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Più o meno all’ora di pranzo arriviamo a destinazione. Naturalmente abbiamo trascorso l’intero tragitto senza rivolgerci una parola, mi sembra logico, così non sono potuta andare in bagno e ora sento di stare per scoppiare. Scendo dalla macchina a fatica mentre il Sig. Allegrini ci viene incontro bonariamente. È un tipo simpatico, con una barba bianca che gli arriva al petto, due sopracciglia folte e lunghe su due occhietti vispi da topolino. Sembra babbo natale, anche per via della pancia prominente e delle bretelle che porta sopra la camicia a scacchi.
Senza troppi giri di parole ci trascina in cantina, con la scusa che si sta freschi. Una volta arrivati, ci mette in mano due ballon pieni di vino rosso fino all’orlo e rimane a fissarci compiaciuto.
«Assaggiate e ditemi se avete mai bevuto un vino così buono» dice.
Andrea scola l’intero bicchiere senza respirare. Lo guardo sbalordita pensando che di lì a poco dovrà guidare.
«Buonissimo» si complimenta.
«Questo lo faccio io, eh? Tutta uva di prima qualità!» dice il sig. Allegrini battendo con la mano tozza sulla botte di rovere.
Io guardo lui, poi Andrea e con il mio bicchiere intonso ancora in mano, spostando il peso del corpo da un piede all’altro per via della pipì impellente, cerco di tagliare corto.
«Bene, sig. Allegrini, la macchina?»
Quello mi guarda e sorride, ma lo capisco dagli occhi, perché la bocca è completamente coperta dalla barba.
«Per quella c’è tempo! Bevi piuttosto che ti fa bene! Voi donne bevete troppo poco. Il buon vino fa fare figli! Bevi ragazza, così lo fai contento questo giovanotto!» aggiunge, dando una sonora pacca sulla spalla ad Andrea che tossisce improvvisamente.
«Ti è andato il vino di traverso, tesoro?» chiedo sarcastica.
Lui naturalmente non risponde. Mi guarda e basta e quando lo fa mi fulmina. Accidenti a lui, come fa a vincere sempre?
Torno a regalare tutte le mie attenzioni al Sig. Allegrini che nel frattempo fissa il mio bicchiere ancora troppo pieno. Non posso berlo tutto, se lo faccio rischio di prendermi una sbronza di quelle colossali. Sorrido a mio modo, quello finto, porto il bicchiere alle labbra e assaggio poco più di un piccolissimo sorso il vino color rubino.
«Allora, com’è?» domanda l’uomo che nel frattempo non ha mai distolto lo sguardo da me.
«Buonissimo!» Sorrido, cercando di essere più che convincente, ma non so se mi ha creduta. Poco male, devo andare in bagno, ho fame e voglio uscire da qui, quindi poggio il bicchiere sul tavolo accanto alla botte e metto le mani sui fianchi. «Bene, l’auto?» e ammorbidisco il mio tono sbrigativo con un altro sorriso di plastica.
«Sì…» farfuglia il Sig. Allegrini, «da questa parte, venite.»
Lo seguiamo fuori dalla cantina, attraversiamo un giardino curato nei minimi particolari, per fermarci davanti a un capanno in metallo. Lui apre la porta ed entriamo. L’aria è caldissima e quasi non si respira. Comincio a sudare, i vestiti mi si attaccano addosso come una seconda pelle. Per fortuna l’auto è già stata scoperta dal telo protettivo, così mi avvicino, la ispeziono.
«Mi sembra uguale» dico, piegandomi all’altezza del finestrino per vedere gli interni.
Non sento risposta, così mi volto per trovare Andrea dietro di me intento a osservare con attenzione il mio fondoschiena. La testa leggermente piegata da un lato, un’espressione molto eloquente stampata in faccia. Maleducato!
«Sei incommentabile» borbotto truce, alzando un sopracciglio. Decido di ignorarlo, così mi sollevo e mi avvicino al sig. Allegrini.
«La macchina è perfetta. Se vogliamo procedere, dovrei tornare sul set.»
«Certo, vieni usciamo fuori, si sta meglio» dice invitandomi a uscire.
«Sapete, dovreste andare a mangiare sul lungo mare. C’è un ristorante che fa ottimi piatti. Il pesce è tutto fresco, eh! Andate a nome mio, anzi no! Chiamo e vi prenoto un tavolo.» È gentile il Sig. Allegrini, ma non ho alcuna voglia di passare altro tempo da sola con Andrea, non dopo come mi ha trattata. Finisco di compilare l’assegno per il noleggio, poi gli rivolgo un sorriso gentile.
«Grazie, ma credo che aspetteremo che arrivi il veicolo per il trasporto dell’auto e partiremo subito dopo» rispondo con cortesia.
