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Adaline
«Va bene, Dee…» infilo il solito giacchetto di pelle nero, ravvivandomi i capelli per farli scivolare sopra il liscio tessuto sintetico sulla schiena. «Ora vado al lavoro. Tu fai la guardia alla casa e bada alle due piccole pesti.» Indico i due gattini acciambellati sopra la poltrona che mi fissano con i loro occhioni vigili e spalancati. Sembrano proprio pensare: “Appena uscirai da quella porta, noi scateneremo l’inferno!”.
«Io torno presto!»
La mia cagnolina mi osserva vigile, con la testolina pelosa inclinata e la lingua rosea a penzoloni. Mi piace pensare che mi abbia capita, così le sorrido e mi piego sulle ginocchia per stamparle un bacio fra le orecchie, poi afferro la borsa, le chiavi e scappo al lavoro.
Poco dopo il mio trasferimento qui, ho avuto la fortuna di trovare lavoro in una piccola sala da tè davvero carina, proprio qui a Covent Garden, così non devo nemmeno fare tanta strada poiché mi bastano due minuti a piedi per arrivarci!
Si chiama Tea Garden ed è proprio accanto al famoso mercato coperto. Una postazione davvero ottima per un’attività.
Passeggio per il quartiere affollato di turisti intenti a guardarsi attorno estasiati, scattando foto agli edifici in mattoncini e ai negozi caratteristici.
Passo davanti all’ingresso della metropolitana, schivando abilmente la fiumana di persone che si riversa fuori, saltello una pozzanghera rimasta dall’ultima alluvione della notte scorsa, attraverso la strada di acciottolato ed entro dentro la piccola sala da tè, facendo tintinnare le campanelline appese sullo stipite interno della porta in legno blu.
«Buon pomeriggio, Thom!» saluto il mio collega dirigendomi dietro al lungo bancone in legno scuro, dove il mio amico è tutto intento a sistemare dei bignè misti sul vassoio per alcuni clienti già belli comodi attorno ai loro tavoli.
«Ben arrivata, Lyn!» replica lanciandomi un occhiolino con i suoi occhi neri come due pietre di tormalina.
La prima volta che ho incontrato Thomas Mirror, non ho potuto fare a meno di notare che è davvero un bellissimo ragazzo. Ventotto anni compiuti con una mega festa lo scorso nove agosto, della quale se ne è parlato per giorni attraverso le strade della city. Un metro e settentasei di simpatia e solarità. Sempre disponibile a darti una mano o anche consigli non richiesti. Possiede dei bellissimi capelli gialli come un limone portati lunghi fino al mento e rigorosamente legati in una piccola coda quando è qui al lavoro e un modo di fare che io descriverei come magnetico.
«Appoggio questa e vengo subito in tuo aiuto.» Gli mostro la borsa prima di entrare negli spogliatoi e gettare tutto dentro il mio armadietto, dal quale in cambio estraggo il mio grembiule.
È intero, blu come la porta e l’insegna e arriva a metà coscia, con il nome del locale ricamato al centro e una tasca ad altezza vita. Molto carino e poco vistoso.
Controllo se il mio blocchetto è ancora al suo posto e poi, legandomi i capelli in una treccia laterale che mi arriva di molto sotto la spalla, me ne ritorno subito in sala.
Non c’è ancora molto da fare, ma solo perché abbiamo appena aperto, tempo mezz’ora e saremo sicuramente pieni.
Tea Garden apre alle quattro, in tempo per l’ora del tè inglese, e chiude alle dieci di sera. Siamo aperti dal martedì alla domenica e le feste dipende da come gira alla nostra capa.
Calla è un po’ fuori di testa e mi ha detto Thomas che è peggiorata da quando ha divorziato due anni fa.
Le piacciono i dolci alla carota, perché afferma che si intonano ai suoi capelli e andare a ballare ogni week-end. Di tanto in tanto trascina anche noi e devo ammettere che mi diverto un mondo tutte le volte!
Ha trentotto anni, ma non li dimostra, occhi marroni e furbi e una lingua tagliente quando vuole.
Ha aperto la sala da tè sei anni fa dopo la morte dei suoi genitori e in pochissimo tempo è diventata uno dei locali di punta dei londinesi e dei turisti che ogni giorno affollano le nostre strade, con tanto di quattro stelle su TripAdvisor.
