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Forse, tra tutte le cose che sono costretta a fare, spostarmi con le valigie al seguito è quello che mi manda di più ai matti. Nella vita corri per andare al lavoro, per andare a casa, per andare al supermercato e corri per andare in palestra. Quindi, tanto per cambiare, corro anche ora. Sono sudata fradicia, il trolley sbanda appresso a me e il treno che ho prenotato parte tra cinque minuti mentre io sono appena arrivata alla stazione Termini. Sono drammaticamente fottuta, ma almeno questa volta non è colpa mia. Ah, no. Il gatto del vicino proprio questa mattina ha deciso di farsi una passeggiata nel mio appartamento, e quale nascondiglio poteva essere più comodo e visibile del vano dietro al frigorifero? Ci ho messo venti minuti a tirarlo fuori e lui, per ringraziarmi, mi ha regalato due bei graffi sui polsi che ancora bruciano. Comunque… Allungo il collo e scorgo il binario dall’altra parte dei vetri. Devo salire su quel treno, adesso! Dopo uno scatto da far impallidire Usain Bolt, mi lancio con il biglietto ben visibile sul display del cellulare, schivo una vecchietta, mi infilo in un gruppo di boy-scout e senza fiato raggiungo la carrozza. Butto senza la minima grazia la valigia sulla cappelliera e madida stramazzo sulla poltrona della prima classe. Sono sfinita. Sospiro. Ce l’ho fatta, mi dico sbadigliando e compiacendomi per la mia maratona nell’atrio della stazione, anche se piuttosto ridicola, ma almeno mi sono risparmiata le urla di Giancarlo. Ieri sera me ne ha cantate di ogni e non a ragion veduta.
Giancarlo è il mio capo. È un uomo sulla cinquantina dalla pelle perennemente abbronzata e la pancia prominente. Fuma la pipa e quando la sua bocca non è impegnata a rilasciare il fumo, elargisce sentenze e ordini. È una specie di despota, ma mi vuole bene, a modo suo. Lavoriamo insieme da oltre sei anni. Mi ha trovata un giorno mentre svolgevo il più nobile e soddisfacente degli incarichi: portare caffè a tutti. Vagavo per Cinecittà con un vassoio sempre in mano, tanto da essere scambiata da chiunque per la cameriera del bar. Non capivo assolutamente nulla di quello che avrebbe dovuto essere il mio lavoro, ma conoscevo benissimo gli infiniti modi per fare un cappuccino. Giancarlo ha saputo vedere qualcosa in me e mi ha dato un’opportunità. Così, da quel giorno, lavoro per la Immago Production, una casa di produzione cinematografica tra le migliori a livello nazionale dove svolgo il ruolo di aiuto regia, ovvero la serva del regista. Lui, Giancarlo, dice che sono la migliore, io so solo che il mio lavoro mi piace, almeno per il momento.
«Non rompere i coglioni Claudia, ci andrai, che tu lo voglia o no» mi ha detto con voce roca ieri sera al telefono.
«Vorrei farti notare che sono appena rientrata da un mese di riprese in quel cavolo di paesino sperduto sulle Dolomiti dove non prendeva nemmeno il telefono!»
«Non farmi pentire di aver parlato di te al regista! Devi sostituire Marianna e poi è solo per una settimana. Devono fare dei rifacimenti.»
Rifacimenti? Sono già abbastanza nervosa per aver passato solo due giorni a casa, figuriamoci adesso, che sono venuta a sapere che dovrò andare a rimettere le mani sul lavoro di altri!
«Hai il treno alle nove di domani mattina. Non ti azzardare a tardare!»
«Tardare? Scherzi! Sono la regina della puntualità!»
«Claudia!»
«Va bene, va bene. Prenderò quel treno domani mattina alle nove. Dormi sereno» gli ho detto. L'ho sentito rilassarsi, mi ha salutata e ho attaccato borbottando.
