INSEGNAMI A SOGNARE - Capitolo 1 di 9

Scritto il 01/06/2026
da MARIANGELA CAMOCARDI


Stresa, 1897

 

Clelia adorava il Venus. Quando un incendio devastante lo aveva ridotto in cenere, si era sentita triste come se l’avessero defraudata della sua favola preferita. Davanti alle rovine fumanti aveva pianto, incapace di rassegnarsi al silenzio e all’oscurità subentrati alle luci e al via vai delle carrozze che ogni sera animavano lo spiazzo esterno del ritrovo più in voga del Lago Maggiore. Ma un cafè chantant che era ormai leggenda non poteva morire, ed era risorto più bello che mai. Il padrone, Nicodemo Isidori, aveva infatti subito provveduto alla sua ricostruzione e, senza supporre quale occasione di svago rappresentasse per Clelia, il Venus era rinato in tutto il suo splendore.

Cresciuta nella disadorna povertà di una casupola che solo a guardarla il cuore si avviliva, per Clelia era impensabile rinunciare a serate in cui, confusa tra curiosi e ammiratori assiepati fuori, si godeva l’ingresso e l’uscita della ricca e variegata clientela. Talvolta una delle cameriere addette al servizio ai tavoli le permetteva di introdursi dal retro per assistere allo spettacolo. Clelia era estasiata dalle esibizioni delle belle sciantose che mandavano in delirio il pubblico e si divertiva fino alle lacrime quando era il turno dei comici. Non che desiderasse salire su quel palcoscenico. Artiste si nasce e lei aveva compreso da un pezzo che per ambire al successo bisogna possedere talento e soprattutto fortuna. L’esistenza era costellata di ostacoli, la sua in particolare, e così aveva smesso di sognare: non si corre il rischio di restare delusi se si impara a non costruire fatiscenti castelli in aria. L’unica forma di distrazione che si concedeva erano proprio le serate in cui respirava gli umori e la contagiosa atmosfera del Venus.

Per tutta l’estate e l’autunno precedenti aveva seguito la frenetica attività degli operai che ricostruivano il locale, impaziente come una bimba defraudata del gioco prediletto. Magari il suo entusiasmo conservava ancora un’eco infantile, ma Clelia non trovava affatto esecrabile quel bisogno innocente e forse ostinato di assistere, anche solo come spettatrice, se non parte attiva, al rutilante carosello di teatranti e di vite che gli orbitavano intorno. Non vi scorgeva una colpa, bensì un diritto non riconosciuto. Le dame sofisticate dell’alta società, fasciate in abiti da sera principeschi e cariche di gioielli da mille e una notte, le sfilavano davanti nella loro eleganza: per lei era come sfogliare le pagine di una rivista di moda con le novità parigine. Belle, sì, e tutte sfoggiavano i loro galanti accompagnatori — gentiluomini con tuba e marsina dall’aplomb impeccabile — come fossero anch’essi una sorta di preziosi bijou, degli ornamenti indispensabili.

Clelia non poteva fare a meno di notare quanto poco vi fosse di autentico in quell’eleganza così studiata. E nel seguirli con lo sguardo, ne misurava i gesti, la voce impostata, l’aria di chi si sente superiore agli altri per nascita e non per merito, lei avvertiva crescere in sé un’insofferenza sottile. Se quello era il mondo scintillante che le veniva precluso, allora le veniva spontaneo a i chiedersi quando davvero valesse la pena desiderare di appartenervi. Non si lasciava abbagliare dalla superficie, che i ricchi sciorinavano come una vetrina illuminata dopo il tramonto. Eppure, anche se non le era concesso entrarvi, le bastava per il momento restarne così vicina da poterne cogliere il riflesso, e illudersi che un poco di quella luce potesse posarsi anche su di lei.