Entro dietro al bancone e mi affaccio dentro il cucinino dalla finestrella aperta. «Ciao, Emily!» saluto l’altra mia collega, la quale è tutta intenta a glassare dei cupcake alla vaniglia.
«Ciao, gioia! Vuoi?» Mi allunga il dolcetto dalla fragranza così deliziosa appena ricoperto di glassa.
Con un sorriso che mi arriva da un orecchio all’altro, allungo una mano dentro la piccola cucina azzurra. «Sì, grazie!» esclamo felice.
«Ehi! Ne voglio uno anche io!» brontola alle mie spalle un Thomas con il broncio.
Ridacchiando inizio a mangiare questa delizia, emettendo dei sonori «Mmmh!» giusto per farlo ribollire ancora di più d’invidia.
«Che perfida!» sibila affilando gli occhi incorniciati da lunghissime ciglia castano chiaro.
«Tieni, rottura!» brontola Emily sbucando dalla finestra, porgendo un cupcake all’amico, che accetta saltellando felice.
Ma dopotutto lo capisco.
I dolcetti di Emily sono divini!
Emily Masterson è la nostra favolosa pasticcera insieme a Calla, anche se ci lavora quasi sempre solo lei. Ha ventiquattro anni ed è originaria di Cambridge. È una piccola macchietta dai grandi e tondi occhi azzurri incastonati in un visino tondo e un po’ paffuto, dalla pelle diafana e perfetta, incorniciato da onde nere come l’ebano dalle punte tinte di biondo.
Non ama truccarsi ed è orgogliosa delle sue curve abbondanti. Il suo motto è: «Se non gli piacciono le mie cicce, quella è la porta! Io non cambio per un uomo.»
È davvero in gamba. Ed è impossibile non adorarla.
Dopo questo simpatico siparietto a base di cupcake, mi dedico a fare quello per il quale sono pagata.
Sistemo meglio i piatti delle torte nel banco frigo, riempio il cestello della lavastoviglie con le tazzine e i piattini sporchi e prendo a controllare le riserve di tè sugli scaffali.
Mentre tento di riappoggiare un barattolo dalla forma cilindrica verde, contenente tè verde al gelsomino, al suo posto sullo scaffale in alto, sento l’inconfondibile tintinnio dei campanellini della porta.
«Arrivo subito!» esclamo arrampicandomi sopra al bancone come una lucertola.
«Adaline?»
Questa voce… è inglese con una pronuncia calda, morbida, sensuale e un accento latino impossibile da dimenticare.
No. Non può essere lui.
Come accidenti è possibile?
Sono certa che sia solamente un’allucinazione auditiva, perché l’altra ipotesi è troppo inverosimile!
Con ancora il barattolo stretto nelle mani, mi volto molto lentamente, fino a incontrare due occhi castani bollenti come il cioccolato fondente in inverno e terribilmente familiari.
Sbatto le ciglia.
Una volta.
Due.
No. Non è un’allucinazione. È proprio lui! Qui. In carne e ossa.
«Elliot?» Sono consapevole di essere stata io a proferire il suo nome, ma non riesco proprio a riconoscere la mia voce. È come se l’avessi pronunciata a chilometri di distanza dal mio corpo. Come se la mia anima fosse fuoriuscita da me e ora stesse osservando tutta la scena dal soffitto.
Restiamo per un’infinità di tempo a fissarci negli occhi senza aprire bocca, attirando giustamente l’attenzione di Thomas e dei pochi presenti.
Vorrei saltare dalla gioia per averlo nuovamente davanti a me, facendomi sentire un po’ come la protagonista del film Serendipity, ma anche tempestarlo di domande per scoprire cosa diavolo ci fa lui a Londra, e proprio nel locale dove lavoro.
Elliot, fissandomi ancora con occhi sbarrati e le guance sempre più rosse, si avvicina piano al bancone di legno, con passi quasi incerti. Lo vedo deglutire lento passandosi una mano fra i capelli arruffati dal vento, mentre è palese che tenta di trovare le parole.
«Adaline, ma cosa… cioè…»
«Elliot, sei già qui vedo!»
Come odo la sua vocettina nasale, di quelle che sembrano girare con una molletta ben attaccata alla punta del naso, automaticamente mi irrigidisco e quando la vedo mettersi al fianco di lui, fissandomi come al suo solito con quei suoi occhi azzurri glaciali pieni di alterigia, in me nasce il solito desiderio di prenderla a schiaffi.
