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Glielo aveva promesso e ogni promessa era debito. Posò un fiore sulla terra, accanto alla croce che segnava la sepoltura di Bart da un mese esatto, e scavò nella memoria in cerca di una reminiscenza di preghiera, senza trovarne traccia. Rinunciò, limitandosi a raccomandare l’anima del marito a Dio.
La chiesa, le preghiere, la scuola. Non aveva fatto altro che lavorare nella sua vita e non c’era stato spazio per cose considerate tanto inutili da certe persone.
Fissava quella croce ma i pensieri erano già lontani, nella penombra di una stanza nel bordello di New York. Ricordava il faccione volgare di Madam Maryann chinarsi sul suo letto e ordinarle di scendere in cucina a lavare i bicchieri dei clienti della sera prima. La costante minaccia di cacciarla se non si fosse guadagnata il pranzo e la cena.
Aveva imparato a leggere e a scrivere qualche anno più tardi, era stata la cuoca a insegnarle. Un sorriso sfiorò le labbra nel rievocare i ricordi di quelle brevi lezioni. Dolce e materna, la paffuta matrona le aveva insegnato tutto ciò che sapeva.
«Era un brav’uomo Bart, che Dio lo abbia in gloria.»
La voce alle sue spalle la fece voltare, così scossa dallo spavento che fu impossibile proferire parola. Restò a scrutare il volto gentile dello sconosciuto e si sforzò di accennare un sorriso.
«Perdonatemi, avrei dovuto annunciare la mia presenza» riprese a dire lui, nel suo abito elegante.
Sembrava un uomo d’affari, forse un pezzo grosso della ferrovia, a giudicare dall’abbigliamento e dal cappello di buona fattura che teneva in mano. «Immagino siate la donna che Bart ha sposato prima di morire.»
Hope annuì. «Pensava mi avrebbe aiutato essere la sua vedova, in questo posto.»
In risposta giunse una risata sommessa da sotto i baffi ben curati.
«Buon Dio, ci vuole ben altro per sopravvivere qui, che essere la vedova di un barbiere squattrinato.» Si accosciò per strappare un fiore dall’erba e posarlo sul cumulo di terra. «Però sono certo che lo ha pensato davvero. So che vi attendeva, ma questo non è il posto adatto a una donna che cerca il calore di una famiglia. La vita qui è dura, Mrs. Logan.» Si rialzò e calzò il cappello sulla chioma screziata d’argento.
«Vi prego, chiamatemi Hope. Non sento mio il cognome di Bart.»
«Allora, piacere di fare la vostra conoscenza, Hope. Io sono Andrew Scott.» Le porse la mano e le offrì una stretta salda. «E, come dicevo, la vita qui è dura, colma di insidie per una donna sola. Cosa vi ha spinto a restare?»
Hope abbassò lo sguardo. Quell’uomo la metteva in soggezione con la sua elegante gentilezza e lo sguardo fisso su di lei. Difficile capire cosa si nascondesse dietro a quegli occhi chiari. Dalla vita aveva imparato che il marcio si celava spesso dietro al più candido dei sorrisi.
«Non ho lasciato nulla di meglio, Mr. Scott. La mia vita ricomincia da qui e spero mi porti qualcosa di buono.»
«È quello che speriamo tutti noi con la costruzione di questa tratta ferroviaria… che porti qualcosa di buono.» Lo sguardo si incupì un istante, come velato da una profonda preoccupazione, ma si riscosse. «E potrete contare su di me se ne avrete bisogno. Da queste parti Bart era uno dei pochi di cui mi fidavo abbastanza da lasciargli posare un rasoio sulla mia gola. È stato un buon confidente, la sua morte mi ha molto rammaricato.»
«Ha rammaricato tutti noi, e vi ringrazio.» Gettò uno sguardo al cielo grigio di nubi e si strinse nel cappotto, più per sfuggire allo sguardo di Scott che per il freddo. «È stato un piacere conoscervi.» Un sorriso di congedo, poi superò il basso cancello e lasciò il cimitero sotto la minaccia di un imminente acquazzone.
