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Elliot
Chiudo la conversazione gettando il telefono sul divano, il quale poi rimbalza finendo a terra subito seguito da un pessimo rumore. Ho rotto la cover. Ma onestamente non me ne può fregare di meno. Sono troppo furioso.
Mi passo una mano dal viso alla nuca, tirandomi anche i capelli in un forte moto di frustrazione.
Ora finalmente inizio a intuire il perché di questo mio improvviso trasferimento a Londra.
Mi sembrava strano!
Che grandissimo bastardo.
Non si ferma davanti a niente pur di ottenere quello che vuole e, a quanto pare, quello che lui vuole ora è l’opzione per fare pubblicità al più grosso marchio di abbigliamento del momento. Ma mister Barringer non è così facile da conquistare e così quel furbastro di Ferdinando Ramirez, -alias mio padre- ha ben pensato di sfruttare il fatto che il signor Donovan sia l’orgoglioso papà di una ragazza di circa vent’anni. A detta di mio padre è la sua pupilla e farebbe di tutto per lei.
Ed è qui che devo entrare in scena io.
Mi ha appena avvisato che stasera ci sarà una cena con soli quattro partecipanti.
Io, mio padre, mister Barringer e figliola.
Lampante il perché di tutto questo.
Vuole che io corteggi la ragazza, in modo che lei parli bene di me e dell’azienda al suo paparino, così da poter firmare un cospicuo contratto decennale di esclusività.
Sono una cazzo di esca!
E da come mi ha “gentilmente” detto alla fine della telefonata, non ho opzioni di veto.
O accetto, o accetto.
Rinfacciandomi per giunta il fatto che, visto che lui mi paga questo mega appartamento nella zona più chic di Londra, cioè Kensington, io posso anche fare lo sforzo di corteggiare un’emerita sconosciuta.
E pensare che da principio ero più che felice di questo trasferimento!
Un po’ per il fatto che Londra si trova solo a un’ora e mezza da Oxford, città dove è nata mia madre… non ho sue notizie da quasi venti anni e francamente non me la ricordo nemmeno. Non so cosa sia successo fra loro due, ma dopo il divorzio lei sembra essere sparita. Per anni mio padre non ha fatto che ripetermi che lei se ne frega di me, che mi ha abbandonato e per anni io ho creduto a tutte queste sue parole e ne ho sofferto.
Molto.
Ma da un paio d’anni ha iniziato a ronzarmi in testa la voglia di sapere. Di capire.
Capire perché mi ha abbandonato. Posso capire il perché abbia voluto lasciare mio padre, ma non capirò mai il perché lasciato anche me. Da solo con lui. Ed è un vuoto che inizio a sentire di dover assolutamente colmare.
Ma fino a ora non sono riuscito a trovare nulla su di lei. Sembra essere un fantasma!
Dopo mesi e mesi di ricerca, l’unica cosa che ho scoperto qualche settimana fa è che è originaria di Oxford, ma fino a ora non ero riuscito a venirci a causa del lavoro che mio padre si ostina a darmi. Ovviamente lui non sa nulla delle mie ricerche o mi rispedirebbe col diretto a Valencia, impedendomi in qualche modo di rimettere piede in Inghilterra. Sono certo che farebbe esporre la mia foto in tutti gli aeroporti con un bel VIETATO L’INGRESSO scritto in rosso sotto, interpellando persino l’Interpol, giusto per esserne sicuro.
Però adesso che sono a pochi chilometri da qualche informazione non mi fermerò.
L’altro motivo per il quale ero felice di venire qui è perché… beh! Lei è inglese.
Sì, lo so anche io che non ho la più pallida idea di dove abiti e senza il suo cognome sarà dura trovarla, ma era la prima ballerina di una qualche compagnia fino a due anni fa, giusto?
Se le giro tutte chiedendo informazioni, prima o poi troverò qualche straccio di notizia! Tanto non ce ne saranno molte di Adaline nel mondo del balletto inglese! Mi basta anche solo il cognome, poi internet farà il resto.