Ne invidiava unicamente la disinvoltura ma aveva l’impressione che non fossero granché felici di essere membri di una élite privilegiata: nei loro occhi scorgeva il disincanto di chi ha dissipato in fretta l’emozione di vivere e non sa godere più di nulla. Le donne fumavano persino in pubblico, con bocchini lunghi cosparsi di gemme che dovevano costare patrimoni, come le parure di smeraldi e diamanti, ostentate con la condiscendenza noncurante delle persone che danno per scontato che la parte migliore del mondo spetti loro in esclusiva.

Erano indubbiamente emancipate, ma anche Clelia lo era, a voler guardare. Se emancipazione significa non dover dipendere da chicchessia, di sicuro il pane lei se lo sudava da sola. Si alzava all’alba e cercava di racimolare abbastanza soldi da mantenersi con dignità, sbrigando commissioni e altre incombenze nella vicina Stresa.

C’era voluta molta buona volontà da parte sua per smantellare l’iniziale, comprensibile diffidenza di alcune signore benestanti, che poi l’avevano presa a benvolere affidandole mansioni per cui Clelia si prestava volentieri in cambio di mance, indumenti smessi e cibo da portare con sé.

All’imbrunire tornava in quella che era la sua reggia, una villa semi diroccata che sorgeva quasi a ridosso del Venus. Un parco secolare separava i due edifici, ma lei non si azzardava certo a gironzolarvi di giorno. Occupava la villa abusivamente e mostrarsi comportava il rischio di essere vista da qualcuno. Che ne sarebbe stato di lei se avessero riferito ai gendarmi che una vagabonda si era installata in una proprietà privata? Si finiva in carcere per molto meno! Così vi sgattaiolava furtivamente, rientrandovi al crepuscolo, attenta a non dare nell’occhio per evitare fastidi. Sopravvivere rappresentava già una sfida tanto impegnativa da assorbire ogni energia.

Un tempo stava in un borgo del Vergante popolato da quattro anime, e quando la madre l’aveva cacciata via, paradossalmente, in un primo momento, lei si era sentita sollevata. La convivenza con il giovane, prepotente patrigno si era rivelata ostica e aveva alimentato una tensione insostenibile tra le mura domestiche. Poi era affiorato il dolore: recidere le radici familiari era una ferita che stentava a guarire. Per settimane, incapace di accettare un sopruso che non aveva meritato, aveva vagato senza meta, dormendo sulla paglia di stalle e fienili incustoditi, oppure ovunque capitava. Si era imbattuta per caso in quell’antica dimora che doveva essere chiusa da anni. Chissà chi ne era il proprietario? Era davvero strano che una residenza così bella fosse lasciata a una tale incuria.

Si era scelta due stanze comunicanti al piano superiore, che davano sul retro della casa, anziché optare per i vani disposti sulla facciata principale, per altro molto più soleggiati. Le imposte dell’edificio, benché chiuse, erano malridotte e mancanti di stecche, per cui dalle fessure poteva trapelare luce e segnalare la sua presenza. Abitare nell’ala posteriore era un’accortezza che le dava l’agio di utilizzare una lampada a olio senza essere scorta da occasionali passanti. In una c’era un enorme letto a baldacchino ancora utilizzabile, il cui soffitto era decorato da meravigliosi affreschi e stucchi di pregio. A furia di guardarle era come se le conoscesse davvero, le incantevoli ninfe dal bel corpo nudo intente a specchiarsi nelle acque di uno stagno, inconsapevoli dei satiri nascosti nel canneto circostante. Ci parlava perfino, con quei personaggi di fantasia, cedendo a un liberatorio sfogo di risentimento che non attenuava la collera per il torto subito ingiustamente.

Essere giudicata una figlia indegna da chi l’aveva partorita ancora la faceva piangere.

