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La balia si è calmata e mi ha lasciata sola nelle mie stanze, mentre una leggera brezza che viene dal mare mi accarezza la pelle. Lascio vagare lo sguardo oltre la finestra troppo stretta e scruto gli oleandri dai fiori bianchi e rossi, e le colline coperte dagli alberi di olivo che digradano dolcemente fino al mare. Su tutte domina Theras, la montagna che si alza dal centro di una laguna dalle acque cristalline, la cui bocca a volte emette sbuffi di fumo e vapore.
Dalle onde Poseidon fece emergere la dolce isola di Atlantis e la scelse per sé nel tempo in cui gli dèi si spartirono la terra. Quando si innamorò di Clito, la donna mortale dalla bellezza divina, il dio, il Padre, trasformò la collina su cui lei abitava in una fortezza, circondandola da tre fossati di forma circolare. I figli che Clito diede a Poseidon, i nostri avi, edificarono per lei lo splendido palazzo che domina la capitale. Nel cortile interno della reggia le mura del tempio dedicato a Poseidon, rivestite d'oro e d'argento, mandano sotto il sole bagliori abbacinanti.
Una volta un Saggio disse che il tempio, che custodisce un'enorme statua in oro massiccio del dio su un cocchio trainato da sei cavalli alati, era il cuore luminoso di Atlantis.
Forse un tempo lo era davvero; ma ormai è tutto diverso.
Vorrei mostrare a quel Saggio il tempio abbandonato nella zona del porto; in quell’edificio lui riconoscerebbe la nuova Atlantis.
* * *
Il mare.
Anche da qui riesco a sentire il suo respiro regolare, il fragore delle onde che si infrangono a nord, sulle scogliere, dove i gabbiani fanno il nido tra le gocce d'acqua salmastra che, spezzate dai raggi del sole, colorano l'aria.
Anche da qui riesco a sentire il profumo dell’oceano, la culla azzurra da cui tutto ebbe origine, il grembo della madre.
Vorrei che la notte fosse lontana, che il sole non tramontasse e che io potessi rimanere a guardare le colline e la spiaggia, indisturbata. Ma dalla mia finestra non scorgo soltanto il mare, vedo anche i giardini dove mia madre coltiva le rose e lei è là, piccola e minuta, seduta su una panca di pietra, con Zoser l'Egiziano. Lui l'ascolta assorto, annuendo di tanto in tanto con semplici cenni del capo, e io mi chiedo di cosa stiano discutendo con quelle espressioni così serie; non si guardano mai a lungo negli occhi quando non si sentono al sicuro da sguardi indiscreti, fossero quelli dei figli o dei servitori. Mi viene da sorridere, ma il sorriso si spegne quando immagino che potrebbero stare parlando del mio matrimonio.
Zoser l'Egiziano questa mattina indossa una tunica di lino bianca molto sobria, priva di maniche, e un'armilla che gli cinge un braccio all'altezza dell'ascella. Quell'armilla è un dono di mia madre e rappresenta un serpente che sta svolgendo le sue spire.
Quand'era bambina, mia madre venne morsa da un serpente velenoso; i denti arcuati dell'animale avevano trapassato la suola del sandalo di fibra vegetale intrecciata e si erano andati a conficcare nel piede. Un pastore intento a far pascolare le greggi era accorso nel sentire le urla della bambina ma, quando aveva raggiunto mia madre, del serpente non c'era già più traccia. Il pastore aveva inciso la ferita con un coltello e aveva succhiato via il veleno per poi sputarlo in terra. Mia madre fu assalita in seguito da febbri violente, ma riuscì a salvarsi, così i genitori fecero sacrifici alla dea-serpente, ringraziandola di avere accordato alla figlia la sua protezione.
E lei è cresciuta nel culto della dea. Nelle sue stanze conserva numerosi monili che hanno la forma di rettili dalla lingua biforcuta, insieme a una statuetta in oro e avorio che rappresenta la dea, bella e terribile, avvolta dalle spire di serpenti di cui serra le teste nelle mani.
