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Lena
“Prego, ti aspetta.”
Sprofondata nella poltroncina in pelle guardo la porta a doppio battente di legno scuro tirato a lucido come guarderei gli scalini di un patibolo. I miei occhi sono fissi su quelle lettere vergate in corsivo elegante sulla targa d’ottone affissa all’anta di destra. Le trovo stucchevoli nella loro perfezione, in quella leggera ombra disegnata nelle anse.
CEO[2]
Odio tutto di questo posto, a cominciare dalla incomprensibile necessità di utilizzare termini inglesi per le cariche al solo scopo di darsi un tono di internazionalità.
Apparenza, sempre e solo apparenza.
Mi alzo e i miei denti cercano istintivamente il piercing, ma il mio labbro è nudo stamattina. Il mio fastidio aumenta.
“Non ti mangerà.”
Mi volto verso Susanna, la donna che teneva apposta per me le caramelle all’anice nel cassetto della scrivania insieme agli album da colorare e a una schiera di bellissimi pennarelli, e le rivolgo un piccolo sorriso.
“Veramente stavo cercando di convincermi a non farlo io.”
Il volto pieno e paffuto della segretaria che lavora qui da quarant’anni si accende di divertimento.
Non posso fare a meno di pensare che siano stati quarant’anni di purgatorio, eppure non l’ho sentita una sola volta lamentarsi: ha sempre risposto pazientemente, con il suo “Sì, signore. No, signore. Certo, signore” anche nei momenti delle sfuriate peggiori, quando fungeva da parafulmine. Probabilmente lo fa ancora adesso.
“Con Osvaldo ho scommesso che finirai tutto lo stage. Se vinco mi porta alle terme. Non ci sono mai stata e mi piacerebbe davvero tanto andarci.”
Arriccio un po’ le labbra nella sua direzione mentre nella mia mente si affaccia l’immagine dell’ometto con i baffi, diverso dalla donna con la quale ha condiviso praticamente tutta la vita quanto il giorno lo è dalla notte: burrosa, abbondante e pacata lei, secco, spigoloso e dai movimenti nevrotici lui.
“Così sei scorretta…” protesto. “E tre mesi sono un’infinità di tempo.”
“Andrà bene” mi dice. “E non vede l’ora” mi assicura.
Scuoto la testa di fronte al suo inguaribile ottimismo, del tutto ingiustificato. Mi piacerebbe crederle, sarebbe più facile, ma purtroppo so perfettamente che non è così.
Costringo i miei piedi a muoversi verso le porte, prima che Susanna riceva una seconda chiamata in cerca di una spiegazione su dove mi sono cacciata.
La maniglia è fredda sotto il mio palmo quando la abbasso per entrare nell’ufficio.
Al di là della sua mastodontica scrivania (ennesima, superflua ostentazione di ruolo e potere), l’uomo nell’impeccabile completo scuro con cravatta intonata che spicca sulla camicia immacolata, sposta lo sguardo dallo schermo del computer per posarlo su di me. Porta gli occhiali adesso, noto.
“Lena!” esclama con quel suo tono professionale, da venditore, che non dismette mai, abbinato all’altrettanto immancabile sorriso di facciata.
“Papà” saluto rimanendo ferma davanti alla porta, ora chiusa.
“Hai tagliato i capelli. Sono… particolari” si sforza di dire.
“Li ho tagliati quasi un anno fa.” Ma lui ovviamente non può saperlo: non lo vedo dal giorno della discussione della tesi della Triennale a cui ha partecipato perché informato da Sara, non certo da me. Almeno avrà smesso di pensare che le mie scelte stilistiche siano dettate esclusivamente dal desiderio di infastidirlo. Non è mai stata quella la motivazione e in ogni caso da molto tempo non mi importa più abbastanza di lui da disturbarmi a dargli fastidio.