Sentiva gli occhi di Scott seguirla da lontano, eppure non si voltò. Si tuffò nell’intrico di tende, panni stesi e odore di fumo, decisa a rifugiarsi nel retro della casa da gioco, ma si trovò a fronteggiare i volti d’un paio di tizi poco rassicuranti. Le bloccavano la strada con sguardi colmi di una lascivia che la fece rabbrividire.
Portò la mano al fianco solo per accorgersi di aver lasciato la pistola a casa e, intanto, le parole di Scott le rimbombarono in testa.
La vita lì era colma d’insidie, una corsa alla sopravvivenza per quelle come lei. Sarebbe stato meglio impararlo alla svelta.
«Lasciatemi passare» intimò, suscitando la risata del più tozzo.
«Facci vedere le tette e magari quello che hai sotto la sottana.»
Un passo indietro alla ricerca di una via d’uscita, ma l’altro aveva già intuito la mossa e le impedì la fuga ponendosi alle sue spalle.
«Ti possiamo pagare, bellezza, mica pretendiamo di prendere ciò che non ci spetta.» Ma a dispetto delle parole si privò della cinta che fece schioccare in modo sinistro tra le mani.
S’impose di mantenere la calma. Aveva imparato fin da piccola che mostrare la propria paura era una mossa errata.
«Non sono una prostituta, signori. Potete trovare al bordello ciò che cercate.» Fece per superare il tizio tozzo, ma questi l’afferrò per un braccio con le dita potenti di chi era abituato ai lavori di fatica. E sporche, mani sudice di terra e incuria.
«Lasciatela stare!» La voce di Andrew Scott giunse a placare il battito folle del cuore, perché dietro all’aria battagliera era forte la paura di ciò che sarebbe potuto accadere. «Lasciatela, ho detto! Se volete continuare a lavorare alla ferrovia» concluse lui. Il tono imperioso quanto lo sguardo.
Le dita del farabutto mollarono la presa, e Hope si massaggiò il braccio mentre quei due rivolgevano uno sguardo strafottente al damerino.
«Oh... capisco, ingegnere» fece il tipo tozzo, e lo scrosciare di una risata riempì l’aria per un istante. «Ma quando avrai finito di spassartela con lei, facci un fischio, vogliamo divertirci anche noi.» Girò i tacchi seguito dall’amico e si dileguarono nel disordine di teli sgualciti dal vento.
«State bene?» Le mani di Andrew si posarono sulle sue spalle, solide e delicate, un gesto gentile che però aumentò il disagio di Hope. Non era abituata a simili attenzioni. «Posso accompagnarvi a casa?»
Scosse il capo, tesa. Non voleva che quell’uomo sapesse dove viveva né che scoprisse ciò che faceva a North Platte. Qualcosa le diceva che l’aveva seguita fin lì e a renderlo meno inquietante dei due tizi loschi erano solo l’aspetto lindo e lo sguardo buono. Quando scavò nelle sue iridi celesti, però, non trovò traccia di cattive intenzioni, piuttosto una riverente galanteria dietro la quale si palesava l’ombra della lussuria.
Stava per rispondere che non ve n’era alcun bisogno, ma si scontrò con il volto torvo di Nick intento a raggiungerla. La fissava accigliato mentre macinava a gran passo gli ultimi metri tra loro.
«Dove ti eri cacciata?» Una domanda che Nick sputò fuori ignorando la presenza di Andrew Scott.
«Sono stata al cimitero.» Hope si divincolò dalla presa dell’ingegnere e fece un passo verso Nick. «Due tizi mi hanno infastidito e Mr. Scott li ha cacciati.»
«Allora vi ringrazio, Scott, ma non dovete più preoccuparvi, ci sono io ora.»