Il treno parte con uno strattone e io chiudo gli occhi. Ieri sera Silvia e Cristiana mi hanno fatto fare davvero tardi. Non avrei dovuto, vista l'alzataccia di questa mattina, ma era il compleanno di Silvia e mi hanno trascinato tutta la notte in giro per i locali del centro di Roma. Di solito non bevo, ma ieri sera, beh, non potevo esimermi, tanto che, uscita dal secondo pub, ero già completamente sbronza. Senza contare l’avventura con Punga, il gatto del vicino, di questa mattina.
Sono in viaggio da quasi venti minuti. Ho sonno e la nausea. Non avrei dovuto bere, no, avrei dovuto fare la brava bambina, ma l'idea mi sembrava decisamente noiosa.
Mi stringo le braccia al petto e mi accoccolo sul sedile. Voglio dormire, solo dormire.
«Mi scusi signorina, credo che si sia seduta al mio posto.»
Alzo un sopracciglio, a fatica apro un occhio. Un uomo incravattato mi guarda con aria scocciata.
«Il sul posto? Non credo» rispondo soddisfatta, sventolando sotto il suo naso il cellulare con il biglietto. Lui fa una smorfia, io mi raddrizzo sulla schiena.
«Infatti qui c'è scritto 1B» dice l’uomo indicando il display.
«Infatti» faccio eco io.
«Peccato che lei sia seduta all'1D.»
Raccolgo tutto il self control di cui dispongo, ultimamente ridotto a zero e gli sfodero un sorriso a trentadue denti.
«Forse c'è un errore, vede?» mi volto verso il numero attaccato in concomitanza alla poltrona, «1...D» dico e poi mi blocco. Cavolo il genio in cravatta ha ragione!
«Se non le dispiace vorrei sedermi» borbotta lui appoggiando la ventiquattr'ore sul tavolo davanti a me.
«No, non mi dispiace, ma sarebbe stato carino se fosse stato più cortese.» Mi alzo, urto volutamente la sua bella valigetta firmata e lui rimane a fissarmi mentre tiro giù dalla rastrelliera il trolley, senza nemmeno preoccuparsi di darmi una mano. Maleducato! Odio gli uomini così. Più sono importanti più sono coglioni.
Sbuffo e mi trascino fino alla poltrona prenotata per me, che, naturalmente, non è lato finestrino. Mi siedo e lancio un'occhiataccia all'incravattato, che ha già aperto davanti a sé un giornale. Lo odio.
Il treno arriva puntuale e io mi precipito a prendere la coincidenza. Arrivo al binario trafelata, stanca più di prima e arrabbiata perché in un’ora e mezza di relax non ho chiuso occhio. Maledetta poltrona lato corridoio.
Dopo quasi un quarto d'ora sono dentro la carrozza del treno che mi porterà a destinazione: un paesino nell'entroterra della Toscana, altro buco in mezzo al nulla dove, sicuramente, il mio telefono non prenderà. Mi siedo e cerco di far passare i quaranta minuti di viaggio pensando alla mia vita, che praticamente non ho.
Non frequento quasi nessuno a parte le mie amiche Cristiana e Silvia. Non riesco quasi mai ad andare in palestra, non vedo i miei genitori e mia sorella da più di un mese e, cosa ben peggiore, non ho un uomo da non ricordo quando. In compenso viaggio, però. Vedo attori bellissimi, attrici bellissime, posti bellissimi, ma la cosa sta cominciando a starmi sui nervi. Quando fai questo lavoro da anni vivi tutto come anestetizzata e la maggior parte delle volte, più nulla ti fa effetto.
