Sebastiano
«Ehi, c’ero prima io!» esclamo mentre il carrello guidato da una creatura goffa e infagottata in una tuta informe derapa per rubarmi il posto alla cassa del supermercato.
«Hai perso l’occasione di stare zitto. Un gentiluomo incassa con dignità» risponde quella che riconosco essere una ragazza. La voce squillante di sarcasmo, alcuni ciuffi biondi che escono dal cappuccio calato sul viso.
Faccio per reclamare ma una commessa apre la cassa vicina e mi fa segno di procedere per il conto aggiungendo all’invito una strizzata d’occhio e un ammiccamento. Dopo tutto, la vita passata sui campi da tennis è servita a qualcosa, per lo meno le donne mi privilegiavano sempre, in qualsiasi circostanza.
Eccetto la ragazza bionda che continuava febbrile a depositare derrate in scatola sul nastro.
Adesso che la osservo meglio noto l’altezza, notevole per una donna, di certo supera il metro e ottanta.
Pago la bottiglia di polpa di pomodoro, il pacco di pasta e la scatola di riso e mi dirigo verso il parcheggio.
Fuori dal supermercato ottobre sfodera tutta la sua umidità con grandi pozze che riempiono le buche dell’asfalto e fango ai margini della strada. L’estate è stata torrida e, per me, una prova psicologica tremenda. Thaissa la mia fidanzata, ha deciso, nel mese di giugno, che non avere uno yacht era un difetto di me che non riusciva a sopportare, come la mancanza di vita mondana nelle mie serate, la dieta ferrea priva di cocktail o aperitivi, i beveroni di minerali e gli allenamenti costanti. Di conseguenza, o forse era proprio una cosa scritta nel destino, Wimbledon e il Roland Garros sono andati a farsi fottere, eliminato immediatamente, come un pivello alle prime lezioni di tennis. E, infine, regalo di questa annata devastante, ho perso il primo posto nel ranking mondiale e sono scivolato al quinto. Cioè, non al secondo, nemmeno al terzo. Al quinto posto mettendo a repentaglio il contratto annuale con alcuni dei miei sponsor principali.
Riprendersi non sembra una questione alla mia portata.
«Ehi, Ehi tu!» la voce della ragazza mi raggiunge, grida sguaiata in mezzo al parcheggio. Mi aggredisce spingendo un carrello stracolmo «Senti mi dispiace, ti sono passata avanti ma ho una fretta dannata e non potevo aspettare»
«Sei stata una cafona, ma come vedi sono sopravvissuto»
Lei non proferisce parola, si limita a scoccarmi un’occhiata di traverso e dirigersi con il suo mostruoso carrello alla macchina. Io entro nella mia Golf un po’ scassata, prendo il cellulare e scrollo alla ricerca di una play list da collegare al blotooth. L’immagine di lei nella tuta grigia però mi occupa l’attenzione. Lancia sacchetti alla rinfusa nel portabagagli di una Yaris e, cosa che trovo curiosa, continua a guardarsi intorno terrorizzata. Lascia il carrello senza preoccuparsi di rimetterlo a posto e sgassa con la macchina per uscire dal parcheggio a tutta velocità.
‘Ma guarda che incivile’ biascico senza potermi impedire di scendere dalla macchina e riporre il suo carrello abbandonato per evitare che qualche veicolo ci vada a sbattere contro. A terra, proprio lì accanto alle strisce bianche del parcheggio, un portafogli rosa che di certo la stangona pazza ha lasciato cadere.
Ho la seria intenzione di lasciarlo per terra, ma quella questione dell’educazione e del fair play imparato sulla terra rossa mi obbliga a raccoglierlo. Guardo nella tasca principale, estraggo la carta d’identità e prendo nota dell’indirizzo. Insieme al documento, la tessera di un club sportivo non distante da casa mia. Decido per la cosa meno invadente: portare il portafogli al club così da evitare di piombarle a casa.
L’impianto sportivo è di quelli super moderni, un parallelepipedo gigante, deve essere un campo da basket o da volley. A pensarci bene l’altezza della ragazza doveva darmi un indizio. Entro, non c’è nessuno all’accoglienza e il bar del palazzetto è chiuso. Il cartonato di dodici ragazze a grandezza naturale in tenuta da gioco, shirts aderenti, canotta, bicipiti ben in vista e l’espressione spavalda, mi ipnotizza per un attimo. Perché non ho mai frequentato una pallavolista?
Salgo una gradinata e mi affaccio sul campo gara. In mezzo, un gruppo di atlete alle prese con elastici da fitness, pesi, palloni da pallavolo. La rete è molle, sono solo alla fase di riscaldamento, ancora non si stanno neanche allenando. Curioso, riguardo la foto del documento ma non è simile a nessuna delle ragazze in campo. Non ho mai seguito il volley ma a giudicare dal palazzetto, enorme, uno di quelli che ospitano gare internazionali, deve essere una squadra importante. Credo che nel volley femminile girino molti soldi.
