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La testa fa male, ma non troppo, in fondo.
Mi levo a sedere sul letto porgendo l'orecchio e sento le voci di uomini provenienti dal cortile interno. Riconosco quella del servo addetto alla sorveglianza della porta – il servo che fingeva di dormire quando il primogenito mi ha presa a calci nella polvere. E l'altra è la voce di un uomo giovane. Certo, la voce del fratello, del secondogenito.
Kemet.
Lui non ha partecipato all'apertura degli orci, non ha forse neanche assaggiato il vino nuovo per non perdere la sua lucidità e il tono fermo della voce.
Per esercitare il potere sugli altri, non si deve forse esercitarlo prima su se stessi, sul proprio corpo e sulla mente?
È un uomo giudizioso, Kemet. L'orgoglio della nostra famiglia.
Anche se le gambe non mi reggono troppo bene, raggiungo il cortile appoggiandomi ai muri e vacillo attraversando il porticato.
Mio fratello è molto alto, di corporatura robusta, e indossa una lunga tunica, di un blu così scuro da sembrare nero, stretta in vita da un'alta cintura d'oro decorata con piccole perle bianche e luminescenti. Licenzia il servo addetto alla porta con un cenno della mano e, levando lo sguardo, mi vede.
I suoi occhi grandi e scuri – i miei stessi occhi – mi fissano lievemente socchiusi, come se stessero osservando una creatura strana e terrificante.
Il giorno della perdita dell'innocenza, quando ero una bambina, Kemet venne da me a fissarmi con quello stesso sguardo. A studiare il mio volto privo di una qualsiasi espressione mentre sedevo sul letto, tra le braccia della madre. Era ancora un ragazzo e, dopo avermi scrutata a lungo con la schiena piegata verso di me, si raddrizzò. Con aria incredibilmente seria disse: «Ha l'aspetto di una lamia. Oh, sì... Anche ieri ne aveva proprio tutta l'aria».
La madre urlò e, dopo avermi lasciata andare, si tirò su con uno scatto fulmineo per schiaffeggiarlo con una forza che sorprese lei per prima.
Non aveva mai alzato le mani sul secondogenito e, in seguito, non lo fece mai più.
Io fissai la guancia arrossata del fratello e lui indietreggiò di fronte al mio sguardo pieno di orrore. Carico di rabbia, mosse le labbra senza emettere alcun suono, ma anche così riuscii a capire cosa stava dicendo.
Lamia. Divoratrice di bambini.
Conosco bene quale fu il motivo della sua collera; non lo schiaffo, no, ma il cedimento che ebbe nel suo corpo e nella sua mente, quando indietreggiò di un passo davanti all'orrore nei miei occhi.
È un orrore che, ne sono sicura, Kemet non ha mai dimenticato.
* * *
Adesso attraversa il cortile, venendo verso di me con passi misurati, mi saluta con quello che vuole essere un sorriso. «Hai un'aria stanca, sorella. Dovresti riguardarti».
Nonostante tutto, mi parla come a un'adulta.
Io mi tengo quasi aggrappata a uno dei pilastri del porticato e le ginocchia mi tremano, ma muovo comunque un passo, staccandomi dalla colonna; la stanchezza mi impedisce i movimenti e mi fa perdere l'equilibrio.
Mio fratello si fa avanti e mi sostiene passandomi un braccio intorno alla vita; mi aggrappo alla sua tunica come prima mi tenevo avvinghiata al pilastro.
«Non posso crederci, sorella». La sua voce piatta è così simile alla mia nella tonalità, che quasi ne ho paura. «Puzzi di vino come nelle peggiori taverne». Ma non c'è traccia di rimprovero nelle sue parole.
Che cosa c'è nelle tue parole, fratello?
«Tu non hai idea di cosa...» La mia voce è malferma, trema davanti a lui, «... di cosa sia il tanfo di un cuore marcescente...»
Lui sbotta. «Sei ubriaca. E sei talmente noiosa con i tuoi lamenti sulla fine del mondo! Spero che, smaltita la sbornia, la smetterai di comportarti come una profetessa inascoltata e di blaterare di oscuri presagi. Agli uomini piace sorridere. Immagino che per il tuo futuro sposo sia lo stesso».