Ormai si era abituata a vivere da sola. Nella camera adiacente a quella dove dormiva aveva piazzato una sedia a dondolo scovata in solaio e un tavolino tarlato per consumarvi i pasti. Era il primo inverno che passava lì e non le pesava la solitudine, quanto il freddo siderale. C’erano notti in cui era così intirizzita che per non rischiare di restare assiderata doveva accendere il camino. I ceppi rinvenuti nella legnaia erano provvidenziali per intiepidire l’ambiente, scaldare del latte o cuocere una zuppa: conforti irrinunciabili in una stagione talmente rigida da appendere ghirlande di ghiaccioli sulle grondaie esterne.

Se pioveva a dirotto o nevicava fitto rinunciava a malincuore alla sua serata al Venus: solo il folcloristico sciamare delle ballerine di can-can valeva la pena. Erano garrule come rondini, oltre che sensibili alle avance dei damerini a caccia di facili conquiste. La loro frivolezza e le schermaglie scherzose erano spesso solo di facciata, per il femminile gusto di sentirsi desiderate. Accondiscendere a un invito a cena o una passeggiata in calesse non implicava che fossero poco serie. Alcune sfruttavano la loro fresca bellezza come un passe-partout per garantirsi un avvenire privo da angustie economiche. Per questo civettavano con sfrontatezza solo con i clienti danarosi, senza farsi eccessivi scrupoli pur di diventare l’amante di un qualche riccone disposto a mantenerle nel lusso e a coprirle di regali costosi. Ma il clou del Venus erano le primedonne ingaggiate da Isidori, le sciantose, affascinanti con i cappelli piumati e le pose studiate da divine della ribalta che mandavano in visibilio la platea. Peccato che lei non potesse sempre intrufolarsi all’interno del cafè chantant, ma nella vita ci si deve accontentare e Clelia era contenta lo stesso: la musica, gli applausi e i bis si udivano anche fuori.

Le adorava tutte ma la sua preferita era Zara. Di una simpatia irresistibile e unica, Zara si porgeva all’assalto degli scatenati estimatori con sorrisi smaglianti, strizzatine d’occhio, ammiccando ai più scalmanati, lanciando fiori delle corbeille che trasformavano il suo camerino in una serra profumata.

A Clelia sarebbe tanto piaciuto essere spigliata e sicura sulla scena come Zara; riconosceva il suo talento e quello charme strepitoso che catturava gli sguardi senza sforzo. Ma sapeva anche che non le apparteneva, e mai avrebbe osato — né voluto — esibirsi in un costume succinto, offrendosi in pasto a occhi che non facevano distinzione tra ammirazione e possesso.

 

Non se ne crucciava. Al contrario, per una sorta di coerenza severa, aveva bandito i sogni dalla propria mente. I sogni erano aleatori, ingannevoli; possedevano la pericolosa facoltà di scavalcare i limiti del buonsenso, di dilatare le aspettative fino a renderle intollerabili, e poi di orientare il comportamento come una promessa non mantenuta. Clelia lo sapeva bene: sognare significava esporsi.

Sognare non fa per me, si ripeté di nuovo quella sera, stringendosi nello scialle ampio di lana sferruzzato durante lunghi pomeriggi di pioggia, unico baluardo contro la rigidità di quel febbraio inclemente. I piedi le si erano intorpiditi negli stivaletti troppo sottili, e fu costretta a batterli con energia contro il terreno per riattivare la circolazione. Quel gesto brusco, quasi di sfida, le strappò un sorriso fugace: finché riusciva a reggersi sulle gambe, non aveva bisogno di illusioni.

Be’, forse era opportuno rientrare a casa, si esortò. L’indomani l’aspettava una giornata faticosa e… quasi evocata da quei pensieri, Zara si stagliò, procace e sensuale sulla soglia dell’uscita artisti. Era avvolta in una calda pelliccia che esaltava la sua avvenenza di donna bruna e mediterranea. Esplose come di consueto l’ovazione entusiastica dalla piccola folla di fan in sua attesa, suscitando un truce cipiglio nel gagà in frac e cilindro che la scortava, e che pareva mangiarsela con gli occhi. Con un atteggiamento che diffidava gli ammiratori troppo focosi dall’accostarsi più del dovuto alla bella sciantosa, l’uomo brandì il bastone da passeggio in modo esplicito, frapponendosi tra Zara e chi sgomitava per accostarsi a lei.

