Scritto il 25/09/2026
da ROBERTA DE TOMI


⏱ ~7 min · 1497 parole

Due spalle larghe.
Un paio di Rayban neri.
La sua bocca turgida sulla mia.
Sento il cuore bussare contro le costole, mentre un effluvio di spezie mi fa girare la testa.
La sua bocca aggredisce la mia, mentre da lontano erompe un trillo sempre più insistente.
Mi giro sul fianco e schiudo gli occhi: le 6.40.
L’alba dell’alba, per chi come me è abituata a iniziare la giornata alle 10.00.
Cerco disperatamente il pulsante per porre fine al pandemonio, lo trovo e spengo il trillo, più perforante di un fulmine di Pegasus, per poi afferrarmi le gambe e immergermi di nuovo nel sonno.
Dall’esterno mi sembra di sentire un lieve bussare, ma sotto le lenzuola la percezione è così ovattata che credo di essere su una nuvola. Mi sento sfiorare i capelli, poi la fronte e le guance. Un tocco da una mano tozza e sgraziata, ma delicata. Mi abbandono al vuoto, alla vertigine. Un attimo di nostalgia, come in una canzone d’amore di cui non ricordo il titolo. Io dormo, dormo e mi riempio di sogni. Dimentico di essere la blogger in cerca di cosmiche distrazioni: lascio riaffiorare il lato sepolto di me, in cerca di un abbraccio.
Un brivido sulla pelle mi riporta a quello che sono prima di tutto. Una donna con la pelle d’oca per qualcosa che ha rimosso. Non c’è amore senza persona. Non c’è persona senza amore. Ma gli algoritmi, i like e gli aperitivi ce lo fanno dimenticare. Nella macchina la carne si trita e aspettiamo la pioggia per ricordarci che la nostra vita è fatta di dazi da pagare e di scelte che determineranno chi siamo, anche se non siamo quello che scegliamo. Quasi mai, lo siamo. Quasi mai decidiamo della nostra vita per davvero. E chi lo fa, gioca a dadi con se stesso.
Ross e i suoi momenti filosofici.
La mano scende sul collo. Un altro brivido, l’ultimo ricordo d’amore che si spegne nella dissolvenza di un addio.
Davide.
Una lacrima insolita sul suo viso compassato.
Gli volto le spalle per vincere la tentazione di tornare indietro.
Ci vuole coraggio a uscire dalla propria zona comoda. A volte, ci vuole persino più coraggio a porre fine a una relazione che non funziona.
Mi allontano con il cuore strizzato come un panno.
Il silenzio cala come una nebbia lacrimosa. Tra le volute di fumo spunta ancora la mano. Le dita scivolano tra i capelli, si posano sugli zigomi. Poi sento un soffio e due labbra posarsi sulla fronte. Un bacio dolce, non del risveglio alla Bella Addormentata, ma piuttosto, sembra mirato a calmarmi, a crogiolarmi nel sonno. Un sonno capace di riconciliarmi con tutto. L’amore mancato, me stessa, il mondo.
Il secondo trillo, all’improvviso, echeggia nella stanza: la mano si ritira mentre apro gli occhi.
Mi alzo lentamente, con la sensazione che qualcuno sia stato in camera. Nella fugacità del sogno ho incontrato i miei desideri, fatti corpi. Carezze che mi mancano, la solitudine colmata da una presenza rassicurante. Desideri come falene: con l’arrivo del giorno, spariscono, all’alba della mia determinazione.
Mi alzo, cerco di sgrovigliare il nodo che si è formato tra i capelli, ma le dita sono intorpidite al punto da ricadere, senza forza. Le muovo per recuperare mobilità, mentre mi alzo dal letto e cerco di capire chi sono e dove sono. Ma soprattutto perché ho puntato la sveglia a quell’ora assurda.
Consulto i post-it sulla bacheca di sughero, affissa alla parete laterale. Leggo l’ultimo.
“Lunedì, tizio della busta. Ore 7.00, cassetta delle lettere”.
Guardo la sveglia sul comodino: 7.05.
Melma.
La mia giornata inizia quando Romeo rivela a Giulietta di amare Mercuzio.
Mi precipito fuori dall’appartamento, giù per le scale. Quasi mi scontro con Evelina, la signora con il Pincher in braccio, che mi guarda da dietro le lenti leggermente offuscate degli occhiali dalla montatura di tartaruga.
«Stia attenta? Il mio Gigi è delicato!»
«Mi perdoni signora, è che è successa una cosa… Scappo!»
Lascio alle spalle le spiegazioni e arrivo alla portineria, dove dalla guardiola, Enzo sfoglia un giornale. Faccio per aprire la mia cassetta, ma mi accorgo di avere lasciato la chiave sul mobiletto dell’ingresso di casa. Raggiungo di nuovo le scale, quando Enzo mi chiama con la sua voce rauca.
«Signorina, ho qui una busta per lei.»
Mi sporgo, come se volessi entrare nella guardiola.
«Ha visto chi l’ha portata?» gli chiedo con tasso ansiolitico al novanta per cento.
L’uomo scuote la testa con disappunto.
«No. La busta sporgeva dalla buca e mi sono limitato a prenderla.»
«A che ora sei arrivato?»
«Alle 7.02.»
«Quindi non l’ha visto?»
Enzo si agita, come colto da un’improvvisa preoccupazione.
«Visto chi? C’è qualcuno che bazzica qui in giro? Ha chiamato la security?»
«Ecco…» biascico, la salivazione azzerata.
Il tizio delle lettere deve essere uno preciso. Puntuale.
Il portinaio, notando il panico in crescita sulla mia faccia, si sporge verso di me, la fronte rollata dall’apprensione.
«Rossella, ha una faccia…»
Abbasso lo sguardo sulla rivista: è aperta sulla foto di Madame LaSage.
La foto di Madame LaSage?
Io mi scuoto, come colpita da un fulmine. Mi muovo in avanti, ma mi fermo prima di urtare il vetro con la fronte.

