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Lucilla
Da una decina di minuti abbondanti Lucilla stava camminando avanti e indietro nel salone, tormentandosi il labbro inferiore. Il suo stato d’animo era un miscuglio di ansia e aspettativa.
La prima era scontata.
A non esserlo affatto, invece, era la seconda, eppure da quel pomeriggio una specie di febbrile impazienza continuava a tormentarla, e a sorprenderla maggiormente era che fosse legata al pensiero di rivedere Lena.
Non era riuscita a smettere di pensare a quella ragazza da quando avevano lasciato la casa sulla costa. Era esattamente il tipo di persona che temeva maggiormente: schietta, decisa, brusca. L’esatto opposto di tutto ciò che era lei. Eppure, Lena era stata gentile. Certo, in un modo nettamente più spiccio rispetto alla signora Sara, che era premurosa e sembrava sempre pronta a sorridere. Lena invece non le aveva sorriso neanche una volta, anzi sembrava che le sue labbra, decorate dall’anellino d’argento al centro di quello inferiore, fossero naturalmente portate a rimanere in quella specie di broncio.
Però l’aveva aiutata quel pomeriggio.
Avrebbe potuto benissimo non farlo, rimanere in disparte a osservare e lasciare che si occupasse di tutto la signora Sara, ma era intervenuta subito, nonostante il fatto che non volesse mostrarsi.
Lucilla aveva capito perfettamente quell’ultima richiesta che aveva rivolto loro.
Perfettamente.
E quello l’aveva colpita profondamente, perché non pensava di poter avere qualcosa in comune con quella ragazza. A parte la storia dei fantasmi, ovviamente. Anzi, degli spiriti, si corresse: la signora aveva detto che era così che li chiamavano. Spiriti o presenze, non fantasmi.
E invece si nascondeva anche Lena, a suo modo.
“è ora ormai, vado a spegnere!” urlò Fabiano dal corridoio.
“Okay!” gli gridò di rimando.
La casa aveva un sistema di videosorveglianza al quale sua madre aveva accesso da remoto. Le videocamere interne e del giardino si disattivavano in concomitanza con l’allarme, che lei e Fabiano avevano spento al loro rientro, ma quelle puntate sul cancello, sul garage e sulle recinzioni perimetrali erano attive ventiquattr’ore su ventiquattro. Era stata un’idea di Lucilla quella di spegnerle.
“è necessario?” le aveva chiesto Fabiano. “Non le guarderà davvero, laggiù dov’è adesso.”
Lei si era limitata a fissarlo con l’espressione più scettica del suo repertorio, e suo fratello si era risposto da solo.
“Sì, lo farà. Però allora chiamerà appena si accorgerà che sono spente.”
Al che Lucilla gli aveva mostrato il telefono, che teneva in tasca. “Sono pronta” aveva risposto. “Darò di nuovo la colpa alla linea: è lei a ripetere sempre che è inaffidabile.” Tutto era inaffidabile per sua madre e nessuno sapeva fare il proprio lavoro, neanche il povero tecnico che era costretto a presentarsi a casa loro una settimana sì e l’altra anche. In sostanza, sua madre era convinta di vivere in un mondo di oggetti malfunzionanti abitato da gente incapace.
Il citofono suonò nel momento esatto in cui il pendolo nella sala batteva i nove rintocchi. Fabiano era ancora sul retro, quindi toccò a lei andare ad aprire.
Lo fece con un po’ di batticuore.
“Buonasera” disse un po’ formale attraverso l’apparecchio, osservando dallo schermo del videocitofono il piccolo fuoristrada nero che aveva già visto quel pomeriggio, nel piazzale della casa. “Entrate pure con la macchina, poi prendete la scala di destra” spiegò, esattamente come faceva sua madre ogni volta che avevano ospiti.
Poggiò la cornetta e si spostò in sala, di fronte all’enorme vetrata a tutta parete che affacciava sul giardino anteriore. Rimase sorpresa quando vide una sola persona salire la scala.