Mi impegno a non sbuffare mentre i suoi occhi scorrono su di me, sulla camicia nera a maniche lunghe con un solo bottone aperto, su in cima, in modo che non si intraveda neppure un angolo di nessuno dei miei tatuaggi, sul mio viso privo di piercing, sui miei jeans lunghi e senza strappi e sugli stivali.
“Jeans e stivali, Lena?” si lamenta con tono accondiscendente. “Davvero non hai niente di più adatto nell’armadio?”
Lo sforzo di non sbuffare si fa sfidante.
“La mail diceva niente di troppo corto o scollato e niente tacchi alti. Ho obbedito.”
Mi meraviglio di me, perché la frase non edulcorata nella mia mente è stata: la mail con lo stupido dress-code previsto senza nessuna ragione logica per un’azienda che non ha il minimo contatto con il pubblico.
Il suo cellulare inizia a trillare, tanto per cambiare.
“Preferirei che venissi con qualcosa di più classico” dice lanciando un’occhiata allo schermo e allungandosi per interrompere la suoneria. “Come Evelina, ad esempio.”
Stavolta mi devo letteralmente mordere la lingua per non rispondere: Ah sì, Evelina, la ragazza che si è occupata della documentazione per lo stage, quella con la gonna blu sotto al ginocchio, la camicetta panna e le ballerine da ottantenne. Quella che fa pompini al responsabile finanziario quando fanno finta di fermarsi a fare straordinari fino a tardi. Hai presente? Quegli straordinari pagati da te che pensi di sapere tutto e controllare tutti. Che sbadata! Mi sono dimenticata di chiederle se c’è un codice di condotta anche per il sesso orale, negli uffici.
“E un po’ meno truccata” prosegue.
Lo sono molto meno del solito, in realtà.
“Evelina cara ha due dita di stucco sulla faccia” replico. Un casino tra l’altro per le mutande del suo amante, immagino gliele calerà ben bene sulle gambe. “Non ho trovato niente nel dress-code. Mi vuoi spiegare tu la differenza? Il trucco va forse bene solo se ti fa sembrare una bambola di porcellana?”
Mio padre si irrigidisce subito, lo sforzo che fa per mantenere quel suo sorrisetto di rappresentanza del cazzo evidente ai miei occhi come i tendini sul collo di un sollevatore di pesi al suo record personale.
“Rendimela facile, per una volta” mi prega fingendosi umile, ragionevole. “è una bellissima occasione per tutti e due.”
E la mia pazienza è già sfumata.
“Sono qua solo perché l’università che mi hai costretta a frequentare prevede di totalizzare venti crediti in stage in azienda e perché avresti fatto una figura di merda se la figlia di Giancarlo Romano avesse fatto richiesta da un’altra parte. Lo so io e lo sai tu. Possiamo smettere immediatamente di fingere che ci siano altre motivazioni, almeno tra noi. Ti prometto che con tutti gli altri farò finta che sia stata una libera scelta, come tutto il resto.”
Il sorriso di mio padre si spegne di colpo.
È più forte di me, quando sono con lui: non riesco a stare zitta di fronte alla sua facciata da uomo facoltoso e filantropo, che organizza aste di beneficienza e si preoccupa della comunità alla quale offre ottimi posti di lavoro, e che, poverino, dopo quello che gli è successo si è dovuto occupare di crescere da solo una figlia così difficile.
Peccato che prendersi materialmente cura di un figlio non significhi crescerlo, non significhi curarsene. Affatto.
Di un figlio, o di una moglie. Non che lo abbia fatto a lungo, comunque. Sento la familiare morsa stringersi attorno alla mia gola e la scaccio, anche se il lunedì mattina è sempre un po’ più difficile.
Torno a guardare la sua figura un po’ appesantita dall’età ma ancora prestante se non proprio atletica, e quasi mi sembra di rimpicciolire nella mia pelle: quando sono con lui mi sento di nuovo esattamente quella figlia difficile, l’adolescente incazzata con il mondo intero che ha rischiato di fare davvero qualcosa di molto, molto grave e che non l’ha fatto solo ed esclusivamente grazie all’aiuto e all’affetto di Sara e Becca. Quell’aiuto e quell’affetto veri e quei gesti piccoli eppure così importanti fatti quando non c’è nessun altro a vedere, quando conta davvero, non quando serve solo a costruire un personaggio da sventolare in faccia ad altri fantocci, finti come quei pupazzoni delle grandi catene americane, altissimi, enormi e pieni solo d’aria.
Il cellulare riprende a suonare e mio padre, di nuovo, lo guarda e lo zittisce.
“Prendi sempre tutto nel verso sbagliato, anche questo… Non so più cosa fare con te.”
è bravo devo dire, bravo davvero: convincerebbe chiunque con quegli occhi, di un castano molto diverso da quello dei miei, che tiene studiatamente spalancati sotto le folte sopracciglia brizzolate, fresche di estetista come sempre. Quasi riesce a renderli lucidi.
Ma io lo conosco, lo conosco perfettamente. E non riesce a incantarmi, mai.
“Puoi non fare niente” lo rassicuro. “Io non mi aspetto altro.”
Ho smesso anni fa di aspettarmi qualcosa da lui.
Fa un sospiro appena percettibile, quasi come se avesse voluto nascondermelo. Che eroe: soffre in silenzio, penso disgustata.
Poi preme un tasto sul computer. Due secondi netti dopo risponde una voce femminile, annunciando il proprio nome come da protocollo.
“Federica.”
Tutto è schematizzato, qui come nell’intera vita di mio padre.
Tutto a parte moglie e figlia.
“Federica, mia figlia è arrivata. Te la mando così le fai fare il giro degli uffici e le mostri la sua postazione.”
“Benissimo, la aspetto.”
Preme qualcos’altro, immagino per chiudere la chiamata.
“Spero che ti troverai bene” si sforza di dirmi, mentre il suo cellulare suona per l’ennesima volta. Riesco a percepire la tentazione che ha di rispondere. Ammetto che mi stupisce non poco il fatto che non lo faccia, è evidente che reputi più importante proseguire questa sua parodia di accoglienza. “Il lavoro dovrebbe essere interessante.”
Ne dubito onestamente, ma sono stanca, come sempre quando devo avere a che fare con lui: mi sfinisce anche solo stare in sua presenza. Quindi rispondo quello che si aspetta, per una volta.
“Grazie.” La parola mi esce dalle labbra come se me l’avessero dovuta cavar fuori con le tenaglie, da quelle labbra che riescono a deluderlo e offenderlo comunque, anche se come richiesto sono nude, senza rossetto e senza piercing. Lo vedo chiaramente.
È sempre stato così con lui, ci deludiamo a vicenda, costantemente.
“Rispondi, sarà sicuramente importante” gli dico voltandomi. La suoneria si interrompe un’altra volta, ma non lo sento prendere la chiamata.
Sto già per uscire quando parla ancora, a me non al cellulare, ed è quasi esitante adesso, incerto.
“Io e Marisa ti aspettiamo sempre, a cena.”
Supero la porta senza guardarmi indietro e senza rispondere niente, mentre cerco di non vomitare nell’orribile vaso di design qui accanto, mentre mi sforzo di tenere il dolore lontano da me, ancora una volta. Quasi mi sembra di sentirla, la scheggia di vetro che stride contro tutte le mie corazze, che cerca di arrivare al cuore.
Io e Marisa.
L’odio cresce in me, familiare e benvenuto: funziona sempre, contro il dolore.
Possono aspettare per l’eternità, lui e Marisa.
E ho quasi l’impressione di sentire la scheggia cadere a terra, sconfitta come ogni altra volta: il mio cuore è un posto troppo difficile da raggiungere.
* * *
Erano dieci minuti che Lucilla teneva il dito sospeso sopra la freccetta di invio dei messaggi WhatsApp. Non riusciva a decidersi, tanto per cambiare.