Enzo indica il giornale: «La stavo leggendo proprio ora! Ha fatto un’intervista eccellente. E poi questa storia del Boy coso… Voi donne siete avanti, di più, sempre di più».
Non posso crederci. L’intervista alla trapper pubblicata anche sulla versione cartacea di Vasty!
Sono senza parole, la stanza gira intorno alla mia testa vuota. Quasi non ricordo la ragione per cui sono scesa, a quell’ora. Faccio per salire le scale, ma Enzo mi richiama a lui.
«Rossella.» Torno indietro, lui sorride. «La busta.»
«Giusto. La busta.»
La prendo con gesti meccanici. La mia voce sembra uscire dall’oltretomba. Le mani mi tremano dall’emozione. È proprio vero che le cose arrivano tutte insieme, ma pensavo che valesse soltanto per quelle brutte.
Raggiungo il mio appartamento, lasciandomi cadere in ginocchio sul tappeto a forma di nuvola.
Osservo la busta, la apro, ma è come se non vedessi nulla. Mi accorgo soltanto ora di un oggetto metallico che sporge dall’interno.

Lo estraggo con circospezione. È una medaglietta nera con la scritta Nasa, in bianco, seguito dal petalo di un giglio
Resto immobile. Il mio calderone mentale è un tilt pieno, ormai.
La mia firma sul cartaceo di Vasty Magazine.
I sogni come desideri.
Il discorso che ha dato uno scossone allo share di Radio Emme.
La presenza nella mia stanza: solo un fantasma? Un retaggio di sogni?
Emozioni pure. Emozioni morbide come il petalo che stringo. Fino a quando, un pensiero non mi sfiora. E se il mittente segreto fosse Davide? Davide che cerca di rompere gli schemi dell’abitudine? Davide che vuole tornare con me?
Mi soffermo su di noi, sui nostri ultimi baci, sulla sensazione di noia che mi aveva scavato dentro al punto da farmi scoppiare. Come in quella canzone dei Litfiba.
Davide, una storia ordinaria, piena di routine. Il sabato sera a cena fuori, la domenica pomeriggio dedicata alle passeggiate. Le due settimane di ferie estive in una località di mare che sceglievo io, le due settimane di vacanze natalizie tra parenti, con il cinema la sera del Natale e le interminabili passeggiate al freddo, spezzate da una cioccolata calda. Parole, tante di circostanza, formali, sciolte al tocco di una mano. Una stretta, un bacio sulla guancia scontato. Un guizzo delicato. Così il mio ex si lasciava andare, tra i vestiti scivolati via, l’amore strizzato nelle lenzuola, a volte veloce, altre appassionato. E tutto sommato bello, anche se prevedibile.
Ma poi la routine era diventata una tagliola che mi si era chiusa addosso al punto da far male. In fondo, per pensare a sistemare la mia carriera ancora traballante. O forse, per cercare il meglio in un altro volto, in un altro cuore. Al momento ho trovato i cuori spezzati che consolano me, mentre io consolo loro. Come la missione di una supereroina Marvel.
Abbasso la rivista.
In fondo al mio cuore, desiderio e nostalgia si intrecciano senza fine. Chiudo gli occhi e Davide si toglie gli occhiali da sole. Ma le spalle non sono le sue e nemmeno il sorriso. È quel viso che si è sporto dal finestrino per un attimo, a casa di Madame LaSage. È il biondino misterioso che ha fatto breccia nella mia immaginazione, entrando nei miei sogni da una porta che gli ho lasciato aperta. Un segno inequivocabile, anche se poi è andato via, forse per essere il sogno di qualcun’altra.
Leggo ancora l’intervista, le foto di Madame LaSage e sollevo gli occhi verso il muro.
Non riesco a gioire fino in fondo del mio successo. Eppure è un altro sogno che si realizza.

E allora, perché mi sento così?
Strizzo gli occhi e sospiro a lungo.
Forse mi sento così perché manca qualcuno con cui festeggiare?
Mi alzo in piedi e vado verso la bacheca.
Ho segnato: treno.
Per oggi.
Melma, devo andare a Milano!
E il treno non aspetta!

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