PORTAMI CON TE - Capitolo 1 di 4

Scritto il 10/06/2026
da PAOLA GIANINETTO


Un lungo gemito risuonò nella notte.

Zoe si rannicchiò in posizione fetale, stringendosi forte le braccia attorno al corpo teso e dolorante, mentre si sforzava invano di sottrarsi all’incubo che l’aveva svegliata. Dalla spalla e dal braccio destro si diffondevano in tutto il corpo acute fitte di dolore, il materasso era duro e freddo e la guancia pulsava forte a causa di un oggetto appuntito che si era conficcato nella carne dello zigomo. Qualcosa non andava, doveva svegliarsi, subito.

Inspirò con forza e sentì un intenso odore di terra, di muschio e… di sangue. Gli occhi furono l’unica parte del corpo a muoversi, si spalancarono di scatto, solo per scoprire che il buio era ancora più buio. Agghiacciata, Zoe mosse piano la mano destra, strofinando il dorso contro una superficie ruvida e irregolare, mentre gli occhi a poco a poco si abituavano all’oscurità e cominciavano a scorgere immense forme indistinte che ondeggiavano piano sullo sfondo della luce bianca della luna. Il rombo che sentiva nelle orecchie prese forma lentamente, trasformandosi nel fragore di un’enorme quantità d’acqua che scorre.

Rocce. Alberi. Cascate.

I suoi sensi ripresero a funzionare a pieno ritmo, inviandole un’incredibile quantità di stimoli, finché la consapevolezza la trafisse, improvvisa e violenta come un calcio in pieno stomaco: non si trovava nel suo letto e quello non era un sogno. Si alzò a sedere lentamente e lo sguardo scivolò sul suo corpo avvolto nella camicia da notte bianca: il tessuto era strappato in più punti e sulla spalla destra c’erano alcune piccole macchie scure. Zoe si toccò la guancia con la punta delle dita e, quando le osservò, si accorse che erano sporche di sangue. Rabbrividì nell’aria fredda della notte, circondandosi le ginocchia con le braccia per tentare di scaldarsi, e il suo cervello si mise a lavorare febbrilmente per dare un senso a ciò che chiaramente non ne aveva.

Che cosa ci faceva seminuda in mezzo a un bosco? L’unica spiegazione logica era che qualcuno l’avesse prelevata dal suo letto durante la notte, probabilmente drogata e portata lì mentre era incosciente. Ma perché? E dov’era, adesso, il suo fantomatico rapitore? Che cosa voleva da lei?

Si sforzò di respirare lentamente per calmarsi e all’improvviso si rese conto che faceva tanto freddo, troppo. Quella notte, prima di andare a letto, aveva acceso il ventilatore e si era addormentata coperta da un velo di sudore, dopo aver combattuto per più di un’ora contro la torrida afa di luglio. Lì, invece, si gelava. Doveva essere in montagna, molto in alto, ma come aveva fatto ad arrivare fin lì? Con un elicottero, forse? Mille domande ripresero ad affollarle la mente, mentre il panico serpeggiava lento e strisciante su di lei, le entrava sotto pelle, soffocandola. C’era qualcosa di strano, molto strano. Gli odori, i suoni, la stessa aria che respirava sembravano diversi, alieni, lontani da qualunque cosa avesse mai sperimentato.

Forse era morta, e quello era l’inferno.

Zoe allentò la ferrea stretta della mascella e i denti presero a battere gli uni contro gli altri, mentre lacrime calde le bagnavano le guance. Chiuse gli occhi. Ti prego, ti prego – recitò nella sua mente, senza sapere bene a chi si stesse rivolgendo – riportami indietro, voglio tornare a casa, ti prego…

Il suono di un nitrito la indusse a riaprire gli occhi di scatto. Si girò verso il rumore, paralizzata, scrutando il buio a occhi sbarrati. Passò un minuto, forse due, poi una sagoma gigantesca emerse, nera, dal folto degli alberi. Il cuore che fino a un attimo prima le rimbombava nel petto smise del tutto di battere, congelando la realtà in un istante infinito di puro terrore. Tra qualche istante, tutte le sue domande avrebbero avuto risposta, avrebbe scoperto dov’era e perché; e, qualunque cosa fosse la creatura che avanzava lentamente, l’incubo vero e proprio sarebbe iniziato.

Il cavallo si fermò a pochi metri da lei, tanto che Zoe dovette gettare la testa all’indietro per riuscire ad abbracciarlo tutto con lo sguardo. Era immenso. Un’oscura bestia infernale, con zoccoli grossi come la sua testa e froge frementi. Scalpitava, come se volesse travolgerla, o forse divorarla, ma l’uomo in sella lo tratteneva dal balzarle addosso con una mano saldamente avvolta ai finimenti di cuoio. Da quella mano, gli occhi di Zoe si spostarono lungo il polso, sull’avambraccio muscoloso, fino all’enorme bicipite contratto nello sforzo di tenere a bada l’animale. Salirono ancora più su, scivolarono sul mento, sulla mascella squadrata e poi si fermarono, catturati da altri occhi.

In quel momento, Zoe ebbe l’assoluta certezza che quel luogo non si trovasse nel suo mondo.

Non fu tanto l’aspetto selvaggio dell’uomo a convincerla, né il fatto che il corpo possente fosse rivestito di cuoio e di ferro e nemmeno la gigantesca spada che portava al fianco, o la minacciosa mazza ferrata appesa alla cintura. Fu il suo sguardo a persuaderla. Le propaggini dell’elmo antico scendevano a ricoprire il naso e le guance, e dalle fessure lasciate libere dal metallo splendente gli occhi d’argento fissi su di lei sprigionavano una tale ferocia da congelarle il sangue nelle vene. Quell’uomo era come il suo cavallo: demoniaco, terrificante e assolutamente irreale. Un’apparizione da quello che stava per trasformarsi nel suo inferno.