D’altronde, Dio solo sapeva quanto quella donna risultasse seducente!

Riaffiorando bruscamente dal fluire delle divagazioni, Clelia s’avvide che un tizio dall’aspetto inoffensivo, elegante come un dandy, approfittando della ressa si era spostato di lato alla sciantosa non per complimentarsi con un inchino, bensì per sfilarle con destrezza il portafogli dalla borsetta. Senza che nessuno notasse la manovra, se ne impadronì fulmineo e retrocesse per filarsela indisturbato.

Sdegnata per la disonestà del mariuolo e per la mancanza di cavalleria, Clelia agì d’impulso: aprendosi un varco a forza tra gli habitué che ciondolavano nell’orbita di Zara, si accinse a intercettare il furfante per costringerlo a restituire il maltolto. Il disappunto di costui, quando Clelia gli tagliò la ritirata, fu davvero spassoso. Ma era un furfante collaudato e, superata la sorpresa, inarcò un sopracciglio e reagì con la tipica supponenza dei gradassi.

 «Togliti subito dai piedi, scema!» le ingiunse irritato. Farsi cogliere con il malloppo in mano era l’ultima rogna di cui andava in cerca.

«Solo se restituisci alla signora ciò che le hai appena rubato» ritorse lei.

Quello la schernì con un sorrisetto di sufficienza, ma si stava innervosendo e fece saettare gli occhi qui e là per stabilire quale via di fuga fosse la migliore. L’intrusione di quella guastafeste stava attirando un’indesiderata curiosità su di lui. Attingendo alla scaltrezza acquisita in anni di furti e imbrogli, escogitò un’astuta contromossa per trarre in inganno la pezzente dal fare ingenuo che lo sfidava: estrasse il portafoglio e glielo tese con simulata riluttanza.

Lei lo prese, accompagnando il gesto con uno sguardo di disprezzo, poi ruotò sui tacchi e si apprestò a restituirlo alla derubata.

Fu a quel punto che, cogliendola alla sprovvista, udì lo scippatore urlare a squarciagola: «Al ladro, al ladro! Accorrete! Costei ha derubato Zara e non deve passarla liscia! È una zingara che sta alleggerendo le tasche dei vostri quattrini!»

Il vociare dei presenti si interruppe di colpo e nel silenzio che sopravvenne, tutte le teste si girarono all’unisono nella direzione da cui il grido era risuonato. Nessuno dubitò, dopo un primo rapido esame al ladruncolo in ghingheri, e un secondo alla ragazza, che la malfattrice fosse quest’ultima. La prova della colpevolezza era ben visibile nella sua mano. Venne subissata da un crescendo di astiosi insulti che la fecero impallidire di sgomento.

Costernata, la gola contratta dal panico, Clelia dovette constatare che quel pasticcio stava rapidamente degenerando in una beffa ai suoi danni. Il ladro, grazie al trambusto da lui stesso scatenata, se l’era già svignata. Fu a un tratto conscia che proclamare la sua innocenza sarebbe stato del tutto inutile: l’apparenza era schiacciante, con la refurtiva tra le dita, e ciò la condannava senza appello. Se voleva cavarsela, la sola scappatoia era imitare l’esempio del farabutto che l’aveva incastrata in quel paradossale equivoco, e senza indugi. Finire in galera l’atterriva!

Non bastassero la riprovazione generale e i pugni che alcuni esagitati agitavano verso di lei, si materializzò la sagoma di un gendarme, il quale procedeva a lunghi passi per acchiapparla e magari arrestarla. Clelia smise di ragionare e, scagliato il portafoglio a terra, alzò la gonna e se la diede a gambe alla velocità di cui era capace, sperando di dileguarsi nelle complici tenebre della notte.