Se non si fosse capito, io a miss Harmony Barringer non l’ho mai potuta sopportare, sin da quando ha fatto la sua comparsa all’interno della compagnia un anno dopo di me.
È subito entrata in competizione con la sottoscritta.
Doveva sempre oscurarmi.
E quando mi hanno scelta come prima ballerina, la sua non era più semplice competizione, che nel nostro ambiente è all’ordine del giorno.
Il suo era odio allo stato puro.
Odio che si è tramutato in arroganza da quando ho avuto quell’orribile incidente.
Ci sono volte che mi sono ritrovata a pensare se non ci sia stato il suo zampino dietro a tutto quanto. Una parte di me sa che ne sarebbe perfettamente capace. Ma in fondo come avrebbe fatto a convincere Jackson a lasciarmi cadere?
Troppo assurda come idea.
A ogni modo… Che accidenti ci fanno loro due insieme?
Cioè, che razza di spiritello dispettoso si è divertito in questo modo assurdo a incasinare tutto quanto solo per irritarmi?
Ovviamente non posso esimermi dal fissarli sgomenta con gli occhi spalancati, reazione che fa gongolare ancora di più Harmony.
«Ciao, Adaline!» mi saluta miss scassa-palle con la sua fastidiosa vocetta, pronunciando male il mio nome per dispetto.
Adalin.
Che nervi!
«Ciao. Beh… che sorpresa!» riesco finalmente ad articolare, imponendo ai miei arti di tornare a funzionare e di riappoggiare il barattolo del tè, da me usato quasi a mo’ di scudo, sopra al bancone alle mie spalle.
«Già! Ci credi? Quando ieri ho conosciuto Elliot e lui mi ha chiesto se per caso avevo mai sentito parlare di una certa Adaline che faceva la ballerina, ho pensato a che bella coincidenza fosse!» sghignazza tutta squillante, passandosi una ossuta mano fra i lunghi capelli color carota, mentre noto che Elliot le lancia una confusa occhiata di tralice.
«Già. Una bellissima coincidenza» prendo un profondo respiro e cerco di tornare a essere una brava cameriera. «Prego, accomodatevi…» indico con una mano un tavolino in legno libero alla loro destra. «Io arrivo subito con i menù» elargisco il mio sorriso più professionale, mentre sento il cuore su delle vere montagne russe emotive per questa situazione del piffero.
I due si accomodano e io gli appoggio velocemente i due libricini, pregando che arrivi alla svelta il momento in cui questo supplizio avrà fine.
Sono felice di vedere Elliot. Ovvio visto quello che provo tutt’oggi! Ma vederlo con lei. Con quella serpe velenosa. Non è per nulla facile.
Sembra davvero un pessimo tiro mancino del signor destino!
Lasciati alla loro consultazione delle nostre specialità, mi defilo lesta senza dare un ulteriore sguardo ai due, nascondendomi per un momento in cucina da Emily.
«Che succede, Ady?» mi chiede lei infornando una teglia di biscotti alle noci.
«Ti ricordi quando qualche mese fa, durante una serata a base di rum, tequila e vodka, io vi ho parlato del Giappone e di… Elliot?» continuo a tenere il volto sprofondato nelle mani, scuotendo a destra e sinistra la testa.
«Sì!» esclama con fare curioso la mia amica avvicinandosi.
«Beh…»
«Ehi, Lyn! Chi è quel figo dal sapore latino con il quale è arrivata quell’arpia di miss ce l’ho solo io?» domanda Thomas entrando in cucina a passo spavaldo.
Il mio amico qui presente, il quale al momento sta affondando un’intera mano all’interno di una ciotola piena di crema al burro, è bisessuale. Un vero e proprio latin lover dalle ampie vedute a trecentosessanta gradi.
Non ha una vera e propria predilezione per un sesso o per un altro.
Ricordo che la prima volta che l’ho conosciuto mi ha un po’ confusa con la sua corte spudorata, con tanto di richieste esplicite di seguirlo in bagno durante la pausa, o di una botta e via quella sera stessa sui sedili posteriori della sua auto, per poi presentarmi Matthew, ovvero il ragazzo con il quale si frequentava da un po’, tre giorni dopo. Mi sono convinta che forse la sua era tutta una presa in giro per vedere se ci cascavo, ma poi, durante una serata di bevute, ho avuto modo di parlarci e conoscerlo meglio, scoprendo di questi suoi gusti a tutto tondo e… appurato il fatto che io non ci sarei mai andata a letto, né quella sera, né mai, anche se è davvero molto bello e simpatico… siamo diventati ottimi amici.