Arrivo a destinazione e ciò che vedo oltre il vetro al mio fianco non mi fa presagire nulla di buono. Quando scendo, la stazione è praticamente deserta. Un cane randagio rovista in una busta buttata in un angolo e il silenzio è rotto solo dal canto delle cicale. È estate e fa caldo. Sui miei sandali tacco sette, il massimo che riesco a portare sul lavoro, mi carico la valigia tenendola con due mani e comincio a scendere la scala del sottopassaggio per uscire dalla stazione. Traballo, inciampo e manca poco che cada appresso al trolley che non vuole collaborare. Maledico il momento in cui ho risposto alla telefonata di Giancarlo ieri sera, e alla decisione di non aver mai fatto nessuno sport che potesse irrobustirmi i muscoli. Non sono molto forzuta, anzi per niente, ma almeno sono tonica di natura. Le mie amiche dicono che ho un bel fisico e soprattutto un bel sedere, piccolo e tondo. Non saprei, a me sembra di essere nella norma, ma loro continuano a invidiarmi, in senso buono ovviamente.
Esco sul piazzale antistante la stazione. Ho i capelli incollati al viso e il fiatone. Non c’è nessuno e la strada, senza nemmeno una macchina che passa, sembra parte di un set abbandonato da tempo.
Ma non doveva venire qualcuno a prendermi? Guardo l’orologio. Sono puntuale, questa volta, quindi non capisco perché sia qui, sola, accaldata, sotto il sole di fine giugno, a chiedermi se sono scesa alla stazione corretta o meno. Prendo il telefono e faccio per chiamare Giancarlo, quando sento il rumore cupo di un motore. Attendo, strizzo gli occhi e dopo una manciata di secondi una macchina d’epoca sbuca sulla carreggiata e si ferma davanti a me con la marmitta scoppiettante.
«Sei Claudia?» mi chiede il ragazzo alla guida sporgendosi dal finestrino.
«Sì.»
«Perfetto, sali.»
«Qui sopra?»
«Certo. Dai, ti stanno aspettando. Dovevo fare benzina, così sono venuto a prenderti con questa. Bel gioiellino vero?» Il ragazzo ingrana la prima e parte a singhiozzo lanciandomi un'occhiata.
«È una macchina di scena, il proprietario sa che sei venuto con questa?»
«Per chi mi hai preso! Certo che lo sa! Te l’ho detto prima. La benzina, non ricordi?» fa una smorfia compiaciuta e poi mi guarda. «Comunque io sono Luca e lei» aggiunge, dando un colpetto sul volante «è una Lancia Flaminia Augusta del ‘36.»
Sorride e gli brillano gli occhi, mentre io mi chiedo come si possa regredire a uno stato così pateticamente adolescenziale per un’auto.
Uomini, valli a capire!
* * *
Primo giorno di riprese per me con questa squadra, ennesima scena da rigirare per loro. Il clima è teso, tesissimo, sono tutti stanchi.
«Claudia!»
Salto sulla sedia quando qualcuno grida il mio nome. Mi giro lentamente. Un uomo cammina verso di me seguito da uno stuolo di persone. È alto, sportivo, piacente a suo modo, anche se non è il mio tipo. Tiene una sigaretta in mano e fuma nervosamente. È Antonio Robinazzi, il regista.
«Ti hanno dato il copione?» chiede sedendosi al mio fianco.
«Sì.»
«Le convocazioni di oggi le ha comunicate Miriam». Sfoglia un plico, ficca la sigaretta tra le labbra. «Domani facciamo il grosso, sei pronta?» mi guarda, anzi mi fissa.
«Certo.»
«Mi sembri spaventata.»
«Chi, io? Scherzi!» rispondo tossendo.
Lui socchiude gli occhi.
«Tieni.» Mi passa dei fogli scritti fitti ed evidenziati con almeno cinque colori differenti. «Le convocazioni di domani.»
Annuisco e lui si alza di scatto.
«Anselmo, mi spieghi che cazzo ci fa quel cavallo lì? Portalo via e ripulisci tutto, dai! Giriamo l’incontro cazzo! L’incontro!» urla e poi si allontana seguito dallo stuolo di persone come fosse lo strascico di un mantello.
