DESERTO E PREGIUDIZIO - Capitolo 3 di 3

PAOLA GIANINETTO


Anna subì il violento assalto delle labbra senza muovere un muscolo, congelata dal terrore. Le mani su di lei erano state gentili, ma quella bocca la violava, come presto lui avrebbe fatto con il resto del suo corpo. Le braccia la stringevano senza alcun riguardo, facendole sentire la durezza del petto marmoreo, l’inguine che premeva contro di lei, in un chiaro gesto di dominio. Quell’uomo era un selvaggio ed era così che l’avrebbe presa: brutalmente, senza alcuna dolcezza, attento solo al proprio piacere.

Anna represse un singhiozzo, mentre una lacrima solitaria le scivolava sulla guancia e raggiungeva le loro labbra unite. Il sapore salato che le esplose in bocca agì come un magico elisir sulla furia del suo aggressore. Continuando a tenerle ferma la testa con la mano, si allontanò da lei di un soffio e si leccò le labbra. Un lampo di confusione si accese negli occhi neri, lui seguì con la bocca la scia umida sulla guancia, come a volerla cancellare, e poi la baciò con infinita dolcezza. Anna sentì le labbra ora morbide premere appena sulle sue, la lingua accarezzarle lentamente. Le mani, da morse implacabili, si trasfomarono in piume che sfioravano la sua pelle con una sorta di strana riverenza.

Senza accorgersene, socchiuse la bocca e lo lasciò entrare. La dolcezza di quel bacio, mista a una passione trattenuta ma non per questo meno evidente, indebolì ulteriormente le sue difese e fu con grande stupore che si accorse che le sue mani, le stesse che un attimo prima l’avevano graffiato tentando di respingerlo, erano ora appoggiate sul suo petto. La pelle di lui era liscia e calda al suo tocco e ricopriva una distesa di muscoli duri come l’acciaio. Non protestò, quando lui scese a baciarle il lato del collo, né quando la sua mano le scivolò sui fianchi, sul ventre, fino alla base del seno. Il pollice sfiorò il capezzolo coperto dal tessuto sottile, Anna chiuse gli occhi e non riuscì a trattenere un gemito.

In un lampo di consapevolezza, odiò se stessa. Quell’uomo l’aveva rapita, minacciata, spaventata. Non doveva lasciare che la adagiasse sul lenzuolo di raso azzurro, né che si chinasse su di lei per leccarla piano, attraverso la seta del corpetto. Sentì uno per uno i piccoli diamanti pungerle la pelle, accarezzandola, e il piacere fu tale da costringerla a inarcarsi verso di lui, priva della minima traccia di pudore.

Ma non doveva. Non poteva permettere che la spogliasse, che baciasse ogni centimetro del suo corpo, adorandola con le mani e con la bocca. Non doveva provare un piacere così grande da impedirle persino di respirare, mentre lui le allargava le gambe e concentrava i suoi assalti lì dove lei stava bruciando per lui.

Anna gridò, quando l’orgasmo la travolse. Lasciò che lui la abbracciasse dolcemente per assorbire fino all’ultimo dei suoi brividi, accarezzandola piano, e quando tornò sulla Terra scostò la testa dal suo petto per poterlo guardare.

Sorrideva. Un sorriso incerto, appena accennato, come se avesse paura di quello che avrebbe visto nei suoi occhi. Si era tolto il turbante e alla luce delle candele lei poteva vedere quanto fosse incredibilmente bello. I capelli scurissimi erano spettinati, le labbra umide, e gli occhi identici al cielo notturno nel deserto: velluto nero acceso da migliaia di stelle. Che brillavano per lei.

Non doveva, non doveva, non doveva…

Aveva vissuto in punta di piedi, Anna, sempre attenta a camminare sul filo per non cadere da una parte o dall’altra del precipizio che le faceva paura. Ma adesso non aveva più paura. Voleva lasciarsi andare, precipitare nell’abisso insieme a un uomo che avrebbe dovuto temere e odiare e che invece riusciva solo a desiderare con tutta se stessa.

