Scritto il 06/08/2026
da MARIKA SM


⏱ ~12 min · 2384 parole

Samanta – Domande senza risposta

 

Le parole di Mad sono state molto precise.

“Il bersaglio eri tu. Non puoi fidarti della polizia”.

E anche molto chiare. Insomma, non c’è possibilità di errore. Quindi le ho udite, capite… Eppure ancora non le ho recepite, nonostante Il B&B sia ormai molto lontano e noi siamo in fuga da circa un’ora. Sì, in fuga visto che Mad mi sta trascinando in giro per la città come fossi una criminale. Ha rubato dei vestiti per noi da uno stendino in un giardino, come nei più classici dei film polizieschi, infine mi sta tenendo nascosta in quello che credo sia un pub sottoposto a sequestro giudiziario.

Ma forse è proprio per questo che ancora non sono riuscita a elaborare la situazione. È fin troppo assurda. Insomma, un attimo prima sono un’agente scelto al secondo giorno di lavoro nella mia città natia e un attimo dopo sono un bersaglio costretto a scappare dalla stessa polizia? Com’è possibile? E come lo ha capito? E se fosse solo una sua fantasia? Insomma, perché io e non lui? Non che questo mi consoli, ma avrebbe più senso.

«Che ne sai?», sbotto all’improvviso seguendo il corso dei miei pensieri. «Come sai che volevano uccidere me?».

Mad sta rovistando in quella che fino a poco tempo fa doveva essere la dispensa della cucina del pub, sbattendo pentole, padelle e tegami vari, mentre butta all’aria tutto il buttabile all’aria e poco più che mi lancia un’occhiata distratta, per poi tornare a rovistare nella dispensa.

«Mad, cazzo! Come lo sai? Che sta succedendo?»

«Il cuscino», biascica lui tra i denti.

Quello che stava osservando prima di dare di matto? E allora?

«Il primo sparo ha colpito quello, proprio dove tu avevi la testa e, se vuoi sapere come faccio a essere sicuro che fosse quello sotto la tua testa e non il suo gemello a fianco, la federa aveva un ricamo. Ricamo che si mette sempre sul lato esterno e non interno. E anche fosse stato il gemello… Be’, di certo non miravano a me che ero vicino alla porta», spiega tutto d’un fiato.

Il ricamo? Lui ha notato il ricamo?

«Inoltre, se ti stai chiedendo come ho fatto a capire quale fosse il primo sparo in un cuscino tutto sforacchiato… Il secondo era un fucile d’assalto e il calibro era molto diverso dal precedente».

In realtà non me lo stavo chiedendo affatto. Sono ancora troppo stordita.

«Quindi sì, eri tu senza ombra di dubbio».

Ok, mi ha convinta, ma ancora non ha risposto all’altra domanda. Forse la più importante.

«Perché? Perché io? E perché sospetti della polizia?»

«Io sospetto di tutti, mi sembrava che ormai lo avessi capito».

No, non è vero. O meglio sì, ma non è questo. Le sue parole sono state molto precise e mi stanno rimbalzando in testa da quando le ha pronunciate. Quindi ora non mi prendesse per i fondelli.

«Non provare a fregarmi», lo avverto. «Il problema in questa storia non è “tutti”».

La sua insistenza a non guardarmi e a rispondere con frasi monche mi conferma che sono sulla strada giusta – sempre che ci fossero stati dubbi e no, non ce n’erano – e anche che lui è restio a parlarne, ma non può tacere, non adesso.

«Mad?», lo chiamo con tono secco. «Cosa non mi stai dicendo?»

Finalmente si decide a guardarmi. Guardarmi davvero. Non che io possa scorgere le sue iridi a causa della semioscurità che ci avvolge, ma sento un brivido lungo la schiena, per cui so di averle addosso in tutta la loro intensità.

Deglutisco nell’attesa, ma lui esita.

«Niente», rivela dopo qualche secondo. «Non ti sto nascondendo niente».

