Scritto il 21/07/2026
da NICKY SCARLETT


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AZAEL

Cinquecento anni dopo.

Sono passati cinque secoli dal giorno in cui il Midnight ha avuto inizio.

Per un mortale sono un’eternità inimmaginabile; per uno come me, sono stati solo un lungo, ininterrotto battito di ciglia sporco di sangue e polvere. Abbiamo attraversato i tempi come ombre tra la folla, guardando il mondo cambiare pelle, le spade diventare fucili e le candele trasformarsi in insegne al neon.

Mesi, anni a rimanere vincolati alle Torri, all’equilibrio e a tre estranei che hanno finito per riempire ogni mio istante. Paradossalmente siamo diventati una famiglia, anche se in molte occasioni avrei voluto far fuori il Djinn.

Tuttavia, malgrado l’odio ancestrale verso la sua razza, ho dovuto ricredermi quando non ha esitato a frapporsi fra me e un Fae impazzito.

La lama ha trafitto la sua di carne, non la mia. In quel momento, tra il puzzo del suo sangue Demoniaco e il gelo del mio terrore, ho capito che eravamo due errori della creazione destinati a salvarci a vicenda.

Malek è la mia antitesi. Io sono diventato un’ombra, un guscio all’apparenza vuoto, ma che nasconde un incendio di risentimento che mi tiene sveglio ogni notte. Lui ride, veste abiti firmati che attirano troppi sguardi, e cerca di coinvolgermi in ogni attività che prevede il rotolarsi fra le lenzuola di donne ignare di consumare un rapporto con un Demone.

Scuoto il capo ripensando al passato. La cicatrice sulla schiena pulsa sotto il tessuto della camicia e il vento, di cui sono padrone, sferza la città di Los Angels. La Città degli Angeli, che presa per il culo. Di Angelico qui non c’è nulla; le mura di questi palazzi sono pregne di perdizione ed egoismo. Le nostre razze si sono mescolate agli umani e sono sempre più convinto che noi quattro, da soli, non possiamo far fronte a tutto. Anche se ce la siamo cavati bene. Nessuno ci ha richiamato, non siamo stati sottoposti a torture o prigionie: segno che le Torri e l’Etere, nel loro silenzio arrogante, sono soddisfatti.

Imbocco Santa Monica Boulevard, il giro di ronda è finito. Da lontano arriva il suono di una campana che segna la mezzanotte. Mi dirigo verso quel locale che abbiamo aperto ormai più di trent’anni fa. Porta il nome della condanna che ci vede su questa terra da secoli: Midnight.

Un posto per uomini e non. C’è chi cerca compagnia, chi vuole bere per dimenticare e chi cerca la rissa che viene sedata nell’immediato da chi è al comando della baracca: cioè noi.

Mi stringo nel cappotto di pelle. Non sento freddo, è un gesto istintivo come se volessi difendermi da quei pensieri che mi levano il sonno. Non vedo la mia famiglia da quando tutto è iniziato. Non mi hanno cercato ma, in fondo, non mi hanno mai voluto. Mia madre era un Angelo, un’entità di luce che ha ceduto alla carne; mio padre, un uomo senza nome. Sono un mostro dalle fattezze divine, un abominio che ha assorbito pezzi di un demone, di una strega e di un oracolo.

Non ho mai voluto sapere cosa avesse visto Kana quel giorno di tanti anni fa; non ne ho avuto bisogno. L’ho vissuto, sulla pelle, nel tormento dei giorni seguiti a quella decisione. L’ho sentito nella rabbia di Malek che non si è risparmiato, nelle urla di Raven e nel tocco di Kana.

Svolto l’angolo. L’insegna del Midnight vomita riflessi dorati su marciapiedi che sanno di merda e disperazione.