Anche se ancora mi lascia un po’ basita, quando fa apprezzamenti tanto espliciti.
«Elliot» sospiro ancora nascosta dalle mie mani, appoggiata contro le mattonelle della parete della cucina.
«Elliot?» strillano all’unisono i due ragazzi davanti a me.
«Shhh!!!» sibilo allarmata sbirciando dal finestrotto per controllare se qualcuno li ha sentiti.
Fortunatamente no.
«Elliot?» ripete Emily con fare più dimesso, con occhi azzurri sgranati e scintillanti di stupore.
«Elliot? L’Elliot del viaggio in Giappone?» aggiunge Thomas e dal suo tono non capisco se trova il tutto scioccante o divertente!
«Sì…»
«Quello dei fiori di sakura?» insiste e io annuisco.
«Sì, Thom» sbuffo massaggiandomi il collo.
«Lo stesso Elliot del miglior sesso che tu abbia mai fatto in vita tua?» ghigna in quel suo modo malizioso che a me fa sempre roteare gli occhi all’indietro.
«Sì! E la smettiamo per favore?» sbotto afferrando imbarazzata una manciata di praline di noci e cioccolato, cacciandomele tutte in bocca fino a riempirmi completamente le guance stile criceto, mentre il mio cosiddetto amico sghignazza tenendosi la punta della lingua fra i denti.
Mannaggia a me e a quando, con l’aiuto della tequila, ho raccontato ogni cosa su quegli otto giorni e soprattutto su cosa è accaduto quell’ultima notte.
«Ed è con quella?» domanda ancora ridendo.
Annuisco incapace di parlare a causa della bocca impastata di cioccolata.
«Ma come è possibile una coincidenza simile? Cioè, fra tutte le donne del mondo, proprio quell’antipatica doveva conoscere?» squilla Emily affacciandosi alla finestra per poter spiare la sala.
I miei due amici hanno avuto la (s)fortuna di conoscere Harmony qualche mese fa.
Da che io lavoro qui, lei ogni tanto si diverte a venirmi a trovare giusto per sbattermi in faccia tutto quello che ho perso, fingendosi mia amica.
È inutile a questo punto sottolineare il fatto che nemmeno loro la possono sopportare. È che Harmony non è per nulla una ragazza facile.
Secondo me quando il signore distribuiva la simpatia, l’educazione e l’empatia, lei era impegnata a farsi il bagno nella supponenza e nella stronzaggine.
«Già, ma come diamine è possibile?» ripeto sbattendo più volte la testa contro la parete azzurro pastello.
«Beh, ma forse se tu non avessi fatto la cretina e lo avessi chiamato appena tornata dal Giappone, magari dico, lui ora sarebbe semplicemente venuto qui a trovare te, la sua ragazza, invece di essere tra le grinfie di miss palo nel sedere!» sentenzia il mio cosiddetto amico Thom, fissandomi con i suoi occhi neri saccenti, mentre frega un biscotto al cacao dal vassoio, strizzando una guancia a Emily con fare affettuoso.
Gesto che lei scaccia infastidita, diventando rossa come un lampone bello maturo.
Lo fulmino con lo sguardo. «Grazie mille, Thom» sussurro senza nascondere la mia irritazione.
«Prego, tesoro! Al tuo servizio per ricordarti l’ovvio!»
«E tu sai come la penso» ribatto dandomi una rassettata veloce.
Tanto è tutto inutile.
Vicino a Harmony io sparisco completamente, come se fossi inghiottita da una fitta nebbia.
Lei è perfetta come una stramaledetta bambolina di porcellana, mentre io ho perso tutta la grazia che contraddistingue una ballerina classica. Senza contare i chili in più che ho messo su nell’ultimo anno. Ma lavorando in una sala da tè che fa dolci sublimi credo sia inevitabile ingrassare di una taglia.
«Tesoro, non so cosa hai creduto di vedere tu in quegli otto giorni a Kyoto, o cinque minuti fa qui fuori, perché io ho visto un ragazzo che nell’attimo in cui ha incrociato i tuoi occhi è come se il mondo gli si fosse fermato. Sicura che tu sia l’unica a essersi presa il virus dell’amore?» sorride fiero di sé, tornando in sala lanciandomi un bacio.
