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La mattina successiva passa in modo frenetico. Il reparto del trucco ha un problema con la star del film: le borse sotto gli occhi.
Sospiro, entrando nel camper. Vorrei averli io i problemi di questi attori! Mi siedo sul puff e imbraccio gli appunti che ho sistemato in una cartellina.
«Non esco da qui finché la situazione non è accettabile!» urla l’attrice quasi in lacrime.
«Stai tranquilla, vedrai che Mirella risolverà il problema» le dico, anche se vorrei dirle ben altro, ma la offenderei se lo facessi. «Facciamo così, dirò al direttore della fotografia di alleggerire le luci sul tuo viso, okay?»
«L’ho già chiesto a Michele, mi ha detto che quell’Andrea non ha alcuna voglia di farlo!»
Odio le crisi di queste presunte attricette che si sentono delle dive di Hollywood e odio chi non vuole fare il proprio lavoro.
«Lascia che ci provi, magari mi darà retta. Intanto tu finisci di prepararti. Torno tra poco» sorrido.
Che mi passa per la testa? Perché mai a me dovrebbe dare ascolto? Ieri l’ho accoltellato a una coscia!
«Grazie, Claudia» dice l'attrice.
Io la guardo e di rimando vedo la mia immagine nello specchio. Ho i capelli spettinati dal vento. Cerco di sistemarli il più possibile. Sono lunghi, lisci e biondi, informi come dico sempre io. Non mi sono truccata, questa mattina non ho avuto tempo. Allungo una mano sulla mensola e prendo una cipria compatta.
«Che fai ti trucchi?» Mirella ride compiaciuta entrando nel camper.
«Solo un po’ di cipria ti dispiace?»
«Per me puoi usare tutto quello che vuoi, tesoro. Ti truccherei io, ma sono un po’ impegnata in questo momento.» Picchietta il correttore sotto gli occhi dell’attrice e mi lancia un’occhiata annoiata.
Sorrido, questa volta per davvero.
«Grazie, Mirella, mi basta solo questo.»
Finisco di stendere la cipria e faccio per uscire, quando lei mi blocca.
«Vieni qui!» mi avvicina a sé sospirando.
Prende una matita nera e mi contorna gli occhi in modo delicato, sfumandola con le dita.
«Hai degli occhi così belli... verdi e grandi, li devi mettere in risalto.»
Finisce di truccarmi e mi guardo di nuovo allo specchio. Meglio, decisamente, tanto che pure l’attricetta mi guarda sbalordita.
«Dovresti fare il mio mestiere» sussurra.
Le accarezzo una spalla ed esco senza risponderle. L’avrei offesa un’altra volta se l’avessi fatto.
Entro nella villa e cerco Andrea. Lo trovo intento a dirigere la sistemazione delle luci di un set che useremo solo nel tardo pomeriggio.
«Andrea?» lo chiamo.
Lui si volta e mi guarda. Ha sempre quell’aria trasandata che lo rende così... dannatamente virile. Sento lo stomaco stringersi.
«Ragazzi» fa lui rivolgendosi ai tecnici, «la stronza è qui.» Gli operai appesi all’impalcatura salutano, qualcuno con un fischio, altri con un cenno della mano, ma io non li guardo.
«Bel modo di salutare» rincaro fermandomi a debita distanza.
«È solo ciò che ti meriti» dice incrociando le braccia al petto. Resto impassibile.
«Fa ancora male, vero?»
«Cosa?»
Un mezzo sorriso appare sul mio volto. Vorrei riferirmi alla matita piantata nella sua coscia, ma so bene che ciò che ho incrinato non è il suo quadricipite, ma ben altro.
«Beh, il tuo ego. Dopo ieri, sai…»
«Il mio ego sta benissimo, grazie e ora spiegami per quale dannato motivo sei venuta qui a disturbare me e i miei ragazzi.»
Sospiro. Sì, devo proprio avergli fatto male.
«L’attrice, sai è la protagonista, credo che tu lo sappia, no? Beh, oggi ha una crisi perché le si vedono troppo le occhiaie e sai come siamo fatte noi donne… Oddio, dovresti saperlo, ma a questo punto non ci metterei la mano sul fuoco.»
«Mi stai facendo spazientire» dice roco.
Sorrido.
«Bene, ne sono felice. Dunque, parlavo dell’attrice e del suo piccolo problema di borse e… Insomma, è venuto fuori che non vuoi alleggerire le luci sul suo viso» taglio corto.
«Uhm.»
Lo osservo. Lui non batte ciglio.
«Perciò?»
«Perciò, cosa? Dovrei assecondare le crisi esistenziali di una ragazzina al suo secondo film? No.»
Lo vedo piegare la testa da una parte con aria strafottente.
«Immaginavo mi avresti risposto così» dico sospirando. «Beh, allora mi toccherà chiamare in ufficio e raccontare tutta la faccenda, mannaggia. Sai la questione dell’etica e tutta quella manfrina illeggibile che circola da mesi nel settore, vero? Una bella seccatura, soprattutto quando viene fuori che uno di noi non fa il suo mestiere per bene, solo per un mero capriccio.» Metto le mani sui fianchi e scuoto la testa falsamente dispiaciuta.
«Mi stai forse minacciando?»
«Chi, io? Ci mancherebbe altro» dissimulo.
Guarda gli uomini appesi ai tralicci che hanno smesso di lavorare da un pezzo e scoppia a ridere.