Il cavallo si mosse nervoso agitando la folta criniera, mentre la grossa testa si protendeva verso di lei, impaziente, ma l’uomo mantenne l’assoluto controllo sull’animale e continuò a fissarla per quello che a lei parve un tempo infinito.

Poi, scese da cavallo.

Zoe pensò confusamente che doveva fuggire, salvarsi, ma non fu capace di muoversi. Rimase accoccolata a terra, una piccola statua di terrore, mentre il guerriero torreggiava su di lei. Solo quando si chinò per raggiungerla riuscì a scuotersi da quella innaturale immobilità, preparandosi a lanciarsi verso il margine della roccia, verso il baratro e le acque vorticose sul fondo. Il precipizio era alto, sarebbe morta sul colpo, e una morte veloce era di sicuro preferibile a lasciare che quell’incubo facesse di lei ciò che voleva. Prima che i muscoli potessero ubbidirle, una mano d’acciaio si serrò sul suo polso, imprigionandola. Zoe si voltò verso l’uomo, mentre alla paura si mescolava la rabbia per il fallimento del suo estremo tentativo.

Gli occhi d’argento la scrutarono fino in fondo all’anima e il guerriero scosse piano la testa, come in risposta a una domanda inespressa. Non sarebbe morta, lui non gliel’avrebbe permesso. Allora, Zoe pianse, perché non c’era nient’altro che potesse fare, e fra le lacrime lo vide togliersi l’elmo e abbandonarlo accanto a sé sulla roccia. Aveva i capelli lunghi, di un biondo molto scuro, e una barba corta e ispida ombreggiava le guance e la mascella che pareva tagliata con l’accetta. La bocca era piegata in una smorfia dura e sprezzante, eppure le labbra apparivano morbide, quasi sensuali, in totale antitesi con quel volto scolpito nella pietra.

L’uomo allungò una mano e, nel momento in cui le sfiorò la guancia, Zoe avvertì una scarica di energia tanto forte da farla sobbalzare. La mano era così grande che avrebbe potuto coprirle l’intero volto, o spezzarle il collo senza alcuno sforzo, ma il suo tocco era gentile, quasi delicato. Le asciugava le lacrime con la punta delle dita, seguendole con uno sguardo assorto, sorpreso, come se non avesse mai visto qualcuno piangere. Con lo stesso dito, sfiorò la ferita sulla sua guancia e poi fece una cosa che lasciò Zoe completamente senza fiato: si portò il dito alle labbra e lo succhiò, assaggiando le sue lacrime e il suo sangue. Quel gesto, anziché disgustarla, la scosse nel profondo. L’istinto le disse che lui lo considerava un modo per esserle più vicino, meno estraneo, per conoscerla, assaporarla, prendere dentro di sé una parte di lei.

L’uomo chiuse gli occhi per un momento e poi li riaprì, facendoli scorrere sulla camicia da notte strappata, su ogni centimetro del suo corpo, scosso da brividi di freddo e paura. Senza emettere un suono, si avvicinò ancora di più, afferrò i lembi del suo ampio mantello e lo avvolse attorno a lei. Zoe tremò ancora più forte, quando avvertì l’immenso corpo di lui contro il suo, caldo dove lei era fredda, duro dove lei era morbida; un rifugio sicuro nel quale rannicchiarsi per nascondersi dal male, per dimenticare la paura. Si sentì stringere e le parve di dissolversi fra quelle enormi braccia. Voleva che accadesse. Voleva scomparire, smettere di pensare, annullarsi in lui e nel conforto che incredibilmente le stava dando.

Quando sentirlo contro di sé non le bastò più, Zoe alzò il viso e lo guardò negli occhi. Lui non sorrideva, né aveva cambiato espressione: la fissava serio e la brutale aura di potere che lo avvolgeva era ancora lì, più minacciosa che mai, ora che lui era così vicino. Negli occhi d’argento, però, Zoe intravide qualcos’altro: una fame antica e feroce, così violenta che lei si chiese se, come il suo cavallo, quell’uomo volesse divorarla. Ma le braccia la stringevano dolcemente, le mani posate immobili sul suo corpo non le facevano male, la proteggevano, senza costringerla.

Su una cosa, però, non c’era alcun dubbio: quell’uomo la voleva, con una tale intensità che Zoe dubitava le avrebbe permesso di opporsi a quel desiderio. All’improvviso, fu consapevole delle catene incrociate sul petto di lui, della grossa borchia di ferro che premeva contro il suo petto, affondandoci dentro. Sentì l’odore di cuoio e di terra, di una natura selvaggia che non esisteva più. L’uomo che la stringeva a sé come se gli appartenesse sapeva di un’umanità perduta, di un tempo ormai dimenticato. Era totalmente irreale, eppure vero come mai niente lo era stato, per lei.

Zoe liberò una mano, che salì leggera a posarsi sulla guancia ruvida. L’argento brillò ancora di più, le mani aumentarono la stretta e la bocca dura e crudele scese sulla sua. La carezza delle labbra fu rude, carica di un’urgenza a stento contenibile e, quando Zoe aprì la bocca, lui la divorò, reclamandola come sua. Allora lei chiuse gli occhi, abbandonandosi a quella creatura venuta da un altro mondo non perché non avesse altra scelta, ma perché ne aveva bisogno quanto lui. Non c’era motivo di avere paura, Zoe sapeva cosa aspettarsi, quella notte: lui non avrebbe avuto pietà ed era esattamente quello che lei voleva…





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