Il suono assordante del clacson la riportò alla realtà appena in tempo perché potesse sterzare bruscamente, evitando per un pelo il grosso camion che procedeva nella corsia opposta.
Zoe frenò di colpo, fermando la macchina a lato della strada, e per interi minuti rimase immobile con le mani strette sul volante, nelle orecchie il battito assordante del suo cuore. Stavolta l’aveva davvero scampata bella e questo avrebbe dovuto farle capire quanto fosse il caso di affrettarsi a tornare sulla Terra, riprendendo in mano le redini della sua vita allo sfascio. Il problema era che, per quanto si sforzasse, non riusciva a farlo. D’altra parte, avrebbe sfidato chiunque a tornare tranquillamente alla normalità, dopo l’incredibile esperienza che aveva vissuto sulla propria pelle.
Tutto era cominciato due settimane prima, nella notte più calda dell’anno.
All’inizio, subito dopo essersi svegliata, Zoe aveva creduto si fosse trattato di un sogno. Per qualche minuto, rannicchiata nel suo letto fra le lenzuola bagnate di sudore, aveva rivissuto ogni attimo di quella notte, ogni sensazione: il dolore, la paura e ogni brivido di violento piacere. Ma, quando la veglia aveva preso del tutto il posto del sonno, le ci era voluto solo qualche istante per rendersi conto che tutto era successo davvero. Non aveva nemmeno avuto bisogno di alzarsi per controllare nello specchio del bagno la sottile ferita sulla guancia, né di abbassare lo sguardo sulla camicia da notte strappata o sul grosso livido viola sulla parte destra del costato. Le era bastato stringere le gambe e un lieve dolore misto a un piacevole indolenzimento le aveva provato, senza ombra di dubbio, che quella notte era stata con un uomo per il quale fare l’amore con una donna significava imprimere su di lei a fuoco il marchio del suo possesso.
La sua natura pratica e realista l’aveva indotta a vagliare le più svariate possibilità e per circa mezz’ora, mentre si alzava come uno zombie dal letto e si infilava sotto la doccia, era stata convinta di soffrire della sindrome da personalità multipla, come la protagonista di un film che aveva visto qualche tempo prima. Di notte, la Zoe sfrenata usciva di casa per abbordare il primo maschio disponibile da cui farsi sbattere, doveva essere questo il suo problema. Già dopo colazione, però, quella brillante teoria aveva perso gran parte della sua credibilità: perché non ricordava nulla di quanto era successo nella realtà e invece nella sua mente erano così vivide le immagini del sogno? Perché, diciamocelo, era poco probabile che la Zoe Zoccola avesse affittato un elicottero in camicia da notte, fosse salita sulla vetta di qualche montagna altissima che assomigliava alle foreste dell’antica Europa del Nord e avesse incontrato un tizio enorme vestito da Barbaro e armato di tutto punto, come se si preparasse ad affrontare una battaglia. E a vincerla, questo era poco ma sicuro.
Quella sera, tanto per togliersi ogni dubbio, aveva chiesto alla sua migliore amica di chiuderla in casa dall’esterno. Durante la notte si era svegliata di nuovo in quell’altro mondo e questa volta lui era già lì. Quando aveva aperto gli occhi, l’aspettava appoggiato a un albero nel folto della foresta e, come la notte precedente, si era avvicinato a lei senza dire una parola, aveva steso a terra il suo mantello e aveva fatto l’amore con lei come se ne andasse della sua stessa vita.
Da allora, era successo ogni notte. All’inizio, c’erano stati dei momenti in cui Zoe credeva di non riuscire a sopportare quello che lui le stava facendo, quella passione divorante, la fame con cui le sue mani, la sua bocca, la sua lingua si nutrivano di lei, del suo corpo, della sua anima. Ma lui capiva. Il temibile guerriero sentiva la sua paura ancor prima che lei si rendesse conto di provarla e gli occhi d’argento la rassicuravano, le mani accarezzavano invece di frugare, le violente spinte con cui la possedeva rallentavano, finché non era lei stessa a chiedere di più.