Guardò per la duecentesima volta il link che aveva copiato nella chat di gruppo: il video intitolato “La casa rossa”, la cui immagine di copertina mostrava una ragazza di spalle con il capo ruotato leggermente all’indietro e il volto nascosto dall’ombra del cappuccio, con le iniziali gotiche che spiccavano sul retro della felpa.
Tutti i video degli Hooded Shadows avevano un titolo legato all’ambientazione in cui erano girati invece che un riferimento alla presenza di cui parlavano.
Si mordicchiò di nuovo il labbro, facendo una smorfia quando la pellicina che tormentava da tutta la mattina alla fine si strappò. Sulla lingua sentì il sapore del sangue, che succhiò distrattamente.
Aveva riguardato tutti e quattro i video al computer e, grazie allo schermo più grande, aveva notato che in quello si scorgeva per ben tre volte una… presenza, si sforzò di pensare. E in un fermo immagine in particolare si vedeva nettamente, anche se per un solo momento, mentre le ragazze correvano lungo un corridoio e la videocamera passava su una stanza a lato. Fluttuava a qualche centimetro dal suolo ed era l’unico in cui si vedesse a figura intera, non tagliata a margine della ripresa.
Avrebbe tanto voluto sapere cosa ne pensassero gli altri ragazzi di PKI. Per farlo, sarebbe bastato semplicemente premere su quella benedetta freccetta, ma non si sentiva di farlo. Aveva paura che non capissero, che iniziassero a prenderla in giro per aver condiviso una stupidaggine.
“Lu, perché non vieni un po’ a nuotare con me?”
Lucilla sobbalzò alla voce di Fabiano come se suo fratello l’avesse appena sorpresa a fare qualcosa di davvero, davvero imbarazzante, mentre una pioggia di goccioline la raggiungeva fastidiosamente fredda sulle braccia e sulle gambe nude. Strillò e il cellulare, poggiato in equilibrio su una coscia, scivolò giù. Lo riacchiappò prima che si sfracellasse a terra e richiuse al volo lo schermo premendo sul tasto laterale, prima di iniziare ad asciugare il vetrino contro la maglietta.
Sollevò lo sguardo su suo fratello, contrariata.
“Mi hai fatto prendere un colpo.”
“Non sono stato esattamente silenzioso: ho smesso di nuotare, sono uscito dall’acqua, ho anche fatto la doccia a non più di cinque metri da te e ti ho raggiunta sciabattando. Sembravi in un altro mondo.”
“Ero in questo” gli assicurò.
“Stavi ancora guardando quei video?” le chiese.
Lucilla si strinse nelle spalle e non rispose. A occhi bassi, poggiò il cellulare sul tavolino, aspettandosi una critica o magari un commento sul fatto che stava diventando un’ossessione. Critica o commento che in realtà non vennero.
“Sei seduta all’ombra da tutta la mattina, hai anche la pelle d’oca.”
“Ho la pelle d’oca perché mi hai bagnata” gli fece notare tornando a guardarlo e socchiudendo un po’ le palpebre.
“Hai la pelle d’oca perché la mamma si è dimenticata di dotarti di sangue nelle vene. Vieni almeno un po’ al sole…”
“Sai che la mamma non vuole” si lagnò. “Dice che ho la pelle troppo pallida e mi scotto.”
“Lu, avrai sempre la pelle troppo pallida se continui a evitare il sole come fossi un vampiro.”
“Ma…”
Non fece in tempo a formulare la risposta che Fabiano si chinò su di lei e la sollevò caricandosela su una spalla, quella sinistra tutta tatuata, come aveva scoperto da un paio di giorni, la prima volta che suo fratello era andato a nuotare. Quell’enorme, intricato disegno che proseguiva su pettorale, parte della schiena e sommità del bicipite non si vedeva quando era vestito, perciò Lucilla non aveva idea che Fabiano avesse dei tatuaggi ed era anche assolutamente certa che neanche la loro madre lo sapesse: sarebbe morta di crepacuore.
Lucilla strillò sentendo l’acqua fredda che ancora suo fratello aveva sulla pelle bagnarle tutti i vestiti. “Ti siedi al sole o ti butto a bagno vestita?” la minacciò. “A te la scelta.”
