Scritto il 22/09/2026
da KRISHA SKIES


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Thyrsos sa maneggiare bene le armi, ma non è un guerriero. Ha mani più adatte a suonare la lira che a brandire la spada, ma nessuno gli ha mai insegnato a pizzicare le corde di una lira perché lui non ha mai voluto imparare. Dice di disprezzare gli occhi bistrati di Zoser, ma i suoi gioielli sono molto più sfarzosi e appariscenti di quelli dell'Egiziano; le sue labbra più rosse di quelle di una donna.

Spesso, quando siamo soli, mi ripete continuamente quanto mi detesti, quanto mi consideri un insulso parassita, eppure non può fare a meno di me. Forse perché mi reputa simile a lui, ha deciso, chissà quando, di far sprofondare anche me nell'abisso del putrido, del ripugnante.

Mi ci trascinò la prima volta con un senso di vittoria che, di fronte alla mia mancanza di emozioni che spaventa anche lui, non deve più aver provato.

Ma io non sono fatta di pietra, fratello, più semplicemente sono assuefatta al dolore e alla tristezza in modo così totale da inglobarne ogni giorno, in silenzio, dosi che ucciderebbero uno come te.

Lui che sguazza in mezzo alla sofferenza credendo di dominarla, mentre invece non riesce neanche a sostenerne il pensiero; s’illude di cercare lo scontro, e non si accorge che all'ultimo istante batte in ritirata. Il dolore lo sfiora soltanto. Non lo conosce ancora bene come pensa.

Quando per la prima volta esso affonderà realmente le sue radici nel tuo petto, povero fratello mio, allora, se sei davvero come me, vedrai ciò che vedo io. E allora desidererai di essere fatto di pietra, come io ti appaio.


* * *

Quel giorno, Thyrsos aveva atteso alcune ore dopo il calare del sole ed era venuto a cercarmi. La balia non aveva osato rivolgergli la parola; dopo un rapido inchino, lo aveva condotto nelle mie stanze senza quasi respirare.

L'avevo vista, bianca in volto, guardarmi dalla soglia con gli occhi sgranati.

Mio fratello non mi rivolse la parola ma un semplice gesto, un movimento del mento un po' brusco, meccanico. Lo seguii fuori dalla casa lungo le strade buie della città, strette tra mura di fango. Fino al porto.

C'era odore di catrame, d'acqua salmastra che ristagnava, di pesce andato a male. Le navi ormeggiate erano enormi spettri che si stagliavano contro il cielo stellato, ondeggiando come bambini nelle culle.

Allora vidi altri spettri che si aggiravano nella zona del porto, di notte; a loro agio nel lezzo che li circondava, persino felici di ammantarsene, si ritraevano al passaggio di Thyrsos, la cui figura era luminosa persino in quell'oscurità. Alcune voci si levavano, provenienti chissà da quale direzione, per salutarlo. Pronunciando il suo nome, fu come se lo profanassero.

Lui sorrideva, trionfante; sebbene i suoi occhi non fossero rivolti a me, sapeva che lo stavo guardando, ed era orgoglioso di quel mondo oscuro in cui mi credeva sperduta.

Un po' lo ero, sperduta. Frastornata. Abbagliata da tanto buio.

Poi, dopo aver camminato a lungo – il tragitto mi sembrò infinito, poiché non riconoscevo strade né edifici – arrivammo davanti a un tempio abbandonato, piccolo, con poche colonne dai capitelli lisci, privi di qualsiasi decorazione. Alla luce delle torce che lo illuminavano appariva piuttosto insolito.

«È molto antico» spiegò mio fratello.

Antico quanto Atlantis stessa. Il tempio di un dio sconosciuto, abbandonato ma non in rovina. Donne e ragazzi, alcuni molto giovani, ne avevano fatto il ritrovo per le loro notti d'amore; né il profumo dei fiori né quello ipnotico che esalavano gli incensieri riuscivano a coprire il tanfo di tanti corpi avvinghiati, di sudore, di umori maschili e femminili.

Thyrsos mi guardò, finalmente, e mi sorrise. Lo fissai immobile, le braccia stese lungo i fianchi. Dopo aver gettato occhiate curiose tutto intorno, gli chiesi perché si sentisse tanto a proprio agio tra le colonne di quel tempio. Nella mia voce quasi atona mio fratello non trovò né pudore né disgusto, solo curiosità infantile.

«È qui che cerco il piacere. La vita è fatta anche di questo, sorellina. Di carne e di godimento».

Non era la risposta che aspettavo. «Tutto qui?» Lo incalzai, ma questa volta non ebbe parole per me.


* * *

La notte successiva Thyrsos trovò le mie stanze vuote. Si disse: «È fuggita».

Provò soddisfazione? Forse rimorso.

Più tardi, al tempio, mi trovò seduta sulle scale che conducevano alla cella interna; quasi ai miei piedi un ragazzo sui quindici anni giaceva seminudo in preda all'ebbrezza. Tutto il suo corpo odorava di vino speziato.

Sul volto di mio fratello lessi prima sgomento, poi terrore. Scavalcò il ragazzo addormentato e mi prese per le spalle. Non mi chiese cosa ci facessi lì.

«Sei ancora intatta?»

La sua voce tremava, ma io scossi la testa. «Nessuno mi ha toccata».