«Non sapevo fosse una delle vostre ragazze.» Andrew sollevò le mani in segno di rinuncia, ma gli occhi sondarono la figura di Hope con palese insistenza.
Un’insistenza che infastidì Nick con inusuale forza.
«Non la troverete al bordello, se è questo che intendete ma, sì, è una delle mie ragazze.» E Scott avrebbe fatto meglio a toglierle gli occhi di dosso all’istante.
Era irritante il bruciore che incendiava le viscere e premeva sull’orgoglio. Avrebbe potuto dire che era soltanto senso di protezione verso la ragazza che aveva deciso di aiutare in quell’inferno di uomini, ma sapeva bene che si trattava di gelosia. Pura, semplice e letale.
«Ne sono felice, sarebbe sprecata in mezzo alle altre.» Un cenno di saluto a entrambi, poi Scott girò i tacchi e si avviò in direzione dei binari. Era lì il suo alloggio provvisorio, su uno dei vagoni messi a disposizione dalla ferrovia, fintanto che l’albergo non fosse stato ultimato.
«Andiamo, abbiamo già perso troppo tempo.» Nick mosse un passo, ma si bloccò nel rendersi conto di aver usato un tono troppo duro. Lei, infatti, lo osservava con una stizza che si placò soltanto quando la prese tra le braccia. «Dannazione... quei due avrebbero potuto far di te ciò che volevano.»
Le fece sollevare il mento con studiata dolcezza e si perse nelle pupille che avvolsero le sue. Sì, era gelosia quella che ancora bruciava dentro, alimentata dal desiderio di averla solo per sé. Calò le labbra su quelle cedevoli di Hope, incurante degli sguardi altrui. Che guardassero e parlassero pure, non gliene importava un accidente.
«La prossima volta porta con te la tua pistola, anche solo per spaventarli.»
«Lo farò di sicuro.» Hope sorrise, ma era ovvio che fosse ancora scossa da quanto accaduto. «Sono stata una sprovveduta. Se non fosse stato per Mr. Scott...»
«Sarei arrivato io.» Le catturò le labbra ancora una volta, languido e sensuale. «Scott ti ha messo gli occhi addosso, ma non sei roba sua.»
«Non sono nemmeno roba tua, Nick.»
Un sorriso scaltro gli sollevò l’angolo delle labbra. «Questo è ancora tutto da vedere.»
Quando Andrew raggiunse il proprio alloggio sul vagone del treno, si stupì di trovarvi uno dei tirapiedi di Thomas Durant intento a ispezionare le carte sparse sullo scrittoio. La sua presenza lo innervosiva quanto l’uomo per il quale entrambi lavoravano. Puzzavano di guai come tutta quella faccenda.
Nonostante lavorasse per lui, Durant non gli piaceva. Era un uomo capace ungere ingranaggi perché girassero a suo favore e lo aiutassero a raggiungere i propri obiettivi. Lo dimostrava il fatto che la Crédit Mobilier, di cui era il fondatore, fosse anche l’ente appaltatore della Union Pacific, di cui era vicepresidente. Elargiva tangenti e favori, si muoveva con astuzia in un terreno che non ammetteva passi falsi.
«Mr. Scott, Durant chiede notizie sul vostro operato.»
«Non ne ho di buone.» Cercò le parole con le quali annunciare il proprio fallimento e intanto si avvicinava al tavolo per versare da bere a entrambi. «Dodge è un osso duro, abituato a comandare l’esercito, non si è lasciato influenzare da me.»
«Gli avete esposto ciò che Durant offre?»
Andrew scosse il capo e si lasciò sfuggire una risata mentre porgeva il bicchiere all’altro, che ignorò il gesto.
Aveva ancora davanti agli occhi l’espressione adirata del generale Dodge, ora ingegnere capo della Union Pacific, nell’osservare il progetto che gli aveva esposto e nell’udire l’offerta di Durant di renderlo parte del grosso guadagno che ne sarebbe derivato. Una deviazione che avrebbe aggiunto miglia inutili alla ferrovia e spillato dollari in più alle borse del Governo.