So benissimo che se in quasi un anno e mezzo lei non si è fatta viva, significa che forse non vuole sentirmi e che magari non ha provato o non prova quello che io continuo a sentire, ma… cazzo! Non riesco a togliermela dalla testa.
Penso a lei in continuazione e i miei sentimenti sono solo aumentati col tempo.
Ho capito che mi piaceva un sacco già dal secondo giorno, mentre eravamo seduti sotto quell’albero di ciliegio a parlare come se ci conoscessimo da almeno tre vite e mi sono preso a calci da solo per tutto il tempo per non aver infranto da subito le sue maledette regole.
Quell’unica notte insieme è stata la più bella della mia vita e io mi sono stupidamente innamorato.
Di lei, della sua risata melodiosa.
Dei suoi occhi verdi così unici nei quali ho amato perdermi.
Del suo profumo di fiori che mi faceva battere il cuore ed eccitare come niente prima d’ora.
Della sua voce morbida e sensuale.
Dio!
Quella ragazza mi ha completamente rubato il cuore e quella notte mi sono dovuto mordere la lingua per non dirle cosa provavo realmente e fare la figura dell’idiota.
Ma, anche dopo tutto questo tempo, dopo tutte le giornate passate a scattare ogni qualvolta mi suonava il telefono pensando e sperando fosse lei. Dopo tutte le ore spese su internet nel tentativo di trovarla sui social network più disparati senza riuscirci… mi son detto che devo tentare un’ultima volta.
Ho bisogno di dirle cosa provo e, se mi dirà che per lei non è lo stesso, almeno potrò metterci una pietra sopra e andare avanti con la mia vita.
Chissà però se mi permetterà di assaggiare ancora quelle labbra capaci di meraviglie?
Diavolo come mi manca quella bocca! Manca a molte parti di me, a essere onesto.
Passeggio avanti e indietro attraverso il soggiorno arredato dall’amichetta di mio padre. Non mi piace per nulla.
Un divano in pelle nera. Una poltrona in pelle nera. Tappeto grigio. Tavolo da sei in ebano con sedie in tinta.
È tutto così deprimente!
Persino le pareti sono di un pallido grigio malaticcio. Nemmeno le foto e i quadri che ho appeso riescono a rallegrare questo ambiente degno del miglior film noir.
Sprofondo sul divano arrancando un profondo respiro. Devo prepararmi mentalmente a questa serata. So già che sarà stressante e tornerò a casa con i muscoli facciali tutti doloranti a forza di fingere sorrisi e interesse.
Certo! Magari la ragazza è carina e il doverla frequentare potrebbe non essere poi così complicato, ma il fatto è che fino a quando non mi sarò tolto di testa il mio kōhana, non riesco nemmeno a pensare di avere una qualsiasi tipo di relazione con chicchessia.
Ci ho provato in questo anno e passa, ma alla fine mi sono sempre e solo limitato a una cosa puramente fisica. E ogni volta ho sempre e solo pensato a lei, sentendomi una merda subito dopo nei confronti della ragazza distesa nuda accanto a me.
Sono decisamente fregato.
Non mi è mai successo di perdere così la testa per una ragazza. Nemmeno con Elise, la mia ex, e siamo stati insieme tre anni! Ma non è mai stato come con Ady e con lei ho passato solo otto giorni.
Assurdo.
«Che palle!» sbuffo massaggiandomi la radice del naso. Mi sta per esplodere una violenta emicrania.
Alla fine, seppur controvoglia, mi dirigo in bagno per fare una doccia e cambiarmi. Devo essere al ristorante fra un paio d’ore e odio fare le cose di fretta.
Mi infilo un paio di jeans blu skinny, una camicia bianca e per concludere ci abbino una giacca nera semplice.