Gli prese il volto tra le mani e lo baciò. Lui parve spiazzato dal suo gesto, specialmente quando lei cominciò a strattonargli la tunica, per liberarlo di quei vestiti che ancora li dividevano. Dopo un po’, sorridendo, le fermò le mani troppo frenetiche per riuscire nel loro intento, le sfiorò le labbra con un bacio e si sfilò la tunica in un unico fluido movimento. Anna sentì la gola seccarsi, guardando il suo splendido corpo seminudo. Lo voleva, più di ogni altra cosa avesse voluto fino a quel giorno. E se lo sarebbe preso, perché rimanere in bilico è troppo faticoso e prima o poi bisogna pur saltare.

Armeggiò con la chiusura dei pantaloni di tela, ma questa volta lui la bloccò immediatamente. Anna alzò la testa, confusa, e lui si limitò a scuotere la testa. Negli occhi uno sguardo intenso, grave, con una punta di cupa amarezza, forse di rimorso. Anna lo baciò con forza, usando tutto il suo peso per costringerlo a sdraiarsi. Le sue labbra si posarono sulle spalle di lui, sul suo petto, la lingua tracciò linee di fuoco sulla sua pelle ambrata, finché non lo sentì gemere e vide le sue mani stringersi a pugno sulle lenzuola, nell’estremo tentativo di dominarsi.

Ormai incapace di pensare lucidamente, Anna tentò di nuovo di sfilargli i pantaloni e quella volta lui non glielo impedì, ma quando si mise a cavalcioni su di lui la afferrò per la vita e in un attimo invertì le loro posizioni. Anna sentì il respiro accelerare, il cuore battere ancora più forte, mentre lo guardava: sostenendosi sulle braccia ai lati del suo corpo, incombeva su di lei. Un possente guerriero che pareva appartenere a un’altra epoca, a un mondo di cui lei aveva soltanto sentito raccontare.

Come ubbidendo a una volontà superiore, che non poteva contrastare, si spinse contro di lei e Anna istintivamente assecondò il suo movimento. Lui, però, si fermò. I muscoli tesi, il fuoco che divorava le profondità dei suoi occhi.

«Mi vuoi?» le chiese, in un roco sussurro.

Anna annuì, troppo sconvolta per rendersi conto che lui aveva parlato in inglese.

«Sei sicura?» le chiese ancora, la voce che usciva dai denti serrati, soffocata dal desiderio. Per tutta risposta, lei si aggrappò alle sue spalle e gli allacciò le gambe attorno alla vita.

Lui emise un suono a metà tra un gemito di dolore e un ruggito, poi entrò dentro di lei, fino in fondo. Anna spalancò gli occhi a quell’invasione e si godette ogni minima espressione sul volto di lui, mentre cominciava a muoversi lentamente, assaporando ogni istante, e poi sempre più in fretta, senza mai staccare gli occhi dai suoi. Per la prima volta in tutta la sua vita, comprese cosa significasse appartenersi veramente, diventare una cosa sola con un altro essere umano, lasciarsi cadere in un abisso senza fondo senza aver paura di farsi del male, perché lui era lì, con lei.

Un selvaggio. Il suo selvaggio.

Quando tutto finì, non ebbe neppure la forza di aprire gli occhi. Temeva che tutto svanisse. Forse era stato solo un sogno. Forse aveva vagato nel deserto fino a perdere il senno e la mente pietosa aveva partorito quella fantasia per rendere meno spaventoso il momento della morte. Due braccia forti la strinsero e Anna si rannicchiò contro di lui con un sospiro.

Se era così, avrebbe fatto in modo che quel momento durasse per sempre.

 

 

La svegliò un basso ronzio, una musica simile a un coro di gemiti accorati. Tastò le lenzuola accanto a sé, ma trovò solo il vuoto: lui se n’era andato.