Sotto quello sguardo severo si era sentito umiliato e incerto, forse per la prima volta in tutta la sua vita.
«Avevo detto a Thomas che cercare di corromperlo sarebbe stata una follia. È servito solo a confermare i suoi sospetti.» Mandò giù il liquore e si costrinse a non alzare il tono di voce. La pistola che l’altro teneva in bella vista nel cinturone era una chiara minaccia a misurare parole e gesti. «E non mi piace che quei sospetti siano ricaduti anche su di me. Sono un uomo che si è fatto da solo, ho iniziato dal basso e sono arrivato fin qui deciso a tenermi ben stretto ciò che ho. Ditelo a Durant, la prossima volta che avrà qualche splendida idea da mettere in atto!»
L’altro soppesò il suo sguardo, l’arroganza palese nel sorriso di scherno dietro i baffi ingialliti dal fumo.
«Iniziate ad avere paura, Scott?» Staccò la punta del sigaro con i denti e lo rigirò tra le dita. «Sapete che non ve lo potete permettere. La paura fa fare passi falsi e i rimorsi di coscienza sono sanguisughe attaccate alla ragione che vi ha condotto qui, quella alimentata dall’orgoglio e dalla sete di potere che vi hanno fatto pregare Thomas Durant di assegnarvi alla Union Pacific come uomo di fiducia. Siete i suoi occhi e le sue orecchie nell’Ovest e nei salotti di New York mentre lui è lontano. Cercate di non deluderlo.»
C’era una minaccia mal celata dietro quelle parole. Andrew sentì l’ansia montare nel petto, maledicendo il giorno in cui aveva deciso di lavorare per la ferrovia.
«Non accadrà, ma Dodge è un problema e non sarà facile per Durant trovare il modo di aggirare il suo potere decisionale.»
«Dovreste conoscere Thomas abbastanza bene da sapere che non si fermerà di fronte a nulla. Avrà il denaro e la gloria per aver vinto questa dannata gara contro la Central Pacific.» Ficcò il sigaro in bocca e lo accese. «E voi lo aiuterete tenendo d’occhio Dodge e i suoi accoliti dell’Est. Avrete altre istruzioni non appena rientrerete a New York.»
«Significa che dovrò tornare spesso alla ferrovia?»
«Anche, sì.» Calcò il cappello in testa e gli passò davanti diretto all’uscita. «Conoscete la situazione, Scott, fate in modo che la barca non vada a fondo.»
Avrebbe voluto ribattere che non era stato lui ad averla zavorrata affinché affondasse, ma tacque. Sentiva su di sé un peso che non era certo di poter sostenere e osservò l’ospite lasciare il vagone e prendere posto sull’elegante diligenza con la quale era arrivato. Lo schiocco della frusta, poi la pariglia di cavalli partì in una nuvola di polvere.
Andrew gettò uno sguardo oltre la porta ancora spalancata, in direzione della casa da gioco e la vide…
Hope.
Un fiore delicato in mezzo a rozzi sterpi.
Forse tornare spesso alla ferrovia avrebbe avuto dei risvolti positivi, dopotutto.
A Hope le mani tremavano ancora quando raggiunse il retro della casa da gioco. Ciò che aveva letto negli occhi di quei farabutti l’aveva spaventata a morte, erano lo specchio di un luogo dove le donne erano una rarità e gli uomini perdevano spesso il senso dell’onore tra i fumi dell’alcol e una vita fatta di lavoro e privazioni.
Come si poteva mantenere l’umanità quando si viveva come animali, lontano dalla civiltà cui erano abituati?
Sciolse i capelli e vi passò la spazzola. Gesti rapidi quanto i pensieri che l’accompagnarono per tutto il pomeriggio, senza concederle tregua nemmeno mentre, più tardi, si accingeva a entrare in scena sulle note del pianoforte.
