LAURA PELLEGRINI


⏱ ~11 min · 2149 parole

Altro giorno di riprese, altro giorno di problemi. Arrivo sul set e trovo Antonio già fuori di sé. La macchina, la famosa Lancia Flaminia Augusta del ‘36, non parte. Antonio mi guarda sconfortato mentre parla al telefono con qualcuno della produzione. Urla, gesticola, fuma e mi accorgo che ha già fatto fuori quasi la metà del pacchetto aperto dopo la colazione. Siamo nella merda!

«Non so cosa è successo. Questa mattina l’ho messa in moto e andava benissimo…» piagnucola Luca accanto a me. È terrorizzato e fa bene, visto che il responsabile è lui.

«Tranquillo, al massimo chiederà il tuo scalpo» dico sarcastica.

Poi mi volto e lo guardo. Lui mi fissa interdetto. Non sa se ridere o scappare via urlando. Abbassa lo sguardo e vedo che inizia a piangere. Ma dai!! Che razza di uomo è uno che piange per una cosa simile! Mi allontano nauseata.

Intercetto Andrea poco più in là. È appoggiato al tavolo sotto il gazebo, con le mani infilate nelle tasche di jeans. Ha lo sguardo cupo e mi sembra pensieroso. Gli sorrido quando mi guarda, ma lui non ricambia. Si scosta dal tavolo e si volta di spalle lasciandomi a fissare la sua camicia a scacchi sgualcita e a chiedermi che accidenti gli abbia fatto di così tanto grave da non meritare nemmeno un saluto.

Intanto Antonio continua a parlare al telefono e più il tempo passa più capisco che oggi sarà una giornata lunghissima, difficilissima e sicuramente da dimenticare, sotto tutti gli aspetti.

«Giancarlo, non hai capito, questa fottutissima macchina non parte! Non parte! Risolvimi il problema, altrimenti mollo tutto e vi lascio nella merda!» grida e ha le vene del collo che quasi gli scoppiano. «Prolungare i tempi? No, voglio chiudere questo maledetto film entro la fine della settimana!» urla e cammina su e giù per il giardino.

Butta un mozzicone di sigaretta a terra e ne accende subito un’altra.

«Non me ne frega un cazzo dei soldi! Non è un mio problema!» gracchia in una nuvola di fumo biancastro. Poi si ferma e si volta verso di me. Ha ancora il telefono attaccato all’orecchio e mi fissa. Lo vedo annuire mentre i suoi occhi cambiano espressione. Mi fa un cenno con la mano e io mi avvicino lentamente. Quando lo raggiungo mi circonda le spalle con un braccio e io capisco che sono fregata. Rimango in silenzio ad ascoltare gli ultimi scampoli di conversazione. I toni si sono notevolmente abbassati, ciò significa che è in arrivo un bel treno carico di rogne per me sul binario numero uno. Merda. Lui attacca, si volta e mi guarda con lo sguardo di chi è più che consapevole che ti sta rifilando una bella fregatura. Sospiro.

«Claudia» esordisce mellifluo, «abbiamo un problema.»

«Credo di essermene accorta» rispondo. Un sorriso fasullo sulla faccia.

«Ecco, saresti così gentile da…»

«Avanti, taglia corto» mi spazientisco. Detesto quando il problema di altri diventa il mio.

Lui mi guarda e sorride bonario. Che falso!

«Vedi, la macchina non parte e Giancarlo ne ha trovata un’altra. Sembra sia uguale, sai?»

«Ma davvero? Che bello!» dico ironica.

«Vero? C’è solo un problema.»

«Ma dai! Non lo avrei mai detto!»

«Sì. Vedi, il proprietario di questa auto è un vecchietto e…»

«Antonio, per favore, non offendere la mia intelligenza. Devo andare a vedere com’è quest’auto?» chiedo interrompendolo. La faccenda è già abbastanza penosa così com’è, non ho bisogno anche dei suoi salamelecchi da quattro soldi.

«Non avrei saputo dirlo meglio!» risponde, mentre il sorriso sul suo volto si allarga a dismisura.

Io lo guardo con livore e lui prosegue.

«Ti va?»

«Ho alternative?»

«No» dice e fa spallucce.

Che me lo domanda a fare allora?

«Dove sta?» Mi girano a manetta ma non posso tirarmi indietro.

«San Vincenzo in provincia di Livorno» dice, accarezzandomi la spalla sulla quale tiene ancora la sua mano che puzza di fumo.

«Sono più di duecento chilometri!»

«Sì, ad andare ed altri duecento a tornare, ma è per il film…» di nuovo quel tono mellifluo.

«Antonio» dico spostandomi da lui abbastanza da togliere la sua mano dalla mia spalla, «ci sono figure professionali specifiche per questo, Luca per esempio.»

«Sì, ok, ma vedi, io mi fido solo di te» cerca di indorare la pillola.