Aprì gli occhi e si trascinò giù dal letto, cercò a tentoni i suoi vestiti, ma l’unica cosa che riuscì a trovare fu la tunica di lui, ai piedi del letto. Ansiosa di scoprire perché l’avesse abbandonata, se l’infilò alla svelta e uscì dalla tenda di corsa, ma mentre percorreva la breve galleria tra gli alberi inciampò nell’orlo della tunica troppo lunga per lei e dovette sollevarla con le mani per riuscire a camminare. Con il cuore in gola, giunse al limitare dell’oasi, e lo vide. Un profondo sollievo si impadronì di lei, mentre guardava la figura immobile seduta sulla cima della duna, contro l’immensa sagoma della luna che splendeva bianca nel cielo.

Lì, il suono che l’aveva svegliata era più forte. Una musica dolce eppure straziante, intrisa della più antica delle magie: il deserto cantava per lei.

Anna si arrampicò sulla duna, stringendosi addosso la tunica per proteggersi dall’aria fresca della notte. Lui doveva averla sentita arrivare, ma non si voltò. Rimase immobile finché lei non gli si sedette accanto, allora la circondò con un braccio e l’attirò a sé, facendole appoggiare la testa sulla sua spalla. Indossava solo i pantaloni di tela, eppure non pareva soffrire il freddo: guardava fisso davanti a sé, impegnato in una conversazione silenziosa con il suo deserto.

Anna tacque a lungo, non osando turbare quel momento. La pace era assoluta attorno a loro e finché nulla fosse stato detto avrebbero potuto fingere di vivere in un mondo perfetto, dove contava solo quello che avevano provato quella notte, l’uno tra le braccia dell’altra. Ma poi lui si riscosse dalla sua contemplazione e abbassò lo sguardo su di lei. All’improvviso, il silenzio divenne intollerabile e Anna si sforzò di trovare qualcosa con cui spezzarlo.

«Mi lascerai andare, domani?» gli chiese con un filo di voce.

Quando lui annuì, si rese conto di quanto avesse desiderato che le rispondesse di no. Con un sospiro, chiuse gli occhi e si riappoggiò a lui: la notte era ancora loro e se la sarebbe goduta fino in fondo. Voltò la testa e seppellì il viso nel suo petto, annusando il profumo speziato della sua pelle.

«Proveniamo da due pianeti lontanissimi l’uno dall’altro» sussurrò, «e dopo stanotte non ci rivedremo più. Ma io non ti dimenticherò mai.»

Lui non disse nulla, ma Anna non si sorprese. Non si aspettava che l’avesse sentita, né che avesse compreso le sue parole. Le aveva sussurrate a se stessa, al cuore che batteva contro la sua guancia e al deserto che continuava il suo canto.

Quello che accadde subito dopo, l’avrebbe ricordato per sempre. Lui l’abbracciò più stretta e cominciò a parlare.

«Il mio nome è Hamad e sono il terzo figlio dello sceicco Sultan bin Rashid Al Qasimi» disse in perfetto inglese. «Mi sono laureato a Oxford, ho conseguito un master in economia a Harvard e attualmente ricopro la carica di amministratore delegato alla AQ, la holding di mio padre, che ha sedi negli Stati Uniti e in tutta Europa. Anche in Italia.»

Anna lo fissò a bocca aperta, incredula. Il mondo si era appena capovolto sotto i suoi piedi, la forza di gravità era scomparsa e lei galleggiava in un gigantesco paradosso spazio-temporale, senza trovare appigli. Nella sua confusione mentale, una sola cosa le era chiara: lui l’aveva ingannata. E faceva male.

«Perché l’hai fatto?»

Lui si voltò a guardarla, un angolo della bocca sollevato nell’accenno di un sorriso.

«Fatto cosa?» mormorò, mentre il suo sguardo scivolava sensuale sul corpo di lei, appena visibile sotto la tunica.

Anna deglutì, a disagio. Il sofisticato uomo d’affari che la stava fissando non era quello con cui aveva fatto l’amore quella notte e per la seconda volta in poche ore lei si trovò a dover scendere a patti con l’idea di essersi concessa a un perfetto sconosciuto: il primo avrebbe potuto farle del male fisicamente, questo sembrava in grado di prendere il suo cuore tra le mani e spezzarlo con assoluta freddezza.