Mi piace quella statuetta, perché la dea domina le serpi che, pur riconoscendola come loro signora e padrona, conservano un'aria minacciosa, le bocche spalancate come per cercare di mordere, e lei le fronteggia con un'espressione fredda, distante.
Mi piace l'idea di forza che suggerisce, è un'espressione che non ha nessun'altra dea.
Come per un'intuizione, all’improvviso mia madre alza la testa verso di me. Mi saluta con la mano, ma non c'è traccia di sorriso sul suo volto. Solo una piccola piega delle labbra un po' sghemba, asimmetrica. Anche Zoser mi guarda, poi si alza e sparisce chissà dove, lasciando mia madre sola, seduta sulla panchina con le mani nel grembo. Oggi, sotto la luce impietosa del sole, è straordinariamente pallida, quasi evanescente, ma questo le succede spesso.
«È il serpente» spiega a volte, con la voce profonda che viene da quel corpo minuto. «Un po' del suo veleno mi è rimasto nel sangue e si ricorda ogni tanto di succhiarmi la vita».
Quando ero molto piccola piangevo nel sentire le sue parole. Adesso mi ritraggo dalla finestra perché non voglio vedere mia madre così, pallida, con quella piega storta delle labbra, e quasi nello stesso istante avverto il tocco di una mano sulla spalla. È Zoser.
«Che fai qui?» gli chiedo e lui mi sorride.
«Vorresti accompagnarmi al mercato, Clito? Dobbiamo comprare anfore nuove in cui travasare il vino».
Quest'anno la primavera è giunta in anticipo col suo tepore mattutino che prelude all'estate e le rondini, dopo aver svernato altrove, in terre più calde, sono tornate a popolare i nostri cieli. In questo periodo salutiamo la stagione primaverile travasando il vino nuovo in anfore comprate per l'occasione e al mercato allestito nella piazza della città se ne trovano in quantità incredibili. La piazza è ampia, circolare e aperta, e si sottrae alla morsa delle mura di fango che riducono le strade a corridoi in cui passano a stento due persone, fianco a fianco.
Seguo Zoser in mezzo alla gente che si addossa presso baracche di legno dove i bottegai vendono la mercanzia; tra tutte queste persone vocianti e gesticolanti mi confondo, fin quasi a perdere la mia identità. Ci sono donne ma anche uomini, molti sono accompagnati da servi addetti alle spese.
Ci sono bambini che chiedono l'elemosina e qualcuno, passando, li schernisce. «La piazza dei Mendicanti è da un'altra parte!»
Il venditore di anfore è un uomo calvo e rubicondo; il suo cranio perfettamente sferico, simile a una palla, è lucido di sudore e il suo fiato sa di vino, così una donna lo prende in giro. «Hai aperto in anticipo gli orci, quest'anno!»
Lui ride, tergendosi il sudore con una mano. «È la primavera».
Compro tre anfore, due più grandi e una più piccola, le scelgo con colori vivaci: le grandi hanno il fondo di un azzurro intenso su cui spiccano figure geometriche, la più piccola – la più bella – reca dipinto un polipo dai lunghi tentacoli color porpora, su fondo chiaro.
«Ottima scelta» approvano quasi all'unisono Zoser e il venditore.
L'Egiziano aggiunge subito dopo: «Il vasellame di Atlantis è unico al mondo. Nella mia terra le ceramiche provenienti dall'isola sono molto ricercate».
Lo guardo. Scruto il suo profilo, il naso leggermente aquilino e le guance perfettamente rasate – non posso biasimare l'attrazione che Thyrsos prova per lui.
Mi piace guardarlo quando parla della sua terra, anche se è per elogiare Atlantis: ha un non so che negli occhi che mi incanta.
