Continuavo a sfregare le mani sulla stoffa dei pantaloni per asciugarle. Nicola, il portiere dello stabile, ci aveva avvisati che Winny aveva appena varcato l'atrio. Silvia si era alzata e mi aveva fatto segno di seguirla. Ci piazzammo davanti all'ascensore in attesa.
Nunù era stato affidato alla sua pet sitter per una seduta di massaggi rilassanti e una visita dal suo terapista, perché nell'ultimo periodo, a detta di Silvia, era un po' stressato.
Guardai il riflesso sulla porta d'alluminio dell'ascensore. Quel giorno ero impeccabile: capelli alzati in una coda alta, completo pantalone nero e camicia bianca, scarpe con tacco dieci e sorriso smagliante sul volto.
La porta si aprì e vidi un uomo alto avvolto in un completo antracite, cravatta verde scuro regimental su camicia bianca. Quel colore faceva risaltare i suoi occhi come smeraldi. I capelli corvini luccicavano sotto le luci artificiali.
Dietro di me sentii dei mugolii di approvazione uscire dalle bocche delle colleghe della reception, unite ad altre spuntate dal nulla per ammirarlo.
Chi si aspettava che il temibile Winner fosse un bel figo di nemmeno quarant'anni?
Lui uscì dalla cabina e si guardò intorno. Silvia gli andò incontro tendendogli la mano che Winny strinse appena.
«Ciao Christopher», squittì lei.
Lui la salutò con un breve gesto del capo inchiodando gli occhi ai miei. Rimasi a fissarlo per qualche secondo, imbarazzata, sorrisi e abbassai lo sguardo. Non gli avevano insegnato che non si fissava la gente con insistenza?
«Lei è Victoria Morelli, Junior Marketing Manager. In questo periodo sarà il tuo punto di contatto tra gli uffici e tua assistente.»
Silvia mi presentò con sufficienza. Le sue parole, avevano un solo significato: schiava.
Lui continuava a fissarmi con quegli occhi penetranti quasi volesse farmi una risonanza. Per un attimo pensai che mi fosse uscita una tetta dalla camicia, mi guardai senza dare nell'occhio. Era tutto in ordine.
«Non avete da lavorare?» La sua voce profonda rimbombò nella reception come lo squarcio di un tuono nel cielo. Come scarafaggi sopravvissuti a una ciabattata, scappammo nelle nostre postazioni mentre Silvia lo accompagnava nell'ufficio in fondo al corridoio.
Si stava creando un certo movimento attorno a me, alcune colleghe si fecero avanti.
«Vicky, se non te la senti posso fare io da assistente a Winny.»
«Sì Vicky, se hai bisogno io sono qui» aggiunse l'altra vipera.
Eh no belle, per una volta che ho un belloccio a disposizione.
Sentimmo i tacchi di Silvia ticchettare per il corridoio.
Entrò nella stanza seguita dal grande capo.
«Ragazzi, dobbiamo apportare dei cambiamenti.»
Che diavolo stava dicendo?
Ci guardammo tutti in faccia terrorizzati.
«L'amministratore si sistemerà nel mio ufficio.»
Che cosa? Avremmo avuto il temibile Christopher Carter a un palmo dal naso per otto ore al giorno?
Nel viso di tutti si leggeva il malcontento, ma nessuno osò dire niente. Abbassammo la testa e ci immergemmo nei nostri schermi.
«Victoria, aiuteresti l'amministratore a sistemarsi nel nuovo ufficio?»
La domanda di Silvia risuonò più come un ordine, balzai in piedi e mi avviai dietro di loro sotto lo sguardo d'invidia delle mie colleghe a cui non dispiaceva averlo a portata di vista.
Silvia afferrò i suoi oggetti personali e insieme a Piero, uno dei colleghi e suo lecchino, spostò le cose nell'ufficio dirigenziale.
Chi rinuncerebbe a un ufficio di quasi quaranta metri quadri, arredato da un famoso studio di architetti milanesi, per infilarsi in uno di quindici dall'arredamento senza pretese?
