HAMPTON'S SONS 1 - Capitolo 1 di 5

Scritto il 04/06/2026
da SIMONA DIODOVICH


Le ultime immagini del film stavano scorrendo sullo schermo. Rick teneva per mano Tara, mentre guardava il finale con il fiato sospeso. Era sempre così, s’immedesimava troppo nella storia e finiva per reagire lui al posto del protagonista del film, come unica conclusione che si animava quanto loro e il finale lo deludeva sempre. Non questo film, però. Tara manteneva il contatto con lui ed era rilassata al suo fianco. Metà del film non lo ricordava nemmeno, tanta era l’emozione per la sua vicinanza. Il suo cervello non era connesso nel modo giusto. In quel preciso istante, lei si voltò verso di lui e sorrise. Quelle labbra lo incantarono al tal punto che non capì più nulla. Si ritrovò a guardarle senza badare alle scene cruciali della pellicola.

Aveva aspettato quel film per mesi, a dire il vero, ed era bastato un suo sorriso, un contatto con la mano, per dimenticare tutto. In lontananza sentiva le persone bisbigliare qualcosa, forse erano Jack e Ama, non aveva importanza. Non ora. Fissava le labbra carnose di Tara che si allungavano nel più dolce dei sorrisi. Incantato da tale bellezza, non si accorse che le luci si erano accese. La musica e i titoli di coda erano apparsi.

  «Gran bel film. Dovevano farlo molto tempo fa però.» Amadeus diede una pacca sulla spalla al fratello.

  «Perché?» Fu costretto a rompere il contatto con il meraviglioso volto della sua amata.

  «Perché ormai l’attore è vecchietto, la parte non gli si addice più.»

Rick sapeva, in una parte del suo cervello ora dormiente, che aveva la risposta giusta da dare, ma in quel momento la sua mente richiedeva più tempo del dovuto.

  «Vecchio, non obsoleto. Se la cava ancora bene nella parte, eccome. C’è l’altro protagonista che può mostrare pettorali giovani e fisico perfetto. Secondo me, era perfetto» intervenne Jack.

  «Quello che stavo per dire io, in effetti.» Rick si mise la giacca mentre sorrideva al fratello.

Crescendo si assomigliavano sempre di più, molte persone non riuscivano ancora a distinguerli, non i loro amici. Questa perfettissima somiglianza, però, serviva in campo a distrarre l’avversario. I capelli ora erano ramati chiari, tendenti al biondo. Gli occhi ormai erano identici a quelli del padre, nocciola chiaro. Crescendo le sfumature erano cambiate molto, ma avevano preso il meglio dei genitori ed erano bellissimi.

Nessuna ragazza resisteva loro. Anche ora, c’erano dietro di loro un gruppetto di ragazzine che li guardavano ridendo come sciocche, fissandoli. Ormai non ci facevano più nemmeno caso.

Rick tornò a prendere la mano di Tara e sorrise «A me è piaciuto molto. Spero ci sia un seguito. Andiamo a prendere qualcosa da bere? È presto per tornare a casa.»

  «Sì. Direi che è un’ottima idea.» A rispondere era stata la ragazza, dato che era per lei la domanda. Aveva escluso in un attimo il fratello e l’amico. Figuriamoci Rose e Lily, lui quasi non le vedeva nemmeno.

  «Perfetto, andiamo fuori di qui prima di rimanere incastrati nella ressa.» Trascinò la ragazza, sempre tenendola stretta e si sentì al settimo cielo.

 

Erano seduti al bar fuori città. Sei posti stipati nell’angolo in fondo al locale, per non essere disturbati dagli altri. Per una serata carina con le ragazze, non si poteva andare al locale della madre, non andava bene con la regola degli appuntamenti. Per cui, avevano optato per questo posticino: sembrava carino a colpo d’occhio. Era quando avevano visto entrare alcuni elementi del Stone Bridge High School, che tutti e tre i ragazzi avevano trovato il posto inadatto. Era facile riconoscerli, avevano studiato tutta l’estate gli avversari della prima partita dell’ultimo anno di liceo. Vincere sembrava un loro dovere, e il Coach Beaver insisteva molto su questo punto.

Come ricordava sempre loro, erano figli dei grandi giocatori Sherman e Colt, dovevano dare il meglio. In alcuni casi era dispiaciuto che zio Colin non avesse avuto un secondo figlio, perché anche il suo DNA prevedeva un buon giocatore d’assalto. Amen, avrebbero fatto il possibile.

Rick prese per mano Tara sotto il tavolo, appena vide i giocatori avvicinarsi a loro.

  «I Crabbers in tutto il loro splendore. Come va ragazzi? Il campionato inizia tra poco…» a parlare era stato il loro quarterback Gavin Pierce, peraltro sempre accompagnato dal suo muro: i due grossi, ed era poco definirli tali, inseparabili amici ombra, Tyler Stanton e Matthew Slade.

