Scritto il 01/06/2026
da Raffaella V. Poggi


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Lui le aveva ordinato di aspettarlo.

In ginocchio.

Dietro la porta.

L’orario d’ufficio era terminato da un pezzo e lei, obbediente, aveva indossato uno dei completini celesti che usava come divisa quando chattava con il nome di Azzurra: un triangolino di pizzo velatissimo, collegato da una catenina di perline che scomparivano nel solco dei glutei e un reggiseno a balconcino che lasciava in bella mostra la parte superiore del seno, regalando agli occhi cupidi la vista di due capezzoli rosei e gonfi.

Lui aveva suonato al citofono; Flavia si era affrettata ad aprire il portone, aveva lasciato socchiuso l’ingresso e si era lasciata cadere sulle ginocchia, a capo chino, con le mani giunte in grembo, i capelli sciolti.

Era spaventata. Eccitata.

Non era riuscita a focalizzare i propri pensieri su null’altro che non fosse lui.

Non era riuscita, anche quella mattina mentre raccoglieva le poche cose dal suo armadietto e le infilava in una busta di plastica, ad analizzare la rabbia che avrebbe dovuto serpeggiarle dentro: era stata licenziata, era stata “fottuta”. In tutti i sensi.

Sì, lui l’aveva fottuta proprio bene!

E le era anche piaciuto.

Quando lui le aveva afferrato la coda e l’aveva forzata a un bacio invadente, riversa sulla scrivania, Flavia si era accesa; si era lasciata trasportare dalle spinte e aveva emesso un gemito a ogni colpo. Non era riuscita a pensare. Si era lasciata trasportare dalla paura, dal desiderio.

Non era durata a lungo.

«Vengo solo io,» aveva ruggito lui, «così ti rimane la voglia. Prendi la pillola?» le aveva chiesto ansimando. Lei aveva annuito. Prendeva la pillola per non correre rischi inutili, qualcuno dei suoi clienti avrebbe potuto ribellarsi – erano i rischi del mestiere – e prendersi quello che non veniva concesso loro. «Bene!» le aveva sputato all’orecchio e aveva accelerato il ritmo, svuotandosi in fretta.

Fottuta e insoddisfatta.

Fottuta, insoddisfatta e licenziata.

Fottuta, insoddisfatta, licenziata e dominata.

Era un mix esplosivo che le aveva tolto, in un solo istante, la capacità di pensiero; serpeggiava in lei l’inquietante sensazione di essere scivolata in uno di quegli incubi in cui gli stalker costringevano le proprie prede.

Quello era lei? La sua preda?

Che importava? Intanto Flavia non aveva nessuna intenzione di negarsi a lui.

Non si sarebbe sottratta a quel gioco perché lui era il primo uomo da tanto tempo… anzi, no, era il primo uomo in assoluto che fosse interessato a lei come persona – a chi era veramente – e non solo al suo corpo.

Sapeva tutto di lei, tutto.

E poi… era innamorata.

Deleterio! Distruttivo… Ma che importava?

Oh, Flavia sapeva che cosa c’era sotto la camicia di cotone con le iniziali ricamate a mano! Conosceva a memoria ogni linea che i muscoli disegnavano sul suo petto. Conosceva a memoria il disegno che i peli scuri intrecciavano sul suo torace, da un capezzolo all’altro, per poi interrompersi e ricomparire in una riga sottile che dal ventre si tuffava in mezzo alle sue gambe. Lo conosceva a memoria, si dissetava solo a guardarlo e avrebbe tanto desiderato essere toccata da quelle mani così forti e, al tempo stesso, curate.

Non glielo aveva mai permesso, perché sapeva di desiderarlo troppo.

Però… però anche lui la desiderava davvero, se si era piegato a diventare il suo schiavo solo per frequentarla. Flavia si era convinta che se lui, dall’alto della sua posizione e con tutti i suoi soldi, il suo prestigio e le sue possibilità, si era lasciato vincere per tutto quel tempo da un’ossessione, significava che...

Meglio non pensarci.

Ma ora, che cosa era cambiato? Perché si era fatto avanti in quel momento… E soprattutto, doveva averne paura?

Lo avrebbe scoperto presto perché l’ascensore, appena giunto al piano, stava aprendo le sue porte.

Per prima cosa vide la ventiquattrore di cuoio e la sua mano che la posava a terra, a lato della porta. Vide le gambe fasciate nel tweed grigio e le sue scarpe lucide.

Non riusciva a sollevare lo sguardo, era paralizzata dalla paura.

“Ecco che cosa significa essere una schiava” pensò e sentì la carezza del suo pollice sulle labbra, percepì il suo polpastrello insinuarsi dentro.

«Succhia!» L’ordine perentorio le si riverberò nel ventre come una frustata. “Chissà se ha intenzione di frustarmi?” si domandò, mentre obbediva.

«Ora lecca!» Le porse le dita da venerare prima di sfiorarle il volto, il naso, gli occhi con una carezza pesante. «Aspetta qui» le intimò.

Mentre si allontanava in direzione della sua stanza da letto, lo vide sfilarsi la giacca, gettarla sul divano e allentare il nodo alla cravatta. Tornò poco dopo con la camicia aperta fuori dai calzoni e qualcosa di scuro in mano che, in quella posizione e con la coda dell’occhio, Flavia non riuscì a identificare.

“Il guinzaglio!” Era un guinzaglio, ma non uno qualsiasi, era proprio quel guinzaglio, nuovo e intonso, il laccio di cuoio nero con il collare borchiato che Domina aveva acquistato per “schiavo fervente”. Lo vide bene mentre lui glielo stava allacciando al collo: era proprio quello che lei teneva nascosto nel cassetto del suo comodino.

«Vieni!» ordinò, tirando un poco il legaccio.

Flavia non fece resistenza, non accennò ad alzarsi. Lo seguì carponi fino in camera.

Lui sbottonò i calzoni prima di sedersi sul letto. Tirò fuori l’erezione ancora non completamente sbocciata e attirò il viso di lei tra le sue gambe.

«Datti da fare. Fammi vedere se mantieni la parola: ti ricordi tutti quei giochetti che mi promettevi mentre ti masturbavi davanti alla webcam? Ecco: adesso è il momento giusto per farmi vedere come sei brava» e le spinse l’erezione fra le labbra. «Non ho dimenticato nessuno dei tuoi discorsetti arrapanti» le sussurrò ansando. Si alzò in piedi, i pantaloni gli scivolarono lungo le cosce. Si sfilò la camicia mentre lei continuava a leccarlo, in ginocchio davanti ai suoi piedi. «Finisci di spogliarmi» ordinò, mostrandole i piedi. Flavia obbedì, slacciò le scarpe, sfilò le calze. Alzò lo sguardò e, obbedendo a una muta richiesta, cominciò a leccare il dorso dei piedi nudi, nei solchi fra le dita e gli alluci, prima uno e poi l’altro, proprio come se tra le labbra avesse avuto il suo fallo gonfio. Lui sollevò il piede e lo insinuò dentro la bocca, spingendo piano, avanti e indietro. Tirò il guinzaglio che teneva stretto in una mano e attirò le labbra gonfie e piene in mezzo alle sue cosce, afferrando nel pugno una grossa ciocca di capelli sciolti per guidarla in basso, sotto, insinuandole i testicoli dentro la bocca.

«Succhiami, leccami!» ansimava e rantolava. «Obbedisci! Obbedisci al tuo Padrone. Fammi godere.»

C’era qualcosa di disperato nella sua voce e Flavia, arresa, cercava di donargli tutto ciò di cui aveva bisogno affinché stesse bene, per far sì che lui la desiderasse come lei lo desiderava.

Flavia aveva una voglia matta di infilarsi una mano tra le gambe per darsi piacere, per alleviare la smania che stava tempestando il suo ventre. Voleva di nuovo essere presa, come quella mattina, ma sapeva di non poter chiedere. E poi, ora che non poteva più indossare la maschera di Domina era senza difese, era priva di qualsiasi scudo, nuda davanti a lui. Aveva perso il dono della parola: era muta, con la bocca da cui non dovevano uscire parole, completamente occupata dal suo membro duro che entrava e usciva a prendersi il piacere.

«Basta!» s’interruppe, tirandola indietro per il collare. «Non voglio venirti in bocca… non ancora. Ora voglio scoparti.»

Gli occhi di Flavia si dilatarono per lo stupore. La paura non era passata, anzi amplificava tutte le sensazioni che quell’uomo le stava facendo provare.

Attendeva ordini e abbassò lo sguardo sulle cosce nude.

Non osava sollevarsi per distendersi sul letto: magari lui desiderava prenderla in piedi, forse voleva frustarla con il paddle come faceva sempre lei, forse… Trattenne un grido, lui l’aveva fatta alzare afferrandola per i capelli, senza che lei, distratta, se ne accorgesse. La strattonò e la fece ricadere sul materasso.

«Allarga le gambe. È un bel po’ che non ti vedo infilare le dita dentro la fica. Fai la timida ora? Perché Azzurra non fa vedere al Capitano com’è bagnata?» la stava incoraggiando, masturbandosi l’asta con movimenti lenti, ai piedi del letto, guardandola dall’alto con la lingua di fuori a leccarsi le labbra. «Tu non hai idea della voglia che ho io di scoparti, e puoi credermi,» si fermò un attimo per guardarla lascivo, «li faremo tutti, quei bei giochini con cui mi stuzzicavi.»

Flavia deglutì, ma continuava a obbedire. Aveva scostato lo slip e si stava accarezzando lentamente, con poca convinzione.