“No! No, no, no, no, no” lo pregò. “Va bene, va bene! Mi metto al sole!”
Fabiano, soddisfatto, la scaricò di fianco a uno dei lettini inondati dal sole e si sdraiò su quello accanto, massaggiandosi la spalla destra su cui spiccava l’intrico di cicatrici rossastre contro la carne un po’ irregolare del muscolo sottostante.
“Ti fa ancora male?” gli chiese Lucilla, sedendosi a sua volta e poggiando la schiena contro lo schienale un po’ reclinato, le braccia allacciate attorno alle gambe.
Suo fratello piegò un po’ gli angoli della bocca all’ingiù, come a minimizzare. “Va molto meglio” le rispose.
“Io non sono la mamma…” gli ricordò.
Fabiano accennò un sorriso.
“A volte mi fa ancora un po’ male, sì” le concesse allora. “Ma guarirà in fretta e nuotare aiuterà.”
“Almeno queste settimane serviranno a qualcosa.”
“Sarebbero servite comunque.”
Lucilla sorrise e chiuse gli occhi rivolgendo il viso al sole. Sentendo il freddo abbandonarla smise di accartocciarsi su se stessa e si distese sul lettino per esporsi meglio a quei bei raggi caldi.
“Si sta bene” commentò, un po’ stupita.
“Veramente non stai mai qui fuori?”
Lucilla scosse la testa senza aprire gli occhi, godendosi quella luce che filtrava attraverso le palpebre chiuse, trasformando il suo campo visivo in una distesa di giallo e arancio.
Si sentì bene, anche se aveva come un tarlo, che la rodeva da dentro impedendole di rilassarsi del tutto.
“Secondo te riuscirà ad aiutarmi?” gli chiese dopo un po’.
“Lena?”
“Sì.”
“Non lo so” le rispose sinceramente, come sempre. “Lo scopriremo tra qualche ora.”
Fabiano non era uno che si preoccupava prima del tempo.
“Come ti sembra?” gli chiese riaprendo gli occhi e voltando la testa di lato per osservarlo.
Suo fratello guardava di fronte a sé, verso l’acqua azzurrognola della piscina, mentre con la mano destra faceva i soliti esercizi con la piccola pinza. Rifletté un po’ prima di risponderle.
“è una ragazza insolita.”
“Sì, beh, è una sensitiva.”
Fabiano scosse lievemente la testa. “Non è per quello. Ha qualcosa di particolare.”
Lo dicevano anche di lei, ma Fabiano sembrò dare una connotazione positiva a quell’osservazione che per lei invece era una croce.
“Che cosa?”
Anche per lei era particolare, ovviamente: non aveva mai parlato con nessuno che assomigliasse a Lena, ma aveva l’impressione che Fabiano si riferisse a qualcosa di diverso.
Ed era in effetti così.
“Non le interessa fare buona impressione sugli altri, per niente.” Era vero, riconobbe Lucilla. Poi Fabiano strinse un po’ le palpebre, riflettendo. “Anzi, sembra che si impegni per non fare buona impressione. Come se volesse tenere gli altri a distanza.”
Quell’osservazione colpì Lucilla: non ci aveva pensato, perché era l’esatto opposto di quello che avrebbe tanto voluto fare lei. Perché mai fare in modo di non piacere?
“Se è così, è più che insolita…”
Fabiano sorrise di nuovo e Lucilla ebbe l’impressione che fosse un sorriso accondiscendente, per una volta, uno di quei sorrisi “da grandi” che vogliono dire: questo ancora non lo capisci. Durò appena un attimo comunque, poi tornò la sua solita espressione tranquilla e, come faceva sempre, la coinvolse nel suo ragionamento anziché lasciarla da parte.
“Magari ha un buon motivo per farlo” disse.
“Cioè a parte la storia dei… delle presenze?” si corresse in corsa.
“A parte quella, sì.”