Quando aveva cercato di comunicare con lui, le aveva posato un dito sulle labbra, scuotendo lentamente la testa. Lui non parlava quasi mai e quando lo faceva erano solo brevi frasi sussurrate, o urlate nell’impeto della passione, in una lingua sconosciuta. Zoe si era chiesta se fosse questo il motivo per cui non voleva comunicare con lei, ma sentiva che non era così. Lui preferiva che fossero i loro corpi a parlare, perché le parole non sarebbero servite a niente, non avrebbero colmato la distanza fra i loro due mondi, né aggiunto qualcosa a quello che già avevano l’uno dell’altra.
Ogni mattina, Zoe si svegliava nel suo letto indolenzita ma profondamente soddisfatta, e non solo fisicamente. Dopo qualche giorno, si scoprì ad attendere la notte semplicemente per poterlo vedere, per guardarlo negli occhi e provare quella profonda sensazione di appartenenza reciproca che mai aveva sognato potesse esistere. Ogni volta, lui le lasciava qualcosa di sé: il suo odore, il sapore dei suoi baci sulle labbra gonfie, i segni dell’estasi sulla pelle.
Ma, la settima notte, accadde qualcosa di diverso. Come al solito lui non disse nulla, ma appariva cupo, tormentato, e quando la possedette lo fece con violenza appena trattenuta, come se essere dentro di lei non fosse abbastanza. Al risveglio, la mano di Zoe stringeva un pesante oggetto di metallo: una collana d’oro massiccio con un pendente a forma di testa di drago, lo stesso simbolo scolpito sulla borchia di ferro che ornava l’armatura di lui. Fissando le zanne snudate della bestia, Zoe fu scossa da un lungo brivido, come se quel dono celasse un nefasto presagio.
Quella fu l’ultima cosa che ebbe, da lui.
Seduta nell’auto ferma a bordo strada, Zoe sospirò, tornando al presente. Erano passati sette giorni da quella notte e da allora lei non era più stata la stessa. L’immagine di lui la tormentava ogni secondo, giorno e notte: mentre era al lavoro, mentre mangiava, parlava, faceva la spesa al supermercato o fingeva di guardare la TV. E anche mentre dormiva. Lo sognava spesso, ma non era la stessa cosa: quelli erano solo semplici sogni, lui non era davvero lì con lei e quando si svegliava Zoe lo sentiva ancora più lontano, tanto che aveva cominciato a pensare di essersi immaginata tutto quanto. Ogni tanto, tirava fuori la collana d’oro antico dal cassetto del comodino e la stringeva fino a conficcarsi i denti del drago nella carne, perché il dolore la scuotesse dallo stato semicatatonico in cui era piombata da quando lui era scomparso. E perché era l’unico modo di provare a se stessa che non era pazza, che l’amante selvaggio che le aveva rubato il cuore era esistito davvero.
Sospirando, girò la chiave dell’auto, ma il motore si limitò a tossicchiare, senza avviarsi. Zoe guardò davanti a sé la luce dei fari ridotta a un tenue bagliore e un’occhiata all’orologio sul cruscotto la informò che erano passate quasi due ore da quando si era fermata. Non si stupì: la perdita della nozione del tempo era uno degli effetti collaterali dell’abbandono, e nemmeno il peggiore. All’improvviso, si sentì sfinita. Da una settimana dormiva poco e male, si svegliava continuamente con in bocca il suo sapore, solo per tornare in una realtà della quale lui non faceva più parte. Le palpebre pesanti si abbassarono sugli occhi stanchi e Zoe appoggiò la testa allo schienale del sedile, rinunciando a combattere. Dormire avrebbe significato rivederlo in sogno e ogni volta era come gettare benzina sul dolore della perdita, ma non poteva farci niente: doveva lasciarsi andare, ne aveva troppo bisogno…
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