«Comportarti come un barbaro!» rispose, furiosa. «Rapirmi, minacciarmi con la frusta, farmi credere che mi avresti…» la voce si spezzò, soffocata dalla rabbia e dal dolore.

 «Appena mi hai visto, hai deciso chi e che cosa ero. Mi hai chiamato selvaggio. Ti ho solo dato quello che volevi.»

«Io non lo volevo affatto!»

Lui alzò un sopracciglio, esprimendo con distaccata eleganza tutto il suo scetticismo.

«In ogni caso» disse, con quella voce profonda colma d’ironia, «avevi bisogno di una piccola lezione sui pregiudizi.»

Anna si sentì sul punto di esplodere. Sapeva di avere le guance rosso fuoco e gli occhi lucidi per la rabbia trattenuta: uno spettacolo patetico, di cui il signor amministratore delegato di Vattelapesca, che aveva studiato nelle migliori università del mondo e che – detto per inciso – era pure un principe, non poteva fare altro che ridere. Aveva così tanta voglia di prenderlo a pugni che le mani le prudevano, ma non gli avrebbe dato anche quella soddisfazione.

«Chi sono gli altri?» gli chiese freddamente. «Quelli che erano con te?»

«Vecchi amici e mio cugino Rashid. È il mio braccio destro alla AQ e non sopporta gli abiti tradizionali, nemmeno quando torniamo qui in visita alla famiglia.»

«Quindi stava solo recitando, come te.»

Hamad si strinse nelle spalle, in un gesto di finto rimorso che fece a pezzi quel che restava della sua dignità pericolante.

«Ecco perché rideva di me, quando mi ha ordinato di mettermi quel vestito» disse, amara. «A proposito, da dove è saltato fuori? Tu e i tuoi amici avevate predisposto gli oggetti di scena, nell’attesa della prima turista stupida che vi fosse capitata sotto mano?»

Hamad scosse la testa. Sorrideva ancora, ma l’ironia era quasi svanita. Adesso la guardava come se avesse pietà di lei e questo era anche peggio; un colpo più doloroso di quanto Anna, provata da tutte quelle emozioni, potesse sopportare.

«Il vestito è di Susan, la moglie di Rashid» spiegò lui con calma. «Sono felicemente sposati da tre anni, vivono in un attico a Manhattan, dove lei è socia di un importante studio legale, e hanno appena avuto un figlio. Ma a Susy piace ancora giocare alla schiava del sultano, ogni tanto.» E arrivò al punto di farle l’occhiolino.

Quel lurido bastardo arrogante, bugiardo e senza cuore.

Anna sentì gli occhi riempirsi di lacrime e tentò disperatamente di scacciarle, perché anche se in minima parte lui non aveva torto – lei l’aveva giudicato senza dargli il tempo di mostrarle chi fosse veramente – quello che le aveva fatto non aveva scusanti. Non poteva crollare di fronte a lui, rendere il suo trionfo ancora più totale, mostrandogli confessandogli quanto l’avesse ferita. Ma, purtroppo, lei non era brava quanto lui a fingere.

«Non c’era niente di vero» sussurrò, senza nemmeno tentare di nascondere la profonda amarezza che provava. Sarebbe stato inutile. «Quello che è successo tra noi, stanotte. Avevi pianificato tutto fin dall’inizio…»

E Mister Camaleonte mutò di nuovo. Da selvaggio predone del deserto, a cinico magnate dal sangue blu, a…

Con estrema delicatezza, le prese il viso tra le mani e la fissò dritto negli occhi. Ogni traccia di ironia era scomparsa, anche quella maschera era caduta. In quel momento, era soltanto un uomo, e ciò che lei lesse nel profondo di quello sguardo così intenso da farla tremare sapeva tanto di verità. E voleva crederci. Voleva credere che fosse il vero Hamad, a implorarla con gli occhi di fidarsi di lui.

«Dimmi il tuo nome» le ordinò dolcemente.