Rimanemmo soli. Lui si accomodò dietro la scrivania. Sul suo viso c'era dipinta un'espressione arcigna.
«Vuole che le porti un caffè o posso aiutarla in qualcosa?»
Mi rivolse uno sguardo che mi gelò all'istante. Rimase a fissarmi per alcuni secondi, per un attimo pensai di abbassare gli occhi.
Al diavolo, perché mai?
Continuai a sostenere il suo sguardo fino a quando non ruppe il silenzio.
«Ristretto, senza zucchero.»
Prevedibile.
Uscii dalla stanza come un fulmine, mi fiondai dentro il cassetto della scrivania e afferrai la chiavetta del distributore automatico.
Dopo circa cinque minuti ero di ritorno con il bicchiere in mano.
«Pensavo fossi andata in Brasile...»
L'acidità delle sue parole mi fece attorcigliare le budella.
Che cafone!
«Posso fare altro per lei?»
Dì di no, dì di no.
«Lascia la porta aperta quando esci.»
Il suo tono arrogante era odioso come lui.
Mezz’ora dopo mi sentii chiamare, mi presentai al suo cospetto con un sorriso smagliante sulla bocca, ma falsissimo.
«Victoria, sistemati nella scrivania di fronte a me in modo che possa vederti.»
«Certo, signore», risposi quasi inchinandomi.
Uscii dalla stanza con un’area funerea, mi avvicinai a Lippa e le diedi la lieta notizia. Per lei.
Sorrise, dover stare davanti a lui per tutto il giorno, anche se era un bello spettacolo, non faceva piacere a nessuna. Chiamammo i ragazzi della manutenzione per spostare i computer da una scrivania all'altra. Lui era dietro il suo monitor, ogni tanto lo vedevo alzare un occhio e rivolgere uno sguardo verso la stanza. Da quando lavoravo alla Bantor ne avevo sentite di tutti i colori: che era uno senza cuore, un orco delle fiabe pronto a sbranarti, uno che non sorrideva mai. In che pasticcio mi avevano ficcata? E per di più lui non aveva comunicato il tempo di soggiorno, ma con tutti quei cambiamenti in poche ore, avevo il timore che fosse troppo per la mia pazienza.
Stavo lavorando al mio nuovo progetto quando lo stomaco iniziò a gorgogliare. Silvia fece la sua comparsa con il sorriso da gatta morta, si sbottonò un bottone della camicia e allargò la scollatura entrando nell'ufficio di Winny. Sicuramente lo stava invitando a pranzo sperando di dividere il dolce con lui. La vidi uscire dopo pochi minuti con un'espressione sconsolata in volto.
Aveva ricevuto un due di picche e non c'era abituata.
Un punto a favore del grande capo.
«Victoria, stagli incollata», borbottò prima di uscire dalla stanza sculettando vistosamente.
Eravamo rimasti solo io e lui.
Gli altri erano andati a mangiare. Aprii i cassetti ma non trovai niente da sgranocchiare e il mio stomaco continuava a mordere sé stesso. Mi armai di coraggio e bussai alla porta.
«Signore, io andrei a pranzo.»
Lui sollevò lo sguardo incrociando il mio. Provai tenerezza.
«Vuole venire con me?»
Le parole uscirono d'istinto, credevo che non avrebbe mai accettato.
«Ok.»
Sussultai, io e il grande capo insieme a pranzo e di che avremmo parlato? Si prospettava una pausa da schifo.
Gli feci strada verso l'ascensore. Entrammo e ci mettemmo uno di fianco all'altra senza dire una parola. Lo portai in un ristorante senza troppe pretese, a pochi passi dall'ufficio. Tony, il cameriere, ci venne incontro sfoggiando un sorriso smagliante.
«Tony, un tavolo tranquillo, sono qui con il grande capo.»
Mi avevano detto che lui non parlava una parola d'italiano.
«Credevo fosse il tuo spasimante», disse Tony.
Lo guardai con la bocca spalancata. «Ma sei cretino?»
Winny abbozzò un mezzo sorriso.
Tony mi strizzò l’occhio. «Guarda quanto è carino! Ti sta pure sorridendo!»
