Scritto il 30/09/2026
da PATRIIA INES ROGGERO


⏱ ~7 min · 1489 parole

Nelle settimane trascorse dalla visita di Georgina, Hope aveva assistito al lento declino di Andrew. Era cambiato, pareva aver perso interesse per qualsiasi cosa, fiacco nella vita e nell’intimità. E la situazione non pareva migliorare, anzi, nell’osservarlo indugiare di fronte al piatto ancora pieno, pensò che fosse d’improvviso peggiorata.

«Non hai fame?» chiese distrattamente, portando il calice di vino alla bocca. «La cena è ottima.»

«Perdonami, non è certo colpa del cibo.»

Ovvio che non lo fosse. Hope sapeva che qualcosa stava andando per il verso sbagliato e che i suoi problemi avevano a che fare con la ferrovia. Andrew raccontava poco a riguardo, ma lei non era stupida e aveva buone orecchie, era bastato ascoltare qualche discorso tra lui e Durant e leggere stralci di messaggi dati poi alle fiamme. Si parlava di molto denaro, di strategie, di accordi, del fratello in politica che, se avesse vinto, sarebbe stato un asso nella manica per i loro affari.

Era un mondo difficile quello in cui lui si muoveva, le era stato chiaro fin da subito così come chiare erano le pressioni alle quali Andrew era sottoposto.

Spesso lo aveva visto irrequieto la sera. Le notti insonni di cui al mattino restava traccia sul viso stanco.

D’improvviso non le aveva più fatto regali e le loro uscite si erano ridotte a semplici e silenziose passeggiate a Central Park. Non sentiva la mancanza dello sfarzo in cui avevano vissuto nei mesi addietro, ma le parole di Georgina tornavano con prepotenza alla memoria e la paura di essere concausa di tale abbattimento la feriva.

«Non mi piace vederti così» azzardò. «Forse ne vuoi parlare?»

Lo vide accigliarsi, il volto smunto farsi pallido. Era diventato l’ombra di se stesso, privato persino dell’ultima traccia di avvenenza che lo aveva caratterizzato.

«Sono faccende che non potresti comprendere, Hope.»

«Sfogarti, però, ti farebbe bene. Sono qui anche per questo, ricordi? Forse riguarda la ferrovia?»

«Ti prego, ci sono cose che non ti posso raccontare.» Il petto in affanno lasciava intendere l’angoscia che lo agitava. «Lo faccio per te, credimi. E ti chiedo scusa se in questo periodo ti sono parso come un vecchio noioso, sai che di solito non lo sono...» Allentò il colletto della camicia, mentre il volto si faceva d’improvviso paonazzo. «Ma ho così tanti pensieri e preoccupazioni... a volte mi sembra che il mondo stia per crollarmi addosso.»

«Ti senti bene, Andrew?» Si alzò, allarmata dal suo sguardo vitreo.

«Devo soltanto prendere un po’ d’aria.» La voce roca mentre si alzava su gambe malferme.

Rapida, fece per raggiungerlo e offrirgli sostegno, ma lui crollò a terra in un tonfo sordo.

«Andrew!» Le ginocchia impattarono contro il pavimento mentre si chinava su di lui e ne afferrava il volto nel tentativo di farlo riprendere. «Andrew!»

Ma lui rimase, immobile. Le labbra schiuse, gli occhi ormai vuoti.

Sentì il panico serrare la gola.

La voce suonò stridula nel chiamare Louise.

Dopo fu un susseguirsi di immagini che le passarono davanti come foto sbiadite. L’arrivo della cameriera, la fatica nell’issarlo sul divano, l’attesa del dottore mentre lacrime di paura scendevano copiose, la consapevolezza di essere rimasta di nuovo sola.

Il medico constatò la morte di Andrew e si occupò di fare portare via il corpo per evitare lo scandalo che avrebbe travolto la famiglia Scott. Nessuno doveva sapere che era morto a casa dell’amante. Avrebbe avvisato lui la famiglia.

Parole, parole e ancora parole che la attraversavano come fosse aria, ma che tornarono a rimbombarle in testa quando rimase sola nel silenzio macabro che d’improvviso l’avvolgeva.

“Come ben saprete, il genero di Mr. Scott è un avvocato molto in vista e il fratello è il candidato del partito democratico in lizza per le elezioni.” Aveva detto il dottore, con fare paterno. “E sappiamo tutti da dove venite voi, anche se Mr. Scott ha voluto trasformarvi in quel che siete oggi.”

Chi era lei oggi? Cosa le restava?

“Fareste meglio ad andare via da questo posto, non vi renderanno la vita facile” aveva aggiunto il dottore con rammarico.

Seduta sul pavimento del salotto, ripensava a quelle parole e ne coglieva il significato letale. Andrew non sarebbe più tornato a occuparsi di lei, non l’avrebbe più salvata da un futuro incerto.

Era così strana la vita, così assurdo il destino.

