai numerosi spasimanti “Zarina la bella varesina.”