Sistemo i capelli alla bell’e meglio, infilo il mio braccialetto da preghiera buddista con le pietre di giada dal quale non mi separo mai, afferro il cellulare, le chiavi e mi dirigo a questo schifo di cena.
Il taxi mi lascia proprio davanti al Gastronhome, uno dei locali migliori di Londra. Così dicono. A me questa cucina così pretenziosa, dove nel piatto ti sistemano un pugno di riso e una manciata appena di verdure strane per accompagnare un filetto microscopico che non mi arriva nemmeno a solleticarmi la gola, facendomi uscire di lì con i crampi della fame, spendendo oltretutto una fortuna, proprio non mi piace.
Io sono più tipo a cui piace vedere l’abbondanza nel piatto.
Ma in un anno di cene d’affari con mio padre e clienti ho imparato che per certe serate una paninoteca, o una steak house, non sono il massimo!
Prendo un profondo respiro sfiorando il bracciale con la mano… è un gesto che nell’ultimo anno ho imparato a fare quando sono teso o irritato. Cioè quasi ogni giorno da quando lavoro con mio padre. E toccare questo bracciale, ripensando a quella vacanza, a quei otto giorni e a quegli occhi, mi aiuta a rilassarmi.
Dopo alcuni istanti di profondi respiri, dove mi sono limitato a immergermi nell’aria piacevole di una notte inglese, decorata dal consueto rumore di clacson, risate, brusio di voci e un leggero venticello profumato di pioggia e nebbia, varco la soglia del ristorante, dove trovo subito un maître molto zelante che mi guida a passo rigido attraverso una sala gremita di gente che parla, brinda, sorride, il tutto in tono molto sommesso, quasi per non disturbare chi gli sta seduto attorno, portandomi dritto nella zona riservata dietro al separé, dove ad attendermi trovo solo mio padre.
«Ciao, papà» lo saluto slacciandomi la giacca e prendendo posto accanto a lui attorno al tavolo rotondo ricoperto da una delicata tovaglia di lino color guscio d’uovo perfettamente apparecchiata.
«Alla buon’ora!» brontola ingollando un sorso dal suo bicchiere di scotch.
Sempre il solito simpaticone. E sempre impeccabile.
I capelli, un tempo castano scuro come i miei, ora completamente grigi, sono sistemati all’indietro sulla sua testa, lasciandogli libero lo sguardo vigile e austero, di un nero intenso. Alle volte si fatica a distinguere l’iride dalla pupilla.
Il completo di Armani blu notte che indossa stasera è senza una piega o grinza e gli calza a pennello sul fisico possente. Gli piace andare in palestra nel tempo libero e fare anche box oltre che al più classico golf. È un uomo di quasi sessant’anni che incute parecchio timore. Nel privato e negli affari. E lui ne gode di questo.
«Sono in anticipo di dieci minuti, papà» gli faccio notare sbuffando, contemplando il menù giusto per ingannare il tempo.
«Ti avevo detto di essere qui almeno venti minuti prima, perché dovevamo concordare quello che dovrai dire e fare con la figlia di Barringer!» mi sgrida regalandomi il suo classico sguardo di disapprovazione.
Che rottura.
«Papà, piantala! Sono qui, no? E poi te l’ho già detto, non voglio concordare nulla di nulla. Vediamo come va la serata, potrei anche non piacerle» gli faccio notare appoggiandomi contro lo schienale imbottito della sedia.
«E allora tu farai in modo di entrare nelle sue grazie, intesi?» sibila prima di stamparsi in faccia un sorriso posticcio alzandosi lesto in piedi.
Devono essere arrivati i nostri commensali.
Tentando di mitigare la mia irritazione, lo imito sistemandomi il bottone della giacca, scrutando attentamente i nostri ospiti.
Il primo impatto non è affatto male.
La ragazza che mi viene presentata come Harmony è molto notevole. Possiede dei bellissimi capelli color carota che le arrivano mossi in onde setose fino al sedere. Gli occhi sono azzurro ceruleo, molto freddi e grandi e la pelle è bianchissima, più della porcellana, e perfetta.
È di corporatura minuta, non tanto alta, ma la sua aria da bambolina di maiolica viene completamente frantumata dalla sua espressione calcolatrice.
Suo padre invece è il classico uomo d’affari come il mio. Alto, forse sul metro e novanta, capelli ancora neri un po’ brizzolati alle tempie, occhi identici a quelli della figlia e altrettanto calcolatori, sorriso distante e diffidente.
Prevedo una serata davvero pessima.
Passiamo due ore a parlare di affari, di vestiti, di profitti, progetti… la solita noia insomma.
Io partecipo come posso alla conversazione, per quanto poco mi interessi, mentre Harmony non ci prova nemmeno. Si limita a mangiare il suo misero consommé di patate e porri e a sorridere come un automa.
A fine serata mio padre mi obbliga a offrirmi di riaccompagnare a casa la ragazza, visto che lui e il signor Barringer hanno intenzione di proseguire le chiacchiere al club.
A quanto pare hanno in mente entrambi la medesima cosa. Inizio a sentirmi soffocare!
Tuttavia lo faccio. Anche se lei mi ha a stento rivolto lo sguardo, o degnato di mezza parola per tutta la cena.
Mi alzo dal tavolo, saluto e ringrazio per la “deliziosa” cena e, aiutandola a infilarsi il suo cappottino rosa pastello, accompagno Harmony fuori dal ristorante, dove con non poca fatica riesco a trovare un taxi libero, dirigendo entrambi al suo appartamento vicino a Hyde Park.
Per i primi due semafori lei continua a non aprire bocca, mentre io sto cercando il modo più educato per svincolarmi da questa situazione.
Molto probabilmente nemmeno lei è felice di questo incontro combinato, dato il suo più che palese disinteresse.
«Dunque…»
«Sali da me?» mi interrompe con voce squillante.
Mi volto a guardarla di scatto sorpreso. «Come?»
«Sali? Ho una bottiglia di Bordeaux che aspetta solo noi due» sussurra avvicinandomisi attraverso il sedile nel buio abitacolo del taxi, investendomi con il suo profumo di rosa pungente.
«Ehm… non mi sembra il caso, non credi? Ci siamo appena conosciuti!» tentenno tirando un sorriso cordiale.
Lo so che il cento percento degli uomini mi darebbe dell’idiota al quadrato, ma… non so come spiegarlo. È che questa ragazza ha qualcosa che proprio non mi piace! Sarà questione di pelle, di feeling, non lo so. Ma ho proprio la sensazione che sia una tipa pericolosa.
La vedo inarcare un sottilissimo sopracciglio perfettamente arcuato. «Sei gay per caso?» arriccia le labbra laccate di rosso fuoco in una posa sgradevole, mentre io dilato gli occhi, sorpreso.
«Come? No, non sono gay…»
«Allora sei impotente!» ribatte sbuffando irritata.
Ma che simpaticona!
«No. È solo che ci siamo appena conosciuti e praticamente non ci siamo mai rivolti la parola» tento di non far trapelare la mia irritazione.
Harmony si rimira le unghie della mano destra con fare annoiato. «Sono la prima ballerina del Royal Ballet, non ho tempo e voglia per queste cose!» sospira teatralmente, dandosi un’aria e una posa da diva che mi farebbe scoppiare a ridere, tanto è ridicola.
Ciò nonostante mi impegno per ricacciare giù la bile che mi risale infida attraverso l’esofago per via del suo tono di altezzosità, e mi concentro invece sul lato della conversazione che più mi attrae.
«Prima ballerina?» domando voltandomi meglio verso di lei con il corpo.
Sul viso di miss presuntuosa si delinea un sorrisino accattivante e pieno di sé, convinta di avermi colpito con quella sua confessione.
