Le sue mani scivolano sui miei fianchi, cercano i miei seni per saggiarli e passare un dito sul capezzolo turgido.
Mi solleva in modo che possa avvolgere le gambe attorno alla sua vita, costringendomi poi tra la parete e il suo corpo.
È un bacio avido, famelico, eppure ha il sapore delle certezze, delle scelte inevitabili.
In un barlume di lucidità mi ricordo che poche stanze più avanti c’è mia figlia di cinque anni che potrebbe cogliere sua madre nel momento in cui viene presa senza tante cerimonie nel loro ingresso di casa.
Nel pieno possesso delle sue facoltà e più che consenziente.
Appoggio la nuca alla parete e rilascio i muscoli, così da scivolare lungo il corpo di Jomar, percependone ogni avvallo e ogni turgore, fino a tornare con i piedi per terra.
In tutti i sensi.
«Cosa stiamo facendo?»
«Ricominciamo.»
Ci guardiamo per qualche istante, come se faticassimo a metterci a fuoco dopo tanto desiderio.
«Questo è un riprendere dove abbiamo lasciato e non è possibile» preciso.
Jomar fa un passo indietro, permettendomi di vedere i suoi capelli scarmigliati, le labbra gonfie e la maglietta stropicciata.
Questa copertina di GQ sbancherebbe, purtroppo è un’edizione privata, solo per me.
«Okay. Vuoi fare le cose per bene» conviene.
Aggrotto la fronte.
«Cosa vuol dire?»
Si passa la punta della lingua sul labbro, riflettendo sulle opzioni che gli frullano in testa e io ignoro.
«Hai impegni questa settimana?»
«No. Cioè sì. Ho mia figlia.»
«Quando?»
Piego la testa di lato, senza capire. «Sempre, a parte la mattina.»
«Benissimo. Il vantaggio di essere disoccupato è che ho le mattinate libere. Passo a prenderti alle nove.»
Si sposta verso la porta, ruota il pomello.
«Ehi, aspetta. E dove mi porti?»
«Sarà una sorpresa.»
«Odio le sorprese.»
«Be’» riflette. «Questo è lecito da parte tua, ma te lo dirò appena mi verrà in mente.»
«Non hai il mio numero per avvertirmi.»
Apre il battente e guadagna il pianerottolo.
«E non lo voglio. Me lo darai domattina, durante il nostro primo nuovo appuntamento» virgoletta.
Uno stormo di farfalle si libra del mio stomaco, battendo le ali al ritmo forsennato del mio cuore.
«Cosa significa?» gli chiedo sentendomi di nuovo fragile come una ragazzina, eppure consapevole con una donna.
Jomar torna a torreggiare su di me, senza farmi sentire piccola o debole, ma protetta e al sicuro come non lo sono mai stata.
Mi accarezza la guancia con le nocche. «Significa che ricominciamo a conoscere le persone che siamo diventate e, nel mio caso, mi aiuterai a ricordare quello che ero.»
Il bacio con cui mi saluta stavolta è dolcissimo e languido come una notte d’estate.
Chiudo la porta e mi ci appoggio contro, perché sento le ginocchia tremare per la potenza di tutte le emozioni.
Mi mordo il labbro inferiore tra i denti e mi dico che ricominciare è un concetto sottovalutato e molte volte bistrattato.
Ricominciare è faticoso.
Ricominciare è noioso.
In realtà ricominciare aiuta a evitare di compiere gi stessi errori e, forse, a compierne altri con consapevolezza.
Ricominciare è scoprire nuove prospettive e stupirsi.
Ricominciare potrebbe essere il mio ingrediente segreto da tramandare a Maribel.
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