L’aria è calda, profuma di terra e vento. È piena estate. Il cielo in Cappadocia sembra enorme.
Abbiamo trascorso sei ore di volo facendo l’amore e sonnecchiando, ciò nonostante non mi sono mai sentito più riposato.
Saliamo sulla mongolfiera all’alba. Intorno a noi ce ne sono decine e tingono di colori vivaci l’ambiente arido circostante.
Quando ci stacchiamo da terra, Rebecca stringe la mia mano.
«Ho paura dell’altezza.»
«Ci sono io» la rassicuro, circondandole le spalle con un braccio. La stringo a me, e poggio la guancia sul suo capo, inspiro il profumo emanato dai suoi capelli e ripenso alla doccia che abbiamo condiviso. Stavamo talmente stretti all’interno del box che a malapena riuscivamo a muovere le braccia. Abbiamo riso fino a dolerci lo stomaco, ma è stato meraviglioso. Lo rifarei ancora… anzi, ho tutta l’intenzione di ripetere l’esperienza.
«Ma a volte bisogna salire per capire cosa conta davvero.»
Sorvoliamo le valli, le formazioni di roccia, il silenzio irreale. Non c’è pubblico. Non c’è rumore. Solo noi due, sospesi.
Mi volto verso di lei.
Il vento le muove i capelli e gli occhi le brillano pieni di ammirazione dinanzi allo spettacolo che ci sta regalando l’alba.
E capisco che se non glielo dico ora, non lo dirò mai.
«Rebecca Smith, io ti amo.»
Lei resta immobile. Il tempo sembra fermarsi, mentre attendo una risposta da parte sua.
Mi ha già detto di amarmi… Perché sta tentennando?
Finalmente si scosta e mi guarda dritto in faccia. «Ti amo da così tanto tempo, Jim. La tua esistenza è sempre piena di gossip, di tour in giro per il mondo e file di ammiratrici che pagherebbero per una notte con te. Io sono soltanto Rebecca, non faccio rumore, nessuno mi nota, sono una figura in mezzo a tante del tuo team. E se ti accorgessi che, alla fine, non ne vale la pena?»
«Oh, piccola…» mormoro, facendola voltare verso di me. Le sollevo il mento in modo da essere occhi negli occhi e con il pollice le accarezzo il labbro inferiore. «Tu sei la pace che calma il mio spirito irrequieto e fai più rumore di quanto credi… qui dentro» le dico, prendendole la mano e portandomela al petto. «Senza di te, sono vuoto» faccio una pausa, mi chino in avanti e le bisbiglio sulla bocca: «E io non voglio più essere solo e vuoto.»
La bacio, mentre il mondo sotto di noi scivola via e, intanto, una nuova melodia si propaga dal cuore.
Scrivo una canzone nella mia testa, che non parla di dolore, né di solitudine. Parla di due persone che hanno smesso di scappare. So già come si intitolerà.
After the noise.
Perché il vero amore non è nel caos.
È in ciò che resta quando tutto smette di fare rumore.