LAURA PELLEGRINI


⏱ ~11 min · 2121 parole

SkyFall

 

Sono tre giorni che siamo qui. Nulla è successo in queste ore di veglia quasi continua. Sono stanco e avrei bisogno solo di una bella dormita, ma non riesco a scrollarmi di dosso questa dannata tensione che non mi fa chiudere occhio. Sento la responsabilità per la vita di queste persone in modo quasi eccessivo, e tutto questo mi distoglie dalla giusta concentrazione. Non è la prima volta che faccio parte di missioni come questa, anche se non rientra esattamente nel target di quelle a cui sono abituato. Vedo l'impegno dei miei uomini ogni giorno e ogni sera ascolto le loro chiacchiere da camerata sorridendo alle loro battute, eppure c'è qualcosa che mi sfugge. Siamo abituati a ben altro, all'adrenalina che scorre nelle vene, a gestire la paura, al buio pesto che avvolge, ai proiettili che passano a pochi centimetri e al loro sibilo inconfondibile. Siamo uomini addestrati per gli assalti, per non lasciare nulla dopo il nostro passaggio, se non ordine e coerenza, non a questo.

Ma la cosa peggiore di questa staticità è lei. Lei che ovunque mi volto è davanti a me, che mi sfida a viso aperto davanti ai miei uomini. Lei che mi guarda negli occhi e non ha paura.

Ho deliberatamente evitato di salutarla cercando di dare il buon esempio al mio gruppo, eppure la sua gentilezza e i suoi sorrisi sinceri hanno abbattuto quelle barriere indispensabili. Saluta tutti. Parla con tutti. Porta da bere a tutti e quella sua espressione quasi materna, amorevole, la stessa che riserva ai suoi pazienti, si infiltra nelle crepe del bisogno atavico che ognuno di noi ha: l'amore.

Siamo lontani da casa da mesi ormai e per quanto questo mestiere faccia parte delle molecole del nostro corpo, sentirsi amati, supportati, accolti, rimane sempre una parte fondamentale del nostro essere. Ma l'amore stesso e la considerazione dell'altro creano dipendenza. Distoglie dal compito che devi portare a termine e proprio per questo lo evito. Non sono un tipo che non sa amare, né l'amore mi fa paura. Il problema fondamentale è che non ho tempo da dedicare a una sola persona. La mia vita è scandita da impegni di lavoro costanti, viaggi, operazioni durante le quali spesso non ho neppure la certezza di rimanere vivo. Non voglio questo per i miei uomini, ma chiedo loro il giusto equilibrio, saper gestire la solitudine e stringersi più a quel senso di famiglia che ci unisce che alle gentilezze di una sconosciuta.

Lascio che l'acqua della doccia allevi questo senso di disagio. Vorrei che portasse via tutti questi pensieri che mi ingolfano il cervello, ma è solo acqua purtroppo. Lego un asciugamano intorno ai fianchi ed esco. Fuori fa freddo, ma per un attimo mi soffermo a guardare le stelle. Sono tantissime. Solo una volta ho visto un cielo stellato così: in Iraq, sul tetto di una palazzina. Respiro a pieni polmoni e abbasso gli occhi a terra. Caccio il ricordo nell’angolo più remoto della mia mente. Ricordare non ha senso, così mi volto e mi avvio verso l'alloggio.

Arrivo in sala mensa poco dopo. Le risate di Kill Bill e di Gatling si sentono da fuori. Faccio il mio ingresso senza guardare chi riempie i tavoli. Mi siedo accanto a Lucio che mi accoglie con una gomitata.

«Stavamo ricordando il calcio in faccia che il piccolo Kaleb ha dato a Kill Bill» ridacchia.

«L'ho già spiegato più volte, l'ho lasciato fare!» replica l'altro.

«Sì, come no!» interviene Samurai, «da quando hai messo l'anello al dito ti sei rammollito!» lo sfotte.

«Non ti azzardare a mettere in mezzo mia moglie!»

«Chissà che ci ha trovato in te! Rammollito e pure brutto!» Tutti ridono. «Speriamo che il figlio che aspetta non abbia ripreso da te!»

«Guarda che non fai ridere!»

«Io no, ma tu sì!» infierisce Samurai.

Kill Bill si alza e lo afferra per un braccio mentre l'altro si sganascia dalle risate. «Te la sei cercata!» ruggisce. Chiude la mano destra in un pugno e lo abbatte sulla mascella dell'altro. Le sedie volano per aria e Samurai atterra su un tavolo poco distante con gran fracasso. I medici si voltano di scatto mentre gli uomini ridono. Samurai si massaggia la mandibola, trattenendo una risata. Si alza fingendosi arrabbiato e si scaglia contro Kill Bill che lo attende a braccia aperte. La colluttazione è bonaria e a parte sedie e tavoli che volano, finisce poco dopo in pacche e spintoni accompagnate da risate.