Certo, come no.

«Questa è la tipica risposta da donna, lo sai?», lo sfotto. «Se è vero che volevano uccidermi e tu sai qualcosa, devi dirmelo».

«Vogliono», mi corregge. «Vogliono ucciderti non volevano. Sanno che non ci sono riusciti».

Ok, ora basta. È chiaro che per scoprire la verità, devo usare le maniere forti.

«Ma sanno chi?», sbotto, andandogli incontro e puntandogli un dito sul petto. «Insomma, che cazzo succede? Sono qui da due giorni. Due soli giorni», rimarco in un fiume di parole dovuto all’agitazione che sempre più intensa mi fa battere il cuore e aumentare il respiro. «Non conosco nessuno. Non ho amici, parenti, niente di niente. Non ho ancora arrestato nessuno, né ho lavorato ad alcun caso. Come posso avere dei nemici?»

Non so cosa ho detto di preciso ma a Mad si è accesa una lampadina. E non per modo di dire. Il suo volto si è proprio illuminato come avesse avuto un’intuizione.

«Hai detto a qualcuno dov’eri? C’era qualcuno che sapeva che eri in quel b&b?»

Sbatto gli occhi. E ora questo che c’entra?

«Rispondi, Tati», tuona, prendendomi per le spalle e scuotendomi. «Qualcuno al Commissariato o altrove sapeva?»

Ma chi doveva saperlo? Se gli ho appena detto che non conosco nessuno.

«No, certo che no».

«E il tuo amichetto?».

«A… Amichetto?», balbetto non perché sono spaventata o altro ma perché lui continua a scuotermi. «Ma la vuoi smettere? Non sono un frullato».

Mad si blocca, togliendo subito le mani da me come se finora non si fosse accorto della propria irruenza, tuttavia non cambia espressione, né domanda.

«Il ragazzetto tremolante ma tanto gentile e solerte con te che insisteva per mostrarti quanto io fossi pericoloso. Lo hai detto a lui?»

Sta parlando di Milo? Ora che ci penso…

«Quando ho visto arrivare Dicenta al B&B ho voluto vedere il suo file insieme a quello dei suoi partner e…»

«Sì o no, Samanta?», mi interrompe minaccioso. «Hai detto sì o no al tuo spasimante dove fossi?»

«Non è il mio spasimante», lo correggo piccata. «Ma sì e, se vuoi saperlo, è stato lui a…»

«No, non voglio», ruggisce. «Perché qualcosa mi dice che aggraverebbe solo la sua posizione».

Sbatto gli occhi perché non riesco a capire. O meglio, sì, ma non posso crederlo.

«Milo? Tu sospetti che Milo abbia fatto… Cosa?», m’interrompo non sapendo nemmeno di cosa stiamo parlando. «Insomma, lui è Milo».

«Sì», digrigna i denti Mad. «E lo conosci da due giorni. Non sai niente di lui inoltre ti si è appiccicato subito addosso tipo cozza. È sempre lì, carino e sorridente a farti le moine. Ti sei chiesta perché? E se non volesse solo portarti a letto?»

Ora sta davvero farneticando!

«Ok, non vuoi saperlo ma te lo dico lo stesso. È stato Milo a dirmi di Nico Cattaneo. Lui a preoccuparsi per te».

L’intento era quello di difendere il mio amico e invece ciò che ottengo è l’esatto opposto. Mad si china in avanti e ora posso chiaramente vedere le sue iridi. Ansia e collera vi ardono dentro come alte fiamme sputate da un drago, fiamme che mi investono appena la sua voce mi raggiunge.

«Quindi è stato lui a indurti a entrare. Lui a farti correre da me dicendoti che ero in pericolo. Lui a fare in modo che tu fossi esattamente nel luogo in cui hanno tentato di ucciderti».

«Io… Io…», balbetto e ora sì perché non ho più fiato.

«Dove abita!», esclama Mad serrando le mani a pugno così forte che vedo sbiancare le nocche.

