Cara Beatrice,
ti scrivo questa lettera che non ti manderò mai perché ho tante cose da dirti e voglio almeno fingere di farlo. Lo so che non serve a niente, che tu queste cose non le leggerai, non saprai nulla di quello che avrei voluto raccontarti e non potrai rispondere a nessuna delle mie domande. La verità è che lo faccio per me, perché metterle nero su bianco mi aiuta a riordinare i pensieri; e un po’ anche perché spero che alla fine mi farò contagiare dalla tua vena mistica, metterò a tacere la mia ferrea razionalità e crederò che, in qualche modo, le mie parole riescano ad arrivare fino a te. Okay, no, mi sa che questo non è proprio possibile. Però ti scrivo lo stesso e se è uno spreco di tempo pazienza, tanto il tempo è l’ultima cosa che mi manca.
Ieri stavo girovagando in internet. Ormai non si parla d’altro che della pandemia che ha colpito il mondo intero, ed è una sensazione davvero strana perché un simile evento non sembra una cosa che sarebbe potuta succedere a noi. Tanto tempo fa, magari. O in qualche posto del mondo dimenticato da Dio, come da tutti noi; dove, al sicuro nella nostra privilegiata condizione, immaginiamo che i monatti di manzoniana memoria ancora esistano e ammassino sui carri i corpi dei morti senza volto che non potremmo mai essere noi. Ma non certo nel mondo moderno, in quei Paesi altamente civilizzati e all’avanguardia dal punto di vista medico e tecnologico. Quelli dove se hai l’influenza ti spari qualche pillola, anche un po’ alla cavolo volendo, e come per magia tutto torna come prima. Un paio di mesi fa, quando si è saputo che l’Italia era il Paese più colpito, questa cosa per me è diventata ancora più irreale. Eppure sta succedendo e proprio in quella che una volta era casa mia.
Comunque, tra i vari articoli ce n’era uno che parlava della nostra città, così ho pensato a te. Ai nostri due monolocali sullo stesso pianerottolo, a tutte le volte in cui ho suonato alla tua porta e tu alla mia e a quelle in cui le lasciavamo aperte e ognuna di noi si faceva i fatti propri, ma era un po’ come vivere insieme. I vicini del condominio ci chiamavano “le ragazze della soffitta”, ricordi?
Alla fine, la cosa strana è che noi due non siamo mai state amiche del cuore, non di quelle alle quali confidi tutti i tuoi segreti e di cui non potresti mai fare a meno, perché ti sembrerebbe di perdere una parte di te. Forse è stata colpa mia, a quei tempi non riuscivo a lasciarmi andare del tutto con nessuno. Però ci siamo state una per l’altra, proprio quando entrambe avevamo bisogno che ci fosse qualcuno. Credo sia questo il motivo per cui questa finta lettera la scrivo a te: perché so che mi ascolteresti e basta, senza giudicarmi né pretendere nulla, senza crearti impossibili aspettative e, spero, senza soffrire per il fatto che non potremo vederci mai più.
Quando mi sei venuta in mente, dopo aver letto l’articolo, ti ho immaginata da sola. E lo so che non ha senso, ma mi sono sentita in colpa. Se io fossi ancora lì, a vivere la mia vecchia vita, nessuna di noi due sarebbe sola ad affrontare tutto questo: ci basterebbe lasciare la porta aperta.
Come stai, Bea?
Abiti ancora lì?
Ti sei ammalata?
Stai alla grande, chiusa nel tuo monolocale, e ne approfitti per spararti tutte quelle serie da dieci stagioni che non avevi mai il tempo di vedere?
Hai abbastanza soldi per vivere?
C’è qualcuno, accanto a te?
Hai paura?
Prima di scomparire per sempre non ti ho nemmeno salutata come si deve e, per questo, è giusto che mi senta in colpa, anche se non potevo fare altrimenti. Non solo non ti ho salutata, ti ho anche mentito quando ti ho scritto quella mail, in cui dicevo che mi ero presa una vacanza e che non sapevo quando sarei tornata. Ho dovuto. Ho mentito a tutti quanti e non solo perché qualcuno mi ha obbligata a farlo, qualcuno a cui era impossibile non ubbidire. L’avrei fatto comunque, perché era giusto così: volevo che le persone che mi amavano mi credessero felice, pronta a vivere quella nuova vita che avevo sempre cercato, senza trovarla mai.
Allora, non sapevo che le mie bugie si sarebbero trasformate in realtà: vivevo in un incubo e davanti a me vedevo solo terrore. Mentire era l’unico modo per proteggere chi continuava a esistere fuori dall’incubo, specialmente i miei genitori.