Restare a North Platte o tornare a New York?
Ciò che aveva lasciato era davvero meglio di ciò che aveva trovato? Non vi erano forse insidie anche là, per una come lei?
E poi c’erano Nick e la curiosità di scoprire dove avrebbe portato il languore che provava quando lui le stava accanto, quando le loro bocche si fondevano in un unico sensuale respiro. In quel mese appena trascorso lui non aveva preteso altro, si era impossessato delle sue labbra senza chiedere alcun permesso, ma era stato un gentiluomo nel limitarsi a quello. Eppure, l’intesa tra loro si faceva così intima di giorno in giorno che avrebbe potuto rischiare di avere tutto. Un azzardo al quale Nick non sembrava disposto a cedere.
Sospirò, mise su un sorriso seducente e s’impose di mantenere ben salda la maschera per l’intera serata.
Quando entrò in scena, lui era dietro al bancone. L’aspetto elegante a mitigare lo sguardo furbesco, ma le iridi incollate a lei con bramosia. Era come se stesse intimando a chiunque di non farsi troppe illusioni, perché lei sarebbe stata sua. Non era quanto aveva detto anche quel pomeriggio?
Il cuore accelerò i battiti, le labbra si distesero in un sorriso sensuale all’idea di ciò che l’attendeva tra quelle braccia, ma s’impose di nasconderlo.
Diamine, doveva stare attenta a non farsi coinvolgere troppo da lui e dal suo fascino.
Si mosse tra i tavoli con le solite mossette procaci e sussultò di stupore nel notare Andrew Scott seduto in disparte, gli occhi colmi di divertita ammirazione che affogava nel mare del desiderio. Nessun altro, a parte Nick, la stava fissando con tanta intensità.
Due uomini così diversi nell’aspetto e in ciò che potevano offrire. Nick prometteva passione e una vita da vivere alla giornata. Andrew, dava l’idea di galante lussuria e stabilità.
Si voltò per non dover più subire il suo sguardo e piantò gli occhi in quelli dell’altro, ardenti di gelosia. Per un istante si sentì lusingata e compì il gesto di privarsi della sottana rivolgendogli un sorriso malizioso. Una muta promessa che lui accolse addolcendo l’espressione.
Per il resto dello spettacolo, Hope evitò Scott e sperò sarebbe bastato a mettere in chiaro quanto poco le importava che fosse lì. Voleva lo capisse soprattutto Nick, perché era palese quanto lo infastidisse la presenza dell’altro. Per questo Hope non si stupì quando, alla fine del suo spogliarsi, lo vide comparire nel retro dove si era rifugiata.
«Il tuo amico ti guarda come se volesse mangiarti» le sussurrò Nick all’orecchio. Il fare divertito, ma una nota di disappunto a vibrare negli occhi. «Ne approfittiamo?»
«E come?»
«Gli proporrò una partita a carte.» La fece voltare e prese a stringere i lacci del corsetto. «E sono certo che vincerò ogni mano.»
Soffocò un sospiro al tocco delle sue dita sulla pelle…
Un brivido percorse la schiena e scivolò lungo il ventre ad accendere languori sconosciuti. Dovette concentrarsi sul discorso per deviare dal dedalo di pensieri lussuriosi in cui altrimenti avrebbe rischiato di smarrirsi.
«E io cosa dovrei fare?» Si voltò, ma in risposta ricevette solo un bacio rubato.
«Ti ho già detto che sei splendida, mezza nuda?» Nick la osservava con un sorriso scaltro stampato sulle belle labbra ancora a un soffio dalle sue. «E scommetto che il tuo amico, ora, vorrebbe essere al mio posto.»
Lei invece era felice si trovarsi esattamente lì, tra quelle braccia che la imprigionavano in una morsa di desiderio.
