Quante volte avete sentito esternare colleghi scrittori sui pericoli della pubblicazione on line: "Se metto il racconto sul mio blog, non sarà più mio" oppure "Vorrei condividere il primo capitolo del mio romance su Wattpad, ma se me lo rubano?"
In genere, la risposta è un grande “NO”, ma il sentimento di panico e diffidenza resta, insieme a quella che può essere comunque una sana cautela. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.
Come prima cosa, vale la pena riprendere un discorso già fatto in precedenza: in Italia, il diritto d'autore nasce con la creazione dell'opera.
Quando scrivo, quando creo, ho già acquisito i miei diritti. Non serve registrare, né depositare. Non serve prendere appuntamento con un notaio. La Legge n. 633/1941 attribuisce in automatico all’autore di un’opera originale la titolarità dei diritti su di essa.
Come prima conseguenza, se poi vado a pubblicare quella stessa opera – su una piattaforma, su un blog, su un social – per vedere che riscontro ha tra i lettori, non sto rinunciando in alcun modo ai miei diritti. Come già detto, la pubblicazione è un atto di diffusione verso il pubblico, non di cessione. Vi sto dicendo che ho scritto un romanzo, non che ve lo sto regalando e basta.
Tornando alla domanda dell’inizio, se pubblico il capitolo uno su Wattpad oggi, tra una settimana ne sarò ancora l'autrice. Wattpad, in effetti, non acquisisce la proprietà dell'opera tramite il mero caricamento.
La confusione nasce, spesso, dal mescolare due concetti distinti: titolarità (che indica chi ha creato e possiede i diritti sull'opera) e licenza (il permesso che si concede a qualcuno di usarla in modi specifici). Pubblicare in rete implica, salvo casi diversi, la concessione di qualche forma di licenza al blog/piattaforma/gruppo social. Ma la licenza non equivale alla proprietà.
Prima di ricevere decine di obiezioni, vorrei entrare un po’ più nel dettaglio.
Se consideriamo le piattaforme di scrittura (come Wattpad o AO3), il denominatore comune è questo: l'autore mantiene la titolarità dell'opera, ma concede alla piattaforma una licenza per mostrare, distribuire o promuovere il contenuto.
In concreto, la piattaforma può rendere pubblico il testo ai lettori, indicizzarlo nei motori di ricerca interni, includerlo in raccolte tematiche, usarlo per promuovere la piattaforma stessa, ma non può mai venderlo come libro a proprio nome e senza il consenso dell’autore, né cederne i diritti a terzi.
Ovviamente, stiamo parlando a livello teorico, occorre sempre andare a leggere con attenzione i Termini di servizio di ogni singola piattaforma o blog. A tale proposito, ricordiamoci che questi Termini possono anche cambiare con il tempo, per cui ciò che valeva cinque anni fa, quando ero un’esordiente, potrebbe essere cambiato nel momento in cui carico il mio settimo romanzo.
Se consideriamo i blog personali (quindi spazi di nostra proprietà, anche se collocati a loro volta su piattaforme come WordPress.com, Blogger, ecc., il contesto è più sicuro. Sono titolare del dominio e controllo io stessa il contenuto, senza concedere licenze a nessun terzo oltre all'host tecnico (che però si limita a conservare i file senza acquisire diritti editoriali).
Il rischio legato alla pubblicazione informale è più che altro pratico: dimostrare la paternità di un testo pubblicato su un blog personale può essere complicato, perché mancano i metadati certi che solo alcune piattaforme conservano. Perciò, se io non ho conferito data certa al mio racconto prima di caricarlo sul blog e poi Paola la Furbona lo vede e lo copia, farò comunque fatica a dimostrare di averlo creato per prima.
Se consideriamo i social network, invece, la situazione potrebbe rivelarsi un filo più complicata.
Quando un autore pubblica su Instagram, Facebook, X o TikTok, accetta i Termini di servizio, che di norma includono una licenza ampia, globale, non esclusiva, gratuita e trasferibile alla piattaforma per utilizzare, riprodurre, distribuire e adattare il contenuto. Andate a leggere i vari TdS per farvi un’idea.