«Forse Thom ha ragione, Lyn» aggiunge cauta Emily, la quale se ne è stata in silenzio fino a ora per osservare Elliot e Harmony. «Da quando sei entrata qui, non ha fatto altro che cercarti dietro al bancone con lo sguardo tutto speranzoso!» mi sorride tutta emozionata.
A Emily questi argomenti piacciono da impazzire.
L’amore, le favole, le storie a distanza… ne è davvero ossessionata! Si nutre di dolci, romanzi rosa e manga.
«Credo che sia solo sorpreso di avermi trovata qui per puro caso dopo… quanto? Un anno e mezzo? Non è niente di più» dico più a me stessa che a lei.
È davvero impossibile che lui provi anche in minima parte quello che provo io. Soprattutto dopo tutto questo tempo e dopo che non l’ho più cercato.
Ma è arrivato il momento di comportarsi da adulta e di smetterla di nascondermi. Così, prendo un profondo respiro, sorrido grata a Emily per la chiacchierata e torno in sala guardandomi furtivamente attorno.
Thomas sta servendo la tavolata della signora Gallager e le sue amiche.
Vengono qui ogni giovedì per discutere del loro libro della settimana e per flirtare con il nostro bel biondino. Fa davvero strage di cuori il mio amico!
Anche se poteva farmi il grandissimo favore di andare a prendere l’ordine dell’arpia e della mia ossessione!
Con le gambe che mi tremano impazzite, torno al tavolo di Elliot e stampandomi il sorriso più falso e tirato che i miei muscoli facciali mi concedono, estraggo il blocchetto dalla tasca del mio grembiule.
«Pronti a ordinare?» Mi sa che ho infilato un po’ troppa allegria nella voce. Ricordavo un po’ un folletto sotto cocaina!
Due paia d’occhi si posano su di me.
Uno così caldo e familiare proprio come li ho sognati negli ultimi mesi.
L’altro freddo e glaciale, simili a quelli dei miei peggiori incubi.
«Per me ovviamente solo del tè!» si affretta a ordinare sollevando stizzita il mento. «Sono l’étoile del Royal Ballet dopotutto e non posso mettere su peso.» continua fissandomi i fianchi più tondeggianti rispetto a un anno fa, sollevando un angolo della piccola bocca, assumendo un’espressione soddisfatta.
Allargo ancora di più il mio sorriso finto. «Già! Io invece, ora mi posso sfogare!»
«Si vede…» mormora sghignazzando, guadagnandosi un’occhiata severa da parte di Elliot, che la fa tornare seria e ancora più irritata.
«Cosa vuoi farci? Quando vedo quei parfait al caramello non ci capisco più nulla.» Ingoio faticosamente l’insulto che avrei voluto rivolgerle.
Elliot posa i suoi occhi radiosi su di me, tornando a sorridere dolce. «Allora io ne prendo uno, più una tazza di tè nero.»
Non posso fare a meno di sorridere e arrossire sotto a questo suo sguardo luminoso, cosa che fa sorridere ancora di più lui e digrignare i denti a Harmony.
«Perfetto.» Appunto tutto e me ne torno verso il bancone inspirando un profondissimo respiro e come scopro che sia Thomas, che Emily si stanno godendo lo “spettacolo” con un gran sorriso divertito, li fulmino all’istante.
«Non dovreste lavorare voi due?» brontolo entrando dietro al bancone.
«Tesoro, se quegli occhi potessero uccidere…» ridacchia Emily appoggiandosi coi gomiti all’intelaiatura in legno della finestrella.
«Come?» Faccio finta di niente intanto che mi accingo a preparare i due tè.
«Andiamo! Harmony si sta rodendo il fegato e probabilmente programmando il tuo omicidio per come lui ti ha sorriso!» prosegue Thomas con il suo classico modo di fare allegro.
«Ma smettetela!» brontolo mettendo in infusione le foglie.
«Quello è il tè per l’étoile dei miei stivali?» Indaca la teiera con un dito Thom avvicinandomisi alle spalle per appoggiarmi una mano sulla schiena.
Inarco un sopracciglio mentre gli rivolgo uno sguardo perplesso da sopra la spalla. «Sì, perché?»