Persino loro a poco a poco si allontanano sempre di più, ma in questo periodo li penso ogni giorno. Scrivo loro delle mail, qualche volta, e so che stanno bene nel villaggio sperduto del Tibet dove si sono rifugiati anni fa, ma non posso guardarli negli occhi e non so se hanno paura. Quanto sentono la mia mancanza. La cosa che mi fa più male è che, prima o poi, dovrò trovare il modo di dire alle due persone che mi hanno dato la vita che non potremo mai più vederci, abbracciarci, che la loro unica figlia non sarà con loro nemmeno nel momento in cui, inevitabilmente, moriranno. Spero che non mi odieranno, per questo, ma è sempre meglio che far credere loro che io sia morta: nessun genitore dovrebbe mai sopravvivere al proprio figlio.
Ma adesso basta parlare di cose tristi.
Sai cosa vorrei tanto sapere? Se sei riuscita a resistere o se, alla fine, gli ormoni impazziti hanno avuto la meglio e ti sei messa con quell’idiota di Massimo. Senza di me a tenerti a freno è probabile che tu ci sia cascata, ma mi illudo che possa non essere così. Lo so, lo so, è un gran figo. E ti bagni appena ti guarda. Ma che cavolo, Bea, quello è un tale stronzo! Arrogante, pieno di sé, con la sensibilità di un tubero gonfiato a steroidi, egocentrico fino al midollo e senza la minima possibilità di trasformarsi in qualcosa di anche solo vagamente accettabile nell’universo “possibili compagni di vita”. Se fossi qui davanti a me, adesso, mi diresti che non ci capisco niente di uomini e che per me è facile parlare, perché i maschi alfa mi hanno sempre fatto venire l’orticaria. Ma la verità è che…
«Anita.»
Scusa, Bea, ora devo andare: il mio Signore mi chiama e non posso farlo aspettare. Tornerò presto.
Chiudo il portatile e mi volto. Lui è sulla porta e mi guarda con i suoi occhi di smeraldo. Non importa quanto tempo sia passato, ogni volta è come la prima: mi sento come se quegli occhi volessero assorbire la mia essenza, trascinarmi tutta dentro di lui. E il primo pensiero, appena il mio sguardo si posa su di lui, è sempre lo stesso.
È bellissimo.
È terrificante.
E io sono sua.
«Cosa stavi facendo?» mi chiede rilassato, lanciando uno sguardo al computer sulla scrivania.
«Scrivevo una lettera.»
«A chi?»
«Una vecchia amica.»
Stringe leggermente gli occhi, ma non ha nessun’altra reazione.
«Vecchia quanto?»
«Vecchia come il mondo in cui vivevo prima.»
Ora è accigliato. Mi affretto a rassicurarlo.
«Sta’ tranquillo» dico alzandomi in piedi, «non ho intenzione di mandargliela davvero.»
I suoi occhi diventano ancora più oscuri.
«Non è questo che mi preoccupa.»
«Cosa, allora?»
Si muove. Non come una persona normale, ma come il padrone assoluto di tutto ciò che lo circonda. Non lo fa apposta, in lui non c’è niente di artificioso: non ha nemmeno bisogno di sentirsi potente, perché lui è il potere. Ora è vicinissimo, alza una mano e mi sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio. È enorme e incombe su di me, ma le sue dita sono delicate come il volo di una farfalla.
«Non credevo ti mancasse tanto la tua vecchia vita.»
«Adesso ti senti in colpa per avermi rapita, mio Signore?»
Sorride. Un angolo della bocca si solleva verso l’alto e gli smeraldi risplendono di una luce oscura. Con un movimento improvviso, mi solleva come se non pesassi niente e si siede sul grande letto con me in braccio.
«Sono egoista o crudele, se ti rispondo di no?»
«No, non lo sei.»
Ed è vero. Lui con me non è mai egoista, perché per lui io sono molto più importante di quanto non lo sia per se stesso. E non è mai crudele, perché preferirebbe morire piuttosto che farmi del male.
Avvicina la guancia alla mia e la sfrega piano contro la mia pelle. Il lieve strato di barba mi punge le guance e qualcosa si contrae dentro di me.
«Non voglio che ti manchi qualcosa» mormora serio, con la sua voce profonda. «E non voglio che tu sia triste. Mai.»
Mi viene da sorridere perché ha parlato in tono di comando. È una cosa che gli viene naturale come respirare, ma lui sa, come lo so io, che non si può ordinare a qualcuno di non essere triste. Si può solo fare di tutto perché non lo sia, e lui lo fa, ogni giorno.
«Tu sei mio?»