Seguì il serpeggiare di un altro brivido e sbirciò nello spiraglio del tendone divisorio, notando il bicchiere che Andrew Scott stava portando alla bocca. Lo sguardo fisso nella sua direzione, la mascella indurita da un’espressione di rammarico. Sì, probabilmente Nick aveva ragione.
«Non mi hai ancora detto cosa dovrò fare.» Fece per allontanarsi ma lui la trattenne. «Non mi piace questo tuo atteggiamento.»
«Vuoi guadagnare un bel gruzzolo o no?»
«Certo che lo voglio, ma non capisco cosa...»
«Tu assecondami e basta» la interruppe, con un fare sicuro capace di mettere tacere i dubbi solo in parte. «Fidati di me, bellezza.» Un bacio sulla guancia e una lieve sculacciata che la fece indispettire.
Aveva altra scelta?
Sperando di aver ottenuto la sua fiducia, Nick tornò con Hope nella sala. Afferrò una bottiglia del miglior whisky e un paio di bicchieri da dietro il bancone e la prese per mano. Era tesa, lo percepì solo toccandola, ma bastò aumentare la pressione delle dita perché lei si rilassasse. Si doveva fidare, perché, sebbene le apparenze suggerissero l’opposto, non l’avrebbe lasciata a Scott nemmeno per tutto l’oro del mondo.
La sentiva già sua, dal primo bacio che si erano scambiati su uno di quei tavoli ora gremiti di giocatori pronti a scommettere persino l’anima. E quante volte lui aveva giocato la propria di anima, perdendola e rivincendola, nel corso degli anni che lo avevano trasformato nell’uomo scaltro di adesso?
Scacciò quei pensieri e condusse Hope tra i tavoli fino a quello di Scott, al quale prese posto facendola accomodare sulle proprie ginocchia. Averla così vicina gli donava una piacevole sensazione di leggerezza, il risveglio di sensi ed emozioni mai provate.
«Caro ingegnere, non credo di avervi ringraziato come si deve per aver tirato Hope fuori dai guai, questo pomeriggio» esordì, esibendo un sorriso falso. Avrebbe voluto cavare gli occhi che frugavano nel corsetto della ragazza, ma rammentò a se stesso che la parte divertente stava proprio lì. Scott poteva solo illudersi di avere Hope per sé. Lui, invece, l’avrebbe presto avuta.
«È stato un piacere, Mr. Miller.»
«Posso offrirvi da bere e chiedervi di unirvi a me per una partita a poker? La nostra amica ci farà compagnia.» Le cinse la vita con un braccio e abbassò il tono nel riprendere la parola: «Insieme al denaro, potrei decidere di mettere anche lei sul piatto. Vi pare una valida posta in gioco?»
Il modo in cui l’altro tracannò il contenuto del bicchiere fece ben sperare. Ubriaco e impegnato a tenere a freno desideri che non avrebbe mai potuto soddisfare, era un pollo anche troppo facile da spennare.
«Potreste? Significa che c’è solo una remota possibilità che decidiate di farlo?»
«Dipende da quanto denaro mi spillerete.» Nick sentì Hope irrigidirsi di nuovo. Le cosce serrate e il respiro trattenuto. Non si fidava di lui, era ovvio e se ne rammaricò. «Se mi lascerete al verde, non mi resterà che giocare la cosa più preziosa.»
Andrew parve soppesare l’offerta mentre lui versava da bere per entrambi e reggeva l’occhiata torva della complice. Era piccata. Gli piaceva il suo temperamento, quel fuoco vivo che si percepiva sotto all’aspetto quieto. Lo stesso che aveva assaggiato nel prenderle le labbra anche un istante prima.
«E voi siete d’accordo, Hope?» L’ingegnere portò alla bocca un sigaro dall’aspetto pregiato e attese la risposta indugiando con lo sguardo su curve che bravava con troppa evidenza.
