Nell’estate del 1810, la società elegante di Londra era ossessionata da una sola domanda:
Chi aveva ucciso Spencer Perceval? Il fatto in sé era già sconvolgente. Spencer Perceval non era soltanto un politico importante: era il Primo Ministro in carica. E il 11 maggio 1812, nel cuore stesso del Parlamento britannico, venne assassinato con un colpo di pistola. Ancora oggi resta l’unico Primo Ministro britannico ucciso nella storia. Ma la parte davvero inquietante è che l’assassino non tentò di fuggire: aspettò tranquillamente.
Quella sera il Palazzo di Westminster risuonava di rumori: passi rapidi nei corridoi, domestici con candele, parlamentari che discutevano di guerra e debiti. L’Inghilterra era nel pieno delle guerre napoleoniche contro Napoleone Bonaparte, e il paese viveva in uno stato di tensione costante. Poco prima delle diciassette, Spencer Perceval attraversò l’atrio della Camera dei Comuni. Era un uomo relativamente modesto per gli standard politici dell’epoca: non amava il lusso, era profondamente religioso, conduceva una vita familiare insolitamente sobria. Alcuni lo consideravano onesto. Altri rigido e incapace di comprendere la disperazione crescente del paese. Mentre entrava nel vestibolo, un uomo gli si avvicinò senza che nessuna guardia lo fermasse. Nessuno sospettò nulla. L’uomo estrasse una pistola e sparò al petto di Perceval quasi a bruciapelo. Il Primo Ministro barcollò in avanti e cadde pesantemente a terra. Per alcuni secondi nessuno capì davvero cosa fosse successo. Un parlamentare pensò addirittura allo scoppio di un tubo. Poi qualcuno vide il sangue, le urla riempirono il corridoio e in mezzo a quel caos, l’assassino fece qualcosa di agghiacciante: si sedette con calma su una panchina. L’uomo si chiamava John Bellingham, aveva circa quarant’anni, un aspetto ordinario, vestiti sobri e modi quasi rispettabili. Non sembrava un fanatico. Non sembrava folle. Quando gli uomini presenti gli si lanciarono addosso, lui non oppose quasi resistenza e tranquillamente disse loro che era lui l’uomo che stavano cercando. Secondo la versione di alcuni testimoni appariva sorprendentemente composto, come se avesse appena concluso un affare. La storia che emerse nei giorni successivi sembrava uscita da un romanzo paranoico. Bellingham era un mercante fallito che anni prima aveva avuto problemi commerciali in Russia. Era stato arrestato lì in circostanze confuse e aveva passato anni cercando compensazioni dal governo britannico. Aveva scritto lettere a decine, forse centinaia, ai funzionari, ai ministri, alle autorità. Ignorato. Respinto. Umiliato. Con il tempo aveva sviluppato un’idea ossessiva: il governo britannico gli aveva deliberatamente rovinato la vita e nella sua mente un uomo rappresentava tutto il governo: Spencer Perceval. Londra reagì con un misto di orrore e fascinazione morbosa. I giornali pubblicavano dettagli continuamente, le stampe con la scena dell’assassinio si vendevano ovunque, la gente discuteva del caso nei salotti aristocratici, nei caffè, nelle taverne. Ma ciò che rendeva la vicenda quasi irreale era il comportamento di Bellingham, che non cercò mai veramente di negare, non mostrò pentimento, anzi, pareva convinto di aver agito razionalmente. Durante il processo parlò con calma glaciale, insistendo di essere stato vittima di enormi ingiustizie. Molti spettatori ne uscirono sconvolti non perché apparisse mostruoso… ma perché sembrava normale. Il processo fu rapidissimo perché si svolse in un solo giorno per l’assassinio del Primo Ministro. La corte non volle approfondire troppo il possibile squilibrio mentale dell’imputato. In parte perché l’idea stessa di follia criminale era ancora trattata in modo rudimentale; in parte perché il governo aveva bisogno di chiudere il caso in fretta. L’Inghilterra era in guerra, l’instabilità politica faceva paura e l’idea che chiunque potesse avvicinarsi al centro del potere e sparare al Primo Ministro nel cuore del Parlamento era terrificante. Bellingham venne condannato a morte e tre giorni dopo fu impiccato. Oggi sembra quasi inconcepibile, eppure migliaia di persone accorsero per assistere all’esecuzione pubblica. All’epoca la morte era anche spettacolo e attirava i venditori ambulanti che distribuivano opuscoli sul delitto. Alcuni vendevano perfino miniature della pistola usata nell’assassinio, ma il dettaglio più inquietante arrivò dopo: la giacca indossata da Perceval al momento della sua uccisione venne conservata macchiata di sangue e per anni fu mostrata come reliquia politica e curiosità macabra. L’omicidio cambiò profondamente la percezione circa la sicurezza politica britannica poiché prima di allora molti uomini di governo si muovevano quasi senza protezione. Il potere britannico amava presentarsi come stabile, civile, ordinato. Il delitto mostrò invece qualcosa di diverso: paranoia politica, rancore sociale, isolamento delle élite e la facilità con cui un singolo uomo poteva colpire il cuore dello Stato. È anche uno dei primi casi moderni di assassinio politico compiuto da un uomo ossessionato da torti personali e convinto che la violenza fosse l’unico modo per essere ascoltato. E c’è un ultimo particolare quasi cinematografico: poco prima dell’esecuzione, a Bellingham fu chiesto se provasse rimorso. Lui rispose di no, convinto di aver agito correttamente e la sua freddezza colpì profondamente l’opinione pubblica Regency. Nei decenni successivi il suo nome restò associato a una paura nuova e molto moderna: l’uomo apparentemente ordinario che, consumato dall’ossessione, decide improvvisamente di uccidere.
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