«Signora...» Louise la fissava con occhi densi di apprensione. Fino a un attimo prima non si era nemmeno resa conto della sua presenza nella stanza. «Volete che vi prepari qualcosa di caldo?»

«Versami un cognac.» Si asciugò le lacrime e fece un profondo respiro. «E versalo anche per te, se ne hai bisogno.»

Bere da sola non le era mai piaciuto.

Nemmeno stare da sola le era mai piaciuto.

La sua vita da dove sarebbe ripartita questa volta? Avrebbe potuto cercare un nuovo amante o forse vendere la casa di Andrew appena ne fosse entrata in possesso, e trovare un lavoro onesto garantendosi così un futuro dignitoso. Il denaro ricavato dalla vendita l’avrebbe fatta vivere bene a lungo.

Al momento non aveva alcuna voglia di pensare.

Prese il bicchiere dalle mani di Louise e mandò giù il cognac di un colpo con la sola voglia di annullare ogni pensiero.

La notte trascorse lenta e quando l’alba rischiarò l’elegante salotto, Hope stava firmando la lettera indirizzata a Rachel.

Sonno, alcol e tristezza rendevano la testa pesante e difficili i pensieri, ma sfogarsi con l’amica era servito a buttar fuori il livore contro quella vita ingiusta.

Suonò la campanella per chiamare la serva e, quando Louise giunse in sala, le consegnò la missiva affinché la spedisse, poi la osservò sparire nel vestibolo e udì l’uscio aprirsi segno che stava già eseguendo il suo ordine. Era una cara ragazza e le sarebbe mancata la sua presenza in casa, ma era ovvio che non avrebbe più potuto tenerla con sé.

Sospirò, sapeva di doversi scrollare di dosso quella voglia di abbandono, ma le mancava la forza per affrontare la situazione. Fu la voce di Louise a farle drizzare le orecchie. Stava parlando con un’altra donna sulla porta di casa, però non riusciva a capire cosa stessero dicendo e, a essere onesta, nemmeno le importava. Le avrebbe ignorate se il vociare non si fosse fatto concitato e il suono di rapidi passi nervosi non fosse risuonato nel silenzio della casa, costringendola a voltarsi verso l’ingresso del salotto sul quale comparve Georgina Scott in gramaglie.

«Ecco la puttana che ha fatto morire mio marito!» sbraitò l’intrusa, parandosi davanti a lei con aria battagliera. «Vi avevo detto che lo stavate portando alla rovina, ma non credevo lo avreste addirittura ucciso!»

«Non è colpa mia se Andrew è morto.» Cercò di simulare sicurezza, ma la presenza della vedova Scott la faceva sentire sporca nell’anima.

«Oh, lo è invece, mia cara.»

«Uscite da casa mia.»

Lo schiaffo le colpì la guancia con forza mentre il volto dell’altra si distorceva in una maschera di indignazione. Si stupì della mancanza di voglia di reagire, ma non si sarebbe mostrata debole cedendo al pianto che premeva sul petto.

«Quell’idiota vi avrà anche regalato una casa nel quartiere signorile, ma restate la prostituta che ha raccolto per strada.»

«Non è un regalo... è un lascito.» Non faceva molta differenza, ma aiutava lei a sentirsi meglio.

«È questo che vi ha raccontato Andrew?» Una risata nervosa fece tremare le spalle dritte e fiere. «Certo, se vi avesse detto la verità avrebbe rischiato di perdervi! Non avreste forse venduto la casa per poi sparire nel nulla?»

Sorpresa e ferita, Hope strinse i pugni con rabbia. Dunque lui aveva mentito e quella casa era sua già da mesi!

«Non sono quel genere di persona. Andrew ha fatto molto per me e gliene ero troppo riconoscente per agire in un simile modo.»

«Bugiarda e meschina.» Georgina fece un passo avanti e la fissò con disprezzo. «È evidente che lui non si fidava di voi. Scommetto foste d’accordo con chi l’ha portato alla rovina... non è così?»

«Non so di cosa state parlando.» Erano accuse che la confondevano più che ferirla.

«Andatevene da questo posto, Mrs. Logan, o vi renderò la vita un inferno.»

Stizzita, Hope le restituì il medesimo piglio, la pazienza era finita, così come il rispetto. Sapeva di essere dalla parte del torto ma, giunta a quel punto, non gliele importava più nulla.

«Ci ha già pensato il destino, mia cara.» Si versò l’ennesimo bicchiere di cognac e lo sollevò alla salute dell’altra prima di mandarlo giù celando il senso di nausea dietro a un sorriso.

«Vedo che Andrew vi ha reso elegante solo in apparenza, dentro siete rimasta la sgualdrina che ha raccolto dalla strada.» Un ultimo sguardo colmo di sdegno, poi le voltò le spalle e sparì dalla sua vista.

Hope tirò un sospiro di sollievo soltanto quando udì la porta richiudersi in un tonfo pieno d’ira. Sollevò lo sguardo per incontrare quello sconvolto di Louise e lasciò che i singhiozzi le scuotessero le spalle in un pianto liberatorio.

 

 

 





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