Lo cacciai in malo modo. «Tony! Pedala!»
Ci accomodammo in un tavolo in un angolo semi nascosto della sala con vista su Piazza San Babila.
«È carino questo posto, ci vieni spesso?»
«Sì e si mangia anche bene.»
Il suo telefono squillava, prese il menù indicandomi cosa ordinare mentre sfiorava il contatto e rispondeva.
«Cosa vi porto?»
«Per lui risotto alla milanese e per me tagliatelle al ragù.»
«Vino? Candele magari?»
Risposi con una smorfia. «Non esagerare. Devo rimanere sobria, anche se oggi una sbronza non ci starebbe male.»
Per tutto il pranzo ebbi i suoi occhi incollati addosso, mangiammo piuttosto in fretta. Di solito ero una tipa a cui non mancava la favella, ma lui mi metteva parecchia soggezione. Era pur sempre il capo supremo e io una povera suddita.
«Le piace l'Italia?»
Fu solo una delle banalità che mi vennero in mente per rompere quel fastidioso silenzio.
«Sì.»
La sua risposta laconica mi avrebbe dovuto bloccare dal proseguire a colloquiare, ma quel silenzio tra noi era straziante.
«È stato in parecchi posti?»
La sua insofferenza era palese. «Alcuni.»
Era ufficiale. Il tipo non voleva parlare, ma in fondo c'era qualcosa che mi diceva il contrario, continuava a fissarmi con quegli smeraldi come se volesse sapere di me più cose di quanto intendesse far trapelare a parole.
«Mi scusi, ma se non voleva fare conversazione, perché è venuto con me?» Il mio tono piccato lo sorprese.
«Perché avevo fame e tu sei stata l'unica a chiedermelo.»
Ci avrei scommesso che era una palla, in ufficio almeno una persona gli aveva rivolto l'invito.
Lo guardai alzando leggermente il sopracciglio senza aggiungere altro.
«Non mi credi?»
«Certo che le credo, Signor Carter.»
«Christopher.»
Voleva che lo chiamassi per nome?
«Ok, anche se non è semplice, Signor Carter cioè Christopher.»
Sorrise leggermente al mio inceppamento mentale. Allora ne era capace! E quando lo faceva non era niente male, gli spuntavano due fossette ai lati delle guance che lo rendevano più attraente.
Per affrontare il resto della giornata avevo bisogno di zuccheri.
«Posso consigliarti la panna cotta con cioccolata calda? È una specialità di questo posto.» Potevo già sentire in bocca il gusto della cioccolata sciogliersi sulla lingua. Una vera goduria.
«Non ti preoccupi della linea?» I suoi occhi passarono al setaccio il mio corpo.
«Mi stai prendendo in giro?» Mi scappò dalla bocca senza riflettere, la mamma non gli aveva insegnato che non bisognava parlare di certe cose con una ragazza?
«Perché dovrei?»
O era scemo, oppure voleva rischiare la vita.
«Mi hai guardata bene? Ti sembro una che ha fatto della linea la sua religione?»
Non potevo definirmi magra, no davvero, ma nemmeno una sovrappeso; diciamo che le mie forme erano piuttosto morbide nei punti più critici.
Gli angoli della sua bocca si spostarono verso gli occhi, si stava divertendo e il buffone di corte ero io.
«Non volevo insinuare niente, era solo una domanda.»
«Nella vita ci sono già pochi piaceri che mi concedo, almeno il dolce è uno tra quelli di cui posso godere ogni tanto.»
In mancanza di sesso.
«Quali sono gli altri piaceri che ti concedi?» Dentro i suoi occhi vidi accendersi un lampo di malizia, possibile che alludesse a quello?
«Beh... ci sono gli amici, la musica, i viaggi.» Afferrai il bicchiere e sorseggiai l'acqua, la gola si era seccata all'improvviso.
«L'amore.»
Stavo per deglutire quando il liquido mi andò di traverso, mi stava veramente chiedendo quello?
La voce mi uscì strozzata. «Scusa?»
«Non hai un ragazzo con cui condividi le tue passioni?»