Arriccio il naso, il fumo si leva dal tombino, danza nell’aria fredda; solo di recente sono venuto a conoscenza che le fogne sono abitate dai Troll. C’è chi li immagina brutti e deformi; in realtà sono belli, se si ignora l’odore nauseabondo che emana la loro pelle. Il buttafuori, un mezzo demone, mi fa un cenno di saluto. Il rispetto ce lo siamo guadagnati a suon di cazzotti in questi anni.

Spingo la porta e scendo nell’oscurità soffusa del locale. Raven ha voluto i neon per rendere il locale esclusivo. Arrivato all’ultimo gradino mi soffermo. Cerco i miei amici, strano come ora attribuisca loro questo termine.

Malek sta cercando di portarsi qualcuna a letto: lo vedo dalle movenze predatrici, da come versa il drink a quella che percepisco essere una demonessa.

Raven respinge le avance di un umano. E poi c’è Kana. La piccola, cieca Kana che legge con le dita. Guardarla mi fa male: lei è la prova vivente che l’equilibrio è una bugia atroce. È indifesa e potentissima, un paradosso che cerchiamo di proteggere con una ferocia che confina con l’ossessione.

Scendo l’ultimo gradino. Le poche donne presenti mi spogliano con gli occhi, ma me ne tengo alla larga. La lussuria fa parte di Malek, per me rappresenta il veleno che mi ha messo al mondo. Ogni volta che avverto il desiderio negli occhi di un’umana, rivedo il tradimento di mia madre e l’insignificanza di mio padre. Sono la prova vivente di un errore, e non ho intenzione di ripeterlo.

Il Djinn solleva lo sguardo, le labbra si piegano verso l’alto nel solito sorriso da stronzo. «Benvenuto, raggio di sole».

Faccio una smorfia accomodandomi di fianco alla donna che vorrebbe già chiudere la serata con lui. Malek mi versa da bere.

«Com’è andata?» chiede Raven, pulendo il bancone già lucido.

«Tutto nella norma». Prendo il bicchiere basso, butto giù l’alcol che brucia la gola.

«Eri assetato, Angelo». Lo sguardo che rivolgo alla donna al mio fianco non ha nulla di amichevole.

Capisce l’antifona, segna il numero di telefono su un tovagliolo e lo infila nel taschino di Malek.

«Chiamami, tesoro» non mi saluta, e a me poco importa. Non mi sono fatto la nomea di inavvicinabile per nulla.

«Hai proprio la faccia di uno che rovina la festa» mi stuzzica Malek, seguendo con lo sguardo il fondoschiena della tipa.

«E tu quella che non vede l’ora di partecipare a un’orgia».

«Smettetela voi due. Avreste dovuto ammazzarvi secoli fa, ci saremo risparmiati parecchi problemi».

Raven ci richiama all’ordine. Io taccio, Malek invece occupa il posto lasciato dalla demonessa.

«Se vuoi ti cambio i connotati, risulteresti più simpat…»

Non termina la frase. Spalanca le palpebre e io con lui.

Raven salta il bancone come se fosse una pozzanghera.
«Chi è?» È la voce di Kana.

Non mi ero reso conto che si fosse avvicinata. Mi volto a guardarla, ma la vista periferica mi rimanda l’immagine di una figura che avanza. Una vibrazione di odio puro taglia l’aria, spegnendo il brusio dei clienti.

I pochi presenti scappano verso l’uscita, evitando la donna che cammina verso di noi. Non ha l’aria di chi è venuto a bere o a spassarsela. Nella mano stringe una lama Angelica, un pezzo di metallo celeste che brilla di una luce che mi ferisce gli occhi.

Malek sussulta accanto a me. Lo sento tendersi come una corda di violino pronta a spezzarsi. Quell’arma può cancellare la sua esistenza.

La donna si ferma. I suoi occhi sono fiamme che cercano il bersaglio. Il suo sguardo scivola sui nostri volti per poi inchiodarsi su quello del mio compagno.

«Malek della stirpe dei Djinn. Ti ho trovato, finalmente...»

 



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