Soltanto pochi giorni fa gli ho chiesto perché non torni laggiù, in Egitto. Lo vedevo struggersi di nostalgia, passare lunghe giornate sulla spiaggia guardando il mare da cui era venuto e oltre il quale aveva lasciato il fiume scuro che regalava la vita e a volte se la prendeva.
Zoser è nella mia vita da sempre, a quanto ricordi. Venne nella capitale con una nave egizia che portava il grano ad Atlantis e, da quel giorno, è sempre stato con me, nella mia casa.
«Perché non torni dalla tua famiglia?»
Mi ha guardata senza sorridere – ed era come se al suo viso mancasse qualcosa. «Saresti triste se me ne andassi, no?»
«Certo, ma… sarei contenta di saperti felice». Ho abbassato gli occhi un istante.
«Se tu volessi partire, credo che lei ti lascerebbe andare, sai». Lei. Mia madre. O Atlantis stessa.
Ma Zoser l'Egiziano non ha risposto.
* * *
Ci siamo. Anche i servitori sono alla nostra tavola per partecipare all'apertura degli orci e al travaso del vino nuovo nelle anfore. Quelle che abbiamo acquistato al mercato io e Zoser sono le più belle di tutte. Certo, sono nuove.
L'odore penetrante del vino ha riempito tutta la casa, impregnando le pareti e i vestiti: è dappertutto e regala ebbrezza ancora prima che lo si assaggi.
Mia madre ha indossato per l'occasione una tunica color porpora e il rosso l'ha accesa di una bellezza solare che ha spazzato via il pallore.
Terminato il travaso, si comincia a riempire i boccali e sono i servi a bere di più; tracannano il vino con lunghe sorsate, senza neanche darsi il tempo di gustarne il sapore: prima di poter fare un'altra bevuta così, dovrà passare un altro anno.
Zoser e il primogenito bevono invece con calma poiché hanno tutto il tempo di assaporare il liquido rosso e di lasciarsi invadere dal calore primaverile, dal suo fuoco estivo. Berranno fino a che non avranno la testa troppo pesante perché possa essere facilmente sorretta dal collo e gli occhi piccoli e lucidi. Quando l'ebbrezza si è finalmente impossessata di loro, cominciano a ridere in maniera sgangherata scambiandosi motti osceni. Zoser ha perso la sua calma lucidità e si alza in piedi per cantare una canzone della sua terra di cui nessuno conosce il significato, ma che tutti sembrano apprezzare. Un paio di servitori portano il tempo battendo ritmicamente le mani e un'ancella prende a muoversi sinuosa, imitando le danzatrici sacre che si esibiscono nei templi. Anche Sypoulos cerca di accompagnare Zoser con la voce, malgrado non conosca le parole e sia stonato come se le Muse in persona lo avessero maledetto. Il suo sguardo adorante è fisso sull’Egiziano. L’unica volta in cui ha rivolto a me la sua attenzione è stata quando, all’arrivo, non ha potuto fare a meno di salutarmi. Stavolta è venuto solo: il servo di nome Rakis non c’era. Sono rimasta un po’ turbata dalla sua assenza. Non so perché.
Smetto di pensare a lui. Anch'io voglio abbandonarmi all'ebbrezza, voglio che sciolga il mio corpo e nello stesso tempo oscuri la mia mente, e invece il mio boccale è soltanto pieno a metà e il vino è annacquato.
Neanche adesso mi è concesso di dimenticare.
Bevo a piccoli sorsi, guardando questo spaccato di felicità fittizia destinata a finire troppo presto e mi domando se avrò ancora occasione di godere delle sue illusioni.
Se, dopo questa, ci sarà un'altra primavera.
Approfitto della distrazione della balia e strappo a un servo già ubriaco il boccale che ha appena finito di riempire fino all'orlo. Chiudo gli occhi e mando giù il contenuto fino all'ultima goccia, tutto d'un fiato, anche se sembra che mi bruci la gola e lo stomaco. Adesso si fa tutto più sfumato e la realtà ha contorni meno nitidi; galleggio in un mare calmo e rassicurante com'è rassicurante l'oblio.