Ah! Una relazione. Stavo diventando una deviata se pensavo che mi avesse fatto una domanda allusiva al sesso, d'altronde era sempre un inglese bigotto e riservato.
«No», risposi laconica.
«Perché?»
Che diavolo significava perché? Era come chiedere il perché delle maree e del sole che sorge al mattino o tramonta la sera, era così e basta. Mi trovavo davanti a un cretino, oppure mi provocava?
«Tu hai una ragazza?»
«Al momento no. Ma non per questo rinuncio a certi piaceri.»
Il mio viso s'infiammò di colpo, altro che scemo, lui aveva capito benissimo a cosa alludessi prima.
Vidi Tony da lontano, la mia salvezza. Alzai la mano per attirare la sua attenzione e chiedergli il conto, meglio porre fine al pranzo prima che si trasformasse in un disastro, per me.
Gli occhi di Winny s'incollarono sul mio polso, con un gesto tutt'altro che involontario, lo scoprii di più rivelando il piccolo fiore di cardo tatuato. Tanto per fargli capire le mie origini per metà scozzesi. Noi due non saremmo mai andati d'accordo.
Insistette per pagare, dato che avrei dovuto fargli da balia, tanto valeva che ne traessi qualche piccolo profitto, d'altronde era la Bantor a pagare. Tirò fuori la sua carta di credito platino dal portafoglio dove gli facevano compagnia almeno altre cinque dello stesso colore. Di sicuro non era un morto di fame.
Gli feci nuovamente strada camminando un passo avanti. Scattò il semaforo verde e mi feci largo tra la gente davanti a me.
«Attenta!»
Un ciclista, ignorando il semaforo rosso, passò a velocità sfiorandomi, mi sentii afferrare per le spalle e tirare, feci una giravolta e atterrai direttamente con la faccia sul suo petto.
Il suo tono di rimprovero mi gelò. «Non ti hanno insegnato a guardare prima di attraversare? Mi hai fatto venire un colpo!»
Il mio organo pulsante era ancora accelerato, ma il suo stava scoppiando, lo potevo sentire anche attraverso i vestiti.
Gli occhi s'inchiodarono sulla sua camicia candida dove c'era stampata la forma delle mie labbra rosate. Mi maledissi per aver ripassato il rossetto nel bagno del ristorante.
«Santo cielo! Scusami, non volevo.»
I suoi occhi si abbassarono in direzione di quello che stavo guardando.
«Ma porca! Adesso dovrò rimanere con questa camicia per tutto il giorno.»
I suoi occhi furenti erano rivolti su di me. Credetti d'incenerire all'istante. Presi un fazzoletto dalla tasca e provai a strofinarlo per togliere la macchia, peggiorando solo la situazione.
«Stai ferma! Lo stai spargendo ovunque, ma che diavolo hai messo sulle labbra? Vernice?»
Il resto della strada lo facemmo in silenzio, le porte dell'ascensore si aprirono e uscì impettito lasciandomi qualche passo indietro. Inutile dire che i colleghi si girarono immediatamente verso di noi. Laura e Lippa non attesero nemmeno che mi sedessi che mi subissarono di domande.
Laura fu più svelta. «Siete stati a pranzo insieme?»
Lippa la seguì a ruota. «Te lo ha chiesto lui?»
«È stato terribile.»
Un'espressione compassionevole spuntò nei loro volti. In mano stringevo ancora la carta di credito che Winny mi aveva dato per comprargli una camicia nuova.
* * *
Quella sera Viviana mi chiamò puntuale come un orologio svizzero, era curiosa di sapere come erano andate le cose con Winny.
«Tu lo conosci, sai com'è.»
«Proprio perché lo conosco te lo chiedo», disse divertita.
Le raccontai del pranzo e del due di picche di Silvia. Ridevamo alle spalle del nostro superiore.
«Lui è uno che sa il fatto suo, le darà parecchio filo da torcere se pensa di poter continuare a fare i cavoli suoi.»
Chiudemmo la telefonata con la promessa che ci saremmo sentite l'indomani per un nuovo resoconto.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione