Lo scorrere del traffico era sempre lo stesso a Milano. Il cielo plumbeo di un tiepido settembre non contribuiva ad aiutare il mio umore più cupo della volta celeste; di solito vedevo il bicchiere sempre pieno, ma quel giorno avevo uno strano presentimento.
La sera prima ero rientrata da due settimane di vacanza alle Antille insieme ai miei genitori e i miei fratelli. Era una tradizione di famiglia: sempre tutti impegnatissimi, ci ritagliavamo due settimane all'anno per andare in posti esotici a non fare niente.
Ad alcuni questa nostra abitudine faceva accapponare la pelle, noi la vedevamo per quello che era: un'opportunità per stare insieme in posti di lusso a rimpinzarci di ogni ben di Dio.
I miei genitori non se la passavano male: mio padre discendeva da una famiglia di spettabili notai milanesi, titolo tramandato di padre in figlio per generazioni, mentre mia madre era un avvocato che si occupava di diritto internazionale.
Fin da piccola i miei amici mi dicevano che ero ricca, un giorno andai da mia madre chiedendoglielo, la risposta che mi diede me la rifilò per anni.
«Che sia chiaro, io e tuo padre siamo ricchi, tu e i tuoi fratelli siete nullatenenti.»
Quelle parole segnarono la mia infanzia, mi vedevo nel futuro come la piccola fiammiferaia, seduta al gelo agli angoli delle strade a vendere la mia mercanzia.
A otto anni non potevo cogliere l'ironia nelle parole di mia madre. I nostri genitori non ci fecero mai mancare nulla, ma mia madre era molto parsimoniosa, a causa delle sue origini scozzesi.
Ero l'ultima di tre figli, prima di me c'erano in ordine James e Janet. Il primo aveva seguito le orme di mio padre, la seconda quelle di mia madre, io, essendo libera di fare quello che volevo, mi ero laureata in Marketing e Comunicazione. La parlantina non mi era mai mancata.
Mia madre era soprannominata “signora non è il momento”. Ogni volta che volevamo dei soldi per fare qualche spesa diversa dal budget da lei stabilito, la sua risposta era sempre la stessa.
L'episodio più eclatante accadde più di dieci anni fa, quando a mio padre venne il pallino delle moto. Lei gli aveva negato l'acquisto di un potente bolide, l'aveva gelato con il suo “non è il momento”. Lui, per spirito di contraddizione o per la voglia di possederla, l'acquistò senza il suo permesso nascondendola nel box di un suo caro amico. La mamma lo venne a sapere per caso parlando con la moglie dell'amico. In casa successe il finimondo.
Per una settimana i miei genitori non si rivolsero la parola, quantomeno, mia madre non parlò a mio padre. Non contenta, gli sequestrò le carte di credito e il libretto degli assegni. Io e i miei fratelli gli prestammo i soldi della paghetta per prendersi il caffè al bar e per il pranzo.
L'Armageddon in confronto a lei era una bazzecola.
Siamo cresciuti parlando tre lingue. A mio padre ci rivolgevamo solo in italiano, a mia madre in inglese e gaelico. All'inizio fu un casino, ma da grandi li ringraziammo per la proprietà linguistica che avevamo acquisito.
Avevo sempre avuto una propensione per le lingue straniere, all'università ebbi modo di imparare anche il giapponese.
Nel cassetto custodivo un piccolo sogno: andare in Giappone e visitare Tokyo. Ero stata in molti posti, quello, purtroppo mi mancava. Non avevo ancora trovato nessuno che s'immolasse e mi seguisse nella mia avventura. Ogni anno proponevo ai miei amici o alla mia famiglia di andare, ma la mia meta veniva sempre scartata per altri posti più esotici e meno lontani.
Mi guardavo nello specchietto retrovisore, di solito la mia pelle diafana non subiva molto gli effetti dei raggi solari, colpa anche della protezione e del mio scarso amore a stare ferma come una lucertola, ma il sole caraibico aveva fatto un ottimo lavoro. Le mie colleghe mi avrebbero invidiata. Ero una ragazza dai colori nordici, presi da mia madre e dalle forme mediterranee, quelle non sapevo da chi le avessi ereditate, forse più un errore genetico, io avrei preferito il contrario, ma nella vita non si può sempre avere tutto.