Ma non è così: il mio ingenuo, giovane fratello dalla lunga tunica scura non sopporta di riconoscere la verità, la mia verità.
È per questo che, dopo aver lasciato la casa per essere iniziato al culto di Anfitrite presso il tempio, torna qui raramente e più raramente accetta di parlarmi: se non gli vado incontro, se non lo cerco, possono passare anche mesi senza che ci scambiamo una sola parola.
Fratello.
Mi consegna alle mani premurose della balia che si protendono per accogliermi e poi va a cercare nostra madre.
«Perché?» chiedo alla balia. Kemet non fa mai niente senza una ragione. «Lo hai chiamato tu? La madre lo ha chiamato? Oppure Thyrsos?»
Lei scuote per tre volte la testa. Le tempie mi scoppiano.
«Lasciami andare, balia». Mi ritrovo a letto e il mio corpo non oppone resistenza quando il sonno lo avvolge di nuovo.
Un dolce sonno senza sogni.
* * *
Per salutare la primavera, dopo il travaso del vino nuovo, gli uomini della capitale fanno mostra di sé sfidando un'aria tiepida ma ancora impregnata dei rigidi freddi invernali, immergendosi quasi del tutto nudi nelle acque profonde del mare.
I loro corpi intirizziti sfilano sulla riva, con i piedi che lasciano impronte nella sabbia bagnata, e poi come in una processione si incamminano, uno dietro l'altro, verso l'acqua che muggisce come un toro sacrificato a Poseidon.
L'acqua sale loro fino alle ginocchia, poi al petto, e infine li sommerge completamente; restano sott'acqua a lungo, come se non avessero bisogno di respirare: è una gara di resistenza per dimostrare a se stessi che l'acqua, il mare, è l'elemento naturale dell'uomo a cui tutti aspirano a tornare.
I Figli di Anfitrite stanno a guardare, ritti in piedi nelle lunghe tuniche scure; c'è anche Kemet vicino al Tritone, il sommo sacerdote, che tiene un giovane toro bianco per la cavezza. Il toro, sacro a Poseidon – lo Colui che fa tremare la terra, il signore dei mari – ha le corna inghirlandate e le ciglia d'argento.
Come quell'altro, il vitello che accarezzavo da bambina. Credevo che piangesse, perché gli lacrimavano gli occhi dalle ciglia albine.
Il mio vitellino inghirlandato, profumato d'incenso.
Alzo lo sguardo al cielo. Un gabbiano sta descrivendo ampi cerchi sopra la mia testa; mi ricorda un avvoltoio poco prima di avventarsi sulla carogna, ma il gabbiano è bianco come il toro sacro e vola con grazia nell'aria tersa.
Ora gli uomini riemergono, uno alla volta. Uomini giovani e vecchi. Alcuni hanno il volto solcato da rughe profonde come cicatrici e dure come la terra che lavorano, altri sono fanciulli entrati da poco nell'età adulta, glabri e con la pelle arricciata per il freddo. Quando anche l'ultimo di loro è uscito dall'acqua, i sacerdoti, tra cui i Figli di Anfitrite e mio fratello, intonano canti propiziatori per chiedere il favore del dio e quello degli elementi, perché il tempo sia clemente e la terra non venga scossa di nuovo sotto le punte del tridente divino.
Atlantis ha tremato spesso negli ultimi mesi, la montagna ha ruggito sputando ceneri e lapilli, e il sangue ha impregnato il marmo rosa dell'altare, sotto la statua d'oro del dio sul suo cocchio trainato da sei cavalli alati.
Mi inginocchio per accarezzare la sabbia dorata ma fredda, perché il sole non è ancora forte abbastanza per scaldarla, e allora penso alle parole di Zoser l'Egiziano, alla sua nostalgia per il paese che ha lasciato.
A te non mancherebbe la tua terra, se vivessi in un paese lontano?
Ma la mia terra... È lei che mi sta lasciando, come se fosse sempre sul punto di svanirmi sotto i piedi.
La sabbia mi scorre tra le dita, granello dopo granello, come dentro una clessidra.