Rick sorrise beffardo, prendendo la sua bibita per berla con calma «Noi siamo sempre pronti, siete voi quelli che l’anno scorso hanno perso» allargò il sorriso.

Questo irritò maggiormente Gavin che strizzò gli occhi «Quello è stato un puro caso, non sempre ti può andare bene, Sherman.»

 «Non mi pare sia stata fortuna, tutt’altro. Qui si trattava solo di bravura contro inesperienza, non puoi fartene una colpa.» A parlare stavolta era stato Amadeus.

 «Ehi, Sherman due, non sto parlando con te. Vi riconosco io, so che quello seduto tranquillo è Rick, lui era il quarterback nell’ultima partita l’anno passato.»

  «Dai Gavin, non serve. Faremo in modo di dare il meglio di noi anche quest’anno.» Rick si era alzato in piedi e aveva dato, con fare cameratesco, una pacca sulla spalla all’avversario.

  «Sì, ce la metteremo tutta.»

  «No, Gavin, non mi hai capito. Noi ce la metteremo tutta, voi più di così non so cosa sapete fare…» Rick stava sogghignando.

L’espressione di Gavin cambiò. Da stupita passò a furiosa in pochissimi secondi. Nessuno si aspettò quella reazione, però. In un lampo, scaraventò Rick contro la sedia di legno che si ruppe in più pezzi cadendo al suolo con lui sopra. Rick si alzò di scatto e prese bene la mira al volto del suo avversario, prima che lo fermassero gli altri due, gli aveva già scaricato addosso una decina di pugni. Più lui picchiava, più Gavin rimaneva in sua balia.

Fu allora che il suo muro, Tyler e Matthew, lo fecero cadere al suolo senza troppi complimenti. Il colpo inferto fu davvero pesante.

Sherman tentò di rialzarsi ma, mentre tutti ancora guardavano la scena allibiti, i due compagni di Gavin lo rigettarono al suolo con un poderoso calcio nello stomaco. Il volo che il malcapitato fece, fu tale da lasciare tutti a bocca aperta.

L’urlo di Rick raggelò tutti, anche chi in quel momento non voleva assistere all’inizio della rissa. Il giovane Sherman era al suolo e si contorceva dal dolore. Tentava di tenere la gamba vicino allo stomaco e, in un primo tempo, tutti pensarono che i colpi fossero stati un po’ troppo forti.

Poi Amadeus s’inchinò verso il fratello «Rick! Cos’hai? Che succede?»

Il grido si era affievolito, ora era un rantolo di dolore così flebile, che lasciò tutti senza fiato.

  «Ama…» tentò di parlare Rick mentre fissava, con occhi spiritati, il fratello.

  «Dimmi qualcosa, non farmi stare in pensiero.»

  «Non stare lì impalato, sono tre contro uno. Vuoi o no aiutarmi?»

Il fratello rispose ridendo e, senza chiedere aggiungere altro, passò all’attacco di testa, come un toro, sfondando lo stomaco di Tyler mentre Jack si prendeva carico di Matthew.

Rick si alzò da terra e sorrise pulendosi il labbro spaccato con il dorso della mano destra «Mi sa che ora sei solo, che peccato, te la senti?»

Non attese nemmeno risposta. Si fiondò sul ragazzo e lì iniziarono una vera e propria zuffa.

 

Dieci minuti dopo erano tutti e nove fuori dal locale. Sbattuti fuori, a dir il vero, dal padrone stesso. La frase E non fatevi rivedere se non quando non vi sarete calmati, era la ventesima volta che la sentivano, non ci fecero nemmeno caso.

Le ragazze si stavano spazzolando i vestitini come se fossero cadute anche loro al suolo più volte, ma era più per darsi un contegno. Rick aveva il volto tumefatto e si teneva il fianco, Amadeus era sorridente e felice, nonostante l’occhio nero. Jack aveva il braccio sinistro pieno di escoriazioni e persino qualche morso, erano di sicuro denti quelli. Non poteva far altro che disinfettarlo appena arrivato a casa, e sperare che suo padre non fosse sveglio. Norman Colt non amava le zuffe, così gli diceva sempre, peccato che zio Colin ne decantava alcune a dir poco favolose ai tempi del liceo.

Jack ignorò per un attimo tutti e sorrise felice come non mai. Fu allora che incontrò lo sguardo di Tara. Accidenti se è furiosa! Fu il suo solo pensiero e, senza volerlo, fece un passo indietro. Non invidiava per niente Rick in questo momento.