Alle spalle rimbombavano i passi concitati degli inseguitori, e le sue forze scemavano rapidamente. Disperando di sfuggire loro, imboccò un viottolo che conduceva a un molo isolato. L’intenzione era scivolare sotto una delle barche capovolte che d’inverno i pescatori ormeggiavano sul terrapieno del porticciolo, ma inavvertitamente aveva deviato per la traiettoria sbagliata e, al termine del sentiero percorso alla cieca, vide che culminava su un dirupo scosceso oltre cui si apriva il vuoto. Fu attraversata da un brivido udendo lo sciabordio del lago che ondeggiava contro gli scogli sottostanti. Non sapeva nuotare e, piuttosto che annegare, meglio affrontare l’arresto. Fu l’imprevisto, che è costantemente in agguato, a interferire: nell’impeto della corsa Clelia slittò sul suolo ghiacciato e, l’equilibrio compromesso, piombò a capofitto tra i flutti scuri e profondi.

Terrorizzata, udì il tonfo provocato dal suo corpo nell’impatto con l’acqua, che le penetrò a fiotti nella bocca, spalancata in un urlo silenzioso e impotente, prima di scendere diaccia nel suo stomaco, mentre colava a picco come un mattone.

Il freddo le mozzò il respiro ed ebbe l’impressione che una miriade di spilli acuminati le pungessero le carni. Gli arti rifiutavano di collaborare perfino in un patetico tentativo di risalire in superficie. La gonna inzuppata si era appesantita come piombo e la trascinava sempre più giù, sul fondale nero come l’inferno.

Irrigidita dal terrore, si preparò a esalare l’ultimo respiro nel volgere di un amen. Le gambe si erano fatte inerti come pezzi di legno, e inghiottì altra acqua, mentre la volontà di non arrendersi svaniva nel mortale abbraccio del lago che la stava avvolgendo…

Poi la rassegnata passività che la incastrava sotto quel sudario gelido si sgretolò, e qualcosa in lei si ribellò.

Non fu un pensiero articolato, né una preghiera. Fu istinto di sopravvivenza, un rifiuto cieco, primordiale, come quello di un animale intrappolato che cerca una via di scampo.

Non arrenderti così… 

Clelia non seppe dire quale meandro della mente concepì quel pensiero, mentre fluttuava inerte tra quei diacci flutti che la imprigionavano.

Non per un furto non commesso.

Non senza essere stata ascoltata.

Le dita, ormai insensibili, graffiarono l’acqua nel vuoto; un ginocchio si piegò senza obbedire a un ordine preciso, e tuttavia bastò a mutare l’assetto degli arti. La veste, gonfia e traditrice, la tirava ancora verso il basso, ma lei riuscì ad afferrare il tessuto e a strapparlo con le residue forze, sentendo la stoffa cedere sotto le mani irrigidite. Un dolore acuto le attraversò il torace quando, ansimando come se fosse moribonda, lottò per risalire di un palmo, poi di un altro. I polmoni bruciavano, la vista si annebbiava, ma a un tratto l’oscurità si fece meno compatta. Riemerse con un rantolo sgraziato, sputando acqua e gelo, aggrappandosi a uno scoglio viscido, l’unica cosa solida intorno a lei. Il lago continuava a sciabordare, indifferente, ma Clelia no.

 Tremava, piangeva senza lacrime, viva contro ogni buon senso.

In quell’istante comprese, con una lucidità feroce, che aveva mentito a se stessa: non aveva bandito i sogni per prudenza, bensì per paura. E la paura, ora lo sapeva, non l’aveva salvata. A salvarla era stata la rabbia.

Proprio allora che una voce maschile, aspra e perentoria, risuonò sopra di lei, spezzando il frastuono del sangue nelle orecchie.

«Non muovetevi!»

Prima ancora di distinguere il volto, Clelia vide l’uniforme: il profilo della giubba, il bagliore opaco dei bottoni, il mantello scuro che qualcuno si stava togliendo.