Era Lena, si rese conto osservando la figura che procedeva sicura verso la casa lanciando a destra e a sinistra occhiate che Lucilla avrebbe definito seccate, verso la piscina elegantemente illuminata dalle soffuse luci subacquee e verso le statue che costellavano il prato perfettamente curato, ciascuna al centro di una altrettanto curata aiuola.
“Sì forse abbiamo fatto bene a spegnere le telecamere” disse Fabiano raggiungendo Lucilla e guardando a sua volta fuori, osservando Lena con uno sguardo che le sembrò vagamente divertito. “Non dev’essere il classico ospite che viene in visita qui da voi.”
No, non lo era, neanche lontanamente: in casa venivano solo noiosissimi amici dei suoi genitori agghindati con ancor più noiosi abiti. Lena invece indossava un paio di jeans attillati strappati sulle ginocchia, gli stessi stivali morbidi di quel pomeriggio e un top aderente nero con le spalline sottili, che lasciava intravedere un secondo tatuaggio che le risaliva dalla destra del petto, fino a nascondersi sotto i liscissimi capelli che da quel lato portava lunghi.
Di diverso, aveva un rossetto nero e un paio di orecchini pendenti tanto lunghi da sfiorarle le spalle.
Le sembrò ancora più sicura di sé, e… potente.
Le sembrò ancora più bella.
Fabiano aprì la portafinestra a scorrimento per far entrare Lena, che nel mentre aveva raggiunto la terrazza verandata.
“Ah siete qui” esordì la ragazza vedendoli, senza salutare. “Iniziavo a pensare di dovervi telefonare per riuscire a trovarvi.”
“Sei sola?” le chiese Fabiano.
Lena annuì. “Sì, Sara ha avuto un contrattempo” rispose, con l’aria di non esserne affatto contenta. Ma forse era solo il suo normale atteggiamento.
Quando fu dentro casa si guardò velocemente attorno, infilandosi le mani piene di anelli nelle tasche dei jeans, poi fischiò.
“Mio padre impazzirebbe per questa casa” commentò.
“Ognuno ha i suoi problemi” rispose pronto Fabiano.
Per la prima volta Lucilla la vide sorridere: un sorriso fugace, riluttante, che le curvò un angolo della bocca perfettamente truccata di nero, rivelando per un istante i denti che apparivano ancora più bianchi, per contrasto.
“Dov’è la tua camera?” chiese a Lucilla, andando dritta al punto.
“Di qua, vieni” la invitò facendo strada e sentendosi assurdamente colorata, nella sua tenuta da casa: un paio di pantaloncini e una canotta a strisce gialle. Si pentì di non aver indossato anche lei un paio di jeans.
Ma Lena non la stava neanche guardando: mentre oltrepassavano l’orribile specchio del corridoio, con la coda dell’occhio Lucilla la vide squadrare la cornice esagerata e tutto il dispiegamento di oggetti sottostante.
“In questo posto mi sorprenderei se non ci fossero presenze. Sei sicuro di non vederne anche tu?” chiese a Fabiano.
“Sicurissimo: niente presenze.”
“E cosa ne pensi adesso? Continua a sembrarti un mucchio di scemenze?”
Lucilla trovava anche la voce di Lena affascinante: bassa e decisa. Aveva un bel timbro pieno, come avrebbe detto la sua insegnante di violino. Lei invece aveva una vocetta acuta, che arrivava a essere stridula le rare volte che si concedeva di parlare con un tono un po’ più alto del suo consueto mormorio.
Da sopra la spalla, Lucilla vide suo fratello sorridere apertamente.
“Continuo a non credere a quello che non posso vedere” rispose.
“Bravo, è un ottimo atteggiamento: ti risparmia un sacco di preoccupazioni e di pensieri inutili sull’aldilà.”
Lucilla non riusciva a seguire bene il discorso, evidentemente si stavano riferendo a qualcosa di cui avevano parlato quel pomeriggio, mentre lei era con Sara, ma riusciva a capire che si intendessero bene.
Come le succedeva fin troppo spesso si sentì immediatamente un po’ esclusa, già più indietro rispetto a suo fratello che conosceva quella ragazza esattamente quanto lei e con la quale aveva certamente molto meno in comune.