Questa mattinata è stata già abbastanza surreale e l’idea di sedermi a tavola con Mr. Silenzio, proprio non mi va.
«Sì, grazie, sarebbe molto gentile da parte sua» sento dire alle mie spalle. Andrea appare al mio fianco. Cosa ha detto?
Mi volto e lo guardo sbalordita.
«Oh, perfetto, chiamo subito! Vedrete, mangerete benissimo!» si rianima il Sig. Allegrini. Prende a rovistare tra le carte di un cassetto alla ricerca del biglietto da visita del locale mentre io non perdo occasione per inchiodare Andrea con sguardo affilato. Odio quando fa così.
«Non abbiamo tempo per i pranzi in riva al mare» sibilo acida.
«Non lo avevamo nemmeno quando hai deciso di comportarti da isterica questa mattina in macchina» risponde serafico, osservando il muro davanti. Sta dicendo sul serio?
«Io non ho fatto l’isteric…»
«Eccolo qui!» esordisce babbo natale, sventolando il biglietto da visita con una mano. È euforico, nemmeno fosse il suo locale! «Chiamo, eh?»
«Sì, grazie» risponde Andrea.
«Sig. Allegrini, davvero, aspetti…noi non…» balbetto, ma lui non mi sente, è già attaccato al telefono.
Arriviamo al ristorante poco dopo. Il locale interamente in legno si affaccia sulla spiaggia e, dalle vetrate, si gode di una bellissima vista sul mare. Gli arredi sono tutti bianchi e ricordano vagamente lo stile provenzale. Mi siedo a tavola non prima di avere fatto una lunga sosta al bagno e, subito dopo, il cameriere ci illustra i piatti del giorno. La filosofia del locale è cucina casalinga con prodotti appena pescati e a chilometri zero. Ordino delle lasagnette di orata con melanzane, pomodorini confìt e chips di patate, che divoro nel giro di pochi minuti, mentre Andrea mi osserva in silenzio, degustando lentamente le sue pappardelle al barolo e tonno. Non mi stacca gli occhi di dosso e la cosa comincia a imbarazzarmi.
«Che c’è?» borbotto una volta deglutito l’ultimo boccone.
«Niente, sto pensando.»
«E tu fissi la gente quando pensi?»
Lui non si scompone. Alza un sopracciglio e beve un sorso di vino bianco.
«No, fisso solo te» incalza sicuro di sé. Sento le guance andare a fuoco e non per colpa del vino.
«Smettila.» Dissimulo l’imbarazzo affogandomi, quasi, nel bicchiere pieno d’acqua.
«Perché?» incalza.
Deglutisco, prendo fiato.
«Perché mi… metti a disagio.»
«Non mi sembravi imbarazzata ieri sera.»
Già, ieri sera… Al solo ricordo sento i crampi al basso ventre e l’impulso di stringere le gambe.
«Mi piace il modo in cui dischiudi le labbra per accogliere il cibo nella tua bocca» prosegue. Si sporge per fissarmi con quello sguardo che solo nei suoi occhi ho mai visto e se prima ero solo arrossita, ora prendo praticamente fuoco. Lascio il bicchiere dell’acqua e afferro quello del vino. Non sono abituata a questo genere di attenzioni, non da uomini come lui. Bevo e per poco non mi strozzo sotto il suo sguardo che si fa sempre più bollente.
«Mentre mangiavi, pensavo ai tanti modi in cui la tua bocca potrebbe darmi piacere» prosegue, si appoggia allo schienale, tamburella le dita sul tavolo. «E non necessariamente questa sera. Magari potrebbe accadere proprio qui, adesso» conclude, socchiudendo gli occhi allusivo. La bocca mi si prosciuga. Cambio posizione sulla sedia, finisco il vino, ma nulla può mettermi al riparo da lui, neppure una sbronza.
«Bel cambiamento da questa mattina. Non mi hai rivolto la parola per tutto il giorno e ora mi parli di sesso orale…» ribatto piccata. «Non sono la tua puttanella» aggiungo e gli lancio un’occhiata fugace.
«Ne sei proprio certa?» domanda e io per poco non gli giro il tavolo addosso.
«Assolutamente sì!» rimbecco arrabbiata, stanca. Voglio solo tornare a casa…
Lui ride e butta la testa all’indietro, poi il suo sguardo si fa di nuovo cupo, incombe ancora su di me. Lo fisso per qualche istante senza respirare, mentre sento la pelle formicolare. Stringo con forza il tovagliolo che ho sulle gambe, non posso cedere, non questa volta, ma poi qualcosa mi tocca il ginocchio e mi accorgo che è la sua gamba. La mia pelle nuda si scontra contro il tessuto dei suoi jeans e nel contatto una scarica elettrica mi fa indurire i capezzoli. Mi scosto alla velocità della luce, ma lui mette i soldi sul tavolo, scola il vino che ha nel bicchiere, si alza e mi afferra per un braccio per strattonarmi in piedi.