Che intende fare? Non può davvero credere che lui sia coinvolto in… In qualsiasi cosa stia accadendo.

«Mad, ragiona! Milo non può avermi messo in pericolo e poi che motivo avrebbe?»

«È un mezzo nerd, vero?», mi domanda.

Oltre al fatto che non ne ho la più pallida idea, questo cosa c’entra adesso? E perché è passato all’improvviso da avere l’espressione minacciosa per cui tutti lo temono a una scaltra e riflessiva da statista di guerra?

«Lui lavora in ufficio», continua come se non stesse più nemmeno parlando con me.

Pare invece perso in qualche riflessione ad alta voce.

«È pessimo come agente di pattuglia ma molto bravo con computer e codice binario. Talmente bravo che è stato contattato dalla polizia postale per diventare uno dei loro».

Ho sbagliato, non sta riflettendo, piuttosto è come se stesso leggendo nella propria testa.

«Hai controllato il suo fascicolo?», sussulto, capendo la verità.

«Io controllo tutti quelli che mettono piede in Commissariato, Tati. Per questo sono ancora vivo».

«Quindi anche me», mi sfugge di getto senza nemmeno rendermene conto. «Ero tra quelli che potevano ammazzarti?»

Mad mugugna qualcosa, una cosa tipo “tu non mi hai ammazzato, ma annientato”, ma con tono troppo basso perché io comprenda, poi guarda nervoso l’orologio e torna a rovistare con gesti frenetici in quella maledetta dispensa. Ma cosa sta cercando?

«Che ti serve? Cibo? Non mi pare il momento di mangiare».

«Un magnete».

«E che diavolo ci fai con un magnete?»

«Per ora nessuno sa che noi due eravamo lì, ma presto lo scopriranno. A quel punto ci cercheranno e quanto pensi ci metteranno con questo coso che ho addosso?»

Aspetta! Vuole togliersi la cavigliera?

«Se la togli scatterà l’allarme».

Mad sbuffa e i suoi tratti si piegano in un’espressione che comincio a conoscere fin troppo bene. Più o meno significa: non capisci niente. E solo per non usare parolacce.

«Per questo cerco un magnete. Per ora mi basta confondere il segnale. Poi il tuo amico nerd mi aiuterà a toglierla».

Quindi è questo il piano. Non voleva fargli del male, solo farsi aiutare. Sto per sospirare di sollievo quando Mad aggiunge qualcosa che me lo spezza di nuovo.

«E poi gli farò sputare la verità a suon di pugni».

Come non detto. Per fortuna so che non lo farebbe mai a meno che non abbia una seria motivazione. Seria tipo che ci sia lui dietro all’attentato.

Trattengo il fiato. Ma no. Milo non può essere coinvolto, non posso crederlo, quindi non devo temere niente. O almeno spero. Sinceramente sto capendo poco di tutto quanto e non so valutare le reazioni di Mad. Passano dall’imprevedibile all’insensato in un battito di ciglia.

«Merda!», scatta lui, richiamando la mia attenzione. «Qui non c’è nulla».

Guarda l’orologio sempre più nervoso, poi viene verso di me e mi afferra un polso.

«Dovremo fare senza. Andiamo via», ordina.

Insensato appunto!

Mi slaccio dalla sua presa con un’occhiataccia poi controllo a mia volta l’orologio.

«È passata solo un’ora. Credi che abbiamo così poco tempo prima che ci identifichino?»

«Dipende. Sei entrata nel B&B con quel vestitino bianco che ti ho visto addosso? Magari sculettando e mettendo in mostra la mercanzia?»

Mi sa che ho capito dove vuole arrivare.

Mi schiarisco la voce.

«O quello o non sapevo come fare», mugugno.

«Allora molto poco. Il pinguino alla reception si ricorderà perfettamente di te. In ogni dettaglio, alla faccia del passare inosservati».

Lo so, ma che cosa dovevo fare secondo lui? E poi non sono solo io il problema.