«Anna…»

«Volevo fermarmi, Anna» mormorò; e il suo nome su quelle labbra fu per lei una musica ancora più magica di quella suonata dal deserto che li circondava. «Ti giuro che avevo intenzione di farlo. Ma poi tu hai detto sì e mi hai guardato come se mi volessi esattamente quanto ti volevo io. Tanto da stare male. Allora… non ho potuto lasciarti andare.»

Con la punta di un dito, le asciugò la lacrima che nonostante tutti i suoi sforzi le era scivolata sulla guancia.

«Ti prego, piccola, non piangere. Mi dispiace per quello che ti ho fatto.»

«Non è vero che ti dispiace.»

Lui sorrise. Senza ironia, né sufficienza, né pietà. C’era così tanta dolcezza in quel sorriso…

«No, hai ragione» ammise. «Lo rifarei un milione di volte.»

«Ti odio così tanto che vorrei picchiarti.»

Hamad rise piano accarezzandole le labbra socchiuse.

«Non tenerti tutto dentro, dolce Anna» sussurrò sensuale, «non ti fa bene. Sfoga tutto questo odio che sostieni di provare per me.»

Anna afferrò la mano che la accarezzava, la scostò bruscamente e tentò di allontanarsi, ma lui non glielo permise. Con un rapido movimento, la fece sdraiare sulla sabbia e fu sopra di lei.

«Fallo» la sfidò, «me lo merito. E poi, scommetto che picchi come una femminuccia, non me ne accorgerò nemmeno…»

Anna strinse le palpebre. Si rilassò sulla sabbia e, quando lui lo sentì e allentò la presa, caricò il pugno e lo colpì al costato, spingendolo via con l’altra mano per sgusciare da sotto di lui. Hamad emise un verso soffocato e scoppiò a ridere.

«Questa è una dichiarazione di guerra, ragazzina» disse, avanzando minaccioso verso di lei. «Ora, niente e nessuno potrà salvarti.»

Prendendola per i polsi, se la tirò addosso e caddero insieme nella sabbia, avvinghiati. All’inizio, Anna lottò davvero contro di lui. Dentro di lei si agitavano così tante emozioni diverse e lui aveva ragione, aveva bisogno di sfogare tutta quella tensione, di sfinirsi fisicamente perché la sua mente potesse tornare lucida, afferrare il senso di quell’incredibile notte. Sempre che ce l’avesse, un senso. Lui si limitò ad abbracciarla, mentre rotolavano giù dalla duna e poi, quando lei si stancò di colpirlo, fermò la loro corsa e la tenne sotto di sé, come per proteggerla.

Anna sentì le sue dita passarle delicatamente sul viso, per liberarlo dalla sabbia, e aprì gli occhi. Le si fermò il respiro, quando vide che la stava fissando come se al mondo non esistesse nulla di più prezioso.

«Voglio un aggiornamento astronomico» disse lui sorridendo. «I pianeti sono un po’ più vicini, ora?»

Lei intrecciò le mani tra i capelli neri e lo tirò con forza verso di sé.

«Temo che stiano per entrare in collisione» sussurrò sulle sue labbra.

Quel bacio fu diverso da tutti gli altri, libero da bugie, paure, rimorsi e rimpianti. Fu una reciproca richiesta di perdono, una celebrazione di speranza.

Nel giro di qualche secondo, furono entrambi nudi e quella volta non ci fu bisogno di chiedere. Hamad entrò dentro di lei e rimase immobile, per permettere a entrambi di godere di quel momento perfetto. Anna non aveva mai visto niente di più bello dei tratti del suo viso sconvolto dal piacere che lei gli stava dando, di quelle labbra socchiuse, delle fessure degli occhi neri brillanti di stelle.

«Ho cambiato idea» mormorò lui, chinandosi su di lei per sfiorarle le labbra con le proprie: «domani non ti lascerò andare. Forse non ti lascerò andare mai più.»

Si tirò indietro e poi sprofondò di nuovo in lei, lentamente, in un primordiale gesto di possesso. Sotto la luna, il selvaggio era tornato e Anna si aprì a lui, per permettergli di prenderla ancora più a fondo.

Tutto attorno a loro, il deserto cantò la sua benedizione.





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