Io lo fisso e so che non posso dirgli di no, ma mi rode, tantissimo. Incrocio le braccia al petto, cercando di tenere sotto controllo la rabbia che mi ruggisce dentro. Distolgo lo sguardo. Non voglio guardarlo in faccia altrimenti esplodo.

«E dovrei andarci in treno?»

«Assolutamente no! Andrai in auto e non da sola.»

«E con chi? Con Mister Lacrima Facile?» grido quasi, indicando Luca con un cenno della testa.

«No... quello è un idiota. Pensavo ad Andrea, ma se preferisci il moccioso…»

I miei occhi saettano nei suoi.

Dannazione, contieniti Claudia!

Non faccio in tempo ad aprire bocca per parlare che lui già lo chiama.

«Andrea!»

Quello si gira e si avvicina lentamente. Cavolo è talmente scuro in viso che ho timore della reazione che potrà avere. Si ferma davanti a noi, ma non mi guarda, anzi, fa di tutto per non incrociare il mio sguardo. Che accidenti gli ho fatto?

«Andrai con Claudia, vedrai questa macchina e se andrà bene me la porterai qui. Farai presto, prima di cena sarai già tornato» gli dice pacato e io comincio a prepararmi all’inevitabile sfuriata.

Andrea si rabbuia ancora di più, ma invece di saltare su tutte le furie, non parla. Annuisce e basta, poi, senza guardarmi, si allontana a grandi falcate e sparisce dentro la villa. L’imprevedibilità di questo uomo comincia davvero a farmi paura.

L’attenzione di Antonio torna su di me.

«Chiama Giancarlo e fatti dare l’indirizzo.»

Fisso ancora il punto esatto in cui è sparito Andrea.

«Claudia…» mi chiama e io metto a fuoco il suo viso arrossato. «Muovi il culo!» grida.

Sussulto e metto in moto le gambe. Obiettivo della giornata: sopravvivere.

**

L’auto sfreccia a velocità sostenuta sulla statale che si snoda nella campagna toscana. Mi aggrappo allo sportello a ogni curva, tentando di rimanere stabile sul sedile, ma Andrea sembra posseduto dallo spirito di Ayrton Senna, senza dare cenni di voler alzare quel maledetto piede dal pedale del gas. Corre, guarda la strada e non parla e, l’ultima di queste tre cose, sembra proprio essere la novità del giorno. Lo guardo mentre vengo sballottata a destra e a sinistra senza alcuna remora da parte sua. Gli vorrei chiedere cosa ha e se ho fatto qualcosa di sbagliato, ma non so come iniziare il discorso.

La strada, nel frattempo, si restringe e inizia un lungo tratto di tornanti. Lui non decelera e sembra voglia affrontare ogni curva su due ruote, con l’inevitabile conseguenza che io comincio ad aver seriamente paura per la mia incolumità. Al terzo tornante che imbocca a manetta, sento il retro della macchina andarsene per i fatti suoi. Grido.

«Cazzo, vuoi che finiamo di sotto?» urlo, tenendomi aggrappata allo sportello con tutte le mie forze.

Lui non si volta e nemmeno decelera. Continua a correre il suo gran premio immaginario con la sua Audi A5 coupé, infischiandosene della mia presenza.

Altro tornante, altra derapata, poi di nuovo un’altra curva e ancora l’auto con il retrotreno che sbanda.

Comincio a gridare con tutto il fiato che ho in corpo. Se ha deciso di uccidersi, si accomodi pure, ma senza di me!

«Fermati, cazzo! Fammi scendere! Fammi scendere!» grido.

Lui mi guarda di sfuggita, scala la marcia e mentre un sorriso si allarga sulla sua faccia da stronzo, inchioda, fermando l’auto sul ciglio della strada.

«Eccoti servita» dice fissando il paesaggio oltre il parabrezza.

«Ma che ti salta in testa?»

Lui non risponde e io comincio a sentire l’irrefrenabile impulso di prenderlo a calci.

«Ehi, dico a te! Mi spieghi che accidenti hai?»

Lui si volta lentamente, mi guarda.

«Non volevi scendere?»

Lo fisso interdetta.

«Sì, ma l’ho detto perché avevo paura.»

«Io invece ti ho preso in parola» mi osserva con quell’espressione gelida che solo lui sa tirare fuori. «Avanti, sto aspettando.»

«Non starai dicendo sul serio!»

«Sì, invece.»

«Andrea, non abbiamo tempo di giocare a chi dei due ha più palle.»

«Infatti, quindi scendi tanto hai già perso.»

«Sei solo un povero coglione» gli dico con tutto il veleno che ho in corpo.

Apro la portiera e scendo, sbattendo lo sportello più che posso. Lui ingrana la prima e sparisce dietro la curva.

Mi incammino in salita, sotto il sole cocente, imprecando a ogni passo. Prendo il telefono dalla borsa, faccio per comporre il numero di Antonio, ma non c’è segnale.