Ma quando raggiunsero la sua camera l’attenzione di Lena tornò tutta su Lucilla, l’atteggiamento sarcastico scomparso di colpo. Serissima, avanzò sola nel centro della camera, facendo scorrere quello sguardo scuro, intenso e reso ancora più profondo dal trucco, su tutte le sue cose, inclusi il poster del trapper e il disegno poggiato sulla scrivania, quello che aveva fatto Lucilla nell’attesa, le due lettere in stile gotico che costituivano il simbolo degli Hooded Shadows.
Le parve che lo sguardo di Lena avesse indugiato un momento di più su quello, il tempo sufficiente perché potesse pentirsi di non averlo nascosto nel cassetto.
Ma Lena non fece nessun commento: chiuse gli occhi e sembrò rimanere in ascolto.
“Li vedi ora?” le chiese a voce bassa, distante quasi, sempre a occhi chiusi.
“No.”
Lena avanzò di un paio di passi dapprima verso la finestra a sinistra, poi fino all’angolo nel quale Lucilla non guardava più ormai, quello in cui c’era la poltrona, e lo fece con una mano protesa davanti a sé.
Lucilla si aspettò di scorgere… qualcosa, ma Lena non fece nient’altro: non rabbrividì, non sobbalzò, non indietreggiò.
E Lucilla fu sicura di aver fallito anche in quello: non c’era nulla in quel momento e Lena se ne sarebbe andata, non le avrebbe creduto e lei sarebbe ripiombata nella sua orribile vita e nelle sue notti di terrore. Fabiano da lì a due settimane se ne sarebbe andato e lei…
“Sono tre” affermò invece Lena, strappandola al circolo vizioso e spaventoso dei suoi pensieri.
Aveva parlato senza nessuna particolare inflessione, senza mostrare la minima sorpresa, come se quella conferma la lasciasse del tutto indifferente. Doveva essere una indifferente a molte cose. Beata lei…
Lucilla invece si sentì le ginocchia diventare di gelatina. Se fosse stata anche solo vagamente spontanea, probabilmente avrebbe saltellato dalla gioia. Invece si limitò a stringersi le mani una nell’altra e a dire: “Sì, anche io ne vedo sempre tre” con la voce che le vibrava un po’ da tanto era emozionata.
Lena annuì, riaprendo gli occhi e voltandosi a guardarla. “Sono perfettamente innocui, come avevo immaginato. Quindi vuoi che ti insegni a escluderli dalle tue percezioni?”
“Sì, grazie!” rispose, grata. Le veniva quasi da piangere.
“D’accordo” accettò Lena, con noncuranza. “Ci proverò, almeno: non l’ho mai insegnato a nessuno.” Dovette vedere la delusione che a quel punto campeggiava sul volto di Lucilla, evidente come qualunque delle diecimila emozioni che la travolgevano continuamente, perché proseguì: “Beh ha funzionato con me, non vedo perché non dovrebbe funzionare con te.”
Lena doveva essere una di quelle persone che costringevano la vita ad andare secondo la loro volontà, come se non fosse semplicemente una serie di eventi concatenati in un modo casuale (e disastroso, almeno nel suo caso).
“E chi sono?” intervenne Fabiano, appoggiato contro lo stipite della porta.
Lo sguardo di Lena si spostò di nuovo su di lui.
“Ti interessa?” gli chiese inarcando un po’ le sopracciglia, due archi sottili, folti e perfetti. La luce catturò l’altro anellino che portava sul volto, quello al sopracciglio sinistro.
“Sono una persona curiosa” rispose Fabiano, dopo essersi pizzicato con gli incisivi qualche pelo della barba sotto il labbro inferiore. Lucilla non lo aveva mai visto fare quel gesto.
Lena sembrò studiarlo qualche istante prima di decidere di accontentarlo.
“Vivevano qui, prima che la vostra famiglia costruisse tutto… questo” riassunse, disegnando un cerchietto nell’aria con l’indice, al quale portava un piccolo anello che stava in alto, sulla seconda falange. “Erano molto legati a questo luogo, alla terra che c’era un tempo al posto di piscina e garage, e una parte di loro è rimasta qua. Succede spesso. Non vogliono che ve ne andiate, non ce l’hanno con voi. Solo, vogliono rimanere in quella che considerano ancora casa loro.”