«Chi è lei?» mi aggredisce la voce di un uomo. Un marcantonio di un paio di metri abbondanti mi viene in contro aggressivo, un quaderno in mano, una penna dietro l’orecchio. Lo riconosco come un campione famoso ma fatico ad associarlo a qualche impresa sportiva di quelle storiche, coi filmati su youtube e migliaia di commenti nostalgici.
Lui invece mi riconosce all’istante, nei mesi scorsi i giornali sono stati pieni delle mie foto prima come un vincente, il numero uno al mondo. Poi per il perdente che ho dimostrato di essere facendomi soffiare centinaia di punti senza neanche reagire.
«Ma sei Sebastiano Zanetti! Ma… ma… cosa?» balbetta sconcertato.
«Salve, sì, sono io» mi schernisco. Come ho fatto a pensare che non mi avrebbe riconosciuto nessuno fuori da casa mia e dalla mia cerchia di amici?
«Volevi vedere un allenamento? Ti serve qualcosa?» domanda lui con la disponibilità tipica di chi crede di aver qualcosa da spartire con te solo perché siete sportivi. Come se lo sport fatto ai vertici del mondo unisse. Come se fosse una cosa salutare.
«Veramente ho trovato il portafogli di una ragazza per terra e ho pensato di riportarlo alla proprietaria» ammetto.
«Mio, è Mio! Oh caspita grazie!» lei emerge dal gruppo poco distinto di ragazze. Un minestrone di spalle squadrate, gambe lunghissime e scattanti, fianchi solidi, code di cavallo multicolori. Due occhi verdi luccicano di felicità mentre si avventa sul portafogli rosa. Senza la tuta informe le sembianze di Sara Rettori, così ho letto che si chiama nella carta d’identità, sono tutta un’altra cosa. Cosce infinite, il tatuaggio di una rosa rampicante a decorare un braccio definito dalle schiacciate e il volto di un cherubino del Brunelleschi.
«Prego» rispondo, e incrocio gli occhi con i suoi, neanche parenti della creatura aggressiva e maleducata al supermercato.
«In campo ragazze!» ordina il mister e poi si rivolge a me «Se vuoi restare a guardare non ci dai fastidio» io accetto l’invito. Sara è un richiamo che non avrei pensato di subire.
Mi siedo su un seggiolino nei gradoni degli spalti, nel settore tribuna, proprio a bordo campo. Le ragazze schiacciano, palleggiano, ma soprattutto scattano. Sara si muove con l’agilità di una lepre, cambia direzione con una velocità che a me sembra di non aver mai avuto.
E’ concentrata ma serena, nessuna ruga sulle guance, la fronte liscia, la bocca che si apre in sorrisi appena accennati. La riconosco subito, io non la sento da un’infinità di tempo quella sensazione. La vedo sulle spalle distese e sulle gambe che rispondono a ogni comando: si sta divertendo un mondo ed è quel piacere a farle accettare le gocce di sudore sulle tempie e il bruciore alle ginocchia.
Trascorre un tempo infinito, io osservo con l’interesse di un vecchietto davanti a un cantiere in centro e non soltanto perché questo gruppo di ragazze hanno i sederi più spettacolari che abbia mai visto. Rimango coinvolto dall’atmosfera gioiosa, dalla complicità divertita che amalgama la squadra. Perchè non ho mai giocato a uno sport di squadra, mi domando.
Alla fine dell’allenamento avrei quasi voglia di smetterla di giocare a tennis e iniziare con la pallavolo. Mi alzo mentre le ragazze bevono, non riesco a staccare gli occhi da Sara ma me ne vergogno, non vorrei mi avesse preso per uno stalker. Un po’ malinconico per la solitudine in cui ripiomberò da qui a un’ora, mi alzo dagli spalti, scendo la scala laterale e attraverso l’androne del palazzetto per uscirne. Lei è lì, accanto alla porta antipanico. «Io sono stata una maleducata, tu sei stato gentile. Uno a zero per te. Posso ringraziarti in qualche modo?» Vista da vicino, sorridente, sudata, i muscoli tonici ancora gonfiati dallo sforzo, sembra ancora più bella. E alta! Il mio metro e novantadue la sovrasta solo di una decina di centimetri scarsi. «Potresti accettare di cenare con me? Sarebbe un modo, per esempio…» le rispondo affondando subito la mossa del rimorchiatore professionista.
Lei sembra contrariata, indugia ma le leggo in faccia la tentazione di accettare.
«Ma non stai con quella supermodella australiana?» mi chiede inclinando appena a testa. «Non è in giro da un po’» rispondo vago. Le sue mani giocano con un asciugamano, ha unghie curate, colorate di verde bottiglia, la stessa sfumatura incredibile dei suoi occhi. «Una cena veloce; durante la preparazione sono a dieta stretta» sottolinea. Non vedo alcuna necessità di dieta nella silouhette davanti a me ma annuisco. Lei continua «Allora… ci metto poco, faccio una doccia e sono da te. Mi aspetti qui?» io annuisco. Non sono mai uscito con una sportiva: troppe regole, sacrifici e limitazioni. Le stesse che devo subire io. Potrebbe essere una novità.