“E che motivo potrebbe mai essere?”
“A te cosa viene in mente?”
Lucilla lo guardò storto. “Stai facendo come lo psicologo con cui mi ha obbligata a parlare la mamma” gli fece notare. “Ovviamente non lo so, altrimenti non lo avrei chiesto. Io non ho mai dovuto preoccuparmi di tenere lontani gli altri, ci pensano già da soli.”
Invece di sgridarla per quel commento che la loro madre avrebbe definito “melodrammatico” Fabiano passò oltre, proseguendo il discorso con un’ipotesi. “Magari c’è qualcosa di sé che non vuole raccontare.”
“Sempre a parte il discorso presenze?” chiese, scettica.
“Beh quello è abbastanza facile da tenere nascosto: basta che non dica di sentirle o qualunque cosa sia che fa, no?”
Lucilla fece spallucce. “Sì, immagino di sì.” Probabilmente Lena non si svegliava urlando di notte, terrorizzata all’idea di dormire da sola. Ripensò alla sua postura, ai suoi modi decisi, quelli di chi non ha paura di niente e nessuno. No, sicuramente Lena non lo faceva. “E allora cosa potrebbe essere?” lei non riusciva a immaginare niente di niente.
“Forse qualche aspetto della sua vita, qualcosa che le è successo e che per qualche motivo vuole tenere per sé. Quando lasci avvicinare le persone inizi a conoscerle, ma allo stesso tempo loro iniziano a conoscere te.”
Quello era sicuramente vero. C’era stata quella ragazzina, a lezione di nuoto, che aveva cercato di fare amicizia con lei. Si chiamava Alessia e parlava tantissimo. Subito Lucilla ne era stata contenta: Alessia si cambiava vicino a lei e sceglieva sempre la doccia di fianco alla sua per continuare a chiacchierare. Solo che a un certo punto aveva smesso di raccontarle di sé, dei suoi fratelli, dei suoi compagni di scuola e del ragazzino che le piaceva, e aveva iniziato a fare domande a lei. A Lucilla non era piaciuto: le era sembrato di non aver nulla da dire. Così aveva iniziato a rinchiudersi nel suo guscio e Alessia si era stufata di cercarla. Nel giro di una settimana era già amica per la pelle di Chiara, un’altra compagna di corso.
Certo che Lena non sembrava proprio una che potesse non avere cose da raccontare, o di cui vergognarsi, quindi Lucilla non riusciva a immaginare perché comportarsi in quel modo.
“Il tuo telefono sta continuando a suonare” le fece notare Fabiano.
“Il mio?” chiese d’istinto voltandosi in direzione della veranda, dove aveva lasciato il cellulare. Era da un po’ che sentiva quella serie di suoni, in realtà, ma aveva dato per scontato che fosse il telefono di Fabiano, non il suo.
“Il mio è qui…” rispose suo fratello, facendo un cenno verso la sdraio alla sua destra, dove in effetti spiccava il suo cellulare.
Lucilla si alzò lentamente, con un brutto, bruttissimo presentimento che le faceva sentire lo stomaco pieno di insetti svolazzanti. Erano i suoni delle chat di gruppo, rimaste entrambe silenziose negli ultimi giorni, sia quella della classe che quella di PKI. Perché all’improvviso quella pioggia di messaggi? Certo, per carità, succedeva spesso che semplicemente qualcuno iniziasse a scrivere e gli altri gli andassero dietro a ruota, eppure qualcosa le diceva che quella volta non fosse la spiegazione corretta.
Si avvicinò al tavolino sentendosi le gambe fatte di legno e prese il cellulare mentre lo stomaco le scendeva sempre più giù. Lo sbloccò con l’impronta e guardò a occhi sgranati la chat di PKI, dove la aspettavano quattordici messaggi non letti.
“Porca paletta” fu tutto quello che riuscì a dire, mentre il sangue le affluiva tutto in faccia: si sentiva le guance andare a fuoco. “Porca paletta!” quasi gridò.