Lucilla ripensò alle tre vaghe figure: quella alta e allampanata, quella più piccola e morbida, femminile, e quella in mezzo, grande e forte. Erano una famiglia, dunque.
“Per sempre?” chiese Fabiano.
Lena inclinò un po’ la testa di lato. “è possibile che se ne vadano a un certo punto, di solito lo fanno.”
“E dove andranno?”
“Ah no” rispose Lena, sollevando tutta la mano e mostrandogli il palmo, mentre i bracciali tintinnavano scivolandole dal polso verso il gomito. “Non chiedermi cosa succede quando scompaiono. Non mi interessano le religioni e non voglio fare nessuna rivelazione sulla vita dopo la morte, né su quelle precedenti. Io so quello che sento qui” disse, battendo sul pavimento con il tacco un paio di volte. “So quello che mi trasmettono. Se vuoi conoscere l’evoluzione degli spiriti leggiti Kardec. Oppure parla con Sara” aggiunse. “Lei ha un sacco di teorie in merito, e di certezze.” Teorie e certezze che evidentemente Lena non condivideva, a giudicare dal cipiglio un po’ scocciato.
Lucilla vide Fabiano fare quel suo sorrisetto sghembo, chiaramente divertito. Prima che potesse risponderle con un’altra battuta proseguendo quel loro discorso che di nuovo le sembrò inafferrabile, come fosse stato appena oltre la portata delle sue dita, intervenne.
“Quindi mi insegnerai adesso?” chiese.
“Non adesso, perché ci vorrà un po’ di tempo. Direi che potremmo iniziare domani. Io finisco di lavorare alle 17:00, quindi ci possiamo vedere da Sara alle 17:30.”
“Da Sara? Non qui?”
Scosse la testa. “è meglio di no: più entri in contatto con le presenze, più loro si fanno concrete, diciamo, anche se non è proprio la parola adatta. Dovremo vederci diverse volte e direi che rendere la presenza dei tuoi tre amici ancora più stabile è esattamente l’opposto di quello che vogliamo.”
Lucilla ci rifletté su. “Per questo ho visto… quella donna?” chiese. “Non mi capita mai di vederli in giro.”
“Ragioni in fretta” commentò Lena leggermente stupita, sebbene si fosse espressa con quel suo tipico tono brusco.
Lucilla si sentì arrossire di piacere.
“Quella… donna” proseguì Lena, lentamente “è legata in molti modi alla sua casa, e Sara è molto legata a lei. In più la mia frequente presenza là rafforza sicuramente il legame. Quindi sì, è per tutte queste ragioni che l’hai vista e che la vedrai ancora, mentre lavoreremo insieme. O almeno lo spero” aggiunse.
All’improvviso quella prospettiva che solo il giorno precedente l’avrebbe terrorizzata a Lucilla non sembrò poi così spiacevole. Anzi, non le sembrò spiacevole affatto.
E avrebbe trascorso ancora del tempo con quella ragazza così affascinante… Magnetica.
Per la prima volta la sua vita non le sembrò così orribile.
“Sempre se vuoi” aggiunse Lena.
Lucilla annuì frenetica e, prima di riuscire a impedirselo, sfoderò uno dei suoi mille inutili sorrisi. “Sì” accettò. “Va bene per te?” si ricordò di chiedere a Fabiano. Lui l’avrebbe dovuta accompagnare, in fondo.
“Non ho niente di meglio da fare” rispose prima di spostare su Lena uno sguardo che non riuscì a decifrare. Sembrava convinto, comunque.
E poi suonò il telefono.
* * *
Il trillo del telefono mi prende di sorpresa: in questa stranissima casa quasi mi sarei aspettata che i messaggi venissero vergati da scriba e recapitati tramite messaggeri.
O piccioni.
È il cellulare di Lucilla.
“è mamma?” le chiede il fratello.
In risposta la ragazzina alza gli occhi al cielo. “Quanto tempo è passato, mezz’ora?” chiede.
“Forse anche meno.”