Avevo trentuno anni ed ero anche piuttosto carina, ma ancora single; non che in una città come Milano fosse una cosa insolita, ma spiegarlo a mia nonna che ogni domenica accendeva un cero a Sant'Ambrogio, era tutt'altro che facile. La mia vita era stata costellata da pseudo storie sbagliate con individui improbabili.
Come ogni anno, al mio rientro, ero solita portare cornetti per colazione ai colleghi della mia stanza. Eravamo in tutto una decina, stipati in un enorme salone con dei divisori bassi in vetro che dovevano garantirci un po' di privacy. Anche se ci fossero stati dei muri in cemento armato sarebbero stati del tutto inutili. Il pettegolezzo regnava sovrano e si sapeva sempre tutto di tutti.
Non ero una tipa avvezza al gossip, ma ero sempre quella a cui raccontavano tutto, forse proprio perché mi facevo i fatti miei e non li andavo spifferando a tutto il mondo. E dire mondo non era un eufemismo. Lavoravo in una multinazionale che gestiva uno tra i più utilizzati browser del pianeta: la Bantor. Avendo uffici in tutti i posti strategici del globo le notizie facevano il giro del mondo alla velocità della luce.
Entrai nel mio ufficio, mi accorsi subito che qualcosa non quadrava, i colleghi mi vennero incontro tra baci e sorrisi togliendomi il vassoio di mano. Quello slancio di solidarietà puzzava di bruciato a miglia di distanza. Sicuramente c'era qualche nuova scadenza di cui non ero a conoscenza e mi stavano preparando un bello scherzetto.
Insieme a me lavoravano i miei due migliori amici: Viviana e Alberto. Vivi era il direttore del personale; con lei c'eravamo conosciute per caso cinque anni prima a un compleanno di Alby, loro erano già colleghi. Da quel momento diventammo inseparabili e proprio due anni prima, quando si liberò un posto per la mia qualifica, entrai a far parte della grande famiglia della Bantor.
Come sempre, lei era in trasferta in qualche filiale del mondo. Alberto, invece, era un informatico un po' nerd che lavorava in progettazione. Con lui ci conoscevamo dal liceo e tra noi c'era un feeling particolare: una di quelle amicizie sincere e disinteressate. Il suo ufficio si trovava a un piano diverso rispetto al mio, quella mattina ero da sola ad affrontare quelle serpi dei miei colleghi.
«Che succede?» chiesi a Laura, la mia vicina di scrivania.
Lei era una ragazza quasi trentenne innamorata dell'amore. La sua testa era perennemente tra le nuvole e per questo motivo passavo molte ore ad aiutarla a gestire le sue pratiche.
«C'è una novità.»
La sua aria seria mi fece preoccupare.
«Oggi arriva Winny, starà da noi per un po' per i soliti controlli. Ha richiesto una persona che lo affianchi in questo periodo. Abbiamo tirato a sorte e sei uscita tu.» I suoi occhi nocciola mi fissavano colmi di compassione.
La mia bocca sfiorava il pavimento. «Scusa? Come avete fatto a tirare a sorte se io ero assente?»
Era evidente che avevano già deciso senza consultarmi.
La sua fama lo precedeva ovunque, nell'ufficio di Londra lo chiamavano “l'uomo senza sorriso” e “Christopher il terribile”. I suoi sguardi inceneritori erano famosi come la sua scarsa pazienza e la sua mania di averla sempre vinta su tutto e tutti, da lì il suo soprannome Winner, per gli amici Winny.
«Ma perché io?» Domanda del tutto inutile.
«Come perché? Victoria, tu sei sempre sorridente, vai d'accordo anche con il diavolo e poi parli inglese meglio di tutti qui dentro, e lui parla solo inglese.»
Grandissima bugia. Tutti in azienda parlavamo inglese, era nelle policy della società come il darsi del tu e vestirsi informali, su quello eravamo tutti d'accordo, ognuno si vestiva come voleva. Passavamo da colleghi che sembravano pronti per le sfilate autunno inverno di Dolce & Gabbana, a quelli che sarebbero potuti andare sotto un ponte di Parigi senza che si notasse la differenza con un vero clochard, per finire a quelli che del corpo avevano fatto una religione e intendevano esibirlo a ogni costo. Le peggiori erano le single dai trentacinque ai quarant'anni, ci mancava poco che venissero in costume adamitico. Io, invece, dovendo fare anche da assistente al capo della sede, ero costretta a essere sempre impeccabile.