Esce dagli spogliatoi in jeans aderenti e felpa, un piumino corto che scopre quell’arma letale che è il suo sedere. A cena, in una pizzeria alla buona vicino alla palestra, il sorriso di Sara, evidente tra le mura del palazzetto, si spenge. Si guarda di continuo intorno, sembra terrorizzata dalle persone e sobbalza a ogni messaggio sul telefono. Intuisco tutto i un attimo, l’ho già visto succedere a una tennista francese: un fan la accoltellò durante il Roland Garros e si venne poi a scoprire che era un maniaco che la ossessionava da mesi.
«Ti ha solo minacciata o è arrivato a romperti le ruote della macchina?»
Lei prende fiato, formula una giustificazione, una scusa ma le parole le muoiono sulle labbra. «E’ solo un tifoso un po’ invadente.»
«Hai denunciato?»
«Scherzi? Neanche morta! Te li immagini i titoli dei giornali? Le voci nell’ambiente, gli allenatori che mi prendono per una maniaca depressa, le compagne di squadra che mi scansano. La favola della solidarietà è più falsa di una banconota da sette euro.» Sara beve un sorso d’acqua, sembra volersi convincere delle sue stesse parole «Gli passerà, sono sicura.»
La descrizione cinica della realtà di Sara non combacia con quello che ho visto in palestra. Ragazze e coach mi sembravano note della stessa melodia ma evidentemente non ho compreso bene. «Eppure ti ho visto felice in palestra»
«Certo, quando gioco sono sempre felice» dice lei. E lo fa con una naturalezza che mi spiazza perché io invece non sono felice già da un po’ mentre gioco.
«Quando hai iniziato?» domando e lei comincia a raccontare che a quattordici anni era già in serie B. A sedici ha lasciato casa dei suoi per giocare nella nazionale under 18 e alla maggiore età ha debuttato in serie A. Punta alla nazionale e alle prossime Olimpiadi. Ha idee chiarissime, è ambiziosa ma non ossessionata, guarda al futuro ma senza fare progetti, si gode il presente.
Dopo cena ci scambiamo i numeri e la raccompagno alla macchina, lei sembra a disagio, ha paura. «Vuoi che ti segua con la macchina?» le propongo. Non so perché si fida di me, forse perché la mia vita è stata raccontata dai giornali, sono pochissimi i dettagli che non sono finiti a comporre le colonne di gossip ed è di dominio pubblico il fatto che non sono uno che ossessiona le donne. Al contrario, se mai. Anche Thaissa, è stata lei a volermi, a prendersi spazi nella mia vita e poi a lasciarli d’improvviso. Io ho preso atto delle sue decisioni che mi coinvolgevano, e, adesso che valuto la situazione da questo punto di vista, penso che abbia fatto un gran bene a piantarmi.
«Te ne sarei grata».
La seguo fino a un piccolo condominio circondato da un giardino ben curato. Lei scende dalla macchina e veloce entra nel portone salutandomi con il cenno di una mano. Subendo l’assalto costante dello spirito da cavaliere medievale rimango altri dieci minuti lì sotto, a controllare che vada tutto bene e, quasi senza sorpresa, noto un tipo con occhiali da sole e berrettino da baseball a mezzanotte che si dirige verso i campanelli del condominio. Scendo dalla macchina e lo tallono inoltrando la chiamata a Sara «Sara lui è qui, è a dici metri da me, non aprire, lo mando via» la sento singhiozzare dall’altro capo del telefono, respira in affanno, è un’altra persona rispetto alla giocatrice impetuosa che ho visto in palestra.
«Ehi, coglione!» lui sente il mio passo aggressivo avvicinarsi e, appena si accorge che lo sto per aggredire scappa via.
«Sara, aprimi adesso. Salgo da te» le dico fermo al telefono. La serratura del portone scatta e io salgo due rampe di scale. Lei mi aspetta sulla soglia, una mazza da baseball puntata verso di me «Mettila giù prima di farti male a un piede» le consiglio a mani alzate e lei scoppia a piangere. Ha gli occhi rossi e il naso che cola, la abbraccio e sembra piccola accolta tra le mie spalle anche se attraverso la felpa sento la tensione dei muscoli da atleta.
Provo ad allontanarmi ma lei non è d’accordo e, stile granchi intrecciati, caracolliamo sul divano a due posti davanti alla cucina. L’appartamento è piccolo, c’è un buon profumo di rosa. «Non so se è una cosa giusta che io resti qui. Sono un estraneo per te, ci conosciamo da due ore. Magari hai un’amica, una compagna di squadra che può aiutarti?» intorno a noi sul pavimento alcuni pesini, elastici da fitness, una pila di manuali universitari di matematica. Lei scuote la testa e rimane stretta al mio torace. Forse le do sicurezza, penso. Rimaniamo così, il respiro di lei si acquieta, il cuore rallenta, il silenzio diventa più profondo. Forse ci addormentiamo.
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