«Ragazzi, la stronza mi ha appena minacciato.»
Tutti ridono tranne me.
«Bene, dopo questo folgorante momento goliardico possiamo tornare a…»
«Che ti sei messa?» chiede tutto a un tratto. In due falcate mi raggiunge cogliendomi alla sprovvista.
«Scusa?» sto arrossendo, lo sento.
«Ti sei truccata?»
«No, perché?» mento.
«Non dire cazzate.»
Mi tocca il viso con una mano, sembra quasi voglia accarezzarmi, ma lo fa brutalmente.
«Questa è cipria» aggiunge, lasciando per qualche secondo di troppo la mano sulla mia guancia. Io non so cosa dire, non so nemmeno se sto respirando e tutto ciò non va affatto bene. Dove diavolo è finito tutto il discorso sull’etica? Mi verrebbe da chiedergli se gli piaccio truccata così, ma mi mordo la lingua. Mi interessa davvero saperlo? Porca vacca, sì. Intanto i suoi occhi sondano il mio viso. Lo fa tranquillamente senza farsi troppi problemi e si avvicina, ancora.
«Dicevamo... l'attrice, Samantha, le occhiaie… le luci, il discorso dell’etica, puoi fare qualcosa?» balbetto, stupida me!
Lui mi guarda la bocca sfrontato. Siamo vicini, troppo.
«Ottieni sempre ciò che vuoi, Claudia?»
«Beh, a volte, sì» sussurro.
«Bene» si umetta le labbra. «Non appena è pronta fai andare l’attrice sul set. Vedrò quello che riesco a fare.»
Si scosta e io rimango impalata a fissarlo.
«G-grazie» dico in un sussurro.
«Prego» risponde, e mentre sto per girarmi mi afferra il gomito. «Niente trucco, ti invecchia. Metti il burro di cacao, hai le labbra screpolate e Claudia?»
«Sì?»
«Non minacciarmi mai più.»
Deglutisco aria.
* * *
All'ora di pranzo prendo il mio lauto pasto e mi siedo sotto il gazebo in giardino. Fa un caldo terribile. Mi lego i capelli in uno chignon disordinato e mi sventolo con un foglio. Per fortuna ho messo la gonna.
Stendo le gambe e cerco di rilassarmi per sudare il meno possibile. Chiudo gli occhi. Una brezza leggera si infila sotto gli indumenti ed è così piacevole da farmi desiderare di non avere nemmeno quei veli addosso. Non amo vestirmi troppo scollata sul lavoro. Non mi piace mettermi in mostra, soprattutto perché la maggior parte delle persone con cui lavoro sono uomini, ma oggi non ho resistito. Ho messo una canottiera di seta bianca e sotto una minigonna, sempre di seta, color ruggine con dei piccoli ricami sul fondo. Mi sto godendo la leggera frescura che viene dalla valle, quando sento sghignazzare. Apro gli occhi. Poco distante da me, tre operai parlano tra loro guardandomi insistentemente. Mi siedo composta e gli lancio un'occhiataccia. Una donna capisce sempre cosa c'è dietro lo sguardo di un uomo e quello non era di certo amichevole. I trogloditi continuano e al gruppetto se ne aggiunge un altro. Quattro imbecilli. Che cavolo vogliono questi? Mi alzo e, per quanto la cosa mi irriti in modo inverosimile, decido di rientrare. Sono arrivata quasi a metà del giardino, gli idioti ridacchiano ancora e mi guardano come un branco di lupi affamati. Fischiano quando passo loro davanti. Mi fanno venire la nausea, quindi decido di ignorarli. Tiro dritto, ma poco più in là vedo Andrea. È appoggiato al muro, lo sfrontato, e si è goduto tutta la scena. Ride e fa il coglione con il tecnico delle luci, che mi lancia un bacio quando mi volto a guardarli.
Che uomini di merda, Andrea primo fra tutti. Gli volto le spalle ed entro nell'atrio della villa. So che mi sta guardando, sento i suoi occhi addosso come due riflettori, ma voglio la prova. Voglio coglierlo in flagrante. Così faccio la cosa più idiota di tutte. Rallento il passo, mi sciolgo i capelli e li faccio ondeggiare scuotendo la testa. Poi, raccogliendoli con le dita proprio sopra le orecchie, mi giro lentamente di tre quarti e gli lancio il migliore dei miei sguardi. Gli operai fischiano, ridono e si danno gomitate, ma lui no. Andrea rimane fermo, mentre il compagno cerca invano di coinvolgerlo in quella pantomima. Mi guarda e sembra incupito. Poi si scosta dal muro e si allontana con le mani infilate nelle tasche dei jeans. Io lascio andare i capelli e a passi lunghi me ne vado, lasciando i cretini a sghignazzare.
Non so perché l’ho fatto ma improvvisamente mi sento una stupida. Mi fermo lungo il corridoio e quando sono certa che nessuno mi stia guardando, mi appoggio con una mano alla parete.
«Queste non sono cose che di solito fai, Claudia, hai capito?» mi ammonisco. «Riprenditi!» Prendo un lungo respiro e torno a camminare, ma con meno spavalderia.
Che accidenti mi è venuto in mente? Nemmeno lo conosco e faccio la scema con lui? Potrebbe essere sposato o fidanzato, potrebbe avere dei figli e io mi comporto da idiota. Mi vergogno e vorrei scomparire.
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