«Non fare domande stupide» mi rimprovera, affondando i denti nel lobo del mio orecchio. Dio, quanto amo queste piccole punizioni.
«Allora non può mancarmi niente, né posso essere triste.»
«Anita…»
«Shh.» Gli prendo il viso tra le mani. Non mi stancherei mai di guardare i suoi occhi verdi e profondi come laghi ghiacciati, potrei passare l’eternità a farlo. «Non sono triste, amore mio. Ho solo bisogno di fingere di parlare con qualcuno del mio vecchio mondo, e Beatrice mi è sembrata la persona più adatta.»
«La tua vicina di casa?»
Annuisco.
«Sei preoccupata per lei? Se vuoi, posso mandare qualcuno ad assicurarsi che stia bene. O magari potresti scriverle una vera lettera, basterà che tu… ometta qualcosa. E se, vista la situazione, dovesse avere problemi economici, farò in modo che le siano versati sul conto…»
Poso la bocca sulla sua e la solita scarica elettrica mi attraversa da capo a piedi. Accidenti, quando penso di non poterlo amare più di quanto già non lo ami, lui fa qualcosa che mi smentisce. Ogni volta.
«Ti ringrazio, ma non voglio che mandi qualcuno a spiare la mia amica.»
«Non vedo dove sia il problema: non se ne accorgerebbe mai.»
Sorrido. Lui non vede dove sia il problema. Ovvio.
«Non è necessario. Non posso mantenere il controllo sul mio passato e non sarebbe giusto che lo facessi. Bea deve vivere la sua vita e io la mia. La lettera che le sto scrivendo è una cosa che serve a me, vedila come una specie di diario.»
«Non sei il tipo da tenere un diario» commenta, mentre mi prende per la vita e mi solleva per farmi sedere a cavalcioni delle sue gambe. Lo sento contro di me e so bene quanto mi vuole, perché io lo voglio altrettanto. Sempre.
«Che ne sai tu? Le persone cambiano. Non ero nemmeno il tipo che perde la testa per un maschio alfa che si crede onnipotente» gli faccio notare, ripensando a quello che stavo scrivendo a Bea quando lui mi ha interrotta. «E invece eccomi qui.»
Lui fa un sorrisetto, ma non dice niente. In compenso, mi tira su il vestito e me lo sfila dalle braccia, poi slaccia il reggiseno, lo tiene un momento in equilibrio sulla punta dell’indice e lo lascia cadere a terra. È più lento del solito e i suoi occhi fissi su di me mi dicono che questa è una delle volte in cui vuole godersi ogni istante. Rabbrividisco, perché so già quello che farà. E non vedo l’ora.
Sento la sua bocca di me, le mani che mi accarezzano; chiudo gli occhi e lascio che lui mi dia tutto quello di cui ho bisogno. Quando mi sente gemere forte, mi fa sdraiare sul letto e mi spoglia del tutto, senza smettere di baciarmi. È ovunque su di me, dentro di me.
La sua bocca, la sua lingua, le sue dita…
Cerco di toccarlo, di dargli almeno una minima parte del piacere che mi sta regalando, ma lui non me lo permette. È concentrato su di me e ormai ho imparato che quando è così è inutile insistere: non esiste forza al mondo che possa smuoverlo di un millimetro da quello che mi sta facendo. Perdo la nozione del tempo, mi abbandono al piacere che sale come un’onda di tempesta ed esplode, poi risale più lentamente ed esplode di nuovo.
Non so quante volte, ho perso il conto.
Alla fine, lui scivola verso l’alto, si posiziona in mezzo alle mie gambe e mi copre con il suo corpo grande, forte, perfetto. Mio. Tutto mio. Mi dà un bacio umido e dolcissimo, poi entra dentro di me all’improvviso, e questo non lo fa lentamente. Mi prende con una spinta decisa, fino in fondo, poi si ferma e mi guarda negli occhi.
«Pensi che io mi creda onnipotente?» mi chiede con voce roca, ed è buffo perché sembra davvero preoccupato della mia possibile risposta.
«No» ansimo, trattenendo un sorriso, e mi inarco contro di lui, perché sto cominciando a sudare e vorrei tanto che la smettesse di farmi domande inutili e cominciasse a muoversi. «Penso che tu lo sia davvero, purtroppo.»
Lui ridacchia e mi bacia di nuovo. Questa volta è un bacio profondo, possessivo, di quelli che lasciano entrambi senza fiato. Si scosta appena e i suoi occhi nei miei sono intenso fuoco che consuma l’anima.
«Ti amo, Anita.»
«Ti amo, Patrick.»
E poi non c’è nient’altro da dire.