Nick osservò Hope annuire con un sorriso forzato e abbassare lo sguardo perché Andrew non vi cogliesse la collera che lo agitava. A lui invece non era sfuggita, ma era certo che più tardi avrebbe apprezzato e compreso la sua mossa.
Estrasse le carte dalla tasca e le mischiò con la consueta abilità. Gesti rapidi e istintivi, lo faceva da una vita intera. Gli occhi puntati sull’avversario e sul fumo denso del sigaro, le dita che si esibivano in mosse accompagnate dal frusciare della carta e dall’allegra musica di sottofondo.
«Versatevi un altro sorso, Scott. Questo è whisky degno di uno come voi. Lo tengo da parte per Mr. Durant.»
Distribuì le carte e studiò le proprie per qualche istante, prima di aprire la partita e puntare il denaro. Era solo una mano per scaldarsi, ma Scott rilanciò con il doppio e la faccenda iniziò a farsi interessante fin da subito.
A Hope, invece, pareva il confrontarsi di due arroganti. Nick l’aveva gettata sul piatto con l’abilità del giocatore e si sentiva morire al pensiero che potesse perdere. Come gli era saltato in mente di fare una cosa così assurda?
Lo vide portare il bicchiere alla bocca, bagnarsi le labbra e poi rovesciare il contenuto a terra senza che Andrew se ne accorgesse. Dunque, era questo il suo gioco, fingere di bere e far ubriacare l’altro.
«Ce ne versi dell’altro, tesoro?» le chiese, mentre studiava carte che ormai doveva conoscere a memoria.
Hope afferrò la bottiglia, decisa ad assecondarlo. Fece come ordinato e rivolse un sorriso sensuale a Andrew. Bastò questo perché lui rilanciasse di cinquanta dollari.
«Siete un uomo che ama il rischio, Scott.» Nick afferrò la medesima cifra e l’accostò al piccolo mucchio dal valore già consistente «O sperate di mandarmi sul lastrico per costringermi a giocare la mia Hope?»
Sua! Per tutti i diavoli, lo credeva davvero? Avrebbe voluto assestargli un calcio da sotto il tavolo, ma esibì l’ennesimo sorriso accompagnato da una risatina sciocca.
«Prima arriverà la puntata importante, prima inizierà il divertimento» sentenziò l’altro e, intanto, sceglieva una carta dal mazzo.
La partita si svolse sotto ai suoi occhi con pacata lentezza. Due uomini a fronteggiarsi e lei la posta in gioco più ambita.
Si domandò cosa sarebbe successo se avesse assecondato i desideri palesi negli occhi dell’ingegnere. Magari lui avrebbe potuto offrirle una vita agiata. Non era forse ciò che lei desiderava? Perché mai sprecare il proprio tempo con un uomo del calibro di Nick? Magari si sarebbe stancato presto di lei o sarebbe morto ammazzato con l’accusava di aver barato al gioco, come stava facendo in quel momento, con l’asso di cuori estratto abilmente dalla manica per finire tra le carte che mostrò all’avversario nell’ennesima mano vincente.
Era giunta fin lì per sposare un uomo che nemmeno conosceva, e ora le pareva assurdo anche il solo pensare di donarsi in cambio di un’esistenza abbiente. Eppure, era il destino che aveva sempre immaginato. Nessun legame, nessuna complicazione. Un uomo come Andrew non l’avrebbe mai presa in moglie, ma poteva garantirle una vita dignitosa in cambio di un letto caldo nel quale fargli dimenticare i guai. Un tetto sulla testa e non la precarietà di una tenda nel mezzo della prateria. Aveva sempre puntato a qualcuno con una solida posizione e le tasche gonfie di denaro.
Adesso, però, c’era Nick e tutto appariva sotto una luce diversa. Sentiva il calore del suo respiro contro la pelle nuda della spalla, la possessività nel cingerle la vita, la solidità del torace contro il quale poggiava. Era bello e imprevedibile, insolente ed elegante. Impossibile ignorare il piacere che le procurava stargli così vicino. Persino la prospettiva di vivere in quel posto, ora, pareva meno difficile.