Le convocazioni, certo. Do un’occhiata veloce alla lunga lista scritta. È divisa per scene e per ognuna di queste sono elencati i vari settori da allertare: attori da convocare, trucco, costumi, luci, tutto suddiviso secondo orari ben precisi, numero di scene da girare per set e colori. Il mio compito è quello di fare da trait d’union tra la regia e la squadra. In poche parole, sono la voce e gli occhi di Antonio, nonché il suo braccio destro.
Ripiego i fogli e li metto in borsa. In silenzio fisso i monitor che ho davanti che mi rimandano il set ripreso dalle cineprese. Cerco di concentrarmi, nonostante il casino che ho intorno. C’è qualcosa che non va e non capisco cosa sia. Piego la testa da una parte, aguzzo la vista, poi alzo gli occhi e cerco Donatella, la segretaria di edizione. È seduta poco più avanti e si lima le unghie annoiata, in attesa di cominciare a girare.
«Donatella» la chiamo. Lei si volta con aria interrogativa. Le faccio un cenno con una mano, mi raggiunge.
«Cosa c’è che non va?» chiedo indicandole uno dei monitor.
«Non saprei» risponde.
«Guarda bene. Io non c’ero quando avete girato la prima volta questa scena, ma ho visto le foto e giurerei che c’è qualcosa fuori posto.»
Questo è l’handicap dei rifacimenti. Tutto deve essere esattamente uguale alla scena principale, altrimenti si incorre in errori grossolani, tipo attori che vestono abiti sbagliati o suppellettili che appaiono e scompaiono... Cerco tra le mie carte il piano luci e lo confronto con le fotografie che mi ha dato Giancarlo.
«C’è un ombra sul tavolo che non dovrebbe esserci, credo» dice lei grattandosi il mento.
«Già, l’ombra. Grazie!» mi alzo. «Sai dov’è il direttore della fotografia?»
Lei mi guarda e impallidisce.
«Credo sia... con Antonio. Non avrai intenzione di…»
«Chi è?»
«Ehm… Andrea, Andrea Barbieri.» Fa una pausa, si guarda attorno spaesata. «Ma tu non avrai intenzione di andargli a dire che ha sbagliato, vero?»
«Certo, perché no, è il mio lavoro.»
Scuote la testa visibilmente preoccupata.
«Pessima idea, Claudia. Ti consiglio di parlare con il tecnico delle luci invece.»
«Assolutamente no. È lui il responsabile, deve sapere.»
«Okay» dice titubante poi mi punta un indice contro. «Non venirmi a dire che non ti ho avvisata, però.»
La guardo andare via, chiedendomi il perché di quell'atteggiamento reverenziale. Chi se ne frega! Questo fantomatico direttore della fotografia viene pagato oppure no per fare un ottimo lavoro? Sì, e allora perché non dovrei andargli a dire che ha sbagliato?
Trovo Antonio chiuso nel camper adiacente alla villa, che funge da ufficio improvvisato.
«Posso?» faccio capolino.
«Vieni.»
Entro, ma è da solo. Poco male, lo dirò direttamente a lui e così faccio.
«Grazie Claudia» dice dopo che gli ho riassunto il problema, «me lo aveva detto Giancarlo che sei brava. Lo dirò io ad Andrea.»
Io annuisco ed esco fuori. Problema risolto.
* * *
«E così hai lavorato a “Tutto il mondo fuori”?» Luca è appoggiato con un fianco al tavolo e mi guarda. In realtà fissa la mia scollatura, sporgendosi di tanto in tanto per avere una visuale migliore del mio seno.
«Già» rispondo senza guardarlo. Non mi piace e poi è piccolo. Avrà sì e no 23 anni, io ne ho 28 e non ho intenzione di fare da mamma proprio a lui.
«Quindi hai conosciuto Raimondi?»