 

Tara si guardava intorno per controllare se la gente li stesse osservando. Non era ancora buio, c’erano ancora in giro parecchie persone. Inutile dire che queste zuffe non le piacevano. Nemmeno un po’. Vedeva, poco più in là, Rose che rideva. Per lei era divertente, ovvio, era cresciuta con due fratelli scalmanati. Non poteva essere diversamente. Non per lei. Sorrise senza farsi vedere. Non era vero. Era pressoché normale anche per lei, loro sei erano cresciuti insieme, stesse zuffe per l’ultima fetta di torta di zia Candis, stessa cosa per la pizza o il giro sulla giostra. Era differente come si sentiva ora, però. Com’era finita dal tenere per mano Rick al cinema, all’essere sbattuta fuori dal locale per zuffa? La sera del loro appuntamento. Certo, non era un vero e proprio appuntamento, non era stato esplicito, Rick le aveva chiesto se quella sera il cinema era Ok. Solo questo. Si era vista sfilare via la serata romantica, che per la cronaca aveva fino a dieci minuti prima, per colpa dei ragazzi della Stone Bridge High School. Di tutte le persone proprio Gavin Pierce dovevano incontrare?

Il ragazzo in questione ora si era voltato verso di loro, stava per andarsene, ma le lanciò uno sguardo ambiguo. Tara abbassò il volto, ma fece in tempo a vederlo sorridere. In quel preciso istante le montò una rabbia feroce in corpo. Rick stava ridendo con gli altri ragazzi e se ne infischiava se lei stava bene o male.

  «Mamma mia, ma hai visto che botte?» Stava dicendo Amadeus.

  «Questo era uno spettacolo da favola, altro che cacciarci fuori. Doveva chiedere il biglietto agli altri per assistere.» Rick se la rideva un mondo.

  «Ehi! Io sono stato morso. No, davvero, non ridete, guardate. Questi sono denti.» Jack si guardava il braccio martoriato.

  «Gavin magari ha la rabbia, ti conviene andare in ospedale e farti l’antitetanica.» Ora scoppiò a ridere di gusto.

I tre ragazzi si stavano divertendo, Rose e Lily erano in disparte e chiacchieravano tranquille. A lei arrivò, invece, una dose doppia di nervoso.

  «Vorrei andare a casa. Sono stanca.» Le parole uscirono a voce lenta e bassa. Nessuno se ne accorse in un primo momento.

Vedeva gli altri scherzare e ridere come se niente fosse. Strinse i pugni lungo i fianchi «Rick!» chiamò a gran voce.

Forse fu il tono in cui lo disse, tutti si zittirono e il ragazzo chiamato in causa si voltò di scatto. «Tara!? Stai bene?» Corse verso di lei e le passò le mani lungo le braccia, sembrava guardare attentamente che non le fosse successo nulla di male.

Solo per quel gesto, metà della sua arrabbiatura svanì in un attimo «Mi porti a casa?»

Rick la scrutò negli occhi bellissimi e sorrise, il gesto fu completamente diverso da quelli fatti in precedenza anche se si divertiva molto «Ma certo.»

Si voltò verso tutti gli altri «Tara vuole andare a casa. Ragazzi ci si vede domani. Amadeus non fare tardi.»

A lei non restò che baciare le amiche sulla guancia e seguire Rick alla moto.

 

Il viaggio fu breve, peccato. Stare dietro di lui, abbracciandolo stretto e poggiando la testa sulla sua schiena era intimo e perfetto. Come avrebbe voluto che fosse così sempre. A lei piaceva tantissimo, era sempre stato così. Aveva un debole per lui da una vita. E ora lui sembrava essersi accorto di lei come ragazza e non Tara la sua amichetta di giochi figlia di zio Colin. Lei era Tara per lui. Adorava quel ragazzo, i suoi capelli ramati chiari tendenti al biondo e quegli occhi nocciola erano ciò che voleva su di sé ogni ora del giorno. Stupida romantica ragazzina. Rick aveva diciotto anni, era grande. Ultimo anno di liceo e, quarterback della squadra insieme al fratello, era un buon biglietto da visita per avere ogni ragazza ai suoi piedi. E fino a qualche tempo fa era così, a dir il vero. Finché lei aveva portato codini e, vestiti da bambina, era solo l’amica di una vita. Giusto nell’ultimo periodo, Rick si era accorto che lei esisteva come ragazza. Da lì era iniziata la sua fantasia romantica su una loro storia d’amore, ogni giorno parlava con Rose e Lily sperando in una reazione del ragazzo. Era successo tutto quell’estate. Una sera era uscita con pantaloncini corti e canottiera, il fisico perfetto e i capelli tagliati corti, freschi di parrucchiere, avevano fatto il resto. Lui finalmente l’aveva guardata. Per la prima volta, si era accorto che non era una bimba tutta gambe e codini buffi, ma era una splendida fanciulla.