«Esatto! Sono molto brava. La migliore di tutta l’Inghilterra!» Si passa una mano fra i lunghi capelli brillanti, per gettarseli dietro le spalle.
Mamma mia, quanto è arrogante!
«E non è che, per caso, due anni fa nella tua compagnia c’era una ragazza di nome Adaline?» Incrocio di nascosto le dita in attesa di una sua risposta.
L’espressione compiaciuta le scivola via dal volto come acqua su una finestra, lasciando il posto all’indignazione. «Sì, c’era una ballerina con quell’assurdo nome. Perché ti interessa?»
Dentro di me sto saltando dalla gioia e impedire alle mie labbra di aprirsi in un raggiante sorriso è davvero complicato.
Cosa le dico ora, però?
Dalla faccia che sta facendo in questo momento, come se avesse mangiato del limone andato a male, deduco che non le stia molto simpatica e farla irritare ora non mi sembra proprio il caso.
«È che l’ho conosciuta l’anno scorso durante un viaggio in Giappone e avrei delle foto da darle, ma ho perso il suo numero e non ci siamo mai scambiati i cognomi. Ricordo solo che mi aveva raccontato di essere stata una ballerina qui a Londra, così speravo tu mi potessi dare il suo cognome o il suo numero se ce l’hai. Sai, io con quelle foto non ci faccio nulla, ma avevo promesso di fargliele avere.»
Harmony assottiglia gli occhi azzurri, studiandomi con fare riflessivo. «Non ho il suo numero e non ho idea di quale sia il suo cognome. Sai, io non parlo molto con gli ex ballerini, sarebbe cattivo da parte mia rinfacciarle tutto quello che ha perso!» sospira fingendo un’espressione addolorata.
Davvero insopportabile.
Dannazione! E io che speravo di aver risolto almeno in parte! Però ora so dove ballava, così posso andarci e cercare qualcuno di più utile di questa megalomane qui.
«Okay, grazie ugualmente.» Fingo un sorriso e torno seduto composto, attiguo al mio sportello.
Finalmente il taxi si ferma davanti a un’alta palazzina in pietra grigia e io penso a un modo per chiudere qui la questione, preparandomi mentalmente al gigantesco cazziatone che mi arriverà da parte di mio padre. Proprio non ci resisto a un secondo appuntamento con lei.
«Beh…»
«Domani ti va di bere un tè insieme?» domanda a bruciapelo, interrompendomi ancora una volta.
«Come?» Di nuovo preso in contro piede. «Ma non hai detto che non hai tempo per queste cose?»
«Sì…» mi squadra sollevando un angolo della piccola bocca carnosa a cuore. «Ma all’improvviso ho capito che mi interessi e io ottengo sempre quello che voglio, in un modo o nell’altro. Possiamo anche andarci piano se vuoi! Comunque io domani pomeriggio sono libera.» La vedo frugare nella mini borsetta nera che tiene appoggiata sopra le ginocchia. «Questo è il mio numero.» Mi passa un piccolo biglietto da visita rosa. «Chiamami dopo le due e ti dirò dove vederci.» Si china su di me stampandomi un veloce bacio a fior di labbra, mentre io me ne rimango imbambolato a fissarla a occhi spalancati.
«Harmony, ascolta…»
«Grazie per avermi accompagnata! Dirò a papino che sei stato un vero cavaliere con me, ne sarà davvero entusiasta!» ammicca calzando in particolar modo sulle ultime parole. «A domani!» mi saluta dimenando in aria le ossute dita prima di scendere.
Io, ancora frastornato, do al tassista il mio indirizzo e poi mi accascio contro il sedile in similpelle marrone scorticato agli angoli.
Ho sempre di più la sensazione di essere finito in un bel pantano fino al collo.
Non solo sono costretto a uscire con una ragazza sotto ordine di mio padre, ma la tipa in questione è decisamente una insopportabile manipolatrice con l’ego più grande di tutta l’Inghilterra.
Favoloso!
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