Lui sospirò di sollievo, poi scoppiò a ridere e, quando mi lasciò per entrare nel tempio, rideva ancora. Se mi avesse domandato il motivo che mi aveva spinta a un atto tanto folle, ad attraversare da sola, in piena notte, le strade strette della città e la zona del porto, a spingermi fino alla putredine, gli avrei risposto che cercavo i segni così come lui cercava il piacere.

I segni della distruzione.


* * *

Ho seguito per molte volte ancora Thyrsos nel ventre fetido della città addormentata, fino al tempio abbandonato.

A volte mi reco là da sola, per respirare il lezzo che mi dà il voltastomaco. Scavalco i corpi percorsi da brividi, i corpi che sospirano e gemono; spesso calpesto le braccia unte d'olio, labbra dipinte con feccia di vino si aprono un istante, ma nessun suono ne esce. Questi uomini e donne non mi sembrano più uomini o donne; li calpesto come fossero erba o terra.

Raggiungo l'ara antica di pietra grezza e, se è sgombra dai corpi che attendono ai loro giochi d'amore, ripulisco l'altare e prego davanti all'effigie di una divinità ignota, accanto a un tripode rudimentale. Prego davanti a una divinità che ha da tempo abbandonato il suo tempio, e sono conscia dell'inutilità del mio gesto.

Di solito nessuno fa caso a me, come se fossi fatta d'aria, ma può accadere che un corpo si stacchi dal mucchio per venire verso l'altare di pietra grezza e mi guardi a lungo. Sembra quasi che cerchi di guardare oltre me, oltre la mia carne, e allora mi domando se sono fatta d'aria. Se il mio corpo non sia altro che una illusione.

Ma poi la Zoppa si trascina accanto a me faticosamente, a causa di quella gamba troppo corta, e respinge l'uomo – o la donna – di nuovo nel groviglio di corpi unti d'olio e di labbra color del sangue. Mi mette un braccio intorno alla vita e mi sorride; nel suo sorriso c'è qualcosa di osceno, ma nient'altro nella Zoppa comunica la stessa sensazione.

È una donna ancora giovane – ha all'incirca l'età di Thyrsos – ma i numerosi aborti le hanno logorato il corpo e il viso, così da farla sembrare più vecchia; ha occhi piccoli e vivaci e una lingua sempre pronta a colpire con forza. Per colpa di quella gamba più corta del normale, ha dovuto imparare alla svelta a difendersi fin da bambina.

La Zoppa mi ha presa in simpatia; se qualcuno, vinto dall'ebbrezza, allunga le mani su di me, la Zoppa lo costringe a rivolgersi a qualcun'altra, oppure si offre di intrattenerlo lei stessa.

Nonostante la gamba, la Zoppa suscita la brama di molti uomini che vengono al tempio. Ma lei, mi ha assicurato, prova desiderio solo per un uomo: Thyrsos.

Se desideri qualcosa che non puoi avere, non la desideri forse di più ogni giorno che passa?

Questa è la sua filosofia.

Non credo si tratti soltanto di desiderio, di pura carnalità; una volta ho colto la Zoppa intenta a guardare mio fratello con un’espressione che andava oltre le pareti del tempio, verso la volta del cielo. Uno sguardo così, che spazia nell'infinitamente grande pur essendo impedito da mura, non può che essere lo sguardo di chi ama l'oggetto del suo desiderio.


* * *

«Parlami della sua sposa».

Ieri, alla richiesta della Zoppa, ho detto di no.

Non voglio parlare della sposa di Thyrsos, ho paura di ricordare il suo volto, i suoi occhi vacui, il seno denudato. Ho paura di ricordare cosa c'era prima della mia tristezza.

Non sono stata sempre triste: quando nacqui dovettero schiaffeggiarmi per farmi piangere. Mia madre dice che mi guardavo intorno con gli occhi ciechi come se vedessi e che, quando mi toccò per la prima volta, feci una smorfia strana e silenziosa che la fece ridere. Mi chiamò Clito, come la prima regina, pensando che sarebbe stato di buon auspicio.

Non voglio ricordare la mia infanzia né la sposa del primogenito.


* * *

La Zoppa non ha fatto domande, non ha cercato di violare il mio silenzio. Ci siamo guardate; ho tentato di fuggire il suo sguardo abbassando il mio.

Lei mi ha accarezzato la schiena con dolcezza, come per placare dei singhiozzi che non c'erano, e poi ha cominciato a cantare sottovoce, strappandomi un sorriso. Cantava una nenia per bambini e tramite la sua voce io vedevo il mare che sospira sulla riva, i gabbiani che planano sulle onde, gli ulivi che inargentano le colline e arrivano fin quasi alla spiaggia.

Un ragazzo poco più grande di me si è accoccolato ai piedi della Zoppa, occhi dipinti di nero e labbra rosse, e si è abbandonato al canto, lasciandosi cullare dalla sua stessa voce. Per la prima volta ho pensato che quelli che avevo davanti erano uomini e donne, non erba o terra; nelle loro vene non scorreva soltanto il vino, ma il sangue. Ho visto negli occhi del ragazzo il pianto e la dolcezza.

A volte la tristezza può essere dolce.

Ho nascosto il viso nella spalla della Zoppa, la sua spalla nuda odorava di menta e il tanfo, nel tempio, sembrava essersi attenuato.

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