Mentre osservo questo loro scambio che ovviamente non comprendo, noto come Lucilla sia tranquilla con lui. Non mi stupisce: l’atteggiamento di Fabiano si è confermato quello del pomeriggio. Rilassato, leggero, perfettamente padrone anche di una situazione insolita. Mi ritrovo a pensare che dovrebbero passare più tempo assieme: le farebbe bene.
“Beviamo qualcosa mentre lei finisce l’interrogatorio?” mi propone Fabiano, mentre Lucilla risponde con un tono che è subito diverso da quello di poco fa: rassegnato, sconfitto, con una sfumatura scocciata che quasi sicuramente riesco ad avvertire solo io.
“Perché no?” accetto seguendolo fuori dalla camera e addentrandomi per la seconda volta nel corridoio pieno di ninnoli, statuette e anfore. “Come sei sopravvissuto a tutto questo?” gli chiedo mentre attraversiamo il salone.
Mi lancia un’occhiata da sopra la spalla.
“Questa casa è del padre di Lucilla e io non ho mai vissuto qui: i miei hanno capito presto che il loro matrimonio era stato una pessima idea e si sono lasciati quando io avevo appena due anni. Sono rimasto con mia madre, in realtà più che altro con la tata di turno. Quando ne ho compiuti otto e mia madre ha preso la seconda laurea, quella in Archeologia, ha iniziato a viaggiare per il mondo, perciò io sono cresciuto un po’ con mio padre e un po’ con mia nonna materna. Immagino di poter dire di essere stato fortunato” conclude con un accenno di sorriso.
Anche io sono cresciuta con mio padre, per un po’ almeno, ma non mi sento fortunata per questo. Affatto.
Sul lato sinistro del salone c’è una porta scorrevole dai vetri satinati. Fabiano la apre e ci ritroviamo in un ambiente di nuovo normale, come lo era la camera di Lucilla: una grande cucina moderna, con i mobili in un elegante grigio e rifiniture in lucidissimo acciaio.
Al centro, illuminato da una luce bianca e fredda che rende tutto asettico, c’è il tavolo che immagino sia destinato ai pasti di tutti i giorni, in famiglia. Mi viene da chiedermi che tipo di conversazioni abbiano a cena Lucilla e i suoi genitori, e mi sembra quasi di vederli mentre le chiedono della lezione di arpa celtica e le programmano quella successiva di dressage.
Fabiano apre il frigo e sento il tintinnio del vetro.
“Mi prendi in giro?” gli chiedo occhieggiando le due bottigliette verdi che tiene per il collo, tra pollice, indice e medio. “7Up? Siamo tornati alle medie?”
“Questo passa il convento. Cioè, questo e bottiglie di vino che costano cifre folli e nessuno berrà mai, custodite nella cantina, chiuse a tripla mandata.”
“Ti hanno vietato di fare la spesa o sei uno di quegli uomini rimasti al medioevo, fieri sostenitori dei ruoli di genere?” lo provoco.
Apre una serie di cassetti, in cerca di qualcosa.
“Fieri sta qui per ottusi?”
“Ovvio.”
Mi indirizza un sorrisetto.
“Vivo fuori casa di mio padre da quasi dieci anni e da altrettanti cucino, lavo e stiro” mi risponde.
“Bravo bambino.”
Il sorrisetto diventa un ghigno.
“La spesa però qui la fa la signora Maria, che passa le sue giornate a spolverare e a cancellare ogni traccia della presenza di persone, o di vita, in casa. L’ho incontrata per la prima volta stamattina.” Al quarto tentativo tira fuori un apribottiglie. “Mi arriverà sì e no all’altezza della vita, ma con un’occhiata sola mi ha fatto vergognare di capelli, barba e abbigliamento. Non ho avuto il coraggio di chiederle di comprare della birra e neanche di portarla io in casa.” Mi passa la bottiglietta stappata. “Non ne sono sicuro, ma ho il dubbio che viva in qualche stanza nascosta dietro a una parete a scorrimento, pronta a uscire appena cade una briciola sul tavolo.” Mi viene da ridere. “Lucy dice che sono otto anni che lavora qui e ancora non sa se parli o meno la nostra lingua. Con mia madre si capiscono, ma non è indicativo: riesce a farsi ascoltare da chiunque, dalla Cina rurale alla Terra del Fuoco. Vieni, usciamo. Fuori sembra il giardino di Versailles” prosegue con quel suo scivolare da un argomento all’altro “ma è comunque meglio che dentro.”