“Lu? Che succede?” le chiese Fabiano, raggiungendola rapidamente, evidentemente preoccupato da quella sua reazione.
“Un disastro!” rispose, già sulla strada dell’isteria.
“Più nel dettaglio?” insistette Fabiano, impaziente ormai.
Allora Lucilla girò lo schermo del telefono verso di lui, incapace di spiegarsi in quel momento.
Il suo presentimento si era rivelato esatto: i messaggi non erano stati causati da qualcuno che aveva scritto. O meglio sì, era successo esattamente quello, solo che il “qualcuno” era lei: il primo della serie era il suo video, che doveva essere partito per errore quando aveva afferrato al volo il cellulare mentre scivolava.
Fabiano lo prese e lesse, corrugando progressivamente la fronte. Lucilla rimase lì in attesa, sentendosi come un imputato che aspetti la condanna che sa di non poter evitare. Non aveva osato leggere i messaggi di risposta, non se l’era sentita: chissà cosa avevano detto gli altri! Sicuramente l’avevano presa per scema per aver condiviso quel video. Porca paletta! Ma perché lo aveva copiato nella chat? Sapeva perfettamente che non avrebbe mai avuto il coraggio di inviarlo davvero! E allora perché diamine lo aveva messo là?! Doveva smetterla di fare quelle idiozie, di provare a essere una ragazzina come le altre…
Dopo quella che le parve un’eternità, Fabiano sollevò lo sguardo dal telefono e lo puntò su di lei, con le sopracciglia aggrottate.
“Non ho capito quale sia il problema.”
“Non avrei voluto condividere quel video! è partito per sbaglio!”
Fabiano si fece ancora più confuso. “Continuo a non capire.”
“Quanto esattamente ho fatto la figura della cretina?” si sentì chiedere, mentre chiudeva gli occhi e ne riapriva poi uno solo, come se fosse stata davanti alla scena spaventosa di un film.
Fabiano era ancora il ritratto della perplessità. “Per niente Lu, i tuoi amici lo stanno guardando e piace a tutti.”
Lucilla spalancò entrambi gli occhi, talmente tanto che ebbe l’impressione che le si sarebbero seccati.
“Cosa?!”
Fabiano le porse di nuovo il telefono. “Leggi…”
Con il cuore che le rimbombava nelle orecchie scorse rapidamente i messaggi, a ritroso dato che Fabiano era arrivato al più recente, in fondo.
Wow!
OMG!
Ma chi sono questi?!
Perché non li conoscevo?
Il tutto infarcito di faccine a bocca aperta, a occhi sgranati o con stelline e cuoricini al posto degli occhi.
“Il video è piaciuto…” mormorò, tornando a guardare Fabiano. “Il mio video, quello che ho condiviso io” disse, incredula.
“Sì” rispose Fabiano, come se fosse la cosa più normale del mondo.
In quel momento arrivò un nuovo messaggio che Lucilla guardò con un po’ di titubanza residua. Lo lesse e all’improvviso fu sicura che avrebbe preso fuoco lì, impalata in mezzo alla veranda.
Numero uno Lucilla che li hai scovati!!! Grande sis!!! E seguiva una serie di faccine con gli occhi a cuore.
Sis… Era quasi sicura di avere gli occhi a cuore anche lei: nessuno, nessuno, mai, neanche per sbaglio l’aveva chiamata sorella… A parte Fabiano ovviamente, ma con tutt’altro senso.
“Il video è piaciuto!” ripeté a voce molto più alta, con l’impressione che la sua faccia non fosse grande abbastanza per contenere tutto il sorriso. “Il mio video!” Rimase qualche istante ferma immobile, mentre quella consapevolezza scendeva su di lei. Poi sentì il bisogno di riscuotersi e muoversi. “Adesso ho caldissimo: devo fare un bagno per forza!”
Fabiano rise.
E Lucilla, mentre entrava di corsa in casa per mettersi il costume, pensò che forse, tutto sommato, la sua vita non era poi così male.
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