«Sei un cazzone rammollito Kill!» lo istiga Samurai, circondandogli le spalle con un braccio.

«Sì, come le tue chiappe!»

«Ragazzi mettete a posto il casino che avete fatto» dice Lucio spingendoli.

Mi appoggio allo schienale della sedia e metto i piedi sul tavolo. Fumo e ancora rido per la scena a cui ho assistito, ma non appena la vedo entrare il sorriso svanisce dietro la mia solita espressione imperturbabile.

Lei è lì, infilata in un paio di pantaloni verdi militari e un maglione scuro con lo scollo a V. I capelli sciolti si muovono a ogni suo passo. È con la Dottoressa Licheni e lentamente si avvia a sollevare le sedie rovesciate a terra.

«Che è successo qui?» chiede.

Mi volto dall'altra parte, ignorando la sua domanda.

«Oh nulla Dottoressa,» risponde Kill Bill, «il mio pugno destro è andato incidentalmente a sbattere contro la mascella di Samurai.»

La sento ridere e quasi mi viene voglia di alzarmi e andarmene, ma Lucio mi affianca e mi mette una mano sulla spalla.

«Non puoi controllare tutto Gianluca.» Serro la mascella e lo guardo. Mi fissa ed è come se leggesse ogni singola increspatura dei miei pensieri, compreso quel costante senso di colpa che mi porto dietro da tre anni. «Manca a tutti, non solo a te» dice. Trattengo la voglia di dargli un destro in piena faccia e questa volta non per giocare. «È stata colpa di tutti, non solo tua» prosegue.

«Piantala Lucio!» urlo. Mi alzo di scatto, la sedia si ribalta a terra e tutti mi osservano, anche lei. Incrocio i suoi occhi. Due laghi profondi e scuri che mi risucchiano e per un breve momento vorrei che anche a me portasse da bere, che mi salutasse e che mi parlasse. Sento la mano di Lucio afferrarmi il braccio e tirarmi verso il basso. Raccatto la sedia e piombo a sedere.

«Cazzo ti prende?» domanda.

Mi accendo una sigaretta e sputo il fumo nervosamente. «Niente» bofonchio.

«Da quanto non dormi decentemente?»

«Da quando siamo qui» farfuglio. Lucio mi conosce troppo bene.

«Prenditi un giorno. Corri, allenati, distraiti, ma datti una calmata!»

«Non posso.»

«Certo che puoi! Qui è tutto sotto controllo.»

«C'è sempre qualcosa che sfugge Lucio, sempre» rimarco.

«Non qui» dice e lo fa guardandomi negli occhi. È serio e so che ha ragione, so che devo seguire il suo consiglio.

«Lo farò» acconsento. Lo vedo sorridere, prendere una birra e aprirla.

«Bene» dice, «e ora bevici su!»

Con la coda dell’occhio la vedo prendere posto a un tavolo. Beve un tè con la collega, scambiando qualche battuta con Samurai e il Moro poco distanti. Chiede quali siano i loro soprannomi e il perché vengano chiamati proprio così. Afferro la lattina e bevo una buona parte della birra. So che nel suo comportamento non c’è nulla che esuli dalla semplice educazione e buona creanza e so anche che questo è solo un modo per passare un’ora senza pensare a nulla, per distrarsi da ciò che ci circonda. Ma è altrettanto innegabile il mio desiderio che esca da qui e torni nei suoi alloggi, se non altro per sentirmi meno a disagio. Fingo naturalezza e cerco di abituare le mie orecchie alla sua risata cristallina, evitando di guardarla, anche se con scarso successo. Siede con le gambe al petto strette tra le braccia, i talloni puntati sulla seduta e il mento appoggiato su un ginocchio. Ha le mani infilate nelle maniche del maglione e ogni tanto un brivido la percuote. Sorride e segue la discussione animata guardando tutti con occhi vigili e attenti. Poi il suo sguardo cade su di me. Forse dovrei smetterla di fissarla e distogliere lo sguardo per primo, anche se per me sarebbe la prima volta, ma non lo faccio. Che sia orgoglio il mio? Probabile, ma non sono abituato a perdere e non inizierò proprio ora. Ci osserviamo da lontano per un tempo indefinito poi qualcosa nella sua espressione cambia, qualcosa che mi fa cedere per un istante e desiderare di non aver iniziato quel gioco di forza con lei: un sorriso.

È bastato solo questo. Semplice, disarmante, tagliente al tempo stesso.

