TOUCH - RESTAMI ADDOSSO è uno spin off collegato a KEEPER Il Custode Del Silenzio
Londra. Primavera del 2023
La luce filtrava dalle alte finestre della palestra di Camden Town, dipingendo rettangoli dorati sul pavimento di legno consumato, graffiato dalle infinite battaglie vinte e perse.
L’odore acre di sudore e cuoio impregnava l'aria, un misto familiare che parlava di sacrifici e vittorie, di dolori sussurrati sotto la pelle e di grida mai pronunciate.
Rhett Lawson era in un angolo della palestra, impegnato a saltare la corda con una precisione ritmica. I piedi che sfioravano il pavimento come se danzassero al suono di una musica che ascoltava solo lui, battiti sincronizzati con il ronzio del neon che aveva sopra la testa.
Alcune gocce di sudore gli scivolarono lungo il collo per poi discendergli lungo la schiena, infiltrandosi sotto la maglietta con le maniche strappate sui bicipiti scolpiti.
Continuò a saltare mentre alcune grida gli arrivavano dal ring centrale, dove due giovani allievi si sfidavano sotto l’occhio vigile di Jaxon.
Il suono dei guantoni che colpivano carne e ossa riempì la stanza. I ragazzi si muovevano rapidi e nervosi, predatori in cerca del colpo perfetto.
I loro respiri affannati e i passi pesanti riecheggiavano come tamburi di guerra, in un ritmo antico e primordiale.
Ogni salto della corda di Rhett divenne per lui una nota di attesa, il preludio a un'azione che conosceva a memoria.
Li osservò da quell’angolo messo in ombra, con uno sguardo attento, notando ogni esitazione, ogni più piccolo errore nei movimenti, di quei due pivelli pieni di soldi che si erano iscritti appena due mesi addietro e che già miravano a combattere in un match.
Imprecò tra sé e scrollando il capo continuò a guardarli, sempre più convinto della loro inettitudine. I suoi occhi, che racchiudevano le sfumature della tempesta, li scrutavano, freddi e simili a quelli di un generale sul campo di battaglia.
Ogni tanto la sua attenzione si spostava sulle direttive che Jaxon cercava di impartire, ma quei due emeriti coglioni, faticavano persino a tenere la guardia alta. Il guantone di pivello numero uno scivolò troppo in basso, e quella guardia incerta fu una distrazione troppo prevedibile, che gli procurò un diretto sul naso.
«Alza il braccio sinistro, Tyler» gli gridò Jaxon dalle corde tese del ring, imprecando tra sé, prima che quel dannato idiota finisse lungo disteso per terra.
Jaxon si voltò e in un istante incrociò gli occhi attenti di Rhett che imperterrito continuava a saltellare mentre gli sorrideva impertinente, e in risposta Jax scrollò il capo.
Le voci degli altri allievi si mescolarono in un unico ronzio costante, fino a quando lo scampanellio della porta si infiltrò in quella sinfonia di forza e sudore.
Rallentò per un istante i movimenti, e il ritmo della corda che sbatteva contro il pavimento si fece più lento mentre il suo sguardo correva verso l'ingresso dove una ragazza dai capelli scuri, tagliati in un caschetto sbarazzino, era appena entrata. Indossava un paio di jeans attillati e una maglietta oversize che le lasciava scoperta una spalla.
C’era qualcosa di famigliare in lei che catturò la sua attenzione. La guardò avvicinarsi al bancone dell'accettazione, dove Ginger le andò incontro scoppiandole quasi in faccia la gomma da masticare.
Rhett non le staccò gli occhi di dosso, nemmeno quando un rigagnolo di sudore gli attraversò la faccia. C'era qualcosa in lei che a Rhett rammentava ricordi sbiaditi, ormai sepolti da anni, tuttavia quando la vide inclinare la testa e accennare un timido sorriso tutto gli risultò familiare.
La sorellina di Billy.
Smise all’istante di saltare e quando gettò la corda sul pavimento sentì il battito del cuore accelerare, e non certo per lo sforzo fisico che aveva appena compiuto.
Inclinò il capo intanto che studiava le due ragazze parlare tra loro e quando vide la nuova venuta voltarsi per andarsene la chiamò.
«Ivy Sloane.»
Il nome gli sfuggì dalle labbra deciso, come un ricordo rimasto troppo a lungo chiuso in un cassetto polveroso. Rhett mise un piede davanti all'altro, e aggirando il bancone dell'accettazione le si fermò davanti.
Ivy, la piccola Ivy, alzò lo sguardo sorpresa e lo studiò con i suoi occhi caldi, color miele. Sbatté le palpebre un paio di volte prima di sorridergli.
«Rhett?» domandò, come se fosse sorpresa, e per un lieve istante tutto parve fermarsi.
Un lieve rossore le salì sulle guance, e quando il miele e il blu tempesta si amalgamarono assieme, a Rhett tornò alla memoria un giorno di vento, dove un ragazzo e la sorella del suo amico si erano attardati a parlare su un terrazzo, mentre attorno a loro le foglie secche avevano vorticato in aria.
«Ciao» mormorò lui, dopo che Ivy abbassò rapidamente gli occhi, giocherellando con la tracolla della borsa. «Che cosa fai da queste parti? Non ti facevo tipa da Camden Town.»
Ivy sollevò il capo di scatto e una scintilla le baluginò dentro le iridi, mentre accennava un sorriso che tradiva un po' di imbarazzo.
«E di che zona di Londra dovrei essere secondo te?» domandò, intanto che si passava una mano tra i capelli scuri e corti, sistemando inutilmente una ciocca ribelle dietro l’orecchio.