«Cazzo!» grido frustrata. «Maledetto bastardo!» urlo ancora e proseguirei ancora a lungo, se il fiato non mi servisse per arrancare lungo la salita.

Ho fatto appena cinquecento metri e sono già distrutta e, cosa ben peggiore, mi mancano non so quanti chilometri prima di riuscire ad arrivare alla villa.

Allora vediamo, abbiamo camminato per una buona mezz’ora e tenendo conto che la velocità dell’auto oscillava tra i settanta e cento chilometri orari mi mancherà... un’eternità!

«Stronzo! Stronzo! Stronzo!» impreco ancora, ma tanto lui non mi sente, è solo fiato sprecato e mi conviene razionarlo.

Sono furiosa e continuo a urlare parolacce, quando sento il rumore di un’auto avvicinarsi alle mie spalle. Mi fermo, mi volto, sperando che sia un’anima pia che possa darmi un passaggio, ma appena la macchina si fa più vicina la riconosco. È lui. Torno a camminare, cerco di accelerare il passo, come se lui non potesse raggiungermi. Mi affianca, abbassa il finestrino del passeggero.

«Come va?»

Non rispondo. Fanculo lui e il “suo come va” inopportuno.

«Caldo?»

Stringo i pugni. Piuttosto mi faccio verde, ma non rispondo.

«Vuoi dell’acqua?»

Sono arrivata al limite. Tutto il mio scarsissimo self control va a farsi benedire in meno di un secondo. Mi fermo di botto e lui inchioda. Mi guarda piegato in avanti per potermi vedere in viso. L'unica cosa che voglio adesso è prenderlo per il colletto della camicia e farlo uscire dal finestrino. L'odio che provo per lui è smisurato!

«Mi spieghi che cazzo ti è saltato in mente?!» Non mi sopporto quando sono arrabbiata. Dico un sacco di parolacce, come in questo momento.

«Avanti non abbiamo tempo per queste stronzate! Dai, sali!»

«Stronzate? Ti ricordo che mi hai fatto scendere tu!»

«Veramente sei stata tu a chiedermelo e io ti ho accontentata.»

Lo guardo fisso negli occhi. Ci fa o ci è? Che domanda idiota!

«Sto facendo davvero un grandissimo sforzo per non prenderti a schiaffi!» sibilo.

Lui continua a guardarmi per qualche secondo, poi apre lo sportello e scende. Mi si piazza davanti con le mani sui fianchi in atteggiamento di sfida.

«Accomodati» incita, «se ci riesci.»

Sento la rabbia esplodermi dentro e un picco di adrenalina mi fa girare la testa. Senza pensarci, per puro istinto, alzo una mano e faccio per colpirlo, ma come era più che prevedibile, lui mi afferra il polso e io rimango con la mano aperta a osservare il suo sorriso arrogante piegargli le labbra. Dio, come vorrei che sparisse dalla mia vista!

Lui alza un sopracciglio e io ci riprovo con l'altra mano, naturalmente senza alcun risultato. Che imbecille che sono!

«Vaffanculo!» grido con tutto il fiato che ho in corpo e lui ride. «Lasciami» gli impongo, ma lui non lo fa, in compenso stringe la presa e si diverte come un ragazzino.

«Hai finito?» chiede.

«Finito? Ti pare che abbia finito? Mi scopi in tutti i modi possibili, te ne vai senza nemmeno salutare per ben due volte, il giorno dopo nemmeno mi parli, tenti di uccidermi, mi molli da sola in mezzo al nulla e pretendi che io la finisca?»

Lui lascia la presa e si allontana di un passo. È di nuovo scuro in volto.

«Non siamo fidanzati» precisa.

«No, e per mia fortuna! E adesso muovi il culo, sali in macchina e andiamo a cercare questa fottutissima auto d'epoca!» comando e mi stupisco di me stessa.

Lui serra la mascella, lo vedo che freme, non gli piace prendere ordini. Certo, di solito è lui a darli.

«Modera i toni ragazzina altrimenti qui ti ci lascio per davvero, questa volta» mormora a pochi centimetri dalla mia faccia.

«Poi però chi ti scoperesti stasera?» rimbecco. Non credo alle mie orecchie, davvero l'ho detto?

Lui non risponde. Mi prende il viso con una mano. Forse ho esagerato, sì un po’, ma non ho saputo controllarmi. Mi stringe la mandibola e mi fa male, così mi aggrappo al suo polso e tento di tirarlo via.

«Non azzardarti a darmi più degli ordini, intesi?» sibila con la voce più cupa che io gli abbia mai sentito. Annuisco, lui mi lascia e io barcollo all'indietro. Mi appoggio al tettuccio della macchina e riprendo fiato, mentre lui fa il giro dell'auto e si siede al posto di guida. Mette in moto e io mi affretto a salire. Non sia mai decidesse davvero di mollarmi!

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