«Se vuoi in borsa ho una confezione di lassativi ultra forti. Me l’ha dato un amico di un mio amico, non se ne trovano di simili in Inghilterra!» Mi lancia un occhiolino d’intesa e io, senza volerlo, scoppio in una fragorosa risata a gola aperta, attirando quasi certamente l’attenzione di tutti i presenti.
Thom e i suoi “amici di amici”. Ne ha sempre una marea che gli procurano le cose più assurde! Non saprei… vuoi assolutamente mangiare del sushi di fugu? Basta chiedere alle sue conoscenze. Hai bisogno di un oggetto che non trovi più a vendere in giro? Chiedi a Thom! Non so come cavolo faccia, dico davvero.
«Allora… sarei tentata di chiederti che accidenti ci fai con una scatola di lassativi ultra forti di contrabbando, ma forse è meglio non sapere. E poi, anche se non sarebbe una cattiva idea, credo sia meglio evitare.»
Il mio amico si stringe nelle spalle. «Se cambi idea…»
«See… e poi lo pulisci tu il bagno?» Sistemo il tutto sul vassoio.
Il mio amico storce schifato il naso. «No, per carità! Il danno lo ha fatto lei, che lo pulisca lei, diamine!»
Scuotendo la testa gli do una gomitata amichevole a un braccio, mentre mi accingo a tornare al tavolo di Elliot e Harmony.
«Eccomi qua…» ho ancora gli ultimi strascichi dell’attacco di risa, ma tento di mitigarli almeno un po’. «Dunque, questo è il tuo, Harmony.» Le appoggio davanti la tazza in porcellana verde smeraldo, mentre lei mi squadra con il suo solito modo di sufficienza.
«E questo è il tuo, con una bella porzione di parfait. Vi consiglio di lasciare i filtri ancora qualche minuto in infusione.» Stringo il vassoio contro la pancia, ma quando faccio per allontanarmi, noto che Elliot mi fissa il collo con occhi spalancati e le guance velate di un tenue rossore.
So bene cosa deve aver notato.
La catenina con il ciondolo di giada che mi ha regalato lui.
Inevitabilmente la sfioro con una mano arrossendo peggio di un semaforo fino alla punta delle orecchie.
«Ma che bella catenina!» esclama mordendosi un labbro, come è solito fare quando è imbarazzato.
«Gra-grazie…» balbetto timida.
Chissà che idea si starà facendo sul fatto che porto ancora il suo regalo?
«Bella quell’orrore? Ma per piacere! E poi che sasso è quello? Roba da quattro soldi, ci scommetto.» Si intromette irritata Harmony giocando con il filtro del suo tè, mentre non smette di linciarmi con i suoi occhi gelidi.
«È giada.» Non posso in alcun modo mitigare l’irritazione che mi colora la voce, ma lei deve trovarla quanto modo spassosa, perché arriccia la bocca color pesca in un ghignetto compiaciuto per avermi piccata sul vivo.
«Beh, ha decisamente il colore del vomito» conclude secca e io ora sto seriamente per mandarla a ‘fanculo senza tante cerimonie.
So che Calla alla fine non se la prenderebbe se la perdessimo come cliente.
Tuttavia non voglio in alcun modo darle la soddisfazione di scoprire che le sue parole mi hanno infastidita fino a questo punto.
«Perché devi essere così maleducata?» si intromette prontamente Elliot con tono aspro e ora Harmony posa su di lui la sua espressione raggelante.
«Ma è la verità e io non sono una che dice quello che non pensa solo per far felice un’amica.»
Amica?
«Comunque, io e Elliot dobbiamo parlare di cose importanti e immagino che tu abbia qualche tazzina da lavare, perciò…» mi fa cenno con una mano di sloggiare, senza degna oltre della sua attenzione.
Uno. Due. Tre. Quattro… Conto e respiro internamente, mentre obbligo al mio dito medio di rimanere attiguo alla mia mano destra. Sorrido e mi allontano svelta, mentre inizio a elencare mentalmente una sequela infinita di parolacce e insulti verso la mia cosiddetta amica.
Quanto non la sopporto!
Ha avuto quello che voleva dopotutto. È la prima ballerina del Royal Ballet. Mi ha soffiato il posto e tutti quei fantastici ruoli che avevo sempre sognato di interpretare. Ha tutto, maledizione. Allora perché me la ritrovo sempre tra i piedi?
E ora pure Elliot… è davvero irrazionale.
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