«Comunque fai finta che non ti ho detto niente, Silvia te lo chiederà di persona.»
Sconfitta, mi afflosciai alla scrivania e accesi il computer.
L'arrivo di Silvia, il direttore della sede di Milano, venne annunciato dal terrificante Nunù, il suo furetto, alias toporagno, che si portava ovunque dentro una borsa firmata da non so quale famoso stilista per animali.
Quella mattina toccò ad Arturo, direttore marketing e mio capo diretto, essere sgranocchiato da quell'esempio di affabilità e simpatia. Oddio, lui si sarebbe meritato di essere sbranato per i suoi sguardi da maniaco, ma, soprattutto, per le sue mani morte. Tutte, quando lui passava vicino, ci trinceravamo dietro pile di faldoni o la spalliera della sedia.
Non capivo che motivo avessero alcuni di fare bungee jumping. Bastava venire nel nostro ufficio per provare una scarica di adrenalina potente e soprattutto inaspettata dopo un incontro con il piccolo mostro.
Nunù aveva anche dei lati positivi. Era un animale democratico, non faceva disparità: tutti gli stavano sulle scatole e lo dimostrava apertamente. Negli anni c'era stato qualcuno che aveva velatamente minacciato Silvia di mobbing per la presenza intimidatoria dell'animale, tutte le volte lei era stata così convincente che nessuno aveva mai rischiato di muoverle contro neanche un dito. Tra Silvia e la sua bestiola non sapevamo chi era peggio.
La compagna di mio fratello era un veterinario; quando le raccontai della piccola belva, lei mi consigliò di non guardarlo mai negli occhi e nel caso in cui si fosse lanciato all'attacco, sgridarlo con tono fermo e deciso. Facile a dirsi. Per fortuna, forse e dico forse, gli stavo simpatica, e non ebbe mai nulla da ridire sulla mia presenza. Ogni settimana compravo degli stick di carne secca che gli rifilavo appena si avvicinava troppo, quell'espediente mi fece guadagnare parecchi punti con il piccolo diavolo.
Nunù si aggirava per la stanza come una belva assetata di sangue. Zampettava tra le scrivanie guardando che tutto fosse al suo posto; ci scrutava con quei grandi occhi a palla fuori dalle orbite e i denti sempre in vista.
Lippa, la mia collega danese che di scandinavo non aveva nulla, tranne i capelli color platino palesemente tinti, aprì un cassetto della sua scrivania e prese un deodorante per l'ambiente che spruzzò a iosa. Il piccolo mostro ne aveva mollata una fetida.
Carlo, il nostro esperto di comunicazione, ma soprattutto latin lover, si alzò e andò ad aprire la finestra. Ebbe appena il tempo di tornare alla sua postazione che il diavolo lo raggiunse alla scrivania sbraitando indemoniato. Il suo verso era un misto tra uno squittio e il ruggito di un leone della savana. Silvia lo richiamò nel suo ufficio, che per la cronaca si trovava attaccato al nostro e separato solo da una grande vetrata e da una porta da cui si accedeva anche dal nostro ufficio.
Dopo qualche secondo il telefono squillò, era l'ora della mia condanna. Entrai nella stanza di Silvia, il cerbero era accucciato nel lettino ai piedi della sua scrivania e si leccava una zampina. Mi assicurai che mi avesse notata bene ed entrai.
Lei era la classica quarantenne dedita allo sport, magra come uno stecco, con le tette e il naso rifatti da un noto chirurgo plastico milanese, anche le sue labbra erano gonfiate ad arte da chili di botulino. Detta così sembrerebbe un mostro, invece il chirurgo aveva fatto un ottimo lavoro. Era una donna affascinante e consapevole di esserlo.
Adorava affibbiarmi le incombenze a lei più odiate, tra tutte, andare a convegni e incontri con potenziali clienti che le stavano sulle scatole: cioè donne e uomini brutti e grassocci.
Come mi aveva anticipato Laura, mi rifilò la manfrina di essere madrelingua inglese, del mio sorriso e della mia naturale disponibilità ai rapporti umani anche nei casi più disperati e, dopo un'ora di elogi, andò al punto rivelandomi ciò che già sapevo.
Era ufficiale. Ero una condannata a morte.
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