«Bond Strett?» domandò Rhett inclinando appena la testa, notando il modo in cui lei spostava il peso da un piede all'altro.
Non sembrava più la stessa ragazzina impacciata di allora, eppure c'era qualcosa di immutato in lei, una fragilità dolce e nascosta che ora sembrava celata sotto un'armatura.
Poi Rhett la sentì ridere, un suono che fluttuò nell'aria come il volo di mille farfalle colorate, danzanti e leggere, pronte a prendere il volo.
«E tu, che ci fai qui? I tempi in cui passavi i pomeriggi a casa nostra sembrano lontanissimi.»
«Forse perché lo sono, Farfallina. E per rispondere alla tua domanda… Io qui ci lavoro.»
Lei rise di nuovo e il suono che gli arrivò alle orecchie sembrò una musica che si diffondeva, tra gli schiamazzi della palestra. «Farfallina?» domandò, incrociando le braccia sul petto nello stesso istante in cui sollevava un sopracciglio.
«Non era il soprannome con cui ti chiamava tuo fratello?» le chiese, nonostante non fosse sicuro di ricordare bene.
«Non credo che per Billy io possa mai essere stata una farfalla, magari un’ape fastidiosa» rispose lei con un sorriso scherzoso, che rivelava un fondo di verità.
Rhett abbassò lo sguardo e un’ondata di ricordi gli attraversò la mente. Quei pomeriggi di tanti anni prima sembravano lontani, ciò nonostante riuscì a vedere ancora quella ragazzina con i capelli sempre in disordine che lo seguiva ovunque quando andava a casa di Billy.
Non avrebbe mai pensato che il tempo avrebbe trasformato quella piccola ape fastidiosa nella giovane donna che aveva davanti, con occhi fatti di miele. Custodi di una dolcezza disarmante.
«Davvero lavori qui?» chiese lei all’improvviso, come se si fosse ricordata solo in quell’istante il motivo per cui era venuta. «Ricordo che ai tempi in cui tu e Billy frequentavate il liceo eri famoso per i tuoi pugni.»
«E non solo» disse Rhett, facendole anche l’occhiolino e un velo di rossore le imporporò le guance.
«Vedo che sei ancora uno sbruffone.»
Rise di nuovo e quel suono gioioso lo contagiò in un istante.
Poi la bolla dentro cui parevano essere rinchiusi si ruppe non appena lo schiocco della gomma da masticare di Ginger gli riverberò addosso.
«La tua amica sta cercando un corso di autodifesa, ma le ho detto che tu e Jax non li fate.»
«No, infatti» disse lui portandosi le mani sui fianchi e inclinando il capo da un lato la studiò attentamente. «Perché te ne serve uno?» le domandò a bruciapelo.
Ivy scrollò le spalle. «Sono in fissa da un paio di settimane, da quando una mia amica è stata aggredita in un parcheggio. Spero non mi succeda mai, ma voglio sapermi difendere.» Abbassò lo sguardo e il sorriso che le distendeva le labbra si incrinò leggermente. «Passavo qua davanti e ho pensato di entrare e chiedere… Però credo che potrei sentire su Bond Street, magari lì c’è una palestra in cui fanno questi corsi» disse lei provocatoria e quando le vide un sorriso sbocciarle sulle labbra, desiderò coglierlo.
Rhett fece un cenno con la testa, trattenendo un sorriso.
«E se ti insegnassi io?» chiese prima ancora di capire quello che le stava veramente offendo.
Quando mai avresti tempo per farlo? Gli gridò a squarciagola la coscienza.
«Rhett non…» tentò di dirgli Ginger, ma lui sollevando una mano mise la segretaria a tacere in un istante.
«Non hai niente da fare tu?» le domandò fulminandola con lo sguardo e lei piccata non gli rispose nemmeno. Gli diede le spalle e se andò lontano dal bancone, chiudendosi in ufficio dopo aver sbattuto la porta dietro di sé. Poi, scrollando il capo tornò a guardare Ivy. «Se hai bisogno di imparare a difenderti, posso darti io qualche lezione… Si insomma… Potrei farlo.»
Rhett tornò a guardare quella ragazzina che un tempo conosceva e si domandò se da qualche parte ci fosse ancora.
«Ne sei sicuro? Voi fate solo boxe e…»
«Se sei disposta a venire qua dopo l’orario di chiusura, posso trattenermi un paio di ore e darti qualche lezione privata.»
Gli occhi di Ivy si illuminarono per un momento, poi un lampo di incertezza li attraversò. Si morse il labbro, come se stesse considerando l’offerta.
«Davvero lo faresti?»
Rhett annuì, un sorriso gentile che sentì ammorbidirgli i contorni duri del viso.
«Lo farei in memoria dei vecchi tempi, e poi devo più di un favore a Billy.»
Ivy fece un passo in avanti e, sorridendo, gli mostrò una piccola fossetta sulla guancia destra, un dettaglio che Rhett non aveva dimenticato, anche dopo tutti quegli anni.
Per un istante, fu come se i rumori di sottofondo della palestra, il colpo sordo dei guantoni, il tintinnio delle corde, le voci degli altri pugili, svanissero in un muto silenzio.
C'era solo lei, con il suo sorriso dolce e quella fossetta che parlava di una leggerezza rimasta intatta nel tempo.
«Affare fatto» disse Ivy. Fece per allungargli la mano poi, poco prima la rimise in tasca.
Rhett la guardò, stupendosi di quello strano gesto.
«Affare fatto, allora» rispose, a corto di parole e nel tempo di un sospiro si sentì rapito.