Caroline Lamb veniva spesso chiamata semplicemente “Caro” dagli amici più intimi e nelle lettere private. Era un diminutivo affettuoso molto usato nell’aristocrazia inglese dell’epoca. Ma più interessante è il fatto che, nei circoli mondani londinesi si costruì quasi una reputazione-soprannome: veniva descritta come una creatura “pericolosamente brillante”, selvaggia. Non era raro che venisse definita una “female genius gone mad” (“un genio femminile impazzito”), soprattutto dopo lo scandalo con Lord Byron. Lui stesso alternava soprannomi teneri e crudeli nelle lettere. A volte la chiamava con vezzeggiativi infantili, altre la descriveva come incontrollabile, quasi una forza della natura più che una persona. In pratica Caroline non ebbe un soprannome ufficiale famoso come accadde ad altre figure Regency, ma aveva qualcosa di ancora più potente nella società di quel tempo: una leggenda personale immediatamente riconoscibile. Lei entrava in una stanza come se fosse già al centro di una rappresentazione teatrale. Non perché fosse bella, anche se da ragazza era descritta come magnetica, con occhi enormi e un’energia quasi febbrile, ma perché sembrava incapace di vivere in modo ordinario. Nella Londra Regency, dove tutti recitavano una parte sociale, Caro recitava sempre sopra le righe. Era nata nell’alta aristocrazia, nipote dei Devonshire, cresciuta in un ambiente dove il denaro sembrava inesauribile e le regole esistevano soprattutto per essere piegate con eleganza. Da bambina era già considerata ingestibile. Correva, imitava gli adulti, faceva scherzi crudeli, leggeva ciò che non avrebbe dovuto leggere. La madre cercò di trasformarla in una dama all’altezza del suo rango, ma ottenne l’esito quasi opposto: Caroline imparò benissimo le convenzioni sociali e quindi imparò anche come distruggerle. Quando sposò William Lamb, futuro primo ministro britannico, furono in molti a pensare che il matrimonio l’avrebbe calmata, invece le fornì semplicemente un palcoscenico più grande. A differenza di altre donne aristocratiche dell’epoca, non aveva alcuna intenzione di essere discreta. Ballava troppo, parlava troppo, rideva troppo forte. Se una conversazione diventava noiosa, inventava qualcosa solo per provocare reazioni. Una volta, durante una cena, iniziò a imitare gli ospiti presenti uno per uno, copiandone tic e voci con una precisione talmente feroce da mettere a disagio perfino gli amici. La società londinese, ufficialmente scandalizzata, in realtà la adorava. Perché il ton viveva di questo: giudicare pubblicamente ciò che in privato trovava irresistibile.
Poi arrivò Lord Byron. L’incontro tra lui e Caroline pare quasi scritto da un romanziere troppo melodrammatico per essere credibile. Lui era appena diventato celebre dopo la pubblicazione del Childe Harold: pallido, zoppicante, bellissimo, con quell’aria da uomo già stanco del mondo a ventiquattro anni. Lei lo vide a una festa e ne rimase ossessionata quasi immediatamente. La famosa frase “mad, bad and dangerous to know” non nacque come battuta brillante preparata con calma. Somiglia piuttosto a una reazione istintiva: Caroline aveva riconosciuto in Byron qualcosa di molto simile a se stessa. Entrambi vivevano come se la realtà dovesse continuamente intensificarsi per non diventare insopportabile. La relazione fu un incendio sociale. Non tanto perché i nobili fossero dei moralisti, moltissimi avevano amanti, ma perché Caroline e Byron sembravano incapaci di limitarsi alla discreta ipocrisia richiesta dall’ambiente. Lei gli scriveva lettere furiose più volte al giorno. Cambiava tono di continuo: adorazione, minacce, suppliche, ironia. In certi momenti sembrava una ragazzina innamorata; in altri, un generale che prepara una vendetta. Quando Byron cercava di allontanarsi, lei diventava ancora più teatrale. Una sera riuscì a introdursi a una festa privata dove sapeva che lui sarebbe stato presente, travestita da ragazzo italiano. Il travestimento non era nemmeno particolarmente convincente; il punto era che tutti capissero quanto fosse disposta a spingersi oltre. Ma la parte più interessante della storia non è lo scandalo romantico, ma il modo in cui Caro rifiutava il ruolo femminile previsto per lei. In quegli anni le donne potevano essere spiritose, seducenti, persino infedeli, purché salvaguardassero il contegni. Viceversa lei trasformava ogni emozione in qualcosa di pubblico e ingestibile. Era questo il vero scandalo: non il sesso, ma l’eccesso emotivo. Perfino il marito William reagiva in modo stranissimo. Invece di distruggerla socialmente o rinchiuderla lontano da Londra, come molti uomini avrebbero fatto, sembrava oscillare tra esasperazione e autentico affetto. Forse la comprendeva più degli altri. O forse aveva capito che contrastarla apertamente produceva soltanto caos maggiore. Dopo la rottura con Byron, Caro iniziò lentamente a consumarsi. Continuava a frequentare feste, continuava a provocare, ma dava sempre più l’impressione di una donna che recitava una versione esasperata di se stessa perché non sapeva più come smettere. Scrisse un romanzo, Glenarvon, trasformando Byron in un personaggio tossico e seduttivo riconoscibilissimo. Fu un successo enorme perché tutta Londra amava spiare il dolore altrui purché fosse elegantemente rilegato. Negli ultimi anni ingrassò, si ammalò spesso, abusò probabilmente di medicinali a base di laudano e sviluppò quella malinconia agitata tipica di molte figure romantiche dell’epoca. Morì relativamente giovane, a quarantadue anni, dopo una lunga fase di instabilità fisica e mentale. Eppure, a differenza di tante donne della sua epoca perfettamente educate e poi dimenticate, lei è rimasta viva nell’immaginario collettivo. Forse perché incarnava qualcosa che la sua epoca cercava disperatamente di reprimere: l’idea che una donna potesse essere brillante, autodistruttiva, sessualmente impulsiva, ridicola, intelligente e scandalosa tutto nello stesso momento. Non una “dama decaduta”, ma una personalità troppo grande per il ruolo che il suo secolo le concedeva.
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