Mi ha fatto voltare dall’altra parte in cerca di qualcosa di più concreto da guardare e gli occhi mi sono caduti sull’M4 poggiato sul tavolo. Lo prendo, stacco il caricatore dal corpo del fucile e lo svuoto. I proiettili cadono sulla superficie del tavolo. Li raggruppo e lentamente inizio a infilarli nuovamente nello scomparto. Li guardo a uno a uno prima di inserirli con forza sotto la molletta. Il peso e la forma sono ciò che di più concreto e tangibile esista in questo momento, esattamente ciò che mi serve. Il caricatore è pieno, così lo svuoto di nuovo e ricomincio a ritmo più serrato, finché non sento le dita dolermi. Sospiro e mi fermo. Prendo una sigaretta dal pacchetto, la lattina di birra che non ho ancora finito ed esco. Le stelle sono ancora lì come il mio malessere, ma l’aria fresca mi dà sollievo. Mi appoggio di schiena alla lamiera di un container e faccio scattare l’accendino. Chiudo gli occhi mentre aspiro la prima boccata della Chesterfield.

Ordine e silenzio, questo voglio. Ordine e silenzio, solo questo.

«Non credevo fumasse.»

Spalanco gli occhi e me la ritrovo lì, a qualche metro da me. Le braccia strette al petto, avanza lentamente.

«A volte» rispondo evasivo.

«Va tutto bene?» domanda.

Guardo la brace della sigaretta che tengo tra le dita. Annuisco pigramente.

«La vedo stanco. Dorme la notte Capitano?»

È sempre più vicina. «Che le importa?» rispondo ruvido.

«Deformazione professionale, diciamo così.»

Si ferma a meno di un metro da me. La guardo. Lei mi guarda. Trema appena.

«Dovrebbe rientrare, fa freddo qui fuori.»

«Anche lei se è per questo.»

«Io non sto tremando.»

«Non ha risposto alla mia domanda.»

«Quale? Da quanto non dormo? Da quando sono qui Dottoressa» dico con tono sarcastico.

«Se vuole posso darle qualcosa che la rilassi.»

«No, grazie.» Continua a tremare, ora in modo più evidente. «Si prenderà un malanno se continuerà a stare qui.»

«È un modo carino per allontanarmi per l’ennesima volta, o è semplice preoccupazione?»

«Entrambi.»

Sorride. «Posso farle una domanda Capitano?»

«Se proprio deve.»

«Ha risolto qualcosa non rivolgendomi la parola per giorni?»

La guardo. Vorrei dirle di no, che non ho risolto un bel niente e che, a volte, la mia ottusità supera la mia intelligenza, ma faccio finta di nulla e mi stringo nelle spalle.

«Ho notato che ha fatto amicizia nel frattempo» sibilo.

La vedo guardare a terra per un breve momento. Scuote la testa e si morde il labbro inferiore.

«Volevo essere cortese. Volevo farle capire che non sono un nemico Capitano, ma a quanto pare l’odio ingiustificato che prova nei miei confronti supera di gran lunga tutto il resto.» Mi lancia un’occhiata e si volta. Trema visibilmente adesso mentre cammina verso l’ingresso della mensa.

«Non la odio affatto Dottoressa» mi lascio sfuggire. Si ferma e si gira. La sua espressione è una chiara richiesta di spiegazioni. Sospiro, chiedendomi come abbia fatto a cacciarmi in questa situazione.

«Non è nulla di personale, gliel’ho già detto.»

«Allora cos’è?»

«Lavoro, tutto qui» minimizzo.

«Ciò non implica evitare le persone ed è esattamente quello che sta facendo lei» incalza.

«Non la sto evitando» sbuffo mentre sento la pazienza svanire.

Fa alcuni passi verso di me e mi punta addosso uno sguardo accusatore.

«Ah no? Allora come spiega il suo comportamento?»

«Non mi guardi in quel modo Dottoressa.» Mi scosto dal container e mi avvicino. Siamo a meno di un metro di distanza. «Non devo darle nessuna giustificazione.»

«No, è vero, ma visto che dobbiamo convivere…»

«Possiamo convivere anche ignorandoci» la interrompo.

«Perché?» sussurra, un velo di tristezza negli occhi.

«L’ho già detto.»

«Perché non può semplicemente far finta di essere... contento?»

Serro le labbra e Dio sa quanto vorrei dirle il vero motivo, quanto in questo momento voglia che smetta di tremare e ascoltare ancora la sua risata cristallina.

«Le verrà la febbre» mormoro, lottando contro il desiderio di scostarle una ciocca di capelli dal viso.

«E a lei un esaurimento se non dormirà.»

«Farò del mio meglio» la rassicuro.

«Del suo meglio non è sufficiente. Deve farlo.»

«Si sta forse preoccupando per me Dottoressa?»

«Sì, ma nulla di personale, è solo lavoro.»

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