Passione o stabilità? Possibile che la prima fosse così forte da azzerare il resto?
Lo era, eccome. Moriva al solo pensiero di baciarlo ancora e sognava a occhi aperti l’attimo in cui sarebbe stata sua. Sarebbe accaduto presto, ne era sicura.
«Scommetto altri cinquanta dollari.» La voce di Nick interruppe il filo dei suoi pensieri e rabbrividì quando il braccio sfiorò la curva del seno nell’allungarsi per gettare il denaro sul tavolo.
Gli occhi di Andrew studiavano le proprie carte, poi riservò uno sguardo deluso alla sua figura. Era ovvio che non avesse granché tra le mani. Le dita di Nick, invece, parevano attirare solo carte vincenti... o si operavano perché ciò accadesse.
«Siete fortunato, Mr. Miller» fece Andrew, con voce impastata e lo sguardo di chi avrebbe voluto dar fiato a pensieri taciuti. Una mossa saggia, perché Hope avvertì la mano di Nick posarsi sul calcio della pistola riposta nella fondina. «Non ho nulla tra le mani, mi fermo qui.»
«Pare che aver accanto Hope ne porti parecchia di fortuna.»
«Bene a sapersi, allora. Ne approfitterò la prossima volta, se me lo concederete.»
Nick annuì, ma il modo in cui accentuò la presa in cui la serrava, metteva in discussione il sorriso stampato in volto. Era geloso?
«Vi auguro una buona serata» riprese a dire Scott. «Ho bevuto troppo per questa sera e perso abbastanza denaro.» Si alzò su gambe malferme, calzò il cappello e rivolse un cenno di saluto a entrambi prima di lasciare il locale.
«Abbiamo vinto un gran bel gruzzolo, bellezza.» Nick le posò un bacio sulla guancia e lasciò che la mano scivolasse a sfiorare il seno strizzato nel corsetto. «Proprio come ti avevo promesso.»
«Sei un dannato farabutto.» Lo apostrofò, tentando di rimettersi in piedi, ma Nick glielo impedì e lei si voltò furente. «Non ti sei ancora divertito abbastanza?»
«Dovevi fidarti di me o sbaglio?»
«Sbagli! Non mi fido di un dannato giocatore d’azzardo che butterebbe nel piatto persino sua madre!»
«Però hai accettato.» Mise su quel sorriso scaltro capace di farle ribollire il sangue, e la rabbia scemò in un miscuglio di sentimenti ed emozioni che la disorientarono. «E sei stata al gioco.»
«Avevo forse scelta?»
Nick si strinse nelle spalle. «Nessuno ti obbliga a far ciò che non vuoi. Hai deciso tu di fidarti... o forse speravi che Scott vincesse?»
«Forse sarebbe stato un bene, dopotutto.» Lo aveva detto per ripicca e sorrise per la stizza che lui non seppe nascondere. «Non sono roba tua, sono soltanto quella che intrattiene i clienti per te. Chissà cosa potrebbe offrirmi Andrew Scott, invece.»
Si alzò sotto al sorriso sornione con il quale lui la guardava. C’erano promesse e desideri intrappolati nel verde di quelle iridi eleganti.
Lasciò la sala per ritirarsi nel retro. Il suo lavoro era finito per quella notte, i clienti stavano iniziando a lasciare i tavoli sui quali avevano giocato dollari e speranze. Più in là, Rachel annunciava il risultato dell’ultimo tiro ai dadi, e una bestemmia biascicata lasciò intendere che la fortuna aveva voltato le spalle all’incauto giocatore.
L’eco di una risata, il tintinnare dei bicchieri.
I rumori di quel luogo iniziavano a farsi familiari.
Dopotutto, non si stava così male lì.
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