Lì, lei aveva pensato che tutto poteva andare bene, avrebbero intrapreso anche loro una storia d’amore, proprio come stava succedendo agli altri, ma erano tutti così sciocchi da non fare il primo passo per paura che qualcuno li schernisse e si burlasse dei loro sentimenti. Quella era sembrata la serata giusta. Erano partiti così bene. Era andato a prenderla, la teneva per mano… e poi la rissa. Quello sciocco aveva rovinato tutto. Rick era un idiota, non c’era altro da aggiungere. Però, poi si era preoccupato che si fosse fatta male. Le aveva accarezzato le braccia come se fosse preziosa, almeno per lui, e il suo cuore aveva perso un battito.

Stare in moto con lui era fantastico. Si preoccupava sempre di dirle Stringimi, non voglio che tu cada. Era la frase più bella del mondo. Stringimi. Lo voleva stringere per il resto della sua vita, non solo quando era in moto.

Quando da lontano vide casa sua, il cuore perse un battito: erano arrivati, ora sarebbe scesa dalla moto, e lui sarebbe andato via. Era così che si rovinavano le serate perfette. Quasi non sentiva più il calore della sua mano tra le dita. La moto rallentò e Rick la stupì.

Inclinò il veicolo per fare in modo che scendesse senza problemi e, ancora prima di far lo stesso lui, si tolse il casco. A quanto sembrava, non aveva voglia di andare via in fretta.

  «Mi dispiace.»

  «Come?» Non si capacitava che le stesse chiedendo proprio scusa.

  «Non dovevo rovinare il nostro appuntamento in quel modo. Doveva essere un momento romantico» proseguì lui.

  «Era un appuntamento?» Tara stava sorridendo. All’improvviso la sua arrabbiatura le sembrava molto lontano.

  «Fai bene a chiedermelo. Ho rovinato tutto e non era nelle mie intenzioni. Sono troppo irruento e non penso, non volevo ferirti. Tu sei importante per me.»

  «Lo sono?» Le sembrava di essere una sciocca, ma non poteva fare a meno di chiederlo.

Rick le si avvicinò «Certo che lo sei, più delle altre, più di tutto. Io sono… di te, insomma, lo sai no?»

Tara scoppiò a ridere «Non riesci nemmeno a dirlo.»

  «Perché zio Colin è apparso alla finestra e ho avuto due secondi di terrore, in cui mi sono visto trucidato per averti fatto del male stasera.»

Fu in quel momento che, tutta la sua arrabbiatura, svanì nel nulla. Rick si passava una mano dietro la nuca con il volto basso. Quel suo atteggiamento faceva immensamente tenerezza, lei sapeva che adorava Colin.

  «Non dirò della zuffa. È una promessa.» Nel dire l’ultima frase, gli poggiò il palmo della mano sul petto. Rick fu più veloce di lei e le mise la sua sopra, così da tenerla lì.

  «Mi sei sempre piaciuta da quando eravamo piccoli. Eri la più dolce e la più disponibile ai miei scherzi. Crescendo, ho pensato che tu fossi sempre la mia Tara tutta gambe e capelli con le codine lunghe. Quando ti ho visto arrivare vestita elegante e con i capelli come li porti ora, mi è mancato il fiato. Eri bellissima e qualcosa è scattato nella mia mente. Avevo paura che qualcuno ti portasse via da me. Volevo che tu vedessi sempre me come eroe, come il tuo miglior compagno di giochi o di risate. Avrei spaccato il muso a qualsiasi tuo compagno di classe che si avvicinava a te per parlare, perché era troppo vicino al tuo collo. Perché respirava il tuo profumo, o ti distraeva da me. È così che ho capito che mi stavo innamorando di te.»

Tara trattenne il fiato. D’impulso lo abbracciò forte, stringendolo come meglio poté.

  «Non dovrei essere io ad abbracciarti forte?» Rick appoggiò lentamente le mani sulla sua schiena per avvolgerla nel suo abbraccio.

  «Tu hai già detto di amarmi…»

  «Quindi facciamo una cosa a testa?»

Tara scoppiò a ridere «Sì. Sembra carino.»

  «Quindi la prossima mossa è la mia?» Rick aveva assunto uno sguardo differente.

  «Se vuoi…»

Rick non se lo fece ripetere, con dolcezza le alzò il mento con il solo dito indice, per poi baciarle le labbra. Il cuore di Tara cominciò a battere forte.

Le luci del porticato si accesero e si spensero ripetutamente. Difficile non accorgersene. Rick si staccò da Tara e sorrise. «Ora esce e mi prende a calci…» le baciò nuovamente le labbra sfiorandole appena «Ti chiamo appena arrivo a casa.»

  «Ok.»

Il ragazzo stava salendo sulla moto e lei lo richiamò. «Rick?»

  «Sì?»

Era così bello da togliere il fiato. «Anch’io sono innamorata di te.»

Il suo volto s’illuminò. «Grazie, Tara.»

 





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