In alcuni casi, questa licenza permette alla piattaforma di sublicenziare i contenuti a terzi per scopi promozionali. Cosa significa? Che se pubblico un estratto nel mio profilo FB resto proprietario del testo, ma potrei aver concesso a Meta un permesso molto esteso per usi che non conosco in modo approfondito.
Inoltre, c’è il problema degli altri utenti, che potrebbero condividere screenshot senza attribuzione dei crediti, ricopiare e diffondere estratti interi o addirittura inglobare contenuti nei loro profili o nei loro gruppi senza permesso: questi sono rischi reali, anche se tecnicamente illeciti. In tale frangente, la piattaforma può fornire strumenti di segnalazione e bloccare la condotta illecita, ma può essere non facile, lento e non definitivo (chi va a recuperare un testo girato per settimane in rete?)
Se consideriamo le newsletter (come Substack, Mailchimp), abbiamo un invio privato a un elenco di destinatari. Non si tratta di pubblicazione in senso tradizionale, anche questa non comporta alcuna rinuncia ai diritti. Di solito, i TdS dei principali provider di newsletter sono rigorosi: la piattaforma ottiene i permessi tecnici necessari per inviare le email, non i diritti editoriali sul contenuto trasmesso.
Anche qui c’è però il problema tecnico: non posso inviare con leggerezza una newsletter a duemila persone senza prima essermi preoccupata di dare data certa al mio racconto omaggio per festeggiare la prossima uscita. Paola la Furbona è sempre in agguato.
La piattaforma Amazon KDP, amata dagli autori self, merita un discorso a parte.
Quando pubblico un ebook su KDP, non cedo i diritti ad Amazon, ma concedo una licenza di distribuzione (per vendere il libro sulla piattaforma e sui canali di distribuzione, in cambio di una percentuale sui ricavi). Posso ritirare il mio libro quando voglio (con alcune eccezioni legate ai programmi come Kindle Unlimited) e andare altrove.
Da ultimo, c’è un ulteriore mito da sfatare: il dominio pubblico di internet.
Infatti, esiste una convinzione diffusa e radicata, secondo cui pubblicare un testo online equivale a inserirlo nel "dominio pubblico". Ma è falso. Il dominio pubblico include le opere per le quali i diritti patrimoniali sono scaduti (settant'anni dopo la morte dell'autore, in Europa) o che non sono mai state protette per ragioni specifiche, ma non equivale a tutti i possibili contenuti condivisi on line. Un racconto in rete è accessibile a tutti, ma non diventa di tutti.
I contenuti di RomanceApp sono accessibili agli utenti, ma non diventano proprietà degli utenti. Chi li copia senza permesso commette una violazione perseguibile.
In conclusione, i rischi concreti per chi pubblica online sono ben altri, come i siti di file sharing, i forum che archiviano contenuti, gli account social che ricopiano testi altrui; le traduzioni abusive (pensiamo, ad esempio, a una Paola Furbona che traduce il mio libro in un’altra lingua e lo pubblica come proprio. Non me ne accorgerò quasi mai, dovrei monitorare costantemente le piattaforme internazionali).
Ma ci sono anche le ripubblicazioni non attribuite, quando il mio articolo, estratto o racconto finisce su un altro sito senza il mio nome e senza il mio permesso. Certo, si tratta di una chiara violazione del diritto morale di paternità, ma ci vogliono tempo, soldi e tanta pazienza per navigare, scovare e chiedere la rimozione.
E la rimozione non si ottiene se non si hanno prove consistenti della paternità dell’opera. Perciò, non serve diventare paranoici, ma dovremmo osservare alcuni accorgimenti prima di pubblicare on line, ovvero:
- Conservare bozze e versioni precedenti (file con le date di modifica, cronologia delle modifiche attivata in Word, ecc.);
- Salvare email di invio e comunicazioni come data di prova di paternità (anche quelle a beta reader, editor e agenti);
- Archiviare i file originali (con i metadati di creazione intatti); non cancellare per fare spazio;
- Valutare le varie forme di deposito come prova di paternità;
- Leggere SEMPRE i termini di servizio prima di caricare, anche se sono prolissi, anche se sono noiosi, anche se vi dicono che non serve.
*Nota: questo articolo ha finalità divulgative e non costituisce consulenza legale. Eventuali esempi riportati sono frutto di fantasia e non si riferiscono a soggetti o casi reali.
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