Eccomi, sono tornata.
Nel frattempo, sono andata a farmi un bagno in piscina con le mie amiche e ho parlato loro di te. Ti piacerebbero Nia e Beth, ne sono sicura. Nia e Kyler, il suo compagno, vivono nella mia stessa casa. Si trova a Windhill, una cittadina nel Michigan del nord, ed è una grande villa a due piani costruita in mezzo alla foresta, circondata da alberi altissimi accanto a un torrente che scorre impetuoso. Lontana da tutto e da tutti. Stai immaginando un luogo magico, a metà tra l’illustrazione di un libro di fiabe e la location perfetta per un film dell’orrore? Ecco, il posto in cui vivo è esattamente così.
Fino a qualche tempo fa, anche Beth abitava qui con noi, ma poi si è innamorata del suo Liam e ora vive con lui nel nord della Scozia. Il castello di Liam è ancora più da fiaba di casa mia, c’è proprio tutto: la scogliera a picco sul mare, i merli decorati, il fossato, le torri altissime e quella più alta di tutte, dove le principesse vengono rinchiuse dai draghi e liberate dai prodi cavalieri. Se hanno culo, altrimenti col cavolo che di lì riuscirebbero a fuggire. La mia amica Beth ne sa qualcosa, ma, grazie al cielo, a volte il drago e il cavaliere si rivelano due facce della stessa medaglia. Comunque, sto divagando… dov’ero rimasta? Ah, sì.
Ti stavo dicendo che, da quando me ne sono andata, vivo a Windhill e non sono più sola. Accanto a me c’è Patrick, l’unico grande amore della mia vita. Sono felice come non avrei mai creduto di poter essere, ho trovato il mio posto nel mondo, la mia anima gemella, degli amici veri a cui affiderei la vita. Sono una ragazza dannatamente fortunata.
Oh, già, e sono anche una vampira.
Adesso non farti prendere dal panico: non squarcio la gola alle persone per bere il loro sangue, non uccido la gente e continuo a versare puntualmente la rata annuale dell’associazione contro gli abusi sugli animali a cui ci eravamo iscritte insieme quel giorno, in piazza Castello. Insomma, credo di essere una brava persona. Però non sono più umana, e posso garantirti che questo ha il potere di cambiare radicalmente la tua prospettiva. Il virus che sta terrorizzando il mondo intero, per esempio, non avrebbe alcun effetto su di me. Nessuna malattia umana potrebbe colpirmi; anzi, a dire la verità, è parecchio difficile che qualcosa possa farmi fuori, se escludi qualcuno di molto cattivo che mi stacca la testa dal collo e mi riduce in cenere. Ma la vedo dura.
Sai, il mio compagno è un vero tesoro, ma tende a essere un tantino iperprotettivo. E, siccome è in assoluto uno degli immortali più potenti che esistano sulla faccia della Terra, non credo proprio che un cattivo qualunque avrebbe qualche speranza di avvicinarsi a me. Non che mi lamenti, in fondo fa parte del pacchetto “maschio alfa”: sesso da sballo, corredato dall’istinto possessivo da uomo delle caverne con tanto di clava. Chi l’avrebbe detto, che proprio io sarei finita con il prototipo di ciò che ho sempre dichiarato di detestare?
Ma sto di nuovo divagando.
Una delle domande che vorrei farti, se potessi parlare con te, è questa: cosa ti manca di più, ora che sei costretta a rimanere chiusa in casa? Conoscendoti, credo che una delle cose a cui fai più fatica a rinunciare siano i ristoranti. Ci piaceva tanto cenare nella piccola trattoria sotto casa: arrivavamo presto ed eravamo sempre tra le ultime ad andarcene, tanto che a volte Federico doveva sbatterci fuori. Quelle serate mancano anche a me. A volte, mi capita di uscire a cena con Nia e Beth, ma è diverso, quando non hai bisogno di mangiare per vivere.
Alla fine, non è tanto non poter fare le cose che ti logora, ma sapere di non poterle fare. A me succede con la luce del giorno. Non è che se mi esponessi al sole prenderei fuoco come si vede nei film, ma mi farebbe un male cane, perché sono ancora molto giovane. Con il tempo, la cosa migliorerà e tra un centinaio d’anni dovrei riuscire ad andarmene in giro di giorno senza coprirmi dalla testa ai piedi, ma non sarà mai più la stessa cosa.
