Nella Venezia del XVI secolo Veronica Franco si distinse non solo per il fascino ma anche per la sua produzione poetica e per la sua visione moderna dei diritti delle donne. Nel 1564 tutta Venezia rimase sorpresa dell’audacia di una giovane donna che, a soli 18 anni e incinta del primo figlio, aveva deciso di separarsi dal marito e di reclamare la sua dote per essere padrona della sua vita. Si chiama Veronica Franco e non sopporta più le percosse del manesco consorte, un ubriacone dedito al gioco d’azzardo che le riserva solo angherie. Veronica ha sogni che vuole realizzare e non la spaventa essere giudicata una poco di buono per aver deciso di andarsene dalla casa maritale. Inizia così per lei un percorso di evoluzione personale di concezione assolutamente moderna per quei tempi, e che la porta a essere la più rispettata tra le “cortigiane oneste” che vivono nella Serenissima. Ma una donna che rivendica la propria indipendenza perde la reputazione, è socialmente rovinata e si trova davanti solo porte chiuse, oltre a una scelta quasi obbligata: prostituirsi. Le cose vanno però in modo diverso. La morte precoce del marito, il padre di Veribica, indusse la vedova, la bella Paola, a riprendere l’antica e proficuo mestiere, anche se, le va riconosciuto, cercò di dare alla figlia una vita “onorevole”. A questo scopo, quando Veronica aveva solo sedici anni, la madre le combinò il matrimonio con Paolo Panizza, il quale non fece che procurare grandi sofferenze alla giovane moglie, finchè, appunto, stufa di subire, lei preferì abbandonarlo senza rimpianti.
Seducente e raffinata, dopo la separazione Veronica torna a vivere con Paola, che la istruisce nell’arte di cortigiana. Pare che superò in bravura la madre e che un bacio di Veronica avesse il valore di 15 scudi, mentre una serata intera in sua compagnia ne valesse 50. Incantevole di aspetto, raffinata e nei modi, intelligente e colta, divenne una presenza molto ambita nei salotti veneziani. Le “cortigiane oneste” godevano del privilegio di scegliere i propri amanti, e Veronica li selezionava secondo l’estrazione nobile, il denaro e la cultura, il che le consentì di intrattenere rapporti con i poteri forti della città. Lei aveva un amico speciale, Domenico Venier, celebre poeta seguace del Petrarca, che influì molto sulla sua carriera letteraria e che rese possibile la pubblicazione, nel 1575, del suo libro di poesie Terze rime. Non solo: Marco, uno dei due nipoti di Domenico, fu il grande amore della sua vita. Maffeo, il secondo nipote di Venier, quando vide che Veronica preferiva il fratello, si vendicò declamando versi in insultanti, che circolarono in tutta Venezia: «Veronica, ver unica puttana». Non aveva calcolato che la cortigiana, anziché sentirsi offesa, lo avrebbe sfidato in pubblico duello poetico, battendo il rancoroso Maffeo in maniera eclatante. La vittoria le servì per essere consacrata come poetessa e il suo prestigio si consolidò. Nel suo palazzo presso Santa Maria Formosa, ospitava musicisti, pittori e nobili. Uno dei suoi ospiti più illustri fu l’umanista Michel de Montaigne, che fece sosta a Venezia nel 1580. Il 7 novembre, come riportò lo stesso scrittore, cenò con Veronica, dalla quale ricevette in ossequio un piccolo volume che lei stessa aveva pubblicato, con il titolo di Lettere familiari a diversi, opera nella quale raccoglieva la sua corrispondenza con i più importanti personaggi dell’epoca. Questo libro rappresenta oggi una testimonianza unica sugli usi e sui costumi della Venezia del XVI secolo. La visita di Montaigne segna svolta nell’esistenza di Veronica. Ridolfo Vannitelli, il precettore di uno dei quattro figli di lei, forse per vendicarsi di esser stato respinto, la denunciò al Sant’Uffizio con l’accusa di avere uno scarso fervore religioso e di praticare la stregoneria. Nell’Ottobre 1580 viene incarcerata e condotta nel Tribunale dell’Inquisizione. Ridolfo afferma di averla vista ricorrere a sortilegi e a invocazioni diaboliche. Il suo stesso parroco dichiara che lei è poco devota alla fede. La sua servitù riferisce in giudizio che l’hanno vista praticare incantesimi e mangiare carne di venerdì. Lei si difende brillantemente, ne è del tutto in grado, ma riguadagna la libertà per la testimonianza di illustri personaggi di cui lei conosce parecchi segreti.
Dopo il processo, tutte le sue facoltose amicizie la misero al bando e i pochi documenti esistenti riportano che perse le ricchezze e i beni materiali. Quando morì anche l’ultimo benefattore, un ricco commerciante, si ritrovò priva di ogni sostegno finanziario. Tirò avanti con dignità e il suo solo rammarico fu di non potersi fregiare mai delle protezioni e dei riconoscimenti accordati alle donne "rispettabili", anche se le venne tributato il titolo di poetessa. Non pubblicò più altri scritti e morì a 45 anni. Con lei tramontava l’età d’oro delle cortigiane veneziane. Donne forti, indipendenti, istruite e sensuali, che, per citare la stessa Veronica Franco, erano condannate a «mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, muoversi secondo l’altrui desiderio, correndo in manifesto naufragio sempre della facoltà e della vita».
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