Scritto il 25/09/2026
da KRISHA SKIES


⏱ ~10 min · 2035 parole

Oggi non riesco a salire i gradini del tempio abbandonato. Non so perché.

Nonostante le torce, è più buio del solito; sarà per via del cielo nuvoloso. Mi guardo alle spalle e l'oscurità è così insidiosa che minaccia di paralizzarmi, ma Thyrsos non mi aspetta, neanche si accorge che mi sono fermata, così scompare all'interno del tempio che mi appare come un relitto, lo scheletro solitario di una balena spiaggiata.

Ora il lezzo che ogni sua singola pietra trasuda è così forte da essere intollerabile; mi costringe a portarmi le mani al viso. Quando poggio il piede sul primo gradino, una mano ossuta mi afferra la caviglia.

Non vedo l'uomo, avverto soltanto la stretta delle sue dita. Mi piego per liberarmi della sua mano; lo vedo mentre tenta di sollevarsi, e invece riesce soltanto a trascinarsi su per i gradini, con la faccia sulla pietra.

Non mi desta orrore, né pietà.

Una donna, ridendo, lo accoglie sulla soglia del tempio e lo aiuta ad alzarsi portandosi il suo braccio intorno al collo. Soltanto adesso mi rendo conto che l'uomo è nudo e del tutto inconsapevole della propria nudità; ride di una risata sgangherata. A un tratto, si volta verso di me e solleva il braccio per salutarmi, rischiando così di perdere l'equilibrio. Posso contare i pochi denti che gli rimangono e le costole, una per una.

«Lo so, è un miserabile. Ma trova sempre i soldi per pagare». È la voce della Zoppa, che mi si è avvicinata scendendo lentamente le scale. «Qui i miserabili sono molti, mia cara. Ma non mancano i signori. Ieri ho intrattenuto per tutta la notte tre Figli di Anfitrite. Quelli pagano meglio degli altri».

Ah, già. La Zoppa mi ricorda che esistono anche i sacerdoti di Anfitrite, e che potrei averne visto uno senza saperlo, potrei aver visto il suo corpo nudo e avergli contato le costole.

Lei mi prende entrambe le mani, con dolcezza. «Vieni dentro».

Obbedisco perché è la cosa più naturale da fare, dato che sono arrivata fin qui. Nella cella interna l'altare si erge solitario su un paio di ragazzi che formano un grottesco groviglio di membra; mi accovaccio a poca distanza da loro, con le spalle contro la pietra dell'ara.

Uno dei due ragazzi solleva quasi per caso il capo, rovesciandolo all'indietro – vedo la sua gola che freme, la bocca socchiusa – e i suoi occhi fissano i miei, senza tentare di andare oltre me.

Lo riconosco. Il ragazzo che ieri ha cantato con la Zoppa. Nei suoi occhi dipinti di nero vedo il mare che lambisce la sabbia e gli alberi di olivo dalle foglie argentate.

Lui protende una mano verso di me e io sono così sorpresa che non riesco a ritrarmi; le sue dita mi scivolano sulle palpebre. Rimango con gli occhi chiusi anche dopo che non avverto più il tocco della sua mano; sto a lungo così, con le palpebre serrate – quasi mi fanno male.

La sua bocca è all’improvviso vicina al mio orecchio. «Smetti di guardare. Questo posto non fa per te, giovane padrona».

Sobbalzo, trattenendo per un istante il fiato. È come se la nebbia in cui ero avvolta si diradasse.

Adesso che lo guardo negli occhi color nocciola… Adesso che mi rivolge la parola mi sembra…

«Rakis?» sussurro, incerta.

Lui sorride. «Il mio nome… non l’hai dimenticato».

Non avevo più pensato al servo di Sypoulos. Quando l’ho sentito cantare insieme alla Zoppa, non ho riconosciuto la sua voce né il suo volto truccato.

«Vieni con me». Rakis mi prende per mano e mi trascina verso l’uscita dell’edificio.

«Un momento!» cerco di fermarlo, puntando i piedi. «Mio fratello mi cercherà».

«Tuo fratello? Thyrsos?» Deve conoscerlo bene. Mi domando se sia stato anche tra le sue braccia, oltre che in quelle di Sypoulos e dei frequentatori del tempio. «Non importa» conclude. «Lo aspetterai fuori».

Provo a impedirgli di trascinarmi via, ma lui si piega su di me e mi solleva senza sforzo. Mi poggia su una spalla, passandomi un braccio sotto le natiche. Quando siamo all’esterno, in fondo alla gradinata, mi fa scivolare fino a farmi toccare terra con i piedi. Resto immobile sentendo la sua mano destra che mi sistema la camicia di lino sul petto. Dopo il primo istante di sorpresa, arretro di un passo.