Ricordi quella volta che ti ho convinta a prendere il treno alle sei del mattino per andare in Liguria, perché non riuscivo più a stare lontana dal mare, dalla spiaggia e dal sole? Trincerata sotto l’ombrellone, tu mi prendevi in giro chiamandomi “Lucertola” e mi ripetevi sempre che avrebbero dovuto scambiarci alla nascita: far nascere te a Torino e me nella tua città natale, Palermo. Ecco, la sensazione del sole che mi scalda la pelle, che mi entra dentro come una cosa viva, che fa rinascere parti di me che credevo appassite per sempre, io non potrò provarla mai più. Il mio compagno è molto antico e può tranquillamente esporsi al sole senza riportare danni, ma non ne trae alcun piacere.
Non è la fine del mondo, lo so. Ho avuto talmente tanto in cambio di quello che ho perso che forse dovrei vergognarmi a lamentarmi di queste piccolezze, ma che ti devo dire? Non posso evitarlo. È il pensiero di non poterlo fare, che mi fa male. Di non poterlo fare mai più, e il mio “mai più” è un tempo lunghissimo, che non riesco neppure a immaginare.
Una volta, Patrick mi ha detto che la cosa che gli manca di più di quando era umano, circa otto secoli fa, è avere paura di morire. Bella stronzata, penserai tu, e invece se ci pensi bene è una gran fregatura. Quando temi di morire tutto assume un altro sapore, ogni istante è prezioso, unico e irripetibile. Anche se le persone molto spesso tendono a dimenticarlo, quella paura ce l’hanno dentro dal momento in cui vengono al mondo e le accompagna fino all’ultimo istante. Condiziona le scelte, guida le azioni, rende più accorti e a volte stimola un impulso autodistruttivo che spinge a cercare la morte prima che quella arrivi a prenderti.
Tu ci pensi alla morte, Bea? Ci pensi di più, ora che ne senti tanto parlare? Perché la mia sensazione è che la morte sia ovunque: negli articoli che raccontano le storie dei malati che si spengono da soli e degli eroi che lottano in trincea, così come nei milioni di messaggi, foto, video e stories che le persone si scambiano a tonnellate, perché abbiamo bisogno di poter sorridere di quello che ci fa più paura.
Essere consapevoli di poter vivere per sempre è esaltante, ma anche parecchio spaventoso. Io sono molto lontana dal comprendere davvero che cosa voglia dire, sento ancora in bocca il gusto della mia umanità, ma so che prima o poi comincerà a svanire. E sai una cosa? Non mi importa. Non ho paura. Credo che la cosa più importante per chiunque, umani o vampiri, sia non essere soli. Avere un’àncora a portata di mano, qualcuno a cui aggrapparsi per non essere trascinati via. So che è un pensiero da flebo di insulina e che non ti saresti mai aspettata di sentir dire una cosa simile proprio da me, ma io sono tranquilla, perché ho capito che l’amore mi salverà dalla malattia più incurabile che esista al mondo: l’immortalità.
Se potessi esprimere un desiderio, vorrei che anche tu avessi trovato la tua àncora. Non certo quel coglione di Massimo, ma un uomo che ti ama davvero, per il quale tu sei più importante di tutto. Allora, sono sicura che potresti superare qualsiasi cosa: la paura, la noia, l’incertezza, il dubbio. Ti rannicchieresti accanto a lui sul divano e litigheresti per quale serie guardare, avresti qualcuno su cui sfogare la tua frustrazione e da stringere forte quando hai paura o sei triste. E lui farebbe lo stesso con te. Riesco a immaginarlo, il tuo uomo: alto, muscoloso, dolce, protettivo e anche un po’ arrogante, ma solo per finta. Niente capelli rossi e occhi verdi però, quelli sono miei. Ma in mancanza di uomini andrebbe bene anche una migliore amica, un figlio, una madre, un fratello. Vorrei solo che tu non fossi sola. Nessuno dovrebbe essere solo, in un momento come questo.
È un vero peccato che io non possa spedirti questa lettera, perché credo che sapere di me avrebbe potuto tirarti un po’ su di morale. Voglio dire, presto o tardi tutto questo finirà e voi potrete tornare a vivere come facevate un tempo, magari meglio, se sarete riusciti a imparare qualcosa. Com’è che dice lo slogan? “Ce la faremo”. Ce la farete eccome, e anch’io ce la farò, anche se per me la quarantena non avrà mai fine.
Fammi un favore, prova a concentrarti tantissimo. Magari hai ragione tu e la telepatia esiste, in fondo esistono anche i vampiri. In quel caso, fammi sapere come stai e raccontami qual è la prima cosa che vorresti fare, quando tutto sarà finito e potrai di nuovo uscire di casa.
In quanto a me, mi sembra abbastanza evidente.
Quando potrò uscire di casa, vorrei rivedere il sole.
Con tutto il mio immortale affetto
Anita
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