AFTER THE NOISE - Capitolo 2 di 3

SIMONA LA CORTE


Il jet decolla all’alba. Lei guarda fuori dal finestrino come una bambina. Io, invece, non stacco gli occhi dal suo profilo, come se temessi possa sparire da un momento all’altro.

Mentre siamo in volo, l’hostess ci serve dello champagne e lo beviamo senza curarci di scolare un’intera bottiglia in meno di un’ora. Il viaggio durerà ancora molto e voglio gustarmi ogni singolo istante, finalmente felice di non dovermi più nascondere. È come se stessi respirando dopo una lunga apnea e Rebecca rappresenta l’ossigeno che mi permette di sopravvivere.

«Dove stiamo andando?» chiede, interrompendo il corso dei miei pensieri.

«In Cappadocia.»

«Stai scherzando» ridacchia.

«Mai stato più serio.»

Cambia espressione e il sorriso si fa più cauto. «Perché lo stai facendo?»

Già… Perché?

È stata un’idea nata all’improvviso, senza rifletterci troppo. La verità, però, è un’altra e tentenno prima di decidermi a confessarla.

Lancio un’occhiata davanti a noi, verso la tenda che separa lo spazio delle poltrone con quello del minibar, dove l’hostess è impegnata a sistemare. Slaccio la cintura e faccio lo stesso con quella di Rebecca, la prendo per mano per farla alzare e la conduco sul retro, apro la porta scorrevole ed entriamo nella zona notte. C’è un ampio letto matrimoniale e il mio bagno personale, al quale si accede cliccando un pulsante sul lato dello specchio a figura intera situato all’angolo.

Una volta soli, la fronteggio, sempre tenendole le mani tra le mie.

«Mi hai chiesto perché lo stia facendo, ebbene non per impressionarti. Ti conosco da troppo tempo e so che preferisci la semplicità dei piccoli gesti. Il mio unico desiderio è dimostrarti che sarei disposto a darti il mondo, pur di renderti felice.»

Mi sento in imbarazzo. Io, la rockstar che ha vissuto di eccessi e non ha mai aperto il cuore a nessuna, sono perduto, come un nomade che ha vagato a lungo senza meta. E adesso sono qui, alla presenza dell’unica donna con cui voglia condividere il mio futuro.

Rebecca sorride e si accosta fino a sfiorarmi l’addome con le punte dei seni. Sono molto più alto e più grosso di lei, eppure non sono mai stato più vulnerabile.

«Non ho bisogno di avere il mondo. Io voglio soltanto te» replica, prima di allacciarmi le braccia attorno al collo e farmi chinare in avanti, verso la sua bocca, che catturo in un bacio carico di desiderio, di promesse sussurrate tra un sospiro e l’altro.

Ci spogliamo a vicenda, lentamente, poi ci sdraiamo sul letto, esplorandoci come se non avessimo mai visto un corpo nudo.

Mi perdo a contemplarla negli occhi quando mi sale a cavalcioni e inizia ad accarezzarmi il ventre. Rebecca traccia le linee degli addominali e dei muscoli pelvici, disegna dei cerchi attorno all’ombelico e contraggo lo stomaco al suo tocco, ma non per il fastidio, anzi. Le dita sono fresche sulla mia pelle, ma in mezzo alle cosce è calda e lo percepisco anche attraverso il tessuto dei boxer, l’unico indumento che ancora indosso.

«Che intenzioni hai?» la sfido con un ghigno malizioso.

«Voglio prendermi il mio piacere e farti godere.»

«Sicura? Non devi sentirti obbligata solo perché ho organizzato tutto questo.»

Rebecca emette una dolce risata, si distende sul mio addome e accosta le labbra alle mie. «Io mi sento obbligata» sottolinea. «Mi sento obbligata dall’amore che provo per te e che non riesco più a contenere. Ho scoperto che il mio cuore è troppo piccolo per contenerlo e ho bisogno che tu apra il tuo per permettermi di donartelo, affinché tu lo custodisca e lo nutra. Per me.»

«Per noi» ribatto, scostandole i capelli dietro le orecchie e circondandole il viso tra le mani. «Dammi tutto, Rebecca, dammi il tuo amore. Il mio cuore è tuo, il mio corpo è tuo. La mia anima ti appartiene» concludo e mi impossesso della sua bocca in un bacio vorace, colmo di lussuria, che ci porta al limite.

Con uno scatto dei fianchi la sposto e la imprigiono sotto di me. Riprendo a baciarla e con le dita trovo il centro della sua femminilità. È già bagnata e con estrema facilità la penetro con due dita, mentre col pollice le sfioro il clitoride con movimenti circolari. Lei ansima nella mia bocca e io risucchio ogni singulto quando arriva in prossimità dell’orgasmo. Aumento il ritmo e spalanca di più le cosce, sollevando il bacino per cavalcare l’onda dell’estasi.

I suoi umori scivolano lungo le falangi e mi beo alla vista del suo volto appagato. Tuttavia, le lascio poco tempo per riprendere fiato che mi sistemo meglio tra le sue gambe divaricate.

«Rebecca» esordisco. «Non ho mai fatto sesso senza preservativo, malgrado sia in salute e abbia preso ogni precauzione possibile con le donne che mi sono portato a letto. Se per te è un problema, ne ho una confezione nel cassetto del mobile in bagno. Voglio sia tutto perfetto, perciò dimmi con sincerità cosa vuoi che faccia.»

«Ho ventidue anni e una sola esperienza con un ragazzo della mia età» confessa, e la sua rivelazione mi procura un certo fastidio.

Cosa pretendevi? Che si fosse mantenuta vergine per te?

Scaccio quella fastidiosa vocina nella mia testa e attendo che continui.

«Non sono riuscita ad avere altri rapporti, Jim.»

Aggrotto le sopracciglia, confuso. «Perché?»

Le sue guance si tingono di un lieve rossore. «Perché era te che desideravo.»

Il mio ego maschile esulta, ma allo stesso tempo un nodo mi serra la gola. «Mi hai sempre amato a tal punto?»

«Sì, Jim. Non ho mai voluto nessun altro nella mia vita.»

«E ora mi avrai. Per sempre» concludo, poi la bacio e inizio a penetrarla. Piano, senza fretta, cercando di farla abituare a poco a poco alla mia invasione.

Quando sento i suoi muscoli interni cedere, comincio a pompare a un ritmo che diventa sempre più veloce. So che non resisterò ancora a lungo, l’ho desiderata per troppo tempo. Le sollevo una gamba e me la porto sulla spalla, in modo da arrivare ancora più a fondo.

L’aria si riempie dei nostri gemiti e dei rumori dei corpi che urtano, della pelle sudata che sfrega e dei baci che ci gonfiano le labbra.

Il culmine è vicino, la martello con ferocia e in un angolo della mente mi impongo di rallentare, ma Rebecca mi sorprende allungando le braccia dietro di me e artigliandomi le natiche per incitarmi a continuare con la stessa intensità. E la accontento, finché, con un’ultima spinta, vengo dentro di lei.

Mi svuoto di ogni energia, ma non dimentico che anche lei merita il suo appagamento, così continuo a muovermi e infilo una mano tra i nostri corpi, raggiungo il clitoride e lo stimolo fino a quando Rebecca mi morde una spalla per contenere l’urlo che le sale in gola mentre trema per l’orgasmo.

Mi accascio su di lei, stando attendo a non pesarle troppo addosso. Ho il viso schiacciato sul cuscino e rivolto verso il suo. Rebecca mi guarda con le palpebre pesanti e un sorriso che le illumina lo sguardo.

«Ti amo, Jim Sayer.»