“E non rischiamo di far cadere gocce di condensa sul pavimento” aggiungo io.
“Infatti, non sia mai.”
Ha ragione comunque: fuori è meglio. Se si riesce a trovare un punto in cui posare gli occhi che non sia occupato da un putto o da una kore è piacevole e silenzioso. Ci sediamo in un angolo che dà sull’enorme piscina, a un salottino da esterno molto elegante, di quelli fatti di costosissime fibre naturali intrecciate, reso confortevole da cuscini ben imbottiti.
“Mia madre è sempre stata una donna piuttosto severa, ma è cambiata da quando sta con il padre di Lucy: si è irrigidita ancora di più e… imborghesita, direi” prosegue il racconto, più serio, giocherellando con un angolo dell’etichetta della bottiglia.
“Non ti piace il suo secondo marito?”
Si prende qualche momento. “Non molto e la cosa è reciproca. Non posso dire che sia una cattiva persona, anche se è la quintessenza della noia e della pedanteria” specifica con un sogghigno prima di bere un sorso dalla bottiglia, tornando a quella sua leggerezza che inizio a intuire sia alla base del suo carattere. “Non la vediamo alla stessa maniera su niente, ma non è un problema: non lo incontro praticamente mai. Il fatto è che a volte ho l’impressione che vivano in un mondo tutto loro, un mondo impeccabilmente organizzato in cui Lucilla non si inserisce granché bene. La vorrebbero perfetta, sempre, in tutto.”
“Nessuno lo è” rispondo, secca, anche più di quello che vorrei.
“Sì, lo so bene” mi risponde. “Vorrei solo che lo capisse mia sorella.”
Prendo un lungo sorso e lascio che le bollicine mi solletichino la lingua mentre osservo Fabiano.
“è bello quello che stai facendo per lei” dico alla fine. E lo è davvero.
Si stringe un po’ nelle ampie spalle. “Se lo merita. È in gamba, anche se non lo sa. È molto intelligente, è divertente…”
“è una sensitiva…” continuo l’elenco, mentre mi rendo conto che pensa davvero tutto quello che sta dicendo: non sta inscenando il ruolo di fratello protettivo per impressionarmi, e questa cosa mi fa sentire… strana. Quindi stempero immediatamente l’atmosfera con una aggiunta ironica: “Sono le migliori, quelle.”
Fabiano è uno dal sorriso pronto: mi lancia un’occhiata e vedo subito l’angolo della sua bocca incurvarsi.
“Merce rara, mi è sembrato di capire” mi viene subito dietro.
“Rarissima” confermo.
I suoi occhi, di solito mobili, vivaci, si fermano sul mio viso, attenti e intensi. “Quanto rara? Conosci altri con questa tua capacità?”
E alla fine sono io a dover abbassare lo sguardo, perché mi sento esposta sotto quelle iridi blu scuro. Non mi capita mai.
“No” rispondo.
E sono sincera: no o non più sono equivalenti, in fondo. Senz’altro lo sono per me, che vivo la mia vita sul filo di lana delle omissioni. Fabiano mi osserva ancora per qualche istante, poi torna a giocherellare con l’etichetta, ormai tutta arrotolata da un lato.
“Allora adesso siete in due” commenta, ma ho la netta impressione che lo faccia per accontentarmi. No, mi correggo, non per accontentarmi: per riservatezza e per rispetto nei miei confronti, perché per qualche motivo non l’ho convinto con il mio “no”. Lo so, lo sento.
Eppure non indaga oltre.
E questo mi stupisce, ma non in positivo: lo fa in un modo che mi rende inquieta e mi allarma, perché so di essere bravissima a gestire le persone che non mi piacciono, mentre non sono sicura di essere preparata ad avere a che fare con lui.
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