«Così come riconosceranno subito te. O pensi che siano in tanti gli uomini biondi con gli occhi azzurri, grossi come un elefante indiano e muscolosi come un olimpionico che vanno in giro con una cavigliera?»

Ma perché non imparo a stare zitta? Ancora non ho capito che lui riesce sempre, e dico sempre, a ritorcermi contro ogni mio tentativo di difesa?

«Difficile io possa cambiare colore di occhi e capelli al volo e ancor meno, abbassarmi di qualche centimetro. La cavigliera poi non l’ha vista. Ma tu invece potevi scegliere un abbigliamento che non lo facesse diventare duro a qualsiasi uomo sul tuo cammino».

Serro le labbra perché non ho altro da ribattere. Cioè in realtà lo avrei, forse però non è il momento. Dobbiamo andarcene davvero e metterci a litigare sul fatto che mi tratta sempre come una poco di buono, non è il massimo. Che poi devo capire ancora perché. Insomma, nemmeno fosse…

Resto a bocca aperta mentre un’idea mi balza in testa e d’un tratto mi rendo conto dell’espressione che ha Mad sul viso e di ciò che essa può significare: labbra serrate, occhi che lampeggiano, voce seccata… Possibile?

«Sei geloso?», domando ancora con la bocca mezza spalancata. «Ti dà fastidio se mi guardano?»

Lui strizza gli occhi poi china la testa di lato incrociando le braccia ed eccolo di nuovo, lo sguardo di poco fa. Quello da “non capisci niente”. Devo dire che ormai è diventato così frequente che comincia quasi a piacermi. Quasi perché in qualche modo mi punge sempre nell’orgoglio.

«Direi che mi dà fastidio avere sul collo il fiato di persone che vogliono ucciderci», spiega sarcastico. «Ma se per te non è un problema stiamo pure qui a sparare cazzate su presunte gelosie. O magari, non so, che sono così arrabbiato e nervoso perché ho paura per te e non posso sopportare che qualcuno ti faccia del male».

Pungermi? Direi trafiggermi. Ora mi sento un’emerita cretina anche perché in realtà, l’idea che lui fosse geloso o in ansia per me, mi ha provocato un moto di soddisfazione intenso quanto inappropriato.

Scuoto il capo e cerco di tornare con i piedi per terra, recuperando il filo del discorso.

«Milo è sicuramente in Commissariato a quest’ora», gli faccio notare. «Dovrò chiamarlo se vogliamo…»

«Non serve», mi blocca Mad quando ho già il telefono in mano. «E non è il caso di fare telefonate che possono essere registrate. Ci basterà andare a casa sua e lui arriverà».

E come diavolo lo sa?

«Prevedi il futuro, adesso?»

«No, solo prevedo cosa gli passa per la testa. Sa della sparatoria e che tu eri lì. Non ti chiamerà, ma localizzerà il tuo telefono e, appena potrà, arriverà!»

Sì, probabilmente è proprio come agirà Milo. Quindi non sospetta più di lui?

«Oppure arriveranno i suoi complici per ucciderti», conclude con voce grave.

Cristo santo! Ma perché? Perché dovrebbe avere dei complici? E perché Mad si ostina a tenermi all’oscuro? Quali segreti si porta dentro?

Queste e almeno altre dieci domande mi rimbalzano in testa e lì rimangono. Non perché io le tenga per me, ma perché lui non mi permette di aprire bocca. Mi prende la mano poi corre fuori dal pub trascinandomi con sé. Le mie gambe sono la metà delle sue e, se voglio tenere il passo, ho bisogno di concentrare tutte le mie energie sulla corsa, nonché sul respiro. Ancora qualche minuto a questo ritmo e mi scoppieranno i polmoni.

Tuttavia la nostra conversazione è solo rimandata. Appena avrò modo, appena avrò tempo, lo costringerò a parlare e a quel punto dovrà per forza tirare fuori ciò che mi sta nascondendo.

 

 

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione

Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.