«Cammina» ordina con voce roca.
Non so cosa gli passi per la testa ma per un attimo ho quasi timore. Lui ha lo stramaledetto potere di annebbiarmi. Mi ritrovo a seguirlo lungo la stradina dove ha parcheggiato l’auto, senza riuscire a chiedere cosa diavolo abbia in mente. Poi si ferma, ma invece di salire in macchina, cambia strada e mi spinge in un sentiero sulla destra costeggiato da alberi e arbusti. Non ci sono case, solo vegetazione, quella tipica che si trova lungo le spiagge. Mi afferra per entrambe le braccia, mentre io affondo nella sabbia tiepida incespicando negli arbusti. Poi mi spinge contro il tronco di un pino e si avventa su di me come fossi il suo pasto. Rimango inerme, soggiogata dalla sua voglia. Mi manca il respiro e la forza di allontanarlo da me, perché forse, avercelo addosso è proprio quello che voglio. Mi divora la bocca, il collo e mi stringe il seno con entrambe le mani e comprendo quanto tutto questo mi sia mancato. Malgrado le nostre miserabili quanto stupide scaramucce, mi accorgo di quanto sia diventata dipendente dal suo corpo, dalle sue mani, dalla sua bocca dai quali non potrei per nulla al mondo rimanere lontana per più di qualche ora. Lui è diventato l’aria che respiro, la forza che mi fa muovere, il desiderio ferino e appiccicoso che striscia sotto la pelle e compiacerlo è diventata la mia unica missione. Sono fregata, ora lo so e mentre mi solleva la gonna e insinua le sue mani sotto il mio perizoma, sento di voler piangere perché per lui sono solo un corpo, uno strumento di lussuria, mentre per me sta diventando anche altro. Mi sfila le mutandine e mi solleva su di sé.
«Non ho il preservativo» sibila all’orecchio.
Attende che risponda prima di entrarmi dentro e questo gli fa guadagnare due punti. Credevo non gli importasse affatto della mia opinione.
«Prendo la pillola» sussurro, stringendomi alle sue spalle e respirando il suo profumo.
Lui non aspetta nemmeno che finisca la frase. Si fa largo tra le mie gambe fulmineo annullando i miei pensieri, la paura, le inibizioni. Precipito nel calore che mi trasmette e nel piacere che sa darmi, che mi appanna gli occhi e mi secca la gola. Affondo le mani sotto la sua camicia e lui non dice niente. Gli tocco la schiena assaporando con i palmi la sua pelle liscia, gli mordo il collo. Voglio che ogni cosa che gli appartiene sia solo mia, i suoi pensieri, i suoi sogni, i suoi desideri, il suo piacere e quello stramaledetto sguardo che mi paralizza. Lo voglio nella sua interezza, per sempre dentro di me, tra le mie cosce e nella mia testa, mio, solo mio. Lo guardo annebbiata, mentre mi spinge contro il tronco di un albero. Prende fiato, mi osserva con sguardo torvo, poi un lento bellissimo e struggente sorriso gli piega le labbra.
«Puttanella» sussurra. Lo fisso senza riuscire a replicare, ma anche se avessi voluto non mi avrebbe dato tempo. Mi bacia irruento e mi morde le labbra facendomi gemere. «Sei la mia puttanella» mormora ancora con voce rotta, affondando i denti nella mia spalla.
Io grido di dolore e piacere allo stesso tempo e lui viene dentro di me, con la faccia riversa nell’incavo del mio collo. Quando appoggio entrambi i piedi nella sabbia, lui è ancora davanti a me. Si richiude i pantaloni, mi guarda serio.
«Non hai raggiunto l’orgasmo» asserisce e non è una domanda, ma un’affermazione con una nota di rimprovero.
«No.»
«Perché?»
Mi allontano dal tronco di un passo.
«La prossima volta che mi chiami puttanella ti uccido» sibilo tirando su le mutandine.
Lui fa una smorfia.
«Puttanella» dice e si avvicina sogghignando.
Io sorrido beffarda e mentre lo faccio percepisco la mia mano destra alzarsi ed abbattersi subito dopo con tutta la forza che ho sulla sua guancia.
«Non ci provare mai più» lo ammonisco.
Si tocca la mascella, mi fissa socchiudendo gli occhi.
«Sei fottuta, ragazzina» sogghigna.
«Non è quello che hai appena fatto?»
Lui sorride ma gli occhi rimangono cupi.
«Non sai quanto tu lo sia» incalza minaccioso.
«Ti odio» rimbecco lesta mentre l’acredine che provo nei suoi confronti mi infiamma il petto.
«Sì, come no» sminuisce, poi si volta e si allontana.
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