«Toccati, ho detto! O forse vuoi che usi qualcuno dei tuoi attrezzi, eh, Domina? Li tieni nell’armadio, giusto?» Si allontanò, aprì un’anta e ne estrasse un flagellatore. «Togliti il reggiseno.» Lei eseguì in fretta. «Brava, ora toccati i capezzoli e continua a masturbarti. Apri bene le gambe, devo vederti!» Lui seguitava a sputar ordini, mentre la mano scorreva implacabile sul membro duro. «Dimmelo quanto ti piace, dimmi che vuoi che ti fotta!» Continuava con le sue richieste sempre più oscene. Le risputava le indietro le stesse cose che si era sentito dire per anni da Fragolina prima e da Azzurra poi. «Adesso non me lo dici dove vuoi che te lo infili, il cazzo?»

Flavia restava zitta, impossibilitata a parlare dall’imbarazzo. Un conto era inscenare performance davanti a un video e parlare con una voce lontana, tutt’altra musica era ripeterle davanti a lui in quel momento.

«Parla!» le gridò e fece partire una scudisciata che le colpì il petto. «Avanti!» Le mollò un’altra frustata sulla pancia, e altre ancora sulle gambe. Era montato in ginocchio sul letto e la stava sferzando sul corpo nudo.

Flavia avrebbe voluto lasciarsi andare a quel misto di dolore e piacere, avrebbe tanto voluto accontentarlo, confessargli quanto lo desiderasse, ma era paralizzata da vergogna e paura, sensazioni che l’avevano assalita quella mattina nel suo ufficio e ancora non l’avevano lasciata.

«Dimmi che vuoi che ti scopi. Dimmelo!» gemette e sferzava Flavia tra le gambe e sul seno. «Al diavolo!» gridò alla fine, lanciando via il flagellatore. «Io voglio fotterti, non frustarti!» Le si lanciò addosso, entrando come una furia e iniziò a muoversi veloce, facendo cigolare rumorosamente il letto. Gridava a ogni spinta, la testa sollevata guardando lontano, il mento a sfiorare la bocca di lei.

Flavia lo stava osservando, guardava affascinata il suo pomo. Attratta, gli posò le labbra sul collo, sfiorandolo di baci leggeri e risalì delicatamente fino a raggiungere le labbra dischiuse e umide. Lui abbassò lo sguardo e incrociò i suoi occhi. Restarono qualche secondo così, gli occhi piantati negli occhi, senza respiro. Lui si chinò un poco, quel tanto che fu sufficiente a sfiorarle le labbra con le proprie.

Fu una scossa per entrambi. Flavia dischiuse la bocca per accogliere la sua lingua smaniosa, si lasciò trasportare dalle spinte cadenzate, dal suo bacio languido e allungò una mano a carezzargli la nuca, insinuando le dita fra i suoi capelli ormai spettinati, attirandolo a sé. Cominciò a muovere i fianchi sotto di lui, sincronizzando i passi di una danza che non aveva mai eseguito.

Il cuore batteva forte, sentiva la pelle imperlarsi di sudore, avvolta dal piacere che stava salendo in un crescendo di emozioni mai provate.

Si lasciò cavalcare, accettò che il godimento le invadesse le vene, le struggesse il ventre e cominciò a tremare tutta.

Quando lui si rese conto che lei stava venendo, abbandonò le sue labbra e le posò la bocca sull’orecchio. «Di’ il mio nome» sussurrò.

Le uscì solo un rantolo.

«Dillo!» gridò e, afferrato il lobo tra i denti, tirò con forza, strappandole un grido. Riprese a muoversi veloce, sfondando e sbattendo. Flavia, trascinata dall’orgasmo, cominciò a urlare e scuotere la testa. «Dillo, cazzo! Dillo, dillo, dillo! Di’ il mio nome!»

«Claudio!» urlò lei, scrollando il capo da un lato all’altro. «Claudio, Claudio, Claudio…» prese a gridare sempre più forte, sfasciando una diga fatta di pudori e reticenze.

Quel grido incontrollato sortì l’effetto voluto e lui la raggiunse, svuotandole nel ventre tutto il suo piacere.

«Cazzo!» Claudio rotolò di lato, imprecando e sbuffando, il corpo scosso da sporadiche contrazioni. Sospirò e si posò le mani sul petto. Poi, di scatto, le afferrò i capelli e le forzò le labbra con la lingua. Restarono così, uno accanto all’altra, una abbracciata all’altro, legati da un bacio da troppo tempo desiderato.

«Vestiti» le ordinò alzandosi. «E che non ti salti in mente di infilarti quegli stracci che usi per venire al lavoro.»

Flavia prese un abito nero, morbido e aderente, e tirò fuori un paio di décolleté di camoscio grigio con il plateau e il tacco alto. Spazzolò i lunghi capelli castani e lasciò che ricadessero morbidi sulle spalle. Si truccò con cura per mascherare le tracce del sesso stampate sul volto. Spruzzò due gocce di profumo. Prese il cappottino nero attillato e lo raggiunse nell’ampio ingresso che fungeva da sala.

Un lieve sorriso compiaciuto aleggiò sulle labbra dell’uomo non appena la vide comparire. Le posò una mano dietro la schiena e la scortò fuori.