«Luca», sospiro, alzo gli occhi dal copione che tento di leggere da circa dieci minuti e lo fisso per bene negli occhi. «Sì, conosco Raimondi. Ho lavorato con lui al suo film per quasi tre mesi e, no, non ho intenzione di venire a letto con te, quindi, se non ti dispiace, ho da fare.»
Lui mi guarda interdetto. Io sorrido. Lui si gratta la testa. Io sorrido ancora, falsissima. Scende dalla mia scrivania e si allontana senza dire una parola. Bene, ma non benissimo. Mi dispiace per lui. Beccarsi un due di picche non è mai bello, ma ehi, non l’ho obbligato io a farsi avanti. Torno a respirare e così alla mia lettura, ma la pace dura poco.
«Chi cazzo è?» sento gridare all’improvviso. «Voglio sapere chi cazzo è quella stronza!»
Alzo gli occhi e vedo un tizio. Se ne sta in piedi in mezzo al set, con le mani sui fianchi mentre inveisce contro tutti e nessuno in particolare. È del tutto fuori di sé. Capisco in un attimo. I miei occhi saettano su Donatella, che mi guarda scuotendo la testa prima di tornare a limarsi le unghie laccate.
«Sono io» dico alzandomi dalla sedia, consapevole di ciò che accadrà. Sfodero il mio sorriso migliore e muovo la mano in segno di saluto. Il silenzio grava improvvisamente. Anche le cicale smettono di frinire. Benissimo…
Mi intercetta e a grandi falcate viene verso di me. Che vuole fare, picchiarmi? Rido tra me e me alla sola idea, ma quando mi si para davanti e il tavolo diventa l’unica barriera che mi divide da lui, il mio sorriso idiota scema. Forse avrei dovuto dare retta a Donatella… Sì, forse un po'.
«Chi cazzo saresti tu?» Si sporge in avanti facendomi arretrare.
«Aiuto regia, Claudia per gli amici e... tu?» chiedo, pur sapendo che ho davanti Andrea Barbieri, il direttore della fotografia.
«Quello che ti farà sbattere fuori da questa produzione nel giro di un respiro» ringhia.
Deglutisco.
Sì, avrei proprio dovuto dare retta a Donatella, per la miseria!
Lo osservo. Ha gli occhi azzurri stretti in due fessure di ghiaccio, lo sguardo tagliente e un’espressione arrogante sul viso. I capelli castano scuro, lisci, sono spettinati e gli cadono sulla fronte in modo scomposto. Sarà alto più di un metro e ottanta e ha un aspetto trasandato, con la barba di almeno tre giorni, la camicia sgualcita arrotolata sugli avambracci infilata nei jeans per metà, ma non mi faccio intimidire. Ciò che ho imparato in anni e anni di gavetta passata sui set è non mollare mai. Chi molla è un cretino. Perciò raddrizzo sulla schiena e torno a sorridergli. Lui continua a fissarmi in cagnesco.
«Che cazzo hai da ridere, eh?»
«Nulla, ragionavo su quello che hai appena detto.»
«E allora?»
«E allora non credo che tu abbia la capacità, e uso le tue stesse parole, di sbattermi fuori da questa produzione nel giro di un respiro. Poi, a dirla tutta, l’errore non l’ho fatto io, ma tu.» Calma, serafica, Giancarlo sarebbe fiero di me.
Lui serra la mascella e stringe i pugni. Penso che la scaramuccia verbale sia finita, quando lo vedo fare il giro del tavolo per fermarsi davanti a me. Okay, forse avrei potuto sorridere di meno… e magari avrei potuto evitare di sproloquiar… Mi prende per un braccio e mi strattona.
«Ehi, mi fai male!» mi lamento.
«Sai chi sono io?» mi grida in faccia.
Io non rispondo. Fosse per me gli darei una ginocchiata tra le gambe ma poi mi toccherebbe davvero riprendere il treno per Roma, perciò affilo lo sguardo e gli punto addosso tutto il mio sdegno.