Non capisco perché, ma questo pensiero è eccezionalmente buffo, così comincio a ridere rovesciando il capo all'indietro e perdendo ogni decenza.
Attraverso la sala cercando l’uscita, le braccia protese nel vuoto come quelle di una cieca. Una volta fuori, nel cortile, respiro l’aria fresca sperando che mi schiarisca la mente. Anche se non so se è proprio quello che voglio: se il vino imbavaglia i miei sensi, è più difficile pensare. O ricordare.
Avanzo con passo malfermo e sento la terra tremare. Per un momento temo che sia a causa di un terremoto come quello che negli ultimi mesi hanno scosso Atlantis, causando persino il crollo parziale di alcune abitazioni nei quartieri più poveri. Ma mi rendo conto quasi subito che sono io a oscillare, non la terra. Arrivo fin quasi sotto i portici trattenendo il respiro; il corpetto rigido mi stringe sotto i seni nudi, le numerose balze colorate della lunga gonna mi si infilano tra le gambe. Detesto essere agghindata così. Non so quale prodigio dovrebbero compiere il mio petto esposto o il trucco che ho sulle labbra per attirare l’attenzione di Sypoulos.
Quando sto raggiungendo l’ombra del porticato, la gonna mi si insinua di nuovo tra le caviglie, così perdo l’equilibrio. Chiudo gli occhi portando le mani in avanti per ripararmi dall’impatto, ma non finisco a terra. Sollevo rapida le palpebre ritrovandomi tra le braccia e le ginocchia di Rakis. Seduto a terra, tra le colonne rastremate, mi ha presa al volo quando gli sono finita addosso.
«Gli dèi ti hanno portata da me, a quanto pare» sorride. «A meno che tu non mi sia caduta sopra di proposito».
«No, io…» farfuglio. «Non ti avevo visto…»
I suoi occhi color nocciola sono incastrati nei miei, la fronte è attraversata da piccole rughe di concentrazione. «Hai bevuto vino?» Le dita della sua mano destra mi sfiorano il seno.
«Sì, certo. Come tutti, in casa». Tutti tranne lui. «Che cosa ci fai qua fuori? I servi sono tutti nella sala».
Il suo sorriso si tira da un lato. «Al nostro arrivo, a Sypoulos è stato chiesto di lasciarmi qui. A quanto pare la signora della casa non gradisce la mia presenza».
Il pensiero che mia madre gli abbia impedito di entrare mi fa sorridere. Lo ha fatto per me.
Rakis mi scosta una ciocca di capelli dal viso, come ha già fatto una volta, e inclina la testa. «Stai sorridendo? Ti fa così piacere che sia stato lasciato qua fuori da solo?»
«Sei l’amante di mio marito. Mi fa piacere che la tua presenza non mi abbia umiliata in casa mia».
«Futuro marito». Lui si muove un po’ sotto il mio corpo. Mi sistema meglio sulle sue gambe, senza smettere di tenere le mani sulla pelle lasciata scoperta dal corpetto. «Non sono venuto qui per umiliarti».
«Sei qui perché sei il servo di mio marito. Ma sei anche il suo amante, perciò…»
Rakis scuote la testa, i capelli biondi sembrano oro brunito all’ombra delle colonne. «Sono il suo amante, però non sono il suo servo».
«Come sarebbe?» È la cosa più strana che abbia mai sentito. «Allora perché lo accompagni sempre spacciandoti per il suo servo?»
«Non lo accompagno sempre. Frequento il suo letto perché lui non ama venire al tempio, ma in genere al mattino ritorno a casa mia».
Sporgo leggermente le labbra. La sua storia comincia a incuriosirmi. «Dove abiti, allora?»
Rakis deglutisce; su questo punto sembra reticente. «Chiedimi perché l’ho accompagnato qui, a casa tua».