Oddio, il gendarme!

L’aveva seguita e ora l’avrebbe condotta in guardina…

Sopraffatta dal panico, lei chiuse gli occhi e si lascio risucchiare sotto la superficie.

Pochi secondi dopo senti due mani forti afferrarle i capelli e spingerla con determinazione verso l’alto.

Verso la salvezza.

Riemergendo, Clelia inalò convulsamente aria, con un gemito roco, pompandola nei polmoni a corti, irregolari respiri. La luna non era ancora sorta e nel buio di pece che celava allo sguardo il suo soccorritore, Clelia riuscì a distinguere soltanto il profilo di una testa grondante d’acqua. Avvertì, insieme, la stretta salda di due braccia robuste che le cingevano la vita, impedendole di sprofondare ancora negli abissi. Nelle sue orecchie echeggiava uno strano suono di nacchere… si chiese vagamente da dove provenisse, prima di rendersi conto che erano i suoi denti che battevano incontrollati per il freddo. Il respiro si addensava in nuvolette di vapore davanti alle labbra e, di attimo in attimo, una strana insensibilità le invadeva le vene, seguita da un torpore subdolo che la invitava ad abbandonarsi al nulla. Cercò di contrastare quel malessere, di opporsi al bisogno di inerzia. Doveva ringraziare colui che l’aveva tratta in salvo, pensò a rilento, come se le idee galleggiassero dentro gli strati di un’ovatta insidiosa che adesso le lambiva la testa.

E pazienza se l’avesse arrestata.

«Aggrappatevi a me, ci penso io.»

Avrebbe voluto ribellarsi, dire che avrebbe fatto da sola, che stava già lottando. Ma il corpo, esausto, tremava troppo. Si lasciò trascinare verso la riva, sentendo l’acqua cedere centimetro dopo centimetro, mentre gli stivali dell’ufficiale avanzavano sul viscidume   dei sassi sommersi con una determinazione ostinata.

Quando le mani dell’uomo la deposero sul terreno umido, Clelia restò per un istante immobile, bocconi, tossendo acqua e paura. Solo allora sollevò lo sguardo. Lui era giovane, poco più che trentenne, il volto teso nell’attenzione di lei, più che dall’emozione. Non aveva l’aria compiaciuta dell’eroe che ha sfidato la morte e preservato una vita, bensì di chi aveva semplicemente fatto ciò che andava fatto.

«Respirate» disse, più come un ordine che come un incoraggiamento.

Clelia inalò l’aria con forza, dolorosamente. Era scossa da un tremito incessante, ma era lucida. E la prima cosa che fece non fu ringraziare.

«Non ho rubato nulla» affermò con voce flebile, prima che l’uomo potesse formalizzare quell’accusa. «Quel portafoglio l’ha sottratto un ladro che poi se l’è svignata.» Respingendo le lacrime, aggiunse: «Dovete credermi…»

L’ufficiale la osservò con occhi penetranti, come se stesse valutando non solo le parole, ma la persona che le pronunciava. Poi annuì impercettibilmente. «Lo immaginavo rispose. «E sarebbe meglio che veniste con me, signorina, prima che qualcun altro abbia intenzioni diverse e possa approfittarsi di voi a sproposito.»

Lei avrebbe voluto domandargli chi era, esprimergli doverosamente la propria riconoscenza per averla tratta in salvo, e anche per la fiducia inaspettata esternata sulla sua onestà. 

«Vi sentite bene, signorina?» Lui si era accigliato e la scrutava con occhi che la notte rendeva indistinguibili.

«Sì… io devo solo riprendermi dallo spavento…» farfugliò, tentando di vincere l’inerzia che la stava invadendo. Cosa mi succede ora., pensò a rilento, invasa da un inspiegabile senso di irrealtà?

Ma il corpo la tradì: svenne, accasciandosi contro lo sconosciuto senza riuscire a pronunciare un solo gemito.