«Sai chi sono io?!» chiede ancora, stringendo più forte.
«Sì e allora? Hai sbagliato ed era giusto lo sapessi.»
Lui mi strattona e vado a sbattere contro il suo petto.
«Io non sbaglio mai, ragazzina» dice a due centimetri da me.
Odio. Puro, traboccante e struggente odio. E poi… beh, oltre all’odio…
Devo ammettere che il ragazzo mi fa uno strano effetto, ma non riesco a lasciargli l’ultima parola, così prendo fiato e dico la prima cosa che mi passa per la mente.
«C’è sempre una prima volta.»
Lui si rabbuia ancora di più, tanto che per un secondo comincio a credere di non arrivare viva al primo ciak. Invece mi fissa e basta. Sento il suo sguardo entrarmi dentro e perforarmi la pelle in modo tale da essere quasi doloroso. Non riesco più a guardarlo negli occhi, così i miei scivolano sulla sua bocca e... trattengo il fiato già scarso. Lo ammetto, ho fatto l’errore più grande della mia vita nel soffermarmi a guardarlo. Sento la sua mano scivolare via dal mio braccio e miseramente barcollo. Mi appoggio al tavolo, passo una mano nel punto in cui mi ha toccata senza riuscire a mandare via il formicolio della sua presa. Fa un paio di passi indietro senza smettere di fissarmi e poi mi volta le spalle per allontanarsi tra le persone che riempiono il set.
«Te lo avevo detto.» La voce di Donatella mi riporta alla realtà. La trovo al mio fianco, con la sua immancabile lima tra le dita e un sorriso soddisfatto sulla faccia. Ingoio la voglia di mandarla al diavolo, scosto la sedia e ci finisco seduta di peso.
Mi rimetto a leggere il copione, ma con scarsi risultati. La mia concentrazione è andata a farsi benedire.
* * *
«Gli attori sono pronti?»
«Sì, Antonio, sono già in posizione» rispondo mentre lo vedo sedersi accanto a me.
«Perfetto. Possiamo partire?» chiede alzando la voce. Nessuno risponde, buon segno. «Andrea?»
«Qui è tutto ok» sento dire alle mie spalle. Cavolo è dietro di me…
«Bene» dice Antonio. Inforca gli occhiali e sul set cala il silenzio più totale. «Motore!» grida.
L’assistente operatore subito dopo risponde «Partito!»
Il ciacchista batte il ciak davanti all’obiettivo, chiamando il numero della scena.
«Azione!» grida Michele.
Gli attori prendono a muoversi e a scambiare le battute come da copione. Entrano le comparse, escono le comparse; gli abiti in stile anni trenta brillano sotto le luci con le loro paillette colorate, tutto è perfetto. Seguo lo svolgersi della scena dai monitor e prendo appunti, buttando un occhio al copione che tengo sotto la mano. Questo è ciò che amo del mio lavoro. La magia del cinema mi ha sempre incantata sin da quando ero solo una bambina. Non esiste altro lavoro che farei perché… Qualcosa mi sfiora il mignolo. Con la coda dell’occhio vedo Andrea chino su di me, le mani sul tavolo, una accanto alla mia. Sento il suo calore addosso e un brivido mi corre lungo la schiena. Si avvicina al mio orecchio, mi sfiora il viso con i capelli e il mio respiro si ferma. Che diavolo sta facend…?
«Quel tuo bel visino la prossima volta non ti salverà. Ricordatelo» sussurra.
Non posso controbattere, così resto immobile a fissare i monitor con la speranza si sollevi quanto prima. In una mano stringo la matita, Antonio mi lancia un’occhiata veloce alla quale rispondo forzatamente con un sorriso di plastica e quando il regista grida lo stop, di istinto muovo il braccio e colpisco la gamba di Andrea con la punta in grafite. Lui impreca, io mi sollevo.
«Attento, direttore, non dimenticare che i bei visini sanno anche difendersi.»
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