A un tratto il mio stomaco si contrae. Il suo sguardo sembra potermi inchiodare a terra, le sue mani calde sotto il mio seno si spostano in modo quasi impercettibile verso l’alto.
«Perché?» Ho la voce rauca, il respiro che sa di vino. Cerco di tirarmi un po’ indietro con la schiena, ma lui non me lo permette.
«Perché volevo vederti, Clito. Quando ho saputo che Sypoulos sarebbe diventato il tuo sposo e che avrebbe iniziato a frequentare la tua casa, gli ho chiesto di portarmi con sé».
La testa comincia a girare. Di sicuro per via dell’ubriachezza, ma forse anche per qualcos’altro a cui non so dare un nome. «Mi conoscevi?»
«Ti avevo già vista molte volte, al tempio. Tu non avevi mai fatto caso a me, invece io ti avevo notata subito. Fin dalla prima notte».
Mi stringe a sé e io non mi oppongo. I nostri visi sono vicinissimi.
«Che cosa… cosa vorresti fare?» Non so perché, tra tante cose che avrei potuto dire, gli ho fatto proprio una domanda del genere.
Lui sorride di nuovo. «Te l’ho già detto: vorrei servirti in molti modi».
Resto un istante immobile a guardarlo negli occhi, poi scoppio a ridere. Odio la mia risata da ubriaca, ma non riesco a trattenerla.
Il sorriso di Rakis si allarga. «Non pensavo che fossi in grado di ridere. Dovresti bere vino più spesso».
Soffoco gli ultimi singhiozzi con una mano e scuoto la testa, ma mi sento ancora piuttosto allegra. «Però tu vai con gli uomini…»
«E con le donne. Vado con chiunque mi paghi bene».
Di colpo la mia ilarità svanisce. Mi sento disturbata. Lo stomaco mi fa male. «Voglio andare via» biascico, premendogli le mani sul petto per allontanarmi da lui.
«Aspetta, ti prego». Anche il suo sorriso si è spento. Mi trattiene stringendomi di più e io mi sento in trappola.
Mentre mi agito, le sue dita mi sfiorano un capezzolo. Per caso. Mi paralizzo sotto il suo tocco.
Rakis se n’è accorto. «Perdonami». Fa per ritirare la mano ma, invece di approfittarne per alzarmi e andarmene, mi avvicino di più.
Ho le mani ancora premute sul suo petto duro. La pelle è calda come se fosse stata sotto il sole per tutto il tempo. L’accarezzo seguendo la forma definita dei suoi muscoli. E lui chiude gli occhi e geme solo per quel tocco leggero. Sotto la tunica, sento la durezza tra le sue gambe; mi stupisce che il suo corpo reagisca così solo perché gli sto accarezzando il petto.
Lui riapre gli occhi, le nostre labbra sono vicinissime. «Clito». Sussurra il mio nome come se mi stesse implorando.
È avvenente, non c’è che dire. E, per qualche strana ragione, gli piaccio. Non mi dispiacerebbe baciare un uomo da cui mi sento attratta. Preferirei cento volte dare il mio primo bacio a lui piuttosto che a Sypoulos… se mai il mio futuro marito volesse davvero baciarmi, un giorno. Ma non sono abbastanza ubriaca per dimenticare chi sono e cos’è Rakis. «Non posso».
Devo allontanarmi. Subito.
Guardo un’ultima volta il suo viso dalle linee decise, perfette, e le labbra dischiuse. Prima di cadere in tentazione, sollevo gli occhi e fisso i suoi. Sono così vicina che noto per la prima volta una sottile striscia chiara che attraversa l’iride e la pupilla del suo occhio sinistro.
«Tu… vedi solo da un occhio». Gli sfioro con la punta delle dita la palpebra e le ciglia chiare. «Tu sei…»
M’interrompe chinando la testa, come se avessi scoperto un segreto molto più vergognoso del suo mestiere nel tempio.
«Mi dispiace». Mi alzo in fretta e vado via sulle gambe che tremano.
Mi dispiace, Rakis.
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