Se chiudo gli occhi, posso ancora sentire il rantolo del mio vitellino candido, quando lo immolarono. Un taglio rapido sotto la testa, sulla gola che tante volte avevo accarezzato, e il sangue era fluito via. Gli occhi del vitello erano sgranati e lacrimavano, sembrava che piangessero.
Nonostante i miei sforzi, non ho dimenticato.
«I momenti dolorosi sono quelli di cui serbiamo il ricordo più chiaro» mi disse la balia quando compii dodici anni.
Lei parlava per se stessa, per quel figlio che aveva perso quando non aveva ancora un anno. «Se non fosse morto, ora per te sarebbe come un terzo fratello».
Ci allattò entrambi finché non allattò che me sola.
Le parole di Akheta furono illuminanti per me. «Non potrò mai liberarmi del dolore, balia? Dovrà restare per sempre dentro di me, come un parassita che si nutre del mio corpo e che morirà con me?»
Lei mi guardò aggrottando le sopracciglia, senza curarsi di rispondere.
Adesso i sacerdoti hanno smesso di cantare e il Tritone ha mostrato a tutti la sua buccina, una conchiglia con cui può provocare o placare le tempeste col favore del dio, e vi ha soffiato dentro traendone un suono lungo e profondo, come il muggito del mare. Noi donne qui, sulla riva, sferzate dal vento che si è levato, ci inginocchiamo per rendere grazie a Poseidon: perché siamo vive e perché godiamo di ciò che egli ci concede.
Ma per quanto ancora?
Le nostre voci, all'unisono, sono come un'antica melodia, una nenia dolce e malinconica. Siamo piccole, minuscole come granelli di sabbia, fragili come germogli sempre sul punto di spezzarsi.
Mi chiedo se il dio abiti ancora questa terra o sia fuggito lontano da noi, così lontano che le nostre preghiere non possono giungergli. Le nostre parole si perdono nel vento che è diventato più forte e ci schiaffeggia con violenza, fino a costringerci a ritirarci, seguite dagli uomini e dai sacerdoti. Senza nessun ordine abbandoniamo la spiaggia con il cuore pesante. Negli occhi di alcune vecchie che lottano contro il vento, stringendosi addosso il peplo, leggo uno smarrimento silenzioso.
Le mani ossute di una di loro non ce l'hanno fatta a trattenere il manto ed esso le è strappato dal vento impietoso. Rimango ferma qualche istante per vedere dove il vento lo porterà. Benché la sabbia mi bruci negli occhi, guardo il peplo gonfiarsi come una vela; turbina con una leggerezza insospettata nell'aria finché non è che una macchia bianca all'orizzonte, dove si erge la grande montagna che sputa fuoco e che domina tutta l'isola. Riprendo a camminare in silenzio, come tutti gli altri, perdendomi nel gregge che si muove a fatica, impedito dal vento che solleva granelli di sabbia che ci mordono le gambe e le braccia nude, come tante punte di freccia. Procediamo chini, avviluppati nei mantelli, domandandoci dove sia finito il tepore primaverile, sperando che il tempo sia clemente nei giorni in cui si terranno i giochi sacri a Poseidon. Davanti a me, un paio di sacerdoti cercano di spingere il toro bianco nella direzione giusta, ma l'animale li fa faticare, scuote il capo e manda suoni simili a lamenti. Il toro non vuole morire, ma il marmo rosa dell'altare non è poi così vicino: aspetteranno l'inizio della celebrazione dei giochi, prima di far scorrere il sangue.
Nonostante il forte vento, mia madre procede con la schiena eretta; ha i capelli che escono dall'acconciatura in riccioli scomposti e il peplo color porpora che svolazza, a malapena trattenuto su una spalla dal serpente d'oro appuntato con cura dalle mani di Akheta. Zoser l'Egiziano cammina due passi dietro di lei, le mani che tentano di proteggere gli occhi dalla sabbia. Potrebbe porsi al suo fianco: nel gregge ci muoviamo senza rispettare le gerarchie, nessuno baderebbe a lui. Ma rimane indietro.
Zoser è fatto così.
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