«Dovrei farti fustigare per il modo inappropriato con cui continui a trattarmi!»

E a toccarmi.

Lui ignora la mia poco velata minaccia. «Quella volta, nella tua casa, eri abbigliata in modo diverso» si lascia sfuggire, sovrappensiero.

Mi mordicchio il labbro inferiore. «Vedo che nemmeno tu hai dimenticato qualcosa di me». Sporgo le labbra in un’espressione accigliata. Ma non riesco a essere davvero arrabbiata per essere stata portata fuori dal tempio.

«Ricordo molto più di qualcosa, Clito». Il suo sorriso si allarga.

Non dovrebbe chiamarmi per nome. Lui non è che un servo, un reietto che si vende in un tempio abbandonato. Io, invece, sono figlia e sorella di due sacerdoti di Anfitrite. Appartengo a una delle famiglie dal lignaggio più antico di Atlantis.

Prima che possa dirglielo, sposta la mano dalla mia camicia ai miei capelli. Li ho sciolti sulla schiena, una sottile ciocca è incollata all’angolo delle mie labbra. Lui me la toglie dalla bocca e, per un momento, sento il suo dito toccare con delicatezza il mio mento.

«So molte cose di te». Comincia a indietreggiare all’improvviso. «Non tornare più qui».

«Ma… tu non puoi…»

«Non tornare qui» ripete, stavolta senza alcuna arroganza. «Ti prego».

Mi lascia da sola, a fissare l’ingresso dell’edificio in cui è di nuovo entrato.

Quando io e Sypoulos saremo sposati, dovrò davvero far fustigare quel servo sfrontato… o chiunque lui sia.

Mi giro per smettere di guardarlo, ma non riesco a muovermi. Almeno finché qualcuno non mi dà uno scossone: è Thyrsos.

«È ora di andare». Stretto a mio fratello c'è un giovane imberbe, con i capelli biondi e lunghi, capelli da fanciulla. Il giovane mi sta sorridendo, ma il suo sorriso ha un che di fasullo.

Non tornerò più al tempio abbandonato.


* * *

La balia questa mattina ha un'espressione stanca mentre mi asciuga, dopo il bagno, con un telo di lino.

Le chiedo cosa c'è e lei scuote il capo. «Ho parlato con tua madre». Le sue mani mi frizionano le braccia con olii profumati. «Le ho detto che secondo me sei abbastanza grande per sposarti: non c’è ragione di aspettare. Tua madre ha detto che ci penserà… Presto potresti essere la nuova sposa di Sypoulos».

Povera balia, si preoccupa per me, per ciò che faccio di notte, quando Thyrsos viene a chiamarmi nelle mie stanze.

In realtà lei non sa nulla di ciò che io vedo nel tempio abbandonato della divinità ancestrale, non sa che io là cerco di capire quanto manca alla fine. Che il tempio, di notte, rappresenta il cuore pulsante di Atlantis. Sento quel cuore battere sempre più lentamente, sempre più a fatica, nel petto di questa grande, ridente terra agonizzante.

Non tornerò più al tempio, no: non ha senso cercare il dolore quando se ne ha troppo.

La balia adesso mi sta pettinando i capelli umidi, districando i nodi con i denti di legno del pettine. «Clito, cos'hai? Che cos'ha la mia bambina?»

Penso che Sypoulos dovrà faticare per fare di me la sposa ideale, qualcuno che non possa creargli dei problemi, qualcuno che sia come la sposa di Thyrsos.

Lei visse invisibile accanto a noi, senza disturbare e respirando piano, come se avesse avuto paura di sottrarci troppa aria.

Non voglio ricordare.

La balia cerca di farmi scivolare dalle spalle il telo di lino perché possa vestirmi, ma io le immobilizzo la mano. «Lascia; mi vesto da sola». Il mio tono è duro, perentorio, e lei non può fare altro che obbedirmi e ritrarsi in un angolo.

L'altro giorno, dopo il bagno, ha tentato di esaminarmi tra le cosce; piena d'ira, le ho urlato di non toccarmi, di farsi da parte. Avrei voluto schiaffeggiarla.

«Credi che abbia perso la mia innocenza, balia? Credi davvero che l'innocenza si misuri da quello che una donna ha tra le gambe?» ho urlato. «Non temere, sono intatta!»

Ma non so se sono ancora innocente.

Ho compiuto da poco quindici anni. Sembra che per me il tempo scorra più lentamente, oppure è soltanto dilatato. La giornata finisce per tutti poco dopo il calare del sole; invece per me continua fino all'aurora, per poi ricominciare all'alba. Io vedo delle cose, la notte. Cose che una fanciulla innocente non dovrebbe vedere.

Fai bene a preoccuparti, balia.

Non importa, non tornerò più al tempio; ho visto tutto ciò che c'era da vedere e, per il momento, è abbastanza.

La balia sta piangendo, è spaventata.

Le chiedo perché stia piangendo.

Lei mi risponde che non lo sa.

Vado da lei, accovacciata sul pavimento, e lascio che mi abbracci stringendomi a sé, cullandomi come faceva quando ero piccola. Le fiuto addosso un odore di menta, come quello della Zoppa: vorrei che questo profumo allontanasse da me i pensieri che mi ossessionano, così come quello aveva attenuato il tanfo nel tempio abbandonato.

«Parla con tuo fratello, bambina mia» dice, tra un singhiozzo e l'altro. «Potrebbe aiutarti».

Aiutarmi?

Naturalmente si riferisce a Kemet, perché Thyrsos non potrebbe fare altro che infierire di più. Il secondogenito è giovane ma potente, dà lustro alla nostra famiglia spazzando via le ombre che la circondano.

Nonostante la tua intelligenza, Kemet, sei il primo tra gli ingenui.

Lo è proprio perché ha il potere.

Una volta Zoser l'Egiziano gli disse, ridendo, che il potere non dura in eterno. Passeggiavano sulla spiaggia, in riva al mare, e io gli andavo dietro in cerca di conchiglie, ascoltando distrattamente i loro discorsi per me privi di senso.

Mio fratello, che aveva allora l'età che ho io oggi, aveva già l'aspetto di un adulto e camminava con le spalle dritte e le mani dietro la schiena – eppure a casa, quando nessuno lo vedeva, giocava con me o con i suoi amici come qualsiasi altro ragazzo della sua età.

Alla risata di Zoser aveva risposto, con l'aria di chi la sa lunga: «Nulla dura in eterno».

Ma, nelle sue parole, percepii un velato ammonimento, qualcosa che non riuscivo a comprendere, ma che un po' mi spaventava.

Ricordo molto bene quel giorno. Fu quando colsi il primo segno della fine, anche se me ne resi conto solo più tardi. Dopo che mi cadde dagli occhi il velo che mi aveva protetta dalla sofferenza fino a quel momento.

Camminando, ci spingemmo fin sotto le mura della città, che ci sovrastavano in tutta la loro potenza, mura massicce edificate dallo stesso Poseidon.

Ai piedi di una delle porte secondarie, dei bambini erano assiepati intorno a un palo di legno, infisso nel terreno morbido, su cui era stato conficcato il capo reciso di fresco di un Ciclope. Lo riconobbi subito, a causa di quell'unico occhio spalancato su cui le mosche stavano già banchettando. I ragazzini avevano trasformato il trofeo in un bersaglio e i più abili dovevano centrare l'occhio per dimostrare la loro bravura.

Erano i tempi in cui infuriava la guerra tra le razze dell'isola e la testa del Ciclope circondata dalle risate dei bambini, mentre ancora il sangue imbrattava il legno del palo, mi guardava con il suo unico occhio, come monito.

«Ma i Ciclopi non sono nostri fratelli?» avevo chiesto ingenuamente, cercando di reprimere l'orrore per non mostrarmi debole di fronte a Zoser e a mio fratello, davanti ai bambini intenti a tirare con le cerbottane.

Kemet aveva alzato un sopracciglio. «Nostri fratelli? Questi esseri mostruosi?»

«Uomini» lo aveva corretto l'Egiziano. «Sono uomini».

«Con un occhio solo» aveva ribattuto il fratello.

«A causa di un'infezione contratta nelle paludi che li rende ciechi dall'altro».

Gli Egiziani sono famosi per le loro conoscenze nell'ambito delle arti mediche.

Kemet non si era mostrato irritato per quelle continue puntualizzazioni. «Uomini o no, Zoser, sono nemici che insudiciano il suolo su cui camminano e rendono malsana l'aria che respirano col loro fiato fetido. No, piccola Clito, i Ciclopi non sono nostri fratelli».

Ma non discendevano anch'essi da Poseidon, nostro padre?

«Si nutrono di carne umana. Credi ancora che siano nostri fratelli?»

Rimasi